Un ponte romano sulla Via Annia. Una seconda vita?

Qualche giorno fa, in una delle mie tante peregrinazioni tra le strade secondarie della viabilità veneziana, a causa dell’ennesimo incidente sull’A 4, mi sono trovato a percorrere il tratto della Triestina, che divide la cittadina di Ceggia. Qualche chilometro ancora e mi sono trovato di fronte al crocicchio a me molto caro, dato che una laterale conduce al mio vecchio amico: il ponte romano dell’antica Via Annia. Devo confessare che all’inizio il desiderio di rivederlo non era in cima ai miei pensieri, anzi. Le sue condizioni, come evidenziato in un mio precedente post, mi avevano impietrito. Fare i conti con il degrado che caratterizza molti dei nostri siti archeologici, storici o naturalistici, non è mai semplice, anche se parliamo di un piccolo e marginale ponte, una delle tantissime testimonianze del passato che impreziosiscono il nostro meraviglioso Stivale. Le imprecazioni non servono a nulla, anche se escono naturalmente dal plesso solare. Sono solo delle sterili parole senza senso. Poi, senza un perché, forse un semplice saluto ad un amico in camera caritatis, ha guidato lo sterzo dell’auto e, pochi minuti dopo, la sorpresa.
Capita di rado, ma alle volte i piccoli miracoli accadono, se magari aiutati.

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Noventa di Piave. Non solo moda e shopping

Noventa di Piave è un piccolo comune del veneziano. Poco meno di settemila anime, ma è tra i più conosciuti o, meglio, frequentati dell’area metropolitana di Venezia. Perquanto grazioso, l’abitato non è sulla bocca di tutti per le sue bellezze naturalistiche o artistiche, bensì per l’unico Outlet Village presente inVeneto. Il “Noventa Designer Outlet” della catena Mc Arthur Glen è a tutti gli effetti una delle mete preferite di oltre tre milioni e seicentomilavisitatori, provenienti dall’Italia e dal resto dell’Europa, nonché dallaRussia, Cina e Corea. Per di più, stando alle cronache più recenti non mancherebbero turisti d’oltreoceano, in particolare statunitensi.

 

 

Detto in tal modo, Noventa di Piave si risolverebbe del tutto nello shopping e nell’alta moda: ma non è così. Anch’esso racchiude un piccolo tesoro, un sito archeologico, la cui esplorazione non può dirsi del tutto completata. Una volta ogni tanto, il merito della scoperta è della frenesia edilizia, il boom edilizio che ha colpito anche questa località sul finire degli anni ’70.
Nel 1976, l’asportazione del terreno per la costruzione di un edificio a più piani mise alla luce delle murature, lacerti di strutture e resti di pavimenti, che furono interpretati come parti di un qualche edificio antico. In un primo momento si pensò ai resti dell’antica chiesa, dedicata a San Mauro, eretta nell’XI secolo e rasa al suolo nel corso dei combattimenti della Prima Guerra Mondiale.
Invece, le successive campagne archeologiche, avviate per raccogliere ulteriori informazioni e per salvaguardare le strutture scoperte, lo identificarono come uno sito pluristratificato. La prima fase di occupazione del sito comincia nell’età repubblicana e termina in età tardo imperiale (III-IV secolo d.C.). La seconda fase coincide con i diversi edifici ecclesiastici, a partire dal VII-VIII secolo fino alla primigenia arcipretale di San Mauro.

 

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La villa rustica di età repubblicana, frutto della sovrapposizione di più fasi costruttive, possedeva una zona residenziale e di rappresentanza, con vani, tra i quali uno rettangolare, che avevano dei mosaici, pareti decorati. Una parte era, invece, destinata alle attività produttive.
La felice posizione geografica del luogo ha certamente giocato un ruolo fondamentale nella scelta: l’adiacente corso del Piave, e i probabili approdi fluviali, lungo il quale si svolgeva il traffico tra le valli dolomitiche e il porto altinate; e la stessa vicinanza con la Via Annia, che collegava le due grandi città di Adria e Aquileia, erano dei raccordi notevoli per gli aspetti commerciali. Quindi, la villa rustica era stata tirata su in funzione del paesaggio, una campagna fertile e favorevole alle attività agricole, che avrebbero trovato sbocco veicolare nella via di comunicazione stradale e nel percorso fluviale.
La fine dell’insediamento di età repubblicana, cristallizzatosi tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C., potrebbe trovare una risposta nell’identificazione di uno strato di carboni e cenere sui pavimenti, probabilmente causato da un incendio.

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L’ultima manifestazione antica è evidenziata dalla villa tardo imperiale, eretta sul sedime delle strutture precedenti. L’impianto abitativo appare modificato. Possiede cinque vani e i pavimenti musivi presentano analoghe tipologie costruttive ed ornamentali della “Basilica Apostolorum” di Concordia Sagittaria.
La cesura tra il modello della vita e il nuovo insediamento altomedievale è stata determinata dall’abbandono conseguente alla grande crisi, che si fa tradizionalmente coincidere con il periodo delle invasioni. Il complesso venne abbandonato ed inizia così la nuova fase di occupazione. Le prime strutture religiose cristiane, che tendevano, anche per ovvie motivazioni di opportunità economica, a conservare in parte gli assetti edilizi preesistenti.

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Un piccolo cenno per l’edificio eretto nell’XI secolo, sul sedime vecchio di secoli. L’arcipretale di San Mauro custodiva numerose opere, che, purtroppo, sono andate irrimediabilmente perdute nel 1917. Tra queste vi erano la Pala dell’altare maggiore, con la Vergine e San Mauro, attribuito a Palma il Giovane; dello stesso autore anche la Pala del Crocefisso, sull’omonimo altare; un Battesimo di Cristo sul Giordano di Paolo Veronese; il coro dello scultore Brustolon; o ancora il portale, detta la Porta dei Furlani di Jacopo Sansovino.
La sua torre campanaria, del XVI secolo, era stata realizzata su base quadrata con un’altezza di 45 metri. Nei primi giorni di novembre del 1917, gli Italiani, prima di ritirarsi sulla riva destra del Piave, la fecero saltare. Le campane, rimaste sepolte tra le macerie, nel 1925 furono solennemente issate sul campanile della nuova chiesa, dove tuttora si trovano.

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La Torre del Caligo. Jesolo

A pochi chilometri dalle rinomate spiagge di Jesolo, si nasconde un luogo magico, in cui riecheggiano le antiche suggestioni romane e della Serenissima. È la Torre del Caligo o, meglio, quello che rimane dell’antica fortificazione. In questi giorni, dettati dalla canicola, molti dei turisti che hanno percorso il tratto stradale, che da Caposile porta alla località balneare, avranno osservato con una certa invidia delle automobili transitare lungo la sponda destra del Sile-Piave vecchia, non sapendo che, da un lato, tale itinerario li avrebbe alleviato il tedio delle lunghe code e, per chi ancora gode delle testimonianze del passato, avrebbe potuto dare una sbirciata ad uno dei monumenti più antichi della zona. Può apparire persino antinomico pensare a Jesolo, come un luogo depositario di vestigia del passato, ma non è così. Per quanto possa essere incredibile, la località veneta non è solo spiaggia, mare e movida. Al centro di Jesolo paese vi è il sito delle cosiddette Antiche Mura, nel quale sono visibili i ruderi della basilica medioevale di S. Maria Assunta e non solo, dato che la frequentazione del sito è stata retrodatata al IV secolo.

Tra l’altro, non è di poco tempo fa il rinvenimento a poca distanza di “mansio” risalente all’epoca romana, peraltro evidenziata come prova provata (sic!) della vocazione di Jesolo alla ricezione turistica, che attesterebbe in Jesolo un luogo ben introdotto all’interno dei circuiti commerciali tardo antichi e altomedioevali. Con la speranza che tali testimonianze non entrino nel lungo elenco delle cosiddette “piere vecie”, vi è, invece, una voce fuori dal coro. E riguarda la Torre del Caligo. Anni fa, nell’agosto del 2014, grazie alla “sensibilità delle famiglie e società agricole che ne erano proprietarie…hanno donato la Torre al Comune”, il quale l’acquisì come bene di una certa rilevanza storica, poiché non si poteva certamente dimenticare “che nei secoli passati la Torre del Caligo” aveva svolto “l’importante ruolo di presidio a guardia della confluenza del canale omonimo nel vecchio corso del Piave” (Il Gazzettino di Venezia del 23 agosto 2014).

Sulla base dei conci di pietra e dei mattoni sesquipedali della base, nonché le misure del suo perimetro la pongono in diretta relazione con altre due torri, identificate l’una nei ruderi sommersi nel Canale di San Felice a poca distanza da Treporti e l’altra con quella di Baro Zavalea, nella Valle di Mezzano nei pressi di Comacchio. Le ricerche archeologiche condotte su questi ultimi siti hanno permesso di datare le costruzioni ad un arco di tempo che spazia dal I secolo a.C. al I secolo d.C.; ed hanno permesso di cogliere, almeno in buona misura, il contesto antropico e naturale, nel quale avevano una determinata destinazione, di appoggio e controllo della navigazione endolitoranea – in stretta relazione con le diverse “mansiones” con cavane con tratti di alzaia e le altrettante “mutationes” con palata – che si svolgeva durante l’epoca romana tra Ravenna ed Aquileia. Nel caso specifico, la navigazione in età romana diretta in ambito “torcellese”, dopo aver percorso diverse aste fluviali, imboccava all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile e proseguiva fino a Equilo (il nucleo originario dell’odierna Jesolo), “vicus” di epoca imperiale.
Secoli dopo, la torre venne ricostruita dai veneziani, elevandola a tre o quattro piani, come testimoniato da diverse fonti cartografiche.

La sua destinazione non cambiò di molto, divenendo un presidio militare con il compito anche di esigere il dazio conseguente al notevole traffico commerciale, che vi si svolgeva, soprattutto di legname proveniente dal Cadore e il metallo utile per l’edilizia e la cantieristica di Venezia, la cui navigazione proseguiva coll’utilizzo del traino di cavalli, che procedevano sulle alzaie, fino a Treporti; e scongiurare l’altrettanto notevole contrabbando di sale e di animali o carni macellate, piaga che costrinse il governo veneto ad emanare numerosi decreti e altri provvedimenti repressivi.

Attraverso accorgimenti idraulici ed ingegneristici piuttosto lungimiranti per l’epoca era possibile per le imbarcazioni di una certa stazza superare gli argini, attraverso l’utilizzo di sbarramenti fluviali – vedi panama- ; mentre nel caso di imbarcazioni dal basso tonnellaggio il superamento avveniva grazie ad un sistema di piani inclinati e argani.
In realtà, la nostra torre era conosciuta, almeno fino al Trecento, sotto il nome di Turris Plavis e lo storico Giacono Filiasi, interrogandosi sulla storia antica di quella che sarà Jesolo e sulla più minuta fortificazione, scrive.

I documenti degli scorsi secoli ci manifestano pure che nel tenere di Equilio eravi luogo detto Torre di Piave, altro Ponte di Equilo, altro S. Mauro. Nel così detto Codex Publicorum trovai memoria di essi, e per primo, o sia la Torre non so se stesse verso Villafranca, e dove ora si veggono varie macerie da non confondersi con quelle di Equilio. Perché sovente la palustre nebbia volteggiava all’intorno, e colle bianche sue falde nascondea quella torre, perciò chiamaronla anche Torre del Caligo” (Memorie storiche dè Veneti primi e secondi, 1814 , p. 98).

Quindi lo storico sembra avvalorare la teoria, secondo la quale la nebbia, che per molte settimane del periodo autunnale e invernale, avvolge l’intero circondario, fosse la causa prima di questo nuovo toponimo. Tuttavia, ad onore del vero, per quanto suggestiva, questa non è l’unica teoria a questo riguardo. Vi è stato chi vi ha ricordato il nome di una nobile famiglia veneziana e chi, ancora, vi ha letto una derivazione legata in qualche modo all’itinerario stradale (A. Visentin, Jesolo antica e moderna, Tipografia Messaggero, Padova, 1954, p. 98).

Stando a talune testimonianze letterarie, purtroppo non confermate da evidenze archeologiche, la torre diede l’impulso attrattivo alla edificazione di strutture di accoglienza e di varia logistica ai mercanti e ai viaggiatori. Non poteva certamente mancare un sacello, una chiesa, dove, soprattutto durante le lunghe notti invernali, era possibile sopire con una preghiera le ansie delle deviazioni del giorno. Il Filiasi, a questo riguardo, ricorda che “se stiamo agli annali Camaldolesi, fino dall’anno 930 già esisteva la Torre del Caligo, poiché raccontano come in luogo boschereccio prossima ad essa ritirossi S. Romualdo con Marino suo compagno” (G. Filiasi, op. cit., p. 98), volendo con questo accogliere l’idea, che la struttura monastica sorse nelle vicinanze della stessa torre, come ricorda la tradizione camaldolese (A. Fortunius, Historiarum Camaldulensium pars posterior, Venezia, 1579, I, c. 7; AC, I 53 ss).

Come ogni cosa, anche la torre conobbe il momento della sua fine, che coincise con le opere idrauliche intraprese dalla Repubblica di Venezia, atte a scongiurare l’interramento della laguna; e, secondo l’uso scellerato, ma dettato dalla necessità di allora, si pose a smantellarla per recuperare i materiali, che avrebbero poi innalzato i poderi vicinali.
In breve, questa è la storia della Torre del Caligo. Ora vediamo come raggiungerla, semmai dovessimo trovarci da queste parti. Arrivando da Venezia, in direzione di Jesolo, alla vista di Caposile, volenti o nolenti ci imbattiamo in una grande rotonda. Proseguendo alla seconda uscita, ci troveremmo alla volta per la strada che ci condurrà a Jesolo, mentre a noi interessa la prima uscita. Un piccolo cartello turistico, con la semplice dicitura Torre del Caligo, ci obbligherà alla deviazione. Seguiamo l’indicazione del ponte di barche, che oltrepasseremo per una manciata di monetine, e quindi in tutta calma, seguiamo la strada asfaltata dei Salsi. Dopo qualche chilometro , dietro ad un’ansa del fiume

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, ecco che ci appare.