Veronica Gambara. Una Gentildonna del XVI secolo.

Con quel caldo desio che nasce suole
nel petto di chi torna, amando, assente
gli occhi vaghi a vedere, e le parole
dolci ad udir del suo bel foco ardente,
con quel proprio voi, piagge al mondo sole,
fresch’acque, ameni colli, e te, possente
più d’altra che ‘l sol miri andando intorno,
bella e lieta cittade, a veder torno.

Salve, mia cara patria, e tu, felice,
tanto amato dal ciel, ricco paese,
che a guisa di leggiadra alma fenice,
mostri l’alto valor chiaro e palese;
Natura, a te sol madre e pia nutrice,
ha fatto a gli altri mille gravi offese,
spogliandoli di quanto avean di buono
per farne a te cortese e largo dono.

Non tigri, non lioni e non serpenti
Nascono in te, nemici a l’uman seme,
non erbe venenose, a dar possenti
l’acerba morte, allor che men si teme;
ma mansuete greggie e lieti armenti
scherzar si veggon per li campi insieme,
pieni d’erbe gentili e vaghi fiori,
spargendo graziosi e cari odori.

Ma, perché a dir di voi, lochi beati,
ogn’alto stil sarebbe roco e basso,
il carco d’onorarvi a più pregiati,
Sublimi ingegni e gloriosi lasso.
Da me sarete col pensier lodati
e con l’anima sempre, e ad ogni passo
con la memoria vostra in mezzo il cuore,
quanto sia il mio poter, farovvi onore.

 

Salve, Mia Cara Patria, XVI secolo.