L’isola di San Secondo. Una storia dimenticata

A quanto pare, nel giro di qualche anno, un’altra isola della laguna di Venezia di proprietà demaniale, sarà assegnata a dei privati per una riqualificazione per soli usi turistici, che farà di lei “un centro conferenze e un luogo di ristoro che accoglie residenti e turisti che potranno arrivare…via mare con un barchino o via bici, grazie a un ponte galleggiante che unirà l’attuale pista ciclabile all’isola” (La Nuova Venezia dell’11 febbraio 2018).

Il lembo di terra che emerge dalle acque salse della laguna possiede un suo nome, affidatogli secoli fa dalla pietà popolare, per celebrarvi le reliquie di un uomo, le cui qualità, morali e umane, lo resero santo. L’isolotto, oggi poco più di poche spanne di sabbia e terra, è quello di San Secondo.
La sua posizione avrebbe dovuto giocare a suo favore. Si staglia lungo il canale navigabile che ha collegato, e collega, la vicina San Giuliano, costa dell’entroterra veneziano, alla città lagunare; ma su di esso è caduto una sorta di maleficio della memoria. Per molti è solo un nome perduto tra i tanti disseminati tra le chiazze d’acqua della laguna veneta. Chi non conosce o non ha sentito parlare, nel bene come nel male, di San Clemente o di San Servolo – luoghi nei quali si testarono i rudimenti della scienza psichiatrica – della Certosa, il cui monastero divenne un faro culturale; o Torcello, punto d’arrivo di molti turisti, dove è possibile respirare l’aria dei secoli. E sono solo degli esempi tra i molti. Per altri, ancora un semplice scherzo della natura. Punto e basta.

Il maleficio appare ripetersi ogni santo giorno. Migliaia di pendolari e turisti vi passano accanto, mentre percorrono il Ponte della Libertà – i quattro chilometri arcuati che collegano il centro storico alla terraferma -, ma nessuno sembra badare all’ammasso inestricabile di arbusti e alberi, che si mostra a qualche centinaio di metri.

Eppure il monastero, sorto sull’isola di San Secondo possiede una lunga storia, la cui dignità è pari a quella delle altre isole più famose. Purtroppo, le memorie archivistiche del monastero si sono per lo più perse; e ciò si deve imputare alle diverse distruzioni e vari rifacimenti in cui incorse e, principalmente, alla soppressione nel periodo napoleonico. Inoltre, i pochissimi documenti non permettono di completare o, nel caso, rettificare le notizie sulla storia del monastero, scritte dai diversi storici.

Secondo un brano di poche righe, nel 1034 la nobile famiglia dei Baffo, originaria dell’isola di Cipro e che nel futuro avrà sempre un occhio di riguardo verso le istanze del clero, colpita dalla posizione strategica dell’isola e dalla vicinanza di un’edicola dedicata a Sant’Erasmo, fece costruire a sue spese il primo nucleo di un monastero, che sarà affidato a delle monache benedettine (M. Francesco Sansovino, Venetia. Città nobilissima et singolare, 1581, p.), dandogli un’impronta aristocratica, accogliendo, fin dai tempi più antichi, monache appartenenti alle più illustri famiglie veneziane. Il cenobio, che venne dedicato al Patrono dei marinai, si trovò a dare il nome alla stessa isoletta, ma poco più di due secoli dopo, nel 1237, si trovò coinvolto, suo malgrado, nel marasma del traffico di reliquie, che interessò l’Europa medioevale; e così il Santo di Formia dovette lasciare il posto al Martire di Asti, in seguito alla sua traslazione in laguna.

…come non senza miracolosi eventi si riposò portato a Vinetia a la riva di questo Sacro Tempio, fermandosi per divin volere in questa isoletta, la quale per un si riccho acquisto lasciò il nome di S. Erasmo, e si chiamò dipoi col nome di S. Secondo. Conciosia, che da la Città d’Asti per la via di Marghera portandosi a Vinetia, poi che fu gionto a questo loco, non fu mai possibile a poterlo condurre più avanti, e quanto più i marinai con remi se sforzavano di passar quest’Isola, e condursi a Venetia, dove nella Chiesa di S. Hieremia profeta dessignavano di collocare il pretioso acquisto, con tanta maggior tempesta e fortuna gli si faceva incontro l’adirato mare, e l’aria piena de lampi e tuoni, con si horribile aspetto gli si opponeva, che i Remorchianti furono astretti a lasciare la Barcha in potestà del Mare, il quale placandosi, con serena fronte a la riva di quest’Isola miracolosamente la ridosse” (Domenico Codagli, Historia dell’isola e monasterio di San Secondo, pp. 54-55). Peraltro, l’autore della monografia si cura di trascrivere un epitaffio che si leggeva in prossimità dell’altare (Domenico Codagli, op. cit. p. 61):

“SERENISSIMO IACOBO THEVPOLO VENETIARUM PRINCIPE IMPERANTE, HIC CIVITATEM PEDEMONTANAM ASTA NVUNCPATAM OBSIDIONE ATQVE ARMORVM VI CEPIT, DEPREDAVIT, PENEQUE DESTRVXIT: CORPVS SANCTI SECVUNDI EX EA ABSTVLIT, VENETIA ASQUE IN INSVLA SANCTI ERASMI NON SINE QVIBUSDAM PRODIGIIS COELO DIVINITVS OSTENSIS COLLOCAVIT. ANNO DOMINI. M.CCXXXVII”.

Quindi, durante la guerra contro Federico II, che vide le mura delle città italiane insanguinarsi per le lotte fratricide tra guelfi e ghibellini, Giovanni, figlio del doge Giacomo Tiepolo, s’impadronì di molte delle piazze rimaste fedeli all’imperatore; e tra esse la capitale dell’antica Astesana, la città di Asti, dalla cui cattedrale fece trafugare il corpo di San Secondo, il patrono cittadino, e lo inviò a Venezia.

Quasi simile la versione riportata dallo storico Flaminio Corner, informandoci che “un’antica tavoletta appesa presso l’altare del santo ci palesa, che sotto il doge Giacomo Tiepolo nell’anno 1237, essendo stata assediata ed espugnata la città d’Asti ne fu da essa tratto il corpo di san Secondo, ed a Venezia condotto fu riposto nella chiesa di s. Erasmo, che quel momento venne chiamata chiesa di sant’ Erasmo e Secondo” (Flaminio Corner, Notizia storiche delle chiese e monasteri di Venezia e Torcello, Padova, MCVVLVIII, p. 276). Lo storico veneziano si preoccupa di rendere testimonianza di un’altra versione del trafugamento. “In altra forma però viene raccontato il furto del sacro corpo da una vecchia carta pergamena, che tutt’ora esiste nell’Archivio del Monastero dei Santi Cosma e Damiano a Venezia. Il corpo di San Secondo chiuso in un’arca di piombo giacque per trecento anni sotto terra, da dove per divina ispirazione levato, fu con solennità esposto. Accadde che poi alquanti mercanti veneti giunsero in Asti, ove con danari corruppero la famiglia dei Venturi numerosa di gente, ed alcuni di essi furtivamente tolto il sacro corpo lo consegnarono ai mercanti. Castigò Iddio l’empietà di quella famiglia, in cui entrata la morte li ridusse in poco tempo al ristretto numero di nove, perché nascendone uno, ne moriva un altro. Frattanto i veneziani ottenuto il venerabile corpo, determinarono di collocarlo nella Chiesa di San Geremia; ma non potendo ivi far approdar la loro barca, la lasciarono alla discrezione dell’acqua, che tosto li condusse all’isola, ove sta il monastero di Sant’Erasmo, uffiziato da monache” (Flaminio Corner, op. citata, p. 274). Tuttavia, nel 1471, a Venezia si procedette alla visione dei sacri resti, che incrinò la certezza veneziana di custodire il corpo del martire. La testa si presentava attaccata al busto, in pieno contrasto con quanto fissato dai canoni della tradizione e dagli Atti dei Martiri, che descrissero il suo martirio mediante decapitazione. La “Vita del glorioso martire S. Secondo”, scritta in forma anonima nel 1823, ingarbuglia ancor più l’intera faccenda, poiché ricorda: “Nel 1212 essendo Vescovo Monsignor Guidetto venne in pensiere ai Canonici della Collegiata di visitare il Corpo di S. Secondo, i quali di notte tempo in compagnia d’alcuni scelti cittadini si portarono nello scurolo sotterraneo … ove era stato riposto … il Corpo di S. Secondo, ruppero il muro, ed aprirono la cassa, che visitarono attentamente, e rimasti assicurati, ridussero il tutto nel pristino stato. Il seguente giorno molte donne divote solite portarsi nello scurolo a pregare, osservando il muro di recente riparato, sospettarono, che fosse stato rubato il Corpo del Santo, ed uscite di Chiesa spargendo la voce, corse la fama per tutta la Città, che veramente ne fosse stato involato il Corpo di S. Secondo, e trasportato a Venezia. Per sedare intanto il tumulto degli Astesi l’accennato Vescovo Guidetto portatosi nello scurolo in compagnia di alcuni Canonici della Collegiata… fece riaprire la Tomba, e constare al popolo, che lo sparsosi rumore era falsa, del che ne fa testimonianza la presente iscrizione esistente nel Duomo accanto alla porta maggiore”.

GVIDETVS EPISCOPVS
AD OBYCIENDAM VELVT MENDACIVM
FAMAE CLAMORIBVS MOERORI ASTENSIVM
S. SECVNDI CORPORIS
FVRTIVAN VENETIAS DELATIONEM
CANONICIS ET CLERICIS ASSOCIATVS
SACRVM CORPVS IN TVRRI QVAESITVM
INTER BINA MARMOREA MONVMENTA
IN PLVMBEA CAPSVLA INTEGRVM
ADINVENTVM VIDIT OSTENDIT
POST PVBLICI ACTVS STIPVLATIONEM
INTERVM CLAVSIT
MIRABILIS TAMEN IN SVO MARTIRE DEVS
NE CVM CORPORE LATERENT ET MERITA
QVAMPLVRIMIS MIRACVLIS
QVANTAM SPEM ET VENERATIONEM
TANTO PROTECTORI ASTA DEBEAT INDIXIT
ANNO MCCXII

Nonostante le asserzioni del Codagli, non vi è alcun documento, memoria o quant’altro che possa suffragare quanto scritto e d’altra parte vertono gravi dubbi sull’episodio legato all’assedio di Asti, tanto da considerarlo un vero e proprio falso storico, magari costruito ad arte per nascondere qualcosa di meno nobile e guerresco. La stessa vicenda del trafugamento è sospetta. A parte le evidenti incoerenze, sono troppe le similitudini con quello di San Marco per essere genuina.
La contraddizione si superò secoli dopo con l’erudito Ferdinando Ughelli, che conciliò le pretese delle due, sostenendo che ad Asti si conservava il corpo di San Secondo martire, mentre a Venezia si custodiva quello di San Secondo confessore e vescovo di Asti (Italia Sacra, Volume IV, 1653), attestando così, tra le righe, che i Veneziani si erano comunque resi responsabili di un trafugamento.

Jacopo_De_Barbari_San_Secondo_1500
Jacopo De’ Barbari, Venetie MD, isola di San Secondo

Fin dai primi secoli di vita, il monastero di San Secondo ebbe molti rapporti con le autorità ecclesiastiche superiori, tanto che poté giovarsi di numerose concessioni di indulgenze, nonché da esazioni da decime e da altre imposizioni fiscali ecclesiastiche. Il suo patrimonio, per lo più amministrato per il mantenimento del clero e per le necessità del monastero, si basava su terreni e vigneti, alcuni dei quali a Chioggia e a Cividale del Friuli. Il patrimonio immobiliare, pur con naturali variazioni, dovette rimanere nel suo complesso inalterato fino alle confische, avvenute con la sua estinzione.

Come avvenuto per altri monasteri veneziani, anche San Secondo conobbe il problema, che ricorre in tutto il corso della storia di Venezia e trova giustificazione nella consuetudine di monacare le ragazze per non frazionare i patrimoni: “sul finire del XV secolo era arrivato lo sconcerto non solo dell’osservanza, ma del costume a tal segno, che nelle monache altro più di religioso non si vedeva, che l’abito esteriore, ed il nome” (Flaminio Corner, op. citata, p.277).

La comunità delle Benedettine si trovarono obbligate a trasferirsi nel 1529 alla Giudecca per ordine del papa Clemente VII, mentre il loro monastero venne soppresso. Nel 1535, il Senato veneziano, tornato proprietario dell’isola, la consegnò all’ordine domenicano. Mentre i Domenicani si apprestano al restauro degli edifici dell’isola, “un certo prete, che dalle monache nella loro partenza era stato lasciato alla custodia della chiesa, disperato di dover abbandonare un’abitazione, a cui aveva preso amore, con risoluzione diabolica attaccò fuoco al tetto del monastero, che per la sua vecchiezza in breve tempo d’ora restò consunto; e passate le fiamme a devastare la chiesa, tosto chè si avvicinarono alla cappella, in cui si conservava il sacro deposito di San Secondo, quasi che ne venerassero la santità, retrocessero, e ritornarono ai chiostri, ove restarono estinte” (Flaminio Corner, op. citata, p. 279).

Tironi_San_Secondo
A. Sandi da F. Tironi, l’isola di San Secondo

Nel corso della grande peste del 1576, l’isola e i suoi edifici furono destinati alla cura degli appestati. Alla cessazione del flagello, ritornò ai Domenicani, ma le condizioni erano tali che si considerò di ridursi al monastero di San Domenico a Venezia, portandosi via il corpo di San Secondo.
Il Senato, invece, impose il risanamento dell’isola e la ricostruzione degli edifici, i quali dovevano sopportare nel futuro altri incendi, come quello ricordato dallo storico Emmanuele Antonio Cicogna: “Alli 11 giugno 1775 un fulmine danneggiò notabilmente nell’esterno e nell’interno la torricella ove conservavansi 395 barili di polvere e per grazia della Beata Vergine del Rosario e intercessione del glorioso martire San Secondo furono preservati i religiosi, l’isola e la città” ( Delle Iscrizioni Veneziane). Dopo il terribile incendio, scoppiato nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1569, nell’Arsenale, che provocò lo scoppio dei barili di polvere pirica ammassati nei magazzini, distruggendo intere galere e gli edifici interni ed esterni; il Senato dispose che la polvere fosse posta in determinate “torreselle”, costruite sulle isole limitrofe a Venezia. Tra queste vi era San Secondo.

L’aver spostato le monache, affidando le cure del convento ai Domenicani, sembrò non dare i frutti sperati. Lo stile di vita del cenobio risulta ancora una volta rilassato e attento alle gioie goderecce. Per favorire l’osservanza, il convento venne assegnato alla provincia romana e non alle province domenicane dell’Italia settentrionale; e questo fino al 1641, allorché San Secondo entrò nella nuova provincia di San Domenico di Venezia.
Finalmente, nel 1660, il convento di San Secondo passa al vero regime di osservanza, grazie anche all’ambiente politico della Serenissima, che spingeva affinché fosse realizzata la riforma domenicana. L’isola si pose a capo di quelle comunità, il cui stile di vita regolare era garantito da apposite norme giuridiche. Il passaggio risultò decisivo, poiché diede l’avvio alla seconda grande riforma dell’ordine domenicano in terra veneta; e questo grazie anche alle due grandi personalità, che si fecero promotori, ovvero il napoletano padre Basilio Pica, che portò la riforma effettuata nel goriziano, e il frate veneziano Girolamo Piccini.

Durante gli anni terribili della peste del 1630/1631, il suolo dell’isola non vide alcun ammalato, poiché si pensò di farvi dimorare i membri della famiglia dell’ambasciatore francese, già provata da numerosi decessi; mentre, anni più tardi, nel 1686, divenne il collegio per i chierici dell’osservanza domenicana. Erano gli ultimi sprazzi dell’antica vocazione religiosa dell’isola, divenendo anni dopo l’ultimo baluardo fortificato della cadente Serenissima.
Nel 1824 la chiesa venne demolita fino alle fondamenta, mentre gli altri edifici furono riadattati alla nuova funzione militare. L’isola divenne un forte di forma ottagonale con gola aperta e una guarnigione di poco meno di 200 uomini, predisposto alla protezione di Venezia. Il corpo di San Secondo e alcune opere d’arte furono messe al sicuro nella chiesa dei Gesuati, mentre la pala dell’altare maggiore fu sistemata nella chiesa dello Spirito Santo alle Zattere. Bene o male la destinazione militare venne meno negli anni quaranta del Novecento e l’isola fu utilizzata per l’allevamento di animali da cortile e per l’agricoltura orticola, fino ad essere del tutto abbandonata negli anni Sessanta.

Foto_aerea
Foto aerea dell’isola di San Secondo, tratta dal web

Oggi, passandoci accanto, appare una cosa fuori dal mondo solo pensare che secoli addietro un uomo gli abbia dedicato una poesia. Eppure…

Cinta da l’Acque, hor placid’,
hor sonanti,
Un’isoletta sorge, ei se ritiene
Alme fide, di Dio Sacre Sirene,
C’hanno effetti, pensier, costumi santi.
Qui s’erge un Tempio, e poggierà sì inanti,
Un giorno ancor, fra queste salse arene,
Pietro per te, che dall’occulte vene
De monti, qui trarai marmi prestanti.
Ond’eì s’additerà per meraviglia,
Haurà di Paro i marmi, e i Fregi d’oro,
Colonne, Archi, Rotonde, egregi Altari.
E’ molto ciò che fai, ma il più prepari,
Grato a Secondo sia l’altro lavoro,
Che t’inspira, t’aita, e ti consiglia.

Venezia, Fondamenta Burchielle 393, scultura di putto angelico

 

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PUTTO ANGELICO SORGENTE IN PIETRA D’ISTRIA DEL XV SECOLO CHE MOSTRA AI FEDELI L’EMBLEMA AGOSTINIANO – SACRO CUORE E MONOGRAMMA EUCARISTICO – IL MANUFATTO E’ ALTO 70 CM (LA STATUA E’ DI 50 CM) E RECA INCISO NELLA MENSOLA: VISITA DOMINE HABITATIONES ISTAS. NON SI ESCLUDE LA PROVENIENZA DALLA VICINA CHIESA DEDICATA A S. ANDREA IN ZIRADA.

 

Pax tibi, Marce, evangelista meus, hic requiescat corpus tuum. Venezia e il sogno di San Marco

Di san Marco non si conoscono che pochi dati sicuri, per lo più desunti dai testi degli Atti degli Apostoli e delle Lettere apostoliche. Nato a Cipro, o in Palestina intorno al 20 d.C., Marco discendeva da una famiglia sacerdotale di Gerusalemme e si sa che era cugino del levita cipriota Barnaba (Lettera ai Colossesi 4,10). Il primo ricordo su Marco avviene con la liberazione di Pietro dalla prigione di Erode: “Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera” (Atti 12, 12). Quindi Marco possedeva due nomi: uno gentile ed uno ebreo, Giovanni. Un episodio riportato dal suo Vangelo fa ritenere che egli abbia avuto modo di conoscere Gesù: “Un giovinetto però lo seguiva, rivestito soltanto da un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo” (Marco, 14, 1.51.52). Marco fu compagno di Barnaba e Paolo nella prima missione apostolica nell’isola di Cipro, ma si separa presto da Paolo, che non prende bene questo abbandono. Gli Atti degli Apostoli riferiscono che in seguito Paolo si dichiarò contrario a che Marco partecipasse ad un ulteriore viaggio (Atti, 13, 13). Barnaba che prese le difese del cugino, si separò da Paolo e partirono per Cipro (Atti 15,37.41). Marco, successivamente, figura nella cerchia di Pietro, a Roma.
Operò a Roma e finì coll’essere ripreso da Paolo: “Affrettati a venire da me al più presto…Solo Luca è con me. Prendi Marco e conducilo con te perché mi è utile per il ministero” (II a Timoteo 4,9 – 11).
La tradizione che gli attribuisce il secondo dei Vangeli sinottici è attendibile e risulta essere il più antico resoconto giunto sulla vita di Gesù, anche se non riporta genealogie; tanto meno i racconti sulla nascita e dell’infanzia di Gesù.
Esso comincia direttamente con il ministero di Giovanni Battista, il battesimo e le tentazioni di Gesù. Stando alla testimonianza del padre della Chiesa Clemente di Alessandria, vissuto nel III secolo, il Vangelo di Marco sarebbe stato redatto a Roma tra il 63 e il 64 d. C.. Il testo si compone di sedici capitoli, i primi otto dei quali s’imperniano sui miracoli di Gesù, mentre i rimanenti, indugiano sui discorsi del Maestro, sulla sua Passione e sulla sua Morte.
Il Vangelo fu redatto per lettori non ebrei. La lingua adoperata, greco ellenistico – secondo la parlata popolare – e lo stile vivace e spigliato, lo rendono immediato nelle espressioni e nelle immagini, quindi leggibile da un’ampia comunità; e, forse, rispecchiava la catechesi di Pietro. A Roma “i fedeli che ascoltavano la predicazione di Pietro pregarono Marco di metterla per iscritto per serbarne perpetua memoria: cosicché questi fedelmente scrisse quanto aveva ascoltato dalla bocca di Pietro. Pietro esaminò con cura lo scritto del suo discepolo e trovandolo in tutto conforme a verità lo approvò e permise che fosse diffuso tra i fedeli” (Jacopo da Varagine, Leggenda Aurea, cap. 59).
La tradizione ecclesiastica, sulla sorta della testimonianza di Eusebio, storico della chiesa, fa risalire la leggendaria fondazione della Chiesa alessandrina all’Evangelista, divenendone il primo vescovo. Dopo un periodo di assenza, vi sarebbe morto martire, legato e trascinato per le strade della città fino a morirne.
Il corpo di Marco fu deposto all’interno di un sepolcro nei pressi della località di Bucoli, un villaggio sulle rive del mare vicino ad Alessandria, che a partire dal III° secolo divenne un vero e proprio Martyrion – chiesa sulla tomba di un martire – tra i più venerati del mondo cristiano e una delle mete privilegiate dei pellegrinaggi.
Intorno all’VIII° secolo fiorì una leggenda, secondo la quale Marco, su incarico di Pietro, avrebbe creato anche il vescovado di Aquileia, investendo Ermagora (un cristiano della prima ora), quale primo vescovo, prima di rimettersi in viaggio per Alessandria.
Pietro…vedendolo costante nella fede lo mandò ad Aquileia dove Marco predicò la parola di Cristo ottenendo innumerevoli conversioni; si conserva ancora oggi nella chiesa di Aquileia con somma devozione un Vangelo che si dice scritto dalla mano stessa di Marco. Costui in seguito condusse a Roma un cittadino di Aquileia, Ermagora, da lui stesso convertito e Pietro lo consacrò vescovo della città. Ermagora fu ottimo vescovo; infine, imprigionato dagli infedeli, coronò la propria vita al martirio (Jacopo da Varagine, Leggenda Aurea, p. 272).
Andrea Dandolo, nella sua Chronica del 1350, racconta che, nel corso del viaggio verso Roma, Marco ed Ermagora furono sorpresi da una terribile tempesta. Rifugiati in quello che sarebbe divenuto il bacino di San Marco, i due aspettarono che il tempo desse tregua. Nel frattempo, un angelo apparve a Marco. Gli predisse che il suolo calpestato dai suoi piedi avrebbe dato vita ad una grande città con un grande tempio, nel quale si sarebbe conservato il suo corpo: Pax tibi Marce evangelista meus; Hic requiescet corpus tuum, affinché fosse venerato da tutto il mondo cristiano.
Nel Medioevo, come d’altra parte per tutti i resti sacri della cristianità, vere o presunte, le reliquie di Marco assunsero un ruolo politico di non trascurabile importanza, soprattutto nel grande contrasto, che vide fronteggiarsi il patriarcato di Aquileia con Grado e Venezia.
I Veneziani, minacciati dall’accerchiamento dei Franchi e dal patriarcato di Aquileia e dalla mal tollerata linea subordinata verso Costantinopoli, idearono un vero e proprio blitz, che avrebbe provocato l’indipendenza ecclesiastica dello stato lagunare, malgrado il sinodo provinciale dell’827, avvenuto a Mantova, dove i vescovi di Belluno, Brescia, Ceneda, Cittanova d’Istria, Concordia, Feltre, Padova, Pédena, Pola, Trento e Trieste espressero il proprio omaggio devoto alla chiesa madre di Aquileia, attestando la propria identità nelle radici e nella storia del Patriarcato di Aquileia, che si rifacevano a San Marco stesso. Pertanto, chi avesse avuto la possibilità di esibire le reliquie dell’Evangelista, avrebbe potuto avanzare più di una pretesa sulla successione ecclesiastica, la cui legittimità non avrebbe trovato alcun contrasto. Venezia lo capì bene e diede il via alla Translatio Sancti Marci, ovvero alla traslazione o al trafugamento dei resti di San Marco.
La Translatio ebbe luogo tra l’827 e l’828, durante il dogado di Giustiniano Partecipazio; e il suo resoconto, o meglio, la sua leggenda si fonda per lo più sulle opere di Giovanni Diacono (Chronica) e di Andrea Dandolo (Chronica per extensum descripta). Il testo presenta delle sequenze ben definite. La prima, è riassumibile nel pericolo dei Saraceni, che ormai sono un vero pericolo per tutte le terre affacciate sul Mediterraneo, compresa l’antica Alessandria, dove giace il corpo di San Marco. L’empietà del principe saraceno che voleva costruire la propria reggia, utilizzando i marmi e le colonne delle chiese d’Alessandria, costrinse i “Veneticis negotiatoribus” ad intervenire. Bono di Malamocco e Rustico di Torcello, tra l’altro devotissimi del santo, erano stati spinti, loro malgrado, ad Alessandria da venti impetuosi.
I Veneziani convincono i locali monaci ad aprire il sepolcro di Marco. Il corpo era “undique circumdatum clamide syrico et positum resupinum, habens e capite usque ad pedes sigilla imposita per ea loca quibus ora eiusdem clamidis desuper iungebatur (Mc Cleary, Note storiche ed archeologiche sul testo della “Translatio sancti Marci, pp. 255, nn. 14-19).
Dopo di che, scambiato il corpo di Marco con quello di una santa – santa Claudia –, lo pongono in una sacca, ricoprendolo di “carnes porcinas”, provocando lo sgomento delle guardie daziarie saracene, che scapparono all’istante, sputando e urlando “canzir canzir”, ovvero “porco porco”, senza che guardassero che cosa effettivamente vi fosse dentro. Aiutati da eventi miracolosi, i veneziani e i monaci, autori manuali del trafugamento e degni testimoni – per l’eventuale incredulo – dell’autenticità della reliquia, s’imbarcarono con rotta verso la città lagunare. Arrivati a Venezia, il corpo di Marco fu accolto dal vescovo di Olivolo, Orso, ma fu conservato dal duca “in cenaculi loco qui apud eius palatium usque ad presens tempus monstratur” (Mc Cl. P. 26,1 nn 6-7).
In Andrea Dandolo, infatti, si legge in sommi capi:
“Nel secondo anno del doge Giustiniano il corpo di San Marco Evangelista fu recato da Alessandria d’Egitto a Venezia. Le cose andarono come segue. Il califfo dei saraceni aveva disposto l’erezione d’un magnifico palazzo in Alessandria, e poiché mancava il materiale di costruzione necessario allo scopo, fu dato l’ordine di rimuovere dalle chiese cristiane d’Egitto le colonne di marmo e metterle a disposizione della nuova fabbrica. L’ordine suscitò orrore e disperazione fra il clero egiziano. Proprio in quell’epoca si trovavano in Alessandria due eminenti personalità dedite al grosso commercio, i tribuni Bono di Malamocco e Rustico di Torcello, che, nonostante il divieto emanato da qualche anno, avevano attraccato con tre navi cariche d’ogni bendiddio nel porto di Alessandria, dove li aveva spinti una forte burrasca. Durante il soggiorno egiziano gli equipaggi facevano abitualmente le loro devozioni nella chiesa di San Marco, in cui era custodito il corpo di quest’ultimo. Un giorno si recarono nella chiesa anche Bono e Rustico, e vi trovarono due uomini di chiesa, il monaco Stauracio e il presbitero Teodoro, entrambi greci, in grande ambascia; ne chiesero loro la causa e vennero a sapere dell’ordine del califfo.
Allora dissero i veneziani: “Il prezioso tesoro che avete nella vostra chiesa è in gran pericolo d’esser profanato e malamente adoperato dai Saraceni. Consegnatolo a noi, e noi sapremo fargli l’onore che esso merita. Né la riconoscenza del nostro Doge mancherà di recarvi gran frutto”.
Persuasi dalle argomentazioni dei veneziani, i due ecclesiastici finirono coll’acconsentire; ma per prima cosa era necessario eludere la sorveglianza tanto dei cristiani d’Alessandria quanto dei doganieri saraceni. I cristiani furono imbrogliati dall’astuzia dei veneziani e dei loro due compari greci, che nella tomba dell’evangelista deposero il corpo di un altro santo, mentre i doganieri furono ingannati ponendo al sommo della cassa contenenti le sacre reliquie prosciutti e altra carne suina, cioè, com’è noto, cose che facevano orrore ai Saraceni come pure agli Ebrei. Allorché, nella stazione di dogana, fu aperta la cassa, i funzionari si misero a urlare: “canzir, canzir!(maiale)”, parola che esprime certamente ripugnanza e orrore, e senz’altro autorizzarono il carico. Bono e Rustico recarono felicemente il loro tesoro a Venezia.
In altri racconti la storia della traslazione viene arricchita con motivi più meravigliosi e drammatici; con delle varianti notevoli, quali il costo del trafugamento fissato a cinquanta zecchini o la rimozione del corpo dal sarcofago.
Durante il viaggio di ritorno, grazie all’intervento di San Marco, le navi veneziane poterono arrivare a Venezia, sfuggendo alle numerose tempeste, che erano imperversate sul mare, o alla rabbia diabolica del demonio.
“Durante la navigazione i mercanti rivelarono all’equipaggio di un altro battello che stavano trasportando a Venezia il corpo di San Marco. Disse uno dei marinai: “Può darsi che gli egiziani vi abbiano dato un corpo qualsiasi invece che quello di San Marco”. Ma ecco che la nave che portava le sacre reliquie, con meravigliosa velocità si diresse contro la nave dove si trovava il predetto marinaio, la colpì nel fianco e certamente l’avrebbe fatta a pezzi se tutti i marinai non avessero unanimemente esclamato di credere che si trattava del vero corpo di San Marco. Poco dopo, durante una tempesta, mentre la nave correva nell’oscurità e i naviganti avevano perduta la giusta direzione San Marco apparve ad un monaco preposto alla sua custodia del suo corpo e gli disse: “Dì a questi naviganti che abbassino le vele perché la terra è vicina!”. I naviganti abbassarono le vele e, al far del giorno, si videro vicini ad un’isola…Un marinaio incredulo fu afferrato e tormentato da un demone fino a che, in presenza del santo corpo, non dichiarò la sua fede. Una volta liberato dallo spirito immondo il marinaio ringraziò Iddio ed ebbe grande venerazione per San Marco (Jacopo da Varagine, op. citata).
Nella facile fase di attracco a Olivolo, sede del vescovo di Rialto, i nocchieri non riuscivano a toccare terra. Sembrava che fosse lo stesso Evangelista a non volerlo, per cui si mossero alla volta della residenza del doge. Qui accolti dal giubilo del popolo, le reliquie furono consegnate a Giovanni Partecipazio. Il quale, dopo aver assolto i due rei di aver commerciato con i saraceni, fece riporre i resti di Marco all’interno della sua residenza. Il diacono Giovanni narra che il Doge “fece allestire in un angolo del suo palazzo una cappella in cui sistemò le spoglie di san Marco, in attesa che fosse costruita una chiesa apposita. Sennonchè la morte, sopravvenuta di lì a poco, gl’impedì di recare a termine la chiesa in questione”.
Il primo canonico, con prerogative episcopali, fu incaricato allo stesso monaco alessandrino Stauracio, che aveva aiutato i veneziani nel trafugare le reliquie e, dall’altro, rimaneva sempre un autorevole testimone dell’autenticità delle reliquie.
Ad esser certosini, nel resoconto offerto dalla “translatio” di storico vi è ben poco.
Di certo si può dire che durante il dogado di Partecipazio, dei veneziani trafugarono delle reliquie da Alessandria, che gli stessi vollero identificare in quelle dell’Evangelista. La cosa importante consisteva nel fatto che tutti credessero che a Venezia vi fossero i resti di Marco, che avrebbe sostituito il patrono San Teodoro, santo greco. Il fatto poi che la sacra reliquia sia stata custodita dal doge e non dal vescovo fa ipotizzare che il trafugamento altro non sia stato che ordinato dallo stesso doge; e tale lettura viene avvalorata dal testamento di Partecipazio, che affidava alla moglie Felicita il compito di edificare una basilica a san Marco, nell’area di San Zaccaria.
De corpus vero beati Marc(ci Felicita), uxori mee, (volo) ut hedificat basilicam ad suum honorem infra teritorio Sancti Zacharie (SS: Ilario e Benedetto e S. Gregorio, a cura di L. Lanfranchi – B. Strina, Venezia 1965, pp. 17-24). Ancora, si legge: De petra, que habemus in Equilo, compleatur hedifficia monasterii Sancti Illarii. Quicquid exinde remanserit de lapidus et quicquid circa hanc…iacet et de casa Theophilato de Torcello hedifficetur baxilicha beati Marci Evangeliste, sicut supra imperavimus.
Il testamento di Partecipazio appare, quindi, quale naturale epilogo della trama voluta dalla “translatio sancti Marci”, che, attraverso quadri ben definiti, associa l’Evangelista al ducato rivoaltino.
Giovanni Partecipazio I, successore e fratello di Giustiniano, intraprese nell’829 i lavori della basilica nell’area della basilica attuale e, forse, già nel 836 poteva dirsi completata in larga misura. Nello stesso anno, le reliquie furono poste al suo interno e, cosa determinante, la chiesa non servì da cattedrale per il vescovo, ma da cappella del doge, ovvero come tempio di Stato.
Il potere del doge, infatti, derivava da Dio tramite l’evangelista Marco, come dimostrano le insegne di cui si fregiava: la spada, la sella e il baculus (A. Pertusi, Quedam regalia insignia, Ricerche sulle insegne del potere ducale a Venezia durante il Medioevo, in “Studi Veneziani”, VII, 1965, pp. 3-123).
“Il corpo del santo fu collocato in una colonna di marmo ed il luogo della sepoltura fu rivelato a pochi; ora accadde che, morte queste poche persone, non si sapeva più dove fosse sì prezioso tesoro (Jacopo da Varagine, op. citata); e dopo l’incendio che aveva distrutto la basilica di San Marco nel 976, le reliquie dell’Evangelista si persero. Nel 1094, in coincidenza con l’inaugurazione del nuovo tempio sul modello dell’Apostolion di Costantinopoli, grande era “il pianto del clero e la desolazione fra il popolo: si temeva anche che il corpo dell’illustre patrono fosse stato furtivamente rapito. Fu indetto allora un solenne digiuno ed una processione ancor più solenne, ed ecco che, sotto gli occhi stupiti della folla, cominciarono a cadere le lastre marmoree della colonna ed apparve la cavità dove era stato racchiuso il corpo santo” (Jacopo da Varagine, op. citata). La miracolosa rivelatio dei resti dell’Evangelista, che furono rinvenuti nel pilastro che oggi si trova a sinistra dell’altare del sacramento, avvenne il 25 giugno; e quel giorno fu dichiarato “festa di palazzo”, a significare la gioia riconoscente dell’intero regime per ritrovato patrocinio (M: Muraro, Il pilastro del miracolo e il secondo programma dei mosaici marciani, in “Arte veneta” XXIX, 1975, pp. 60 e G. Cracco, Venezia nel Medioevo, 1986).
Da allora, San Marco l’Evangelista arrivò a identificarsi con lo spirito stesso del ducato.
Sebbene il tempo dei duchi era destinato a spegnersi a breve, tuttavia San Marco sarebbe rimasto a vegliare sulla città lagunare, fino a divenirne con il suo simbolo, il leone, l’insegna ufficiale della Repubblica.
La basilica di san Marco, eretta come una meravigliosa cappella del palazzo ducale, rimase fino al 1807 alle dipendenze del dogado.
Solo da allora assunse a ruolo di sede del Patriarcato veneziano, fino a quel momento appartenuto alla cattedrale di San Pietro di Castello.

L’isola di San Michele. Il cimitero monumentale di Venezia

Di fronte alle Fondamenta Nove, nel tratto di laguna che separa Venezia da Murano, una cortina di mura a mattoni recinge un’isola cara alla pietà dei veneziani. Si tratta di San Michele, il cimitero monumentale di Venezia.
L’isola non è sempre stata adibita a cimitero. I primi cenni, che sanno tanto di leggenda, la fanno affiorare dalla storia e dall’alterno gioco degli specchi d’acqua della laguna veneta, intorno al X secolo. Lo storico Flaminio Cornaro, nel suo “Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello” (1758), ricorda che l’isola era stata così chiamata, poiché due famiglie muranesi avevano eretto una chiesa, intitolandola all’arcangelo.
Parimenti antica, vi è un’altra antica tradizione. Essa racconta che il ravennate Romualdo di Sant’Apollinare, accompagnato dal proprio maestro spirituale Marino, fossero sbarcati “sopra un paluo apreso Muran”, durante un viaggio compiuto a Venezia. Incolta e quasi del tutto disabitata, il piccolo lembo di terra era conosciuta sotto il nome di “Cavana de Muran”, a causa dei ricoveri ricoperti di paglia, simili a capanne, usati per le imbarcazioni.
In mancanza di fatti certi, i chierici in grado di scrivere poterono abbandonarsi alla loro devota fantasia; ed ecco allora che alla mancanza di precise memorie storiche degli accadimenti di quei giorni passati da Romualdo a Venezia, supplirono le tradizioni devozionali che si proponevano di santificare e di dignificare con la presenza del ravennate uno dei più antichi monasteri della laguna. Secondo queste tradizioni, Romualdo, padre dei monaci Camaldolesi, avrebbe dato vita nell’isola ad una prima esperienza della vita eremitica.
In realtà, il racconto potrebbe nascondere un preciso avvenimento. Nella notte tra il 31 agosto e il 1 settembre del 978, il doge Pietro Orseolo I si trovò a prendere una difficile decisione, che avrebbe evitato una dura guerra contro l’imperatore Ottone II. In tutto silenzio e segretezza lasciò Venezia per ripararsi nel monastero di San Michele di Cuxà nella contea di Confluent sui Pirenei. Tra le poche persone che lo accompagnarono in quella notte, vi era Romualdo, il giovane monaco Romualdo, figlio del duca Sergio degli Onesti di Ravenna, e l’eremita Marino.
Di fatto, il primo insediamento religioso si ebbe nel 1212. I vescovi di Torcello e San Pietro di Castello fecero loro dono dell’isoletta disabitata, dove il camaldolese Lorenzo, insieme ad alcuni eremiti, diede inizio alla vita eremitica, vivendo in semplici celle. Papa Innocenzo III, il 25 settembre 1213, convalidò l’erezione canonica dell’insediamento; mentre nel 1221, il cardinale Ugolino di Segni consacrò la chiesa gotica a tre navate. Intorno al 1249, il monastero fu riformato dall’antica forma eremitica a vero e proprio cenobio.
Sotto l’abate Maffeo Gerardo, nel 1456, la struttura monastica venne in buona parte ristrutturata e sorse il campanile, in stile gotico veneziano, con qualche reminiscenza bizantina, oggi visibilmente pendente. Inoltre commissionò la realizzazione della statua, che risalta sul portale di accesso al chiostro. Riproduce l’arcangelo Michele intento a trafiggere il drago.
Anni dopo, nel 1468, l’abate Pietro Donà prese la decisione di restaurare la chiesa, dotandola di forme rinascimentali. Si incaricò il bergamasco Mauro Codussi, detto anche il Moro o Moretto, artista di grande ingegno.
La fabbrica per la parte principale durò un decennio. La facciata è tripartita attraverso quattro lesene e continuano la struttura interna a tre navate. Queste, coperte da un soffitto a cassettoni, conducono alla cappella maggiore e a due minori laterali. La maggiore è sormontata da una cupola. Subito dopo l’ingresso, appare un barco, il coro pensile monastico, che attraversa in lungo la chiesa. Percorrendo il barco si osservano delle sculture di epoca barocca, poste all’interno di nicchie, e raffigurano Santa Margherita e San Girolamo. Arrivati alla cappella maggiore, si vedono un altare barocco con tre statue: l’Arcangelo Michele, San Romualdo e San Benedetto. A fianco, nella cappella di sinistra, un altro altare di fattura barocca con un gruppo “San Romualdo portato in gloria da due angeli”.
Nella cappella della Croce si osserva un altare, barocco, con due “Angeli adoranti”, che reggono un tabernacolo vuoto. Esso conteneva una reliquia della Croce, che si ritiene essere appartenuta a Elena e a Costantino, giunta su queste acque e oggi custodita nel museo di Urbino.
Quindi la cappella Emiliani, realizzata su pianta esagonale e coperta da una cupola bianca di pietra d’Istria. Al suo interno vi sono tre altari con altrettante pale marmoree cinquecentesche ad altorilievo raffiguranti l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei pastori. E così si ebbe l’unico edificio poligonale del rinascimento a Venezia.
Il monastero, con il chiostro più grande, sorse durante il Cinquecento, anch’esso in nobili e sobrie forme.
Non potendo dedicarsi all’opera di bonifica e di messa a coltura di terre paludose, i monaci dell’isola s’indirizzarono agli studi. Nel secolo dell’Umanesimo, questo carattere prese sempre più piede, grazie alle indicazioni degli abati che si succedettero, quali il Traversari e Pietro Delfino. Peraltro, le donazioni e i tanti lasciti, nonché gli introiti diretti, permettevano al monastero una certa agiatezza, tanto che nel 1481 contava una trentina tra sacerdoti, chierici novizi e conversi.
Il monastero fu centro scrittorio, dedicato alla trascrizione dei manoscritti, divenendo un centro di pensiero e di sviluppo culturale di prima importanza. Nei suoi locali, venne realizzata un’opera figurativa tra le più importanti della cartografia veneziana: il mappamondo di Frà Mauro, databile al 1450, che contiene immagini e preziose informazioni sull’Ecumene, prima della scoperta delle Americhe. L’opera, manoscritta su fogli di pergamena e incollati a un supporto ligneo, possiede misure monumentali, dato che raggiunge una circonferenza di quasi due metri di diametro. Attualmente, il planisfero è conservato nella Biblioteca nazionale Marciana.
Nel febbraio 1971gli astronauti Shepad e Mitchell battezzarono una zona della Luna in onore di Frà Mauro.
Il monaco non fu il solo insigne uomo di cultura che San Michele produsse nel corso dei secoli.
Nel 1471, Nicolò Malerbi tradusse la Sacra Scrittura in Volgare e uscì in due volumi presso Vindelino da Spira, che appena tre anni avanti aveva introdotto l’arte tipografica a Venezia.
L’opera di Malerbi ebbe una grande fortuna con più di una trentina di edizioni, e questo, ben sessant’anni prima della versione tedesca di Lutero.
Tra il 1754 e il 1773, i monaci Giambenedetto Mittarelli e Anselmo Costadoni pubblicarono, in nove volumi in folio, gli Annales Camaldulenses Ordinis Benedicti: una storia dal 907 al 1770. Il Mittarelli redasse anche il “Bibliotheca codicum Mss. monasterii St. Michaelis de Murano cum appendice librorum 15, saeculi”, un catalogo dei codici presenti nella biblioteca di San Michele, che attesta l’importanza della raccolta prima delle dispersioni.
Un altro erudito fu Angelo Calogerà, principale compilatore della “Biblioteca universale”, compendio di molte gazzette letterarie e bibliografiche. Tuttavia, la sua opera è ricordata soprattutto per una collezione di testi, inediti e rari, di autori italiani in varie lingue: la “Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici”, pubblicata tra il 1728 e il 1757, in cinquanta tometti; e continuata poi con la “Nuova Raccolta”, che egli diresse fino al 1765. Un esplicito riconoscimento della cultura moderna.
Purtroppo, quest’ultimi rappresentarono l’ultima fioritura culturale di San Michele, prima della tempesta che si sarebbe abbattuta a breve, impersonata soprattutto dall’invasione delle truppe rivoluzionarie francesi. Ormai i giorni per il monastero camaldolese di San Michele erano contati.
Gli ultimi monaci, tra i quali il bellunese Mauro Cappellari (il futuro Gregorio XVI) e Placido Zurla, contesero con tutti i mezzi legali, per protrarre l’inevitabile. Riuscirono a salvare la Chiesa e il Monastero dalla demolizione, ma nulla poterono per contenere la depredazione del grande tesoro custodito dalla biblioteca. Dei 180.000 volumi e 36.000 codici manoscritti pochi si salvarono.
Parte di essi sono nella biblioteca di San Francesco della Vigna a Venezia. Il resto si disperse. Molti dei codici sono nelle biblioteche Nazionali di Parigi e Berlino, nella Bodleiana di Oxford, nel British Museum di Londra, a New York, a Chicago, a Leningrado.
Il complesso divenne per breve tempo un collegio per i giovani nobili veneziani. La vita del collegio, intitolato Dei Nobili, è rievocata da un poemetto, scritto da uno degli alunni, che diverrà un erudito archivista: Fabio Mutinelli.
Durante il giorno i ragazzi trascorrevano le ore tra studi e giochi, ma, alla sera, soprattutto durante le lunghe notti invernali, si radunavano nelle camerate, dove ascoltavano i rintocchi della campana, che suonava lugubremente per gli sperduti nella laguna.
Purtroppo, l’antico monastero divenne un carcere politico, probabilmente per la sua posizione in laguna, che rendeva difficile ogni evasione. I primi detenuti furono cinque bellunesi, poi le celle ospitarono i numerosi Carbonari processati a Venezia, nel 1821. Dopo essere stati inquisiti dall’Imperiale Regia Commissione Speciale, passarono da qui Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Fortunato Oroboni e altri famosi patrioti. L’ultimo prigioniero politico, nel 1859, fu don Giuseppe Fogazzaro, il prete patriota che sarà trasfigurato dal nipote Antonio Fogazzaro nel personaggio di don Flores nel romanzo Piccolo mondo moderno.
Ma a quel tempo, già da mezzo secolo, questo tratto di laguna era diventato il camposanto dei veneziani.
Il decreto napoleonico del 12 giugno 1804 aveva destinato la vicina isola di San Cristoforo della Pace, quale luogo per edificarvi il cimitero. La scelta comportò la demolizione della Chiesa e del Monastero, che avevano ospitato, prima i Bridigini, e poi gli Agostiniani. Presto, però, ci si rese conto che lo spazio era esiguo, per cui l’imperatore Francesco I ordinò di interrare il canale separante l’isola di San Cristoforo dall’isola di San Michele. Il 2 agosto 1839 ci fu la benedizione del patriarca.
Per il nuovo camposanto venne bandito un concorso: lo vinse il trevigiano Annibale Forcellini, che fece un progetto con molti punti in comune con quello di Milano. I lavori si conclusero nel 1876. A volo d’uccello è ora un grande quadrilatero, a riquadri, con una coda poco estesa, che difficilmente potrà avere ampliamenti futuri.
Oggi i cipressi dell’isola accompagnano il riposo: non solo dei veneziani, ma anche di molte persone che finirono di amare Venezia e vollero rimanervi per sempre.
Qui, infatti, vi riposano il musicista Luigi Nono, gli storici Giulio Lorenzetti e Pompeo Molmenti; gli scrittori Carlo e Gasparo Gozzi; l’attore Cesco Baseggio; i pittori Virgilio Guidi, Emilio Vedova e Mario De Luigi; i compositori Ermanno Wolf Ferrari e Igor Stravinskij; i poeti Josif A. Bodskij e Ezra L. Pound, lo scienziato Christian Doppler.
Anche la loro presenza aiuta a perpetrarne l’eternità.
Interessante risulta essere una visita accurata per scoprire, passo dopo passo, dove questi personaggi famosi sono stati collocati e riposano per l’eternità.

I trafugatori delle sacre spoglie di santa Lucia, un mistero moderno

Qualche sera fa, aiutato dai fiocchi di neve che stavano imbiancando il mio paese, mi sono trovato a decidere su come trascorrere le ore prima della fatidica mezzanotte. Uscire, difficile.
Sembra che una buona parte delle persone che non guidano, aspettino con pazienza metodica i rigori più estremi per mettersi al volante. Un vero mistero. Dall’altra, l’atmosfera natalizia prossima ventura mi suggeriva dei momenti di coccolaggine. Si lo so. Non esiste un tale vocabolo nel lessico italiano, ma è quel “neologismo” – con buona pace dell’Accademia della Crusca – che più si avvicina alla descrizione verbale del godimento della casa e delle proprie cose. Così, dopo vari tentennamenti, mi sono ritrovato a guardare la libreria, i tanti dorsi erano invitanti, ma nessuno da costringermi ad alzarmi dal divano.
Poi mi sono ricordato che a breve sarebbe caduta la ricorrenza di Santa Lucia. Bene, sapevo cosa avrei fatto nelle prossime ore. Dopo di che, mi sono messo di buona lena a scartabellare i fascicoli, contenenti un po’ di tutto: dall’esperienze di viaggio, di lavoro e tante bozze, che aspettano pazientemente una prima revisione. Chissà che prima o poi riesca nell’intento.
Trovata la cartella, relativa alla giovane martire siracusana, mi sono capitati tra le mani vecchi articoli di giornali, per lo più locali, che riportavano la notizia del trafugamento delle spoglie, avvenuto il 7 novembre del 1981. Li avevo ritagliati con cura, perché molti degli attori- non i trafugatori, s’intende – che avevano calcato la scena di quei drammatici momenti, li conoscevo. Uno era un familiare, e altri, come se lo fossero stati, data la loro frequentazione della casa del nonno.
Come allora, anche oggi, la vicenda mi incuriosisce, soprattutto per i buchi neri presenti. Per quanto possa apparire assurdo, non si è ancora in possesso di una verità storica – almeno così si dice –; non sono stati identificati gli esecutori, gli organizzatori e i mandanti del trafugamento, come non è del tutto chiaro il modo in cui gli inquirenti siano riusciti a recuperare il corpo.
Era un sabato, quel 7 novembre 1981. Intorno alle otto di sera, il parroco di San Geremia, a Venezia, si era avvicinato ad una coppia, che aveva trascorso molto tempo in preghiera davanti all’urna, contenente le spoglie di santa Lucia. Si trattava di due giovani sposi pugliesi in viaggio di nozze a Venezia. Devoti alla Santa, ne avevano approfittato per renderle i dovuti ringraziamenti per le grazie ottenute.
Don Angelo Manzato, il sacerdote, li avvertì che si era fatto tardi e tutti insieme si avviarono verso l’uscita. Pochi passi, ed un ragazzo comparve dal nulla. Impugnava un’arma da fuoco e, senza alcun scrupolo, la puntò dritta nella faccia spaventata di don Angelo.
Con un tono di voce, che non tradiva alcun dialetto, il ragazzo intimò ai tre di stendersi con la faccia rivolta a terra, minacciandoli di ucciderli se avessero solo mosso un muscolo del corpo. Il sacerdote tentò di intavolare qualche parola, ma ottenne il risultato opposto. Il delinquente inveì contro, dicendogli che se avesse proferita una parola ancora, avrebbe sparato alla donna.
Dei passi tradirono un’altra presenza. Un altro giovane che correva in direzione dell’urna di santa Lucia. Appena gli fu davanti, tentò di spaccare il doppio vetro, che proteggeva la parte posteriore del corpo. Riuscì solo ad incrinarlo. Nulla più. Fece un paio di passi in avanti e infranse con un colpo singolo la parte anteriore, non protetta adeguatamente. Come se fosse un fagotto senza importanza, estrasse il corpo a mani nude, ma nella violenza del gesto la testa, protetta dalla maschera, rotolò nella parte posteriore dell’urna ancora integra. Dopo aver imprecato, il giovane depose in tutta fretta il corpo in un sacco di nylon e, solo allora, i due trafugatori si diedero alla fuga, uscendo dalla porta principale, quella che dà sul Campo San Geremia.
Era bastata una manciata di minuti per trafugare le spoglie di Santa Lucia.
Uno dei parrocchiani, che era solito passare le ore serali con il parroco, vide tutto e appena poté si precipitò in canonica e telefonò alla polizia. Immediatamente, furono istituiti posti di blocco in terraferma, mentre le lance ispezionarono ogni barca in navigazione lungo i canali di Venezia. Tutti gli accorgimenti risultarono inutili. Dei delinquenti si era persa ogni traccia. Sembrava che si fossero volatilizzati nel nulla, malgrado tutti gli sforzi delle forze dell’ordine.
La mattina dopo, la notizia era di dominio pubblico. La chiesa era assediata dalla popolazione attonita e la cappella della Santa era chiusa da un cordone. Su un cartello si leggeva un semplice, quasi laconico messaggio: “Si invitano i fedeli a dire preghiere di riparazione”.
La notizia ebbe grande risalto, attraverso le prime pagine dei quotidiani nazionali ed internazionali. Anche le testate giornalistiche televisive se ne occuparono, dandone ampi spazi nella programmazione giornaliera.
A Siracusa, la città natale della santa, i devoti si assieparono dentro le chiese, dove poterono udire dalle più alte cariche ecclesiastiche l’annuncio ufficiale del furto sacrilego compiuto. Anche il Pontefice fu informato, il quale espresse tutto il suo dolore per un atto così orrendo.
Nell’opinione pubblica si fecero strada molte teorie sul trafugamento, molte delle quali alimentate da alcune testate giornalistiche. Talune cadevano nel ridicolo, oggi diremmo nel complottismo; altre, più o meno serie, non tardavano a dare qualche connotazione politica. Le più qualificate, invece, ritenevano che si fosse di fronte ad una semplice estorsione, per cui non sarebbe tardata la richiesta del riscatto.
A questo riguardo la Curia veneziana prese una decisione estremamente difficile, soprattutto difficile per quanto era in gioco: ovvero, il corpo di santa Lucia. La linea decisa fu quella dura. Il Patriarcato non avrebbe versato nessuna lira in caso di richiesta. Tuttavia, alcuni ambienti cattolici, romani e veneziani – memori delle conseguenze della linea dura seguita alcuni anni addietro – diedero dei segnali conciliativi e, sembra, abbiano imbastito dei canali di ascolto, dove poter arrivare a delle trattative.
Il 20 novembre vi furono le prime telefonate dei rapitori. La somma per il riscatto era di duecento milioni di lire. Nei giorni seguenti vi furono altre telefonate; una in particolare diede l’assicurazione che il corpo era custodito “con la massima cura”. Ufficialmente il Patriarcato, ligio alla linea decisa, non le prese neppure in considerazione; tuttavia, monsignor Fiorin, precedente parroco di San Geremia, e il mediatore della Questura di Venezia chiesero delle garanzie sul reale possesso della reliquia. Qualche giorno dopo un piccolo pezzo del tessuto che copriva il corpo di santa Lucia fu recapitato in Questura.
Il 30 di novembre l’Ansa di Milano ricevette un ultimatum. Alle ore 18 del giorno seguente sarebbe scaduto il tempo per la consegna dei duecento milioni. Se ciò non fosse stato ottemperato il corpo di Lucia sarebbe stato bruciato.
Giorni dopo, il 2 dicembre, la Rai regionale di Milano ricevette una telefonata. L’interlocutore comunicava che “le spoglie di santa Lucia sono state bruciate a tre chilometri da San Donà di Piave”.
Non era finita.
Un’altra telefonata, del 3 dicembre, questa volta all’Ansa di Bologna, comunicava che il corpo era stato lasciato al chilometro 220 della Via Aurelia. Gli investigatori corsi sul luogo trovarono uno scatolone, riempito di carta e cartone, ma del corpo non c’era traccia.
Nel frattempo, a Venezia si programmava la festa della santa, cercando di superare la crescente angoscia. Si pensò di esporre la testa della santa, durante la sua solennità, all’interno di una nuova custodia a prova di qualsiasi trafugatore.
Qualcosa era cambiato. Le solite fughe di notizie, che trovavano posto nella stampa, cominciavano a dare segnali fiduciosi. Addirittura qualche giornale si sbilanciò nello scrivere che le spoglie sarebbero state recuperate in concomitanza della festa.
Il 4 dicembre, il giornalista Giovanni Battista Titta Bianchini annunciava che il corpo era stato recuperato. Nelle stesse ore, la Questura richiedeva al patriarcato la documentazione fotografica della veste, per “determinati accertamenti”.
Il 13 dicembre, festa della martire siracusana, Idilio Cilfone, questore di Venezia – uomo di grande umanità e di profonda cultura – convocò per le otto di mattina i giornalisti per una conferenza stampa. Il corpo di santa Lucia era stato recuperato.
I delinquenti si erano serviti di un barchino, ormeggiato nel vicino canale di Cannaregio, per la fuga. Da qui, avevano navigato lungo costa fino alla riva prospiciente Quarto d’Altino, parallela alla strada statale Triestina e, in zona Montiron – un’area che, soprattutto d’inverno, ricorda molto l’atmosfera creata da David Lynch in un suo sceneggiato – avevano lasciato i resti mortali di Lucia in un capanno di caccia, all’interno di sacchi di plastica.
A Mezzogiorno, un motoscafo della polizia approdò alle fondamenta di Santa Apollonia. Uno degli agenti trasportava, come se fosse una creatura viva, un fagotto. Era Lucia.
Il 17 dicembre, alle ore 17.30, presso la cappella del Palazzo Patriarcale, il professore Carlo Francesco Martelli, primario patologo dell’ospedale al Mare del Lido di Venezia, eseguì il riconoscimento ufficiale. Si evidenziarono delle deformazioni, causate dal trafugamento, e delle chiazze verdi alle gambe e ai piedi, provocate dall’ambiente umido, nel quale era stato deposto il corpo.
Tutto bene quando finisce bene, così recita il buon famoso detto. Eppure qualcosa non torna. Vi ricordate la famosa regola delle 5 W stabilita dai giornalisti statunitensi? Certo abbiamo il What, che cosa; When, Quando; Where; dove; ma ci manca il who: chi e il Why: perché.
Sarà affascinante parlarne ancora.

La peste nera del 1630 a Venezia e la Chiesa della Madonna della Salute

Un albero può dar vita a dei magnifici frutti solo se le sue radici sono ben salde e in profondità su un terreno ricco di sostanze nutritive. Per analogia, la stessa cosa la possiamo affermare per un popolo. Più è profonda la memoria della sua storia, più la sua vitalità ne avrà da giovarsi, soprattutto se la storia si è alternata in una serie cadenzata di eventi, molti dei quali hanno seriamente lambito la sua stessa sopravvivenza.

In questa ottica cade la tradizionale festa della Madonna della Salute, che si celebra il 21 novembre a Venezia. I devoti veneziani – ma non mancano i turisti anche stranieri e sempre più numerosi – percorrono il ponte votivo di barche, allestito dal Comune di Venezia, che consente di attraversare il Canal Grande da Santa Maria del Giglio fino alla chiesa consacrata alla Madonna della Salute.

Sul sagrato, affollato all’inverosimile da persone di ogni età, lunghe file disordinate si appiattiscono attorno ai banchetti, che vendono candele liturgiche e ceri votivi dalle misure più disparate. All’improvviso, le fiumane umane sembrano riprendere un ordine e risalgono la scalinata del maestoso tempio.

Il vociare si acquieta, lasciando posto all’intimità delle preghiere e alle sante messe celebrate quasi di continuo nei sei altari.

Si legge, nei volti dei bambini, di adulti, anziani, ricchi e poveri tanta devozione, ma soprattutto tanta speranza; ognuno sembra portare una croce, piccola o grande che sia, per la quale sente il bisogno di chiedere una Grazia o di dire solo “grazie” alla loro Madonna.

All’uscita, gli animi sono cambiati, rassicurati per i giorni a venire, confidando di superare le avversità che si presenteranno. Profonda è la loro fede e ancor più profonda è la venerazione nella loro Madonna. Quante volte l’hanno invocata e chissà quante volte ha esaudito le loro richieste, guarendo i dolori dello spirito e del corpo o, più semplicemente, rendendoli più sopportabili.

Uscendo, appena varcato uno dei portoni, l’odore di incenso e di cera e il silenzio mistico, lentamente si dissolvono per lasciare spazio alla profanità inebriante dei profumi di frittelle e zucchero filato, mentre nelle cucine di casa e nelle sempre più rare trattorie tipiche si cucina la “castradina”, una succulenta zuppa a base di montone castrato con le verze sofegae.

La solennità, tra le più sentite nella città lagunare, è la ricorrenza del voto compiuto dalla città alla Vergine, affinché il terribile morbo della peste nera divenisse solo un orrido ricordo. Quei terribili momenti ci sono pervenuti in tutta la loro crudezza grazie ad una testimonianza di un medico, che tentò di affrontare razionalmente l’epidemia. Il testimone della tragedia era Alvise Zen.

Eccellentissimo monsieur D’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune. E poiché, dopo l’orrore, quella vicenda si trasformò in una festa, anzi in una delle feste più amate dai veneziani, mi è meno gravoso ricordarla. Ma veniamo ai fatti.

Per secoli non ci fu calamità più spaventosa della peste. Il morbo veniva dall’oriente e dunque tutte le strade del commercio, che era per Venezia la principale fonte di ricchezza, si trasformarono in vie di contagio. Era il 1630. Assieme alle spezie e alle stoffe preziose, le navi della Serenissima trasportarono anche la morte nera.

Ah! Mio caro amico, nemmeno le guerra e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l’epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese… potevamo circolare liberamente solo noi medici… indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole…uomini e donne malati venivano portati nell’isola del Lazzaretto vecchio; le persone che erano state in contatto con gli appestati erano invece trasferite in quella del Lazzaretto Nuovo…Su una nave era stata issata una forca per giustiziare i trasgressori delle ordinanze igieniche e alimentari. La peste straziava i corpi che erano ricoperti da “fignoli, pustole, smanie” e mandavano un odore fetido. I ricchi morivano come i poveri.

Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “chi gà morti in casa li buta zoso in barca”…guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calata in Venezia…”.

In realtà, altre cronache coeve riferiscono che l’epidemia fu causata da una falla del cordone sanitario, messo in piedi dallo stato veneziano, dopo le ultime ondate pandemiche.

Dilagata in tutto il nord Italia – come non ricordare il brano del Manzoni nei suoi “Promessi Sposi” – la peste nera arrivò a Venezia l’otto giugno 1630 con l’ambasciatore del duca Carlo I Gonzaga Nevers, proveniente da Mantova. Il marchese dè Strigis e i suoi cinque servitori furono posti in quarantena sull’isola del Lazzaretto Vecchio e poi furono trasferiti nell’isola di San Clemente, dato l’alto lignaggio dell’emissario mantovano. In questa circostanza un falegname, incaricato di rendere più dignitosi i locali, venne in contatto con i pazienti. Dopo il suo ritorno in città, si ammalò e, a partire dal Campo di San Lio, l’epidemia dilagò in tutta la sua virulenza tra le isole veneziane e nel suo retroterra. In poco tempo si contarono quasi 50.000 morti su una popolazione cittadina di circa 140.000 persone.

Come nel passato, il doge e il senato fecero il voto di erigere un nuovo tempio. La scelta cadde su un determinato luogo, all’imbocco del Canal Grande, in prossimità della Punta da Mar, occupato da un complesso religioso vecchio di secoli, ormai mezzo diroccato. Esso era stato il monastero del famoso Ordine dei Cavalieri Teutonici ed era intitolato alla Santissima Trinità. Era stato eretto in segno di gratitudine per l’attività svolta dai cavalieri nella guerra di San Saba contro Genova. Addirittura divenne la sede del Gran Maestro nel 1298, dopo la caduta di Acri; e così rimase fino a quando il Gran Maestro Siegfried von Feuchtwangen trasferì nel 1309 la sede dell’Ordine Teutonico a Marienburg (oggi Malbork in Polonia).

Abbandonato dai cavalieri, il complesso passò di mano in mano a diversi ordini religiosi, fino a diventare un seminario, ma ormai le crepe del tempo si erano insinuate in tutte le mura. Molti locali avevano già avuto dei cedimenti strutturali e bastava una semplice occhiata per presagire il crollo dell’intera struttura.

Dopo un concorso, l’incarico venne affidato all’architetto Baldassarre Longhena, che definì il suo progetto “una rotonda macchina che mai s’è veduta né mai inventata”.

Longhena non poté assistere alla conclusione della sua opera. Morì nel 1682 e i lavori furono portati a termine da Antonio Gasperi, un suo stretto collaboratore. La cerimonia della posa della prima pietra si svolse il 25 marzo 1631 e non a caso. Cadeva l’anniversario della fondazione di Venezia, oltre della Creazione, dell’Annunciazione, nonché della Crocifissione.

In quel giorno venne disteso un ponte di barche, che fu percorso da una solenne processione, preceduta dalle immagini della Madonna Nicopeia (Vittoriosa). Sotto la prima pietra furono interrate una medaglia d’oro, dieci d’argento e dieci di rame.

La chiesa venne consacrata il 9 novembre 1687 e si stabilì il 21 novembre, quale giorno ufficiale della fine dell’epidemia.

Il corpo centrale della chiesa possiede una pianta ottagonale ed è sormontato da una cupola, che poggia su otto pilastri e si conclude con la lanterna, attorniata da una balaustra e otto obelischi con globo. Sopra ancora la Madonna Immacolata, che sostiene il bastone di “Capitana da Mar”. Anche la lanterna della cupola minore, che sovrasta il presbiterio, è attorniata da otto elementi simbolici. Sul lato meridionale della chiesa si ergono i due campanili squadrati, alti 46,40 metri.

La facciata principale, di ispirazione palladiana, evidenzia delle mezze colonne corinzie su piedistalli, mentre la gradinata si sviluppa anche sui prospetti adiacenti. Ai lati dell’ingresso, tra le nicchie inquadrate dalle colonne, quattro sculture raffigurano gli Evangelisti; mentre sopra il portale prende corpo un florilegio scultoreo di angeli e della Vergine da togliere il fiato, in massima parte attribuibili allo scultore Tommaso Rues.

Fino al 1797, sull’arco dell’ingresso si mostrava un leone marciano, ma fu distrutto dai soldati francesi, dopo la caduta della Repubblica.

Anche gli ingressi secondari sono dotati di una importante presenza plastica, tra cui due splendide sculture raffiguranti San Giovanni Battista e Sant’Andrea Apostolo. La crestomazia scultorea della facciata principale trova una sua linea narrativa nei timpani delle sei facciate laterali, ciascuno dei quali esibiscono ai lati due angeli e una figura mariana dell’Antico Testamento. Le stesse facciate non sono esenti dal contesto plastico generale.

Sul timpano della prima facciata di sinistra spiccano Eva, anche se si tratta di una copia dell’originale franato a terra, dopo la tempesta del 4 novembre del 1966; e i due angeli. Il prospetto, invece, presenta San Michele Arcangelo in lotta con Lucifero, affiancato da due virtù, Fortezza e Prudenza. La successiva facciata di sinistra è sormontata da Ruth e dai due soliti angeli; infine la terza. Essa è caratterizzata da Giaele e da un solo angelo. Percorrendo il lato destro, la prima facciata evidenzia sulla parete San Teodoro, l’antico patrono di Venezia, e tre angeli; sopra, sul timpano, la statua di Giuditta e due angeli. Sulla seconda e terza facciata si esibiscono rispettivamente le sculture di Rebecca ed Ester, anch’esse inquadrate da due angeli.

Altro complesso plastico di notevole impatto è collocato sui modiglioni. Si tratta di 14 statue, alte 2,75 metri, che raffigurano i profeti dell’Antico Testamento.

La decorazione interna rappresenta un’esperienza visiva emozionale come poche e la sua descrizione risulta improba trascriverla in poche righe, per cui solo una reale visita potrà appagare ogni curiosità e, soprattutto, assaporare il bello, nonché ascoltare e respirare i loro profondi messaggi.

Sotto la cupola maggiore, la pavimentazione è contraddistinta da un enorme rosario, costituito da 32 cerchi di varia misura e da una fascia di 32 rose, che rappresentano i Misteri del Rosario.

L’altare maggiore, disegnato dallo stesso Longhena, è collocato al centro di quattro colonne enormi, fatte venire dal teatro romano di Pola. Esso è incoronato da statue, per lo più attribuite allo scultore fiammingo Le Court (Ypres 1627 – Venezia 1679). Tra queste, splendida “La Vergine con il putto in gloria innanzi a cui Venezia inginocchiata chiede protezione contro la peste”.

L’altare, inoltre, contiene il cuore pulsante della chiesa, l’immagine della Vergine Nicopeia. Portata a Venezia da Francesco Morosini nel 1672, l’icona di scuola greco bizantina era stata custodita per secoli nella chiesa candiota di San Tito. Secondo la tradizione, la sacra immagine sarebbe stata dipinta addirittura da san Luca e consegnata dallo stesso evangelista ai fedeli, affinché la venerassero come una vera e propria reliquia mariana. Oltre all’appellativo di Nicopeia, è conosciuta sotto il nome di Mesopanditissa, ovvero Mediatrice di Pace, volendo così ricordare il suo ruolo di “testimone” della pace tra i veneziani e i candiotti nel 1264, dopo la lunga guerra durata ben sessanta anni.

La Chiesa della Maddalena

Il prossimo 7 ottobre a Venezia, presso l’Ateneo Veneto, si terrà un interessante convegno, il cui oggetto verterà sulla cosiddetta “Venezia Esoterica”.

Tra gli interventi programmati, uno in particolare si incentrerà sulla chiesa della Maddalena, un piccolo tempio nel sestiere di Cannaregio, non lontano dalla chiesa di San Geremia.

Una conversazione intorno alla chiesa della Maddalena comporta la necessità di distinguere gli elementi storicamente attestati o verosimili da tutto ciò che rimane nell’ambito di mera ipotesi o, peggio, da una architettura della fantasia.

Sulla chiesa è stato scritto di tutto e di più, ponendo la costruzione in rapporto alla sua intestazione alla Maddalena, una vera icona contemporanea di un presunto “eterno e sacro femminino”; all’Ordine Templare, subendo nuovamente l’ennesimo martirio della memoria; all’immancabile universo variegato della Massoneria, che avrebbe rivisitato ideologicamente l’edificio trasformandolo in un tempio laico destinato a cerimonie esoteriche.

Di fatto non esistono allo stato attuale delle prove inoppugnabili a sostegno di un ipotesi, secondo la quale la chiesa sia stata edificata secondo dei precetti riconducibili ai cavalieri templari o a qualche società segreta, quale la misteriosa Voarchadumia, come invece si tende ad affermare.

Data questa premessa, la storia del tempietto può essere sintetizzata in sommi capi.

La data di fondazione risale alla seconda decade del XIII secolo, grazie alla magnanimità – o come ex voto – di una famiglia veneziana, Baffo o Balbo, che la fece costruire a sue spese.

Un nuovo capitolo importante viene scritto il 22 luglio del 1356.

Il doge Giovanni Gradenigo e il Senato Veneziano firmarono il trattato di pace, che concluse le ostilità con la Repubblica di Genova. Il giorno coincideva con la festa liturgica di santa Maria Maddalena, per cui le autorità veneziane stabilirono che la chiesa intestata alla santa venisse ingrandita, in segno di ringraziamento. I lavori interessarono anche una vicina torre di guardia, adibendola a campanile.

L’originaria funzione del campanile venne ricordata dal popolino con il nome di “Castel dei Baffo”.

All’inizio del XVII secolo, l’azione del tempo e la progressiva decadenza economica della  parrocchia avevano ridotto la chiesa in uno stato rovinoso. Un tale degrado rese necessario bandire nel  1758 un concorso per la sua completa ricostruzione.

Alla fine si esaminarono tre progetti, pur tra mugugni, incertezze e critiche.

La scelta cadde sul progetto presentato dall’architetto e fine erudito Tommaso Temanza, che interpretò la nuova chiesa, ispirandosi al tempietto palladiano della Villa Barbaro a Masier (Treviso), benché con delle varianti e con delle vistose regolarità neoclassiche.

La chiesa venne smantellata fino alle fondamenta e si diede uno schema planimetrico rotondo, contravvenendo ai dettami del Concilio di Trento, che prescrivevano per le chiese di nuova fondazione delle piante longitudinali e a croce latina.

L’esterno si presenta, dunque, con una pianta circolare e con l’ingresso principale, che si apre nel campo omonimo, mediante una scalinata. L’interno, invece, assume uno schema esagonale. Su quattro pareti sono collocate le cappelle con altare, adagiato al muro. Ciascuna di esse è delimitata da un arco a tutto sesto. Il presbiterio e l’ingresso, tra loro contrapposti, definiscono lo spazio rimanente.

Dodici colonne binate reggono la trabeazione della cupola emisferica con la lanterna. Le colonne, inoltre, fungono da delimitatori per degli interstizi occupati da rilievi marmorei e dalle statue, raffiguranti santa Maddalena e sant’Agnese, nonché dei profeti Isaia e Davide.

Il presbiterio e la sacristia, manomissioni più tarde, si aprono fuori del corpo di fabbrica principale.

L’elegante facciata si contraddistingue per l’apparato decorativo costituito da un timpano triangolare, sostenuto da due coppie di semicolonne ioniche con capitello e trabeazione; e dalle sculture in rilievo e da un’iscrizione, da taluni viste come esperienze iniziatiche, poste sopra l’ingresso.

Da subito la nuova edificazione della chiesa fu oggetto di critica, poiché fu vista come un pugno allo stomaco rispetto al contesto abitativo del circondario. La sua forma cilindrica e il suo rivestimento in marmo bianco apparvero non confacenti ai vicini edifici.

La storia successiva scrisse delle pagine semplici, nelle quali la chiesa conobbe alti e bassi, sopportando chiusure temporanee e limitazioni di vario genere.

Oggi la chiesa della Maddalena è alle dipendenze della parrocchia di San Marcuola e, purtroppo, non è sempre aperta al pubblico.

Come detto in precedenza, la chiesa rappresenterebbe lo Shangri – la della città lagunare, all’interno del quale si intrecciano storia e segreti iniziatici. Una sommaria consultazione dei siti che riportano la storia dell’edificio religioso lascia presagire la presenza di una verità, quasi fosse un assioma. La famiglia dei Baffo, o dei Balbo che sia, viene definita di chiara matrice templare o in qualche maniera affiliata all’Ordine.

Gli studiosi che non accettano una simile realtà storica, ovviamente rigettano queste indicazioni di massima e lo fanno con buona cognizione di causa, dal momento che i documenti testimoniali di coloro che dicono il contrario sono poco consistenti, se non addirittura inesistenti.

Quanto alla povera Maria Maddalena, considerata arbitrariamente come la santa per eccellenza dei Templari, beh…questa è un’illazione dei giorni nostri.  Nel 1982, delle chiacchiere in libertà – già blaterate nel passato – si trasformarono in un libro dal titolo The Holy Blood and the Holy Grail. Le sue pseudo rivelazioni su uno dei segreti dei Templari comportò il successo planetario del libro: Gesù era sopravvissuto alla crocifissione ed aveva sposato Maria di Magdala, dalla quale ebbe dei figli, che si rifugiarono in Francia, dove diedero vita alla dinastia dei Merovingi. Questa immagine falsata, e per certi versi irriguardosa, trovò una sorta di autenticità in un romanzo e il successivo film: il Codice da Vinci. In realtà, i Templari non osservavano una particolare venerazione verso Maria Maddalena, dal momento che la loro devozione era principalmente nella Vergine; nonché in una pletora di santi, quali santo Stefano, san Giovanni Battista, san Lorenzo, santa Caterina e i due santi militari san Giorgio e san Michele.

Gli amanti del mistero, in piena zona cesarini, si buttano a capofitto sulla pianta esagonale della chiesa. Tuttavia, l’esagono non è mai stato una prerogativa dei Templari, ma appartiene a concezioni più antiche. Basarsi come fanno taluni sulla base esagonale per legarne un fondante sui templari è un assurdo. Se dovessimo abbracciare una simile indicazione, per analogia saremmo nel giusto identificare ogni edificio di pianta esagonale come templare, tipo la chiesa di Santa Maria del Quartiere a Parma e, perché no, la cittadina siciliana di Grammichele. A ben vedere, invece, i Templari non avevano qualche predilezione nel costruire le proprie chiese, anche se si ricordano alcune a schema ottagonale, come le cappelle di Caon e di Torres del Rio o la cappella di Santa Caterina a Fonteurault. Pertanto considerare il Temanza quale neo templare del XVIII secolo appare del tutto fuori luogo. Tra l’altro, le sue frequentazioni più assidue e le opere letterarie e geografiche non danno nessun appiglio a questa eventualità.

Infine, il “massonico” occhio che vede tutto inscritto in un triangolo, attorniato da due cerchi, posto sopra la porta d’ingresso. In questo caso, siamo in presenza di una tipologia piuttosto comune nelle chiese cattoliche, tesa a creare delle immagini mistico didattiche, quasi dei trattati teologici per immagini.

Il triangolo equilatero corrisponde simbolicamente al numero tre, ovvero la perfezione, e normalmente al centro compare il nome ebraico di Dio o il suo occhio. I massoni si appropriarono del simbolo, ponendolo nella loro articolata iconografia. Il triangolo, ovviamente, esprime qualcosa di ben diverso. La base allude alla durata del tempo, mentre i due lati si riferiscono alla Luce e alle Tenebre. L’occhio venne ad identificare il Grande Architetto del mondo.

Comunque sia, i due cerchi circoscritti al triangolo, che simboleggiano le schiere angeliche e dei beati, non lasciano molte possibilità ad una interpretazione che non sia cristiana.

Per ultimo la famosa iscrizione SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM, vista da molti come una sorta di “patrocinio dell’Ordine Templare”. La frase è estrapolata dal nono capitolo dei Proverbi del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana, nel quale Donna Sapienza e Donna Stoltezza si contendono le strade della città. L’insegnamento è raffigurato sotto forma di banchetto, durante il quale le due donne invitano i semplici e promettono insegnamenti diversi. Il luogo dell’insegnamento sarà la casa stessa della Donna Sapienza, mentre quella della Donna Stoltezza si trova nello Sheol, il luogo delle ombre. Anche in questo caso, il senso dell’iscrizione non ha nulla di misterioso da ricondurre a chissà quale arcano sapere.

La chiesa è semplicemente il luogo, dove saziarsi dei dettami sapienzali dell’Antico e Nuovo Testamento.

Forse, senza andare troppo lontano con la fantasia, la chiesa della Maddalena custodisce per davvero dei misteri, ma sono legati alla fede e alla devozione dei fedeli, che per secoli hanno invocato l’intercessione della santa, probabilmente una delle personalità più carismatiche della primissima comunità cristiana.