Il Battistero romanico bizantino di Concordia Sagittaria

 

 

Le invasioni barbariche e le alluvioni del V – VI secolo d.C., che stravolsero la morfologia delle campagne e la stessa conformazione urbanistica della città di Concordia, avevano di fatto ridimensionato l’antico abitato, riducendolo a ben poca cosa rispetto al passato e, soprattutto, lo tagliarono fuori dalle maggiori dinamiche storiche areali. Tuttavia, la circoscrizione della sua diocesi ancora si estendeva in buona parte sull’antica circoscrizione del municipio romano: a meridione lambiva la gronda lagunare, a nord le Prealpi Carniche fungevano da confine, mentre i fiumi Livenza e Tagliamento la delimitavano rispettivamente ad occidente e ad oriente.

La ristrettezza delle risorse economiche e l’esiguità della popolazione, decimata dalle guerre, dal dissesto idrogeologico e, infine, dalle pestilenze, indussero le autorità ecclesiastiche a decretare nel 928 l’aggregamento della diocesi al patriarcato aquileiese. Ma la grande distanza da quella sede, la difficoltà di controlli diretti e l’esigenza di una cura pastorale più incisiva, nonché le nuove dinamiche politiche, spinsero il clero concordiese a chiedere il rispristino dell’autonomia della diocesi, sotto il governo di un vescovo locale, che veniva sancito alla fine del X secolo, dopo lunghe trattative con l’Impero e il Patriarca di Aquileia, con Ottone III, il quale concesse nuovi possedimenti territoriali, anche sulla scorta di suggestioni colte, antiquarie e simboliche. Lo sviluppo produttivo dei secoli XI –XII e la ripresa della crescita demografica aprirono gli orizzonti di un nuovo dinamismo urbanistico ed architettonico della cittadina, che si tradusse anche nella costruzione di un singolare edificio religioso: il battistero.

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Il periodo di costruzione del battistero e il nome del committente, e sicuramente l’ispiratore di questa nuova rinascita, sono noti, grazie a due testimonianze coeve che ci sono pervenute del tutto integre. La prima è conservata tra le pagine ingiallite del “Liber anniversariorum”, una sorta di obituario del Capitolo della Cattedrale di Concordia. In esso è possibile leggere che il vescovo Reginpoto, che resse la diocesi tra il 1089 e il 1105, “fecit facere Ecclesia(m) Sancti Iohannis Baptiste et dotavit”. La seconda, sempre di carattere funerario, è correlata alla tomba del vescovo stesso. Posto nell’atrio del battistero da lui voluto, il semplice sarcofago è ornato da un’iscrizione ritmica latina, posta sulla lastra tombale.

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Sotto di me si fa terra e polvere
venuto dalla polvere, Reginpoto
vescovo di nome e non per meriti.
Fissando questo tumulo
alza gli occhi al firmamento
con animo buono e dì
al padrone del cielo:
“Abbi pietà di lui.
Chi si salverà se Tu, Benigno,
di lui non avrai pietà?”
Salva chi hai plasmato
senza calcolare i suoi meriti.
morì otto giorni dopo le
idi di novembre
sperando in colui che salva
quanti confidano in Lui.
Affinché gli sia concesso il
riposo, invoca Giovanni Battista.

(trad. F. Girotto)

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Il Battistero, che sorge in prossimità dell’abside della cattedrale di Santo Stefano, possiede uno schema planimetrico con un corpo rettangolare, precorso da un atrio coperto a capanna quadrangolare di larghezza ridotta, e tre absidi semicircolari, di cui quella frontale, posta ad oriente, risulta più piccola rispetto alle due laterali, collocate sui lati più lunghi. Il rettangolo è coperto da una cupola interna, nella quale si aprono otto finestre, intercalate da sedici archeggiature, poggianti su delle colonnine. La cupola, che prende corpo da quattro arconi, è nascosta all’esterno da un tamburo cilindrico con tetto conico, dove le finestre sono poste in rilievo da piccoli archi concentrici.
In origine la vasca battesimale era collocata al centro dell’edificio, ma in seguito alle disposizioni emanate dal Concilio di Trento (1545 – 1564), che privilegiava tra l’altro il battesimo per infusione dell’acqua sul capo, fu rimpiazzata da quella ancora oggi visibile nell’abside di sinistra. L’originaria vasca fu interrata sul posto, i cui resti furono successivamente rinvenuti nel 1880 dall’archeologo Dario Bertolini, il promotore e l’artefice degli scavi archeologici dell’antica Iulia Concordia.

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Sulla superficie affrescata della cupola è rievocato il registro narrativo e simbolico dello Spirito Santo mentre aleggia sulle acque del fiume Giordano, l’istante decisivo in cui Dio interviene nella storia dell’umanità per salvarla. I contenuti, facilmente percepibili, senza difficoltose mediazioni intellettualistiche anche quando impiegano linguaggi simbolici, si rifanno alla narrazione evangelica (Mt. 3,16; Mc. 1,10; Lc. 3,22) e l’iconografia risulta quella più consueta per quest’epoca: lo Spirito Santo, che scende dal cielo sotto la forma di colomba iridata, aleggia sul capo del Gesù Pantocratore ieratico con la mano sinistra appoggiata su un libro aperto sopra le gambe e benedicente alla greca con la mano destra, racchiuso all’interno di una mandorla, attributo per Colui che è “la via, la verità e la vita” (Gv. 14, 1 – 12).

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La scena narrativa restituisce, inoltre, la figura di un arcangelo colto con labaro e globo, usuali contrassegni del potere temporale, e due figure, che, abitualmente, sono identificate come Serafini, creature angeliche, poste dalla tradizione neotestamentaria nella prima gerarchia angelica, sostanzialmente dal “De coelesti hierarchia” dei Pseudo Dionigi l’Aereopagita. Per certi aspetti, una tale identificazione non è ancora compiutamente risolta. Va, infatti, osservato che, sulla scorta delle citazioni canoniche ed apocrife, l’iconografia utilizzata per le due figure angeliche – benché ritratti con le sei ali (“Vidi il Signore…Sotto di lui stavano i serafini, ognuno con sei ali”, Is., 6, 1-3). – appare non intonarsi con i più consueti elementi caratterizzanti dei Serafini. Anzi, la rappresentazione dei due angeli sembra raffigurare talune caratteristiche dei Cherubini, quali i numerosi occhi disposti sulle ali o i Troni ai loro piedi, terzo dei novi cori angelici, esecutori della giustizia divina e annunciatori della sua misericordia: “12 Tutto il loro corpo, il dorso, le mani, le ali e le ruote erano pieni di occhi tutt’intorno; ognuno dei quattro aveva la propria ruota, 13 Io sentii che le ruote venivano chiamate «Turbine»; Quando quegli esseri Viventi – i Cherubini – si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano. Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote” (Libro di Ezechiele 1, 15 – 21).

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Le otto finestrelle del tamburo sono alternate ad altrettante arcatelle cieche, all’interno delle quali le porzioni di muratura sono affrescate con le raffigurazioni di sette profeti e dell’Agnello. Tre delle sette figure veterotestamentarie sono colte nel mentre indicano con l’indice l’Agnello; tre ancora rivolgono la propria mano in direzione del Cristo; infine, l’ultima, ritratta nell’atto di reggere un rotolo di pergamena. Nel passato ognuno dei profeti era facilmente identificabile attraverso la lettura del nome, scritto nel cartiglio da loro retto. L’agnello è dipinto sopra un monte dal quale sgorga il fiume, che si divide in quattro rami fluviali. La Genesi, al capitolo 2 versetti 8-14, descrive: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente…Un fiume usciva…di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo si chiamava Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro…Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate”.

 

 

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Sotto, sui quattro pennacchi d’angolo, sono raffigurati i quattro Evangelisti, ognuno dei quali ritratto con il proprio simbolo e alle prese con i rispettivi vangeli. Al centro dell’intradosso un semicerchio, che doveva contenere la “Manus Dei”. Sul lato sinistro Mosé mentre riceve le Tavole della Legge e, di fronte, forse la figura di Aronne, purtroppo andata del tutto perduta. Sul catino absidale è affrescato il Battesimo di Cristo nel Giordano, con il Battista sulla destra che gli pone la mano sul capo, mentre tre angeli reggono un drappo. Sotto, nel catino dell’abside due nicchie contengono le raffigurazioni di Pietro e Paolo, evocati con i loro simboli caratterizzanti: le chiavi e il rotolo delle lettere. Ai loro lati, altre due figure di dubbia identificazione. Una chiave di lettura, che si compone dell’analisi dell’iconografia dell’area aquileiese, riconoscerebbe nella figura a sinistra di Pietro Sant’Ermagora e l’altra in Fortunato, diacono della chiesa di Aquileia.

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Tra l’arco di accesso e le nicchie più esterne, altre due raffigurazioni: a destra Melchisedech ed Abramo. Il primo è colto nella prefigurazione della profezia dell’Eucarestia: Melchisedech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio Altissimo e benedisse Abramo con queste parole: “Sia benedetto Abramo dal Dio Altissimo, creatore del cielo e della terra e benedetta sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici” (Genesi, 14, 18 – 20). I segni del pane e del vino, che Melchisedec presentò al patriarca Abramo, per il cristiano divennero segno del mistero dell’Eucarestia. La seconda narrazione è incentrata su uno degli episodi centrali della vita di Abramo: Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco e, dopo averlo messo alla prova, la mano divina blocca il sacrificio.

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L’angolatura di lettura dell’intero ciclo narrativo vede lo Spirito Santo scendere nel Cristo Pantocratore e nell’Agnello mistico, il quale riconduce al mistero dell’Eucarestia, evidenziato dall’offerta di Melchisedech e il sacrificio di Isacco, che il nuovo cristiano poteva apprendere nel momento in cui accedeva all’altare posto nell’abside.
Nel XIII secolo, l’abside di destra venne interessato da raffigurazioni di carattere devozionale. Sulla parete furono affrescati due riquadri, che ritraggono Santa Maria Maddalena, personificazione della resurrezione, e San Giorgio con i consueti elementi distintivi nella lotta contro il drago.

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Di lì a poco, la vicina Portogruaro ne avrebbe raccolto il testimone …

Nervesa della Battaglia. L’abbazia di Sant’Eustachio

 

Nel giugno del 1918, sui contrafforti collinari del Montello, a nord di Treviso, nei pressi della stretta del Piave, la località di Nervesa, di probabile origine romana, conobbe la distruzione quasi totale dei suoi edifici civili e religiosi, sotto il bombardamento degli Austro Ungarici e degli Italiani. Furono spezzate migliaia di vite di ragazzi di ambedue le parti, bagnando letteralmente di sangue il suolo collinare. Sotto il Ventennio, all’originario toponimo si aggiunse “della Battaglia”, in ricordo di quei tragici giorni nel corso della Battaglia del Solstizio. Qui, come in tutte le località vicine, sono numerosi i rimandi e le testimonianze di quel bagno di sangue, tra tutti il Sacrario, eretto in epoca fascista, o i resti di quella che era stata uno dei più importanti complessi religiosi del trevigiano, l’abbazia risalente al IX secolo e intitolata a Sant’Eustachio, nobile cavaliere romano che subì il martirio sotto l’imperatore Adriano.

La sua fondazione trova origine nella fede del conte di Treviso Rambaldo III e di sua madre Gisla, assoggettandola alla Santa Sede Apostolica, alla quale versava annualmente un censo simbolico: “Rambaldus comes et eius mater Gisla zelo religionis ferventi spe futurae remunerationis in possessione sua prope castellum quod dicitur Narvisia in comitati Tarvisino construxit atque Apostolicae Sedi devovit…ipsum monasterium sub tutela et defensione Sancte Sedi Apostolice suscipimus” (pontefice Alessandro II, Bolla Suscepti regiminis del 1062).

Rambaldo III, con questo atto fondativo, aveva dimostrato di avere dalla sua della preveggenza politica e i fatti nel futuro non avrebbero tardato a dargli ragione. I Collalto avevano perseguito una politica piuttosto ondivaga negli anni, nei confronti dell’autorità imperiale ed ecclesiastica, almeno fino al 1080, quando nella Lotta dell’Investiture, i conti decisero di appoggiare le istanze del papato, mentre il vescovo di Treviso continuò a sostenere quelle dell’Impero. Il che portò l’abbazia di Nervesa ad assumere un ruolo primario all’interno della diocesi di Treviso.

I privilegi concessi all’abbazia da Alessandro II, e riconfermati in seguito da altri pontefici, di fatto avevano ridimensionato l’espansionismo del vescovo, con la sua esenzione dalla diocesi, il diritto di libera elezione dell’abate e la dispensa delle decime di tutte le parrocchie a lei soggette. Chiunque avesse contravvenuto a quanto stabilito dal pontefice, la pena comminata era la scomunica, allontanando il reo dalla Chiesa e dai sacramenti.

Il conte Rambaldo III dimostrò una certa accortezza anche nella scelta del luogo, dove sarebbe stata costruita l’abbazia. Dalla sommità del colle, i monaci benedettini avrebbero guidato la bonifica dei tanti terreni incolti e boschivi, facendo del cenobio un punto di riferimento di tutta l’area. Senza poi contare la vicinanza del Piave e del guado altrettanto vicino, che indussero nell’immediato la costruzione di numerosi mulini, e la reale possibilità di controllare i flussi commerciali in direzione della laguna veneta.

Nel luglio del 1091, Rambaldo IV e la coniuge Matilda fecero una nuova elargizione all’abbazia, donando “massarias, capellas et ecclesias”. Questo atto probabilmente nascondeva nuovamente una più sottintesa ragione terrena. Le lotte per le “Investiture” erano nel pieno, senza esclusioni di colpi e mezzi, sia materiali che spirituali. Papa Urbano II e l’imperatore Enrico IV non erano disposti a perdere alcuna delle loro prerogative e, come avvenne sotto quasi tutti i campanili, anche a Treviso si vennero a rinfocolarsi le fazioni guelfe e ghibellina, creando l’altalenante e momentanea vittoria per gli uni o per gli altri degli schieramenti. Gli stessi conti di Treviso conobbero il disonore della caduta e l’indulgenza imperiale venne solo in seguito ad una grossa ammenda in denaro, che obbligò i Collalto a vendere molti dei beni più produttivi posseduti dalla famiglia nell’entroterra veneziano.

La prudenza di Rambaldo IV aveva di fatto salvato molti beni di famiglia, facendoli confluire nell’abbazia di Nervesa, un’istituzione che comunque rispondeva agli stessi Collalto. I privilegi concessi dal Laterano all’abbazia furono poi riconfermati da altri pontefici, quali Innocenzo II e Eugenio III. Più tardi, il 2 marzo 1231, papa Gregorio IX, rinnovando la protezione apostolica, confermò all’abbazia di Sant’Eustachio il controllo di 35 chiese, situate dall’area pedemontana fino all’area lagunare, in buona parte all’interno della diocesi di Treviso, avvalorando l’idea che all’interno di uno stesso distretto coesistessero due istituzioni di pari grado.

Liti e lotte non finirono nei secoli successivi, finché nel 1521, papa Leone X, con la Bolla “in supereminentis”, ridusse l’istituzione abbaziale a prepositura commendatizia della famiglia dei Collalto. Tuttavia, la prepositura mantenne molti dei privilegi goduti nel passato, che, in linea di massima, la rendevano autonoma ed indipendente, cosa che, ovviamente, non pose fine ai contrasti con il vescovo di Treviso.

La prepositura superò, quasi indenne, gli anni difficili del dominio francese, grazie alla guida del preposito Vinciguerra VII di Collalto, che vi inserì al suo interno una azienda agricola, nella quale furono applicate le più moderne tecniche agricole. Sebbene fosse sopravvissuta alla soppressione francese e alla relativa confisca dei beni – al contrario della vicina Certosa del Montello, del tutto scomparsa -, delle grosse nubi si erano addensate sopra la sua storia.

Il 4 agosto 1865, il vescovo di Treviso, il veneziano e filoaustriaco Federico Maria Zinelli, riuscì a chiudere i conti con l’antica abbazia, trasferendo lo iuris abbaziale agli ordinari di Treviso. Tuttavia, la pietra tombale sulla storia più che secolare del complesso ecclesiastico, doveva essere apposta sotto papa Pio IX. I beni dell’istituzione furono secolarizzati e trasferiti al vescovo di Treviso e alla famiglia dei Collalto.

L’abbazia non era stata solo un centro spirituale, all’interno del quale riecheggiarono preghiere e salmi cantati, ma accolse anche grandi letterati, che scrissero le loro opere al sicuro delle sue mura o, più semplicemente, alla ricerca di una rinnovata serenità. Tra questi, oltre al tagliente e brillante Pietro Aretino, si ricorda il monsignor Della Casa, che proprio qui compose il “Galateo overo de’ costumi”, il famoso libello sulle buone maniere, e due sonetti: il “Sonno” e la “Selva”. E, piace pensare, che qui avessero trovato eco i versi della poetessa Gaspara Stampa, che, innamorata perdutamente di Collaltino, che li fece avere al fratello Vinciguerra, preposito di Nervesa, con il desiderio di trovare in lui un intermediario del suo amore, della sua intima sofferenza.

Signor, dappoi che l’acqua del mio pianto,
che sì larga e sì spessa versar soglio,
non può rompere il saldo e duro scoglio,
del cor del fratel vostro tanto o quanto;
vedete voi, cui so ch’egli ama tanto,
se, scrivendogli umìle un mezzo foglio,
per vincer l’ostinato e fiero orgoglio
di quel petto poteste avere il vanto.
Illustre Vinciguerra, io non disio
da lui, se non che mi dica in due versi:
-Pena, spera, ed aspetta il tornar mio. –
Se ciò m’aviene, i miei sensi dispersi,
come pianta piantata appresso il rio,
Voi vedrete in un punto riaversi.

(Gaspara Stampa, Rime, CCLVIII)

Ci sono validi motivi che inducono a ritenere che l’abbazia sorse in un sito abitato fin dall’epoca romana, probabilmente una costruzione di carattere militare, data la sua particolare posizione. Per quanto siano stati fatti negli ultimi anni degli scavi archeologici, che hanno contribuito ad offrire nuovi ed interessati dati sul complesso abbaziale, tuttavia della chiesa originaria non si conosce molto, perché è certo che essa è stata più volte modificata e ampliata. L’impianto era a tre navate e nel loro incrocio con il transetto si slanciava il tetto a forma di cupola, sopra del quale trovava posto una torre campanaria. Come di consueto, il chiostro era posto tra la chiesa e gli altri edifici monastici; e la cella dell’abate con una piccola loggetta era posta al di sopra del corpo dello stesso chiostro.

Raggiunta la parrocchiale di San Giovanni Battista a Nervesa,

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si può comodamente parcheggiare l’auto nell’ampio parcheggio e, attraversata la strada, ci si trova davanti ad un cancello, sui cui lati vi sono dei cartelli segnalatori con tutta una serie di indicazioni, informando il visitatore che stanno per entrare in un luogo da rispettare, per la sua storicità e religiosità, anche se inserita in una tenuta privata, la Tenuta Giusti Wine.

 

Percorrendo la sterrata con una leggera pendenza, avvolti da una boscaglia lussureggiante, è possibile prendere il fiato, leggendo le tante targhette con le informazioni sui singoli alberi o sulla fauna; o sedersi sulle panchine, perdendo il proprio sguardo sul panorama.

 

Durante la salita, accompagnati da vigneti e ulivi, un altro cartello ci informa, che accanto vi è un castelliere, un insediamento fortificato protostorico posto su una altura. Si supera l’eremo di San Girolamo, una piccola costruzione di forma ottagonale, restaurata da qualche anno, e, poco dopo, la meta nel suo splendido isolamento.

 

Qui, superato lo stupore, le emozioni sono diverse. Da un lato si prova una sensazione di profonda pace al cospetto delle rovine, dall’altro le stesse rovine sembrano urlare della pazzia dell’uomo.

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La Chiesa di San Giorgio in San Polo di Piave. Gli affreschi

Nel comune di San Polo di Piave, nella provincia di Treviso, tra le campagne coltivate a vite, si erge un tempietto della pietà popolare dedicato a san Giorgio. Fondato molto probabilmente in età longobarda su di un luogo abitato fin dai tempi dei Romani, la chiesa serba un ciclo di affreschi di Giovanni di Francia. Di Giovanni si ignorano la data e il luogo di nascita. Si conosce il nome del padre, Desiderio di Metz, e poco altro. Intorno al 1450, Giovanni risulta risiedere a Feltre, dalla quale si sposterà nelle vicine borgate bellunesi, per dare vita a delle opere degne di entrare nei canonici manuali di storia dell’arte, quali, ad esempio, gli affreschi della parrocchiale di Porcen di Seren del Grappa e le pitture del catino absidale della chiesa di Santa Giustina di Pedesalto. Nel 1462, l’artista si trasferisce con moglie e figli a Conegliano. Sono di questi anni i suoi lavori nella chiesa di San Pietro in Vincoli di Zoppè di San Vendemmiano, l’arcipretale di Mareno di Piave e le pareti della nostra chiesetta di San Polo.
Dopo aver attraversato l’intimo cimitero del sagrato e varcato il portone di legno, andiamo incontro ai tesori della chiesetta.

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Buona parte della parete nord è ricoperta da un affresco di grandi dimensioni, che rappresenta l’Ultima Cena. L’istante colto è quello di Gesù, allorché annuncia il tradimento di Giuda, delineato dal Cristo mentre offre un boccone di pane all’Iscariota.
Nella tavola imbastita non solo si osservano i simboli cristologici (agnello e pesce) e quelli eucaristici (pane e vino), ma emergono nella loro vividezza dei gamberi rossi di fiume, come nella tradizione artistica bellunese, feltrina e del trevigiano.
Il gambero rappresenta la festa eucaristica e, allo stesso tempo, simboleggia la resurrezione del Cristo. Il ciclo stagionale della muta del crostaceo si è ben prestato per raffigurare la morte, la dissoluzione del corpo e la stessa resurrezione.

 

 

Avanzando, si osserva il riquadro con la Madonna e San Francesco. La Vergine incoronata sostiene il Bambino sulle ginocchia; e sono colti mentre reggono in mano un melagrana, quale simbolo della castità, dell’incarnazione e della resurrezione; peraltro tale simbologia è richiamata dalla collana indossata dal Bambino, che termina con un cornetto. San Francesco, invece, appare quale esempio di Cristo per l’umanità ed è rappresentato come prefigurazione della passione.
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Sulla parete est, si trovano due episodi delle storie di San Giorgio nella città di Selene in Libia – San Giorgio e la principessa; San Giorgio battezza il popolo pagano – , tratti in larga misura dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.

 

 

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Sulla parete sud, si trovano il riquadro con i santi Sebastiano e Bernardino da Siena, ambedue invocati contro la peste; quindi San Giacomo Maggiore e Sant’Antonio Abate, per finire con una Madonna con il Bambino.

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Infine, sulla controfacciata si osserva una Madonna col Bambino.

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Dietro a questa Chiesa si fondano secoli di tradizioni, storia, fede e cultura, indispensabili per valutare il vero valore artistico delle raffigurazioni che custodisce, come uno scrigno di pietra. Contemplare questo ciclo di affreschi nel luogo d’origine porta a riconoscere il profondo legame che esso ha con la liturgia, facendo apprezzare ancor di più la grandezza e l’ispirazione del loro artista; e la tenacia con la quale i devoti hanno preservato la Chiesa, malgrado il tempo e la barbarie.

La chiesa di Sant’Andrea in Monte a Polpet

Il paese di Polpet, una frazione di Ponte nelle Alpi, è lontano dalle usuali rotte turistiche, ma non è privo di fascino, ricco com’è di attrazioni naturalistiche e storiche.

Appollaiata sul monte Frusseda, a 740 metri sul livello del mare, la chiesetta di Sant’Andrea in Monte domina su tutta la valle sottostante.

Lasciata la vettura in centro, ci lasciamo guidare dai cartelli turistici, che indicano una strada d’epoca romana. Di essa sono ancora visibili dei tratti della carreggiata e rappresenta uno dei tanti miracoli del genio romano che la realizzò per superare le asperità del territorio. Forse siamo in presenza di uno dei tanti segni tangibili della Via Claudia Altinate, che conduceva verso le terre d’oltralpe con una certa agibilità.

Arrivati alla strada vecchia di secoli, abbiamo l’opportunità di scegliere due sentieri per risalire il monte Frusseda. Alla fine si tratta di una questione di tempo o, più semplicemente, d’allenamento. Comunque nulla d’impegnativo. La solita attenzione che si presta quando si sale in montagna.

Distratti dai panorami o dalla natura circostante, i minuti trascorreranno velocemente. E così, all’improvviso, ci troveremo al cospetto della chiesetta, che saprà ripagare la nostra piccola fatica.

La data della sua fondazione non ci è data a sapere, ma è possibile attribuirne una sua antichità indiscutibile.

Ponte nelle Alpi è ricca di chiese, edificate per venire incontro alle necessità di una popolazione dispersa su un territorio che non permetteva un facile spostamento delle persone; ma, in questo caso, si ha quasi la sensazione che qui si volle costruire una chiesa, al riparo dalla vita caotica di ogni giorno, dove cercare una via della preghiera più autentica, aiutata dalla pace della natura e dal silenzio. Eppure fu tirata su, mattone dopo mattone, sull’affaccio della valle, in uno dei pochi spazi sgombri dalla lussureggiante vegetazione, facendo echeggiare così le parole dell’apostolo Matteo, allorché scrisse che “una città posta sopra un monte non può essere nascosta” (Mt. 5; 14).

La Chiesa viene citata per la prima volta negli archivi parrocchiali nella seconda metà del XIV secolo. Peraltro questi atti ricordano un monastero con identica intitolazione, secondo i quali nel cenobio si attesterebbe la presenza di religiosi di ambedue i sessi, che la tradizione popolare ricorderebbe in due toponimi: “Molin de Frare” e “Val de le Moneghe”. Ad oggi il sito, che si vuole in località Castellet, non è stato identificato con evidenze certe.

La chiesetta ha subìto numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Al coro, struttura originaria, è stata aggiunta nel XV secolo una modesta e sobria navata. Nella stessa occasione venne innalzato il piccolo campanile.

Intorno al XVII secolo, l’ingresso principale, che si apriva sulla facciata, fu murato. Delle considerazioni sconosciute definirono che l’accesso si ponesse sul lato meridionale.

Le modifiche prospettiche, assieme alla diversa ricollocazione delle finestre rispetto all’assetto preesistente, hanno provocato dei danni piuttosto importanti agli affreschi.

Oggi l’intonaco originale delle pareti appare scialbato, grazie anche alle diverse mani di calce viva posate nei secoli. Le superfici presentano parti di affresco, che raffigurano gli Apostoli, San Martino e la Sacra Famiglia.

Dopo aver auspicato la messa in sicurezza di queste testimonianze dalle mani del moderno vandalo, ritorniamo all’esterno, non senza aver dato un’occhiata ad uno stemma posto sopra l’ingresso. E’ quello della famiglia dei Cavassico, che, osservando lo stato di degrado nel quale era caduta la chiesa, commissionò l’ultimo grande restauro del XVII secolo.

Chissà poi come andarono le cose? Forse i familiari ebbero in cambio delle preghiere particolari per la loro salute spirituale e per il loro benessere. E forse le ascoltarono seduti in una panca o degli sgabelli propri dentro la chiesetta.

Comunque sia, la visita alla chiesetta rimane una bella esperienza, un’oasi di pace, capace di isolarti per un po’ di tempo dalla confusione del mondo esterno.

Un particolare ringraziamento all’autore della stupenda fotografia, Luca Mares, e all’amico Willi Fregona.

 

La Chiesa della Maddalena

Il prossimo 7 ottobre a Venezia, presso l’Ateneo Veneto, si terrà un interessante convegno, il cui oggetto verterà sulla cosiddetta “Venezia Esoterica”.

Tra gli interventi programmati, uno in particolare si incentrerà sulla chiesa della Maddalena, un piccolo tempio nel sestiere di Cannaregio, non lontano dalla chiesa di San Geremia.

Una conversazione intorno alla chiesa della Maddalena comporta la necessità di distinguere gli elementi storicamente attestati o verosimili da tutto ciò che rimane nell’ambito di mera ipotesi o, peggio, da una architettura della fantasia.

Sulla chiesa è stato scritto di tutto e di più, ponendo la costruzione in rapporto alla sua intestazione alla Maddalena, una vera icona contemporanea di un presunto “eterno e sacro femminino”; all’Ordine Templare, subendo nuovamente l’ennesimo martirio della memoria; all’immancabile universo variegato della Massoneria, che avrebbe rivisitato ideologicamente l’edificio trasformandolo in un tempio laico destinato a cerimonie esoteriche.

Di fatto non esistono allo stato attuale delle prove inoppugnabili a sostegno di un ipotesi, secondo la quale la chiesa sia stata edificata secondo dei precetti riconducibili ai cavalieri templari o a qualche società segreta, quale la misteriosa Voarchadumia, come invece si tende ad affermare.

Data questa premessa, la storia del tempietto può essere sintetizzata in sommi capi.

La data di fondazione risale alla seconda decade del XIII secolo, grazie alla magnanimità – o come ex voto – di una famiglia veneziana, Baffo o Balbo, che la fece costruire a sue spese.

Un nuovo capitolo importante viene scritto il 22 luglio del 1356.

Il doge Giovanni Gradenigo e il Senato Veneziano firmarono il trattato di pace, che concluse le ostilità con la Repubblica di Genova. Il giorno coincideva con la festa liturgica di santa Maria Maddalena, per cui le autorità veneziane stabilirono che la chiesa intestata alla santa venisse ingrandita, in segno di ringraziamento. I lavori interessarono anche una vicina torre di guardia, adibendola a campanile.

L’originaria funzione del campanile venne ricordata dal popolino con il nome di “Castel dei Baffo”.

All’inizio del XVII secolo, l’azione del tempo e la progressiva decadenza economica della  parrocchia avevano ridotto la chiesa in uno stato rovinoso. Un tale degrado rese necessario bandire nel  1758 un concorso per la sua completa ricostruzione.

Alla fine si esaminarono tre progetti, pur tra mugugni, incertezze e critiche.

La scelta cadde sul progetto presentato dall’architetto e fine erudito Tommaso Temanza, che interpretò la nuova chiesa, ispirandosi al tempietto palladiano della Villa Barbaro a Masier (Treviso), benché con delle varianti e con delle vistose regolarità neoclassiche.

La chiesa venne smantellata fino alle fondamenta e si diede uno schema planimetrico rotondo, contravvenendo ai dettami del Concilio di Trento, che prescrivevano per le chiese di nuova fondazione delle piante longitudinali e a croce latina.

L’esterno si presenta, dunque, con una pianta circolare e con l’ingresso principale, che si apre nel campo omonimo, mediante una scalinata. L’interno, invece, assume uno schema esagonale. Su quattro pareti sono collocate le cappelle con altare, adagiato al muro. Ciascuna di esse è delimitata da un arco a tutto sesto. Il presbiterio e l’ingresso, tra loro contrapposti, definiscono lo spazio rimanente.

Dodici colonne binate reggono la trabeazione della cupola emisferica con la lanterna. Le colonne, inoltre, fungono da delimitatori per degli interstizi occupati da rilievi marmorei e dalle statue, raffiguranti santa Maddalena e sant’Agnese, nonché dei profeti Isaia e Davide.

Il presbiterio e la sacristia, manomissioni più tarde, si aprono fuori del corpo di fabbrica principale.

L’elegante facciata si contraddistingue per l’apparato decorativo costituito da un timpano triangolare, sostenuto da due coppie di semicolonne ioniche con capitello e trabeazione; e dalle sculture in rilievo e da un’iscrizione, da taluni viste come esperienze iniziatiche, poste sopra l’ingresso.

Da subito la nuova edificazione della chiesa fu oggetto di critica, poiché fu vista come un pugno allo stomaco rispetto al contesto abitativo del circondario. La sua forma cilindrica e il suo rivestimento in marmo bianco apparvero non confacenti ai vicini edifici.

La storia successiva scrisse delle pagine semplici, nelle quali la chiesa conobbe alti e bassi, sopportando chiusure temporanee e limitazioni di vario genere.

Oggi la chiesa della Maddalena è alle dipendenze della parrocchia di San Marcuola e, purtroppo, non è sempre aperta al pubblico.

Come detto in precedenza, la chiesa rappresenterebbe lo Shangri – la della città lagunare, all’interno del quale si intrecciano storia e segreti iniziatici. Una sommaria consultazione dei siti che riportano la storia dell’edificio religioso lascia presagire la presenza di una verità, quasi fosse un assioma. La famiglia dei Baffo, o dei Balbo che sia, viene definita di chiara matrice templare o in qualche maniera affiliata all’Ordine.

Gli studiosi che non accettano una simile realtà storica, ovviamente rigettano queste indicazioni di massima e lo fanno con buona cognizione di causa, dal momento che i documenti testimoniali di coloro che dicono il contrario sono poco consistenti, se non addirittura inesistenti.

Quanto alla povera Maria Maddalena, considerata arbitrariamente come la santa per eccellenza dei Templari, beh…questa è un’illazione dei giorni nostri.  Nel 1982, delle chiacchiere in libertà – già blaterate nel passato – si trasformarono in un libro dal titolo The Holy Blood and the Holy Grail. Le sue pseudo rivelazioni su uno dei segreti dei Templari comportò il successo planetario del libro: Gesù era sopravvissuto alla crocifissione ed aveva sposato Maria di Magdala, dalla quale ebbe dei figli, che si rifugiarono in Francia, dove diedero vita alla dinastia dei Merovingi. Questa immagine falsata, e per certi versi irriguardosa, trovò una sorta di autenticità in un romanzo e il successivo film: il Codice da Vinci. In realtà, i Templari non osservavano una particolare venerazione verso Maria Maddalena, dal momento che la loro devozione era principalmente nella Vergine; nonché in una pletora di santi, quali santo Stefano, san Giovanni Battista, san Lorenzo, santa Caterina e i due santi militari san Giorgio e san Michele.

Gli amanti del mistero, in piena zona cesarini, si buttano a capofitto sulla pianta esagonale della chiesa. Tuttavia, l’esagono non è mai stato una prerogativa dei Templari, ma appartiene a concezioni più antiche. Basarsi come fanno taluni sulla base esagonale per legarne un fondante sui templari è un assurdo. Se dovessimo abbracciare una simile indicazione, per analogia saremmo nel giusto identificare ogni edificio di pianta esagonale come templare, tipo la chiesa di Santa Maria del Quartiere a Parma e, perché no, la cittadina siciliana di Grammichele. A ben vedere, invece, i Templari non avevano qualche predilezione nel costruire le proprie chiese, anche se si ricordano alcune a schema ottagonale, come le cappelle di Caon e di Torres del Rio o la cappella di Santa Caterina a Fonteurault. Pertanto considerare il Temanza quale neo templare del XVIII secolo appare del tutto fuori luogo. Tra l’altro, le sue frequentazioni più assidue e le opere letterarie e geografiche non danno nessun appiglio a questa eventualità.

Infine, il “massonico” occhio che vede tutto inscritto in un triangolo, attorniato da due cerchi, posto sopra la porta d’ingresso. In questo caso, siamo in presenza di una tipologia piuttosto comune nelle chiese cattoliche, tesa a creare delle immagini mistico didattiche, quasi dei trattati teologici per immagini.

Il triangolo equilatero corrisponde simbolicamente al numero tre, ovvero la perfezione, e normalmente al centro compare il nome ebraico di Dio o il suo occhio. I massoni si appropriarono del simbolo, ponendolo nella loro articolata iconografia. Il triangolo, ovviamente, esprime qualcosa di ben diverso. La base allude alla durata del tempo, mentre i due lati si riferiscono alla Luce e alle Tenebre. L’occhio venne ad identificare il Grande Architetto del mondo.

Comunque sia, i due cerchi circoscritti al triangolo, che simboleggiano le schiere angeliche e dei beati, non lasciano molte possibilità ad una interpretazione che non sia cristiana.

Per ultimo la famosa iscrizione SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM, vista da molti come una sorta di “patrocinio dell’Ordine Templare”. La frase è estrapolata dal nono capitolo dei Proverbi del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana, nel quale Donna Sapienza e Donna Stoltezza si contendono le strade della città. L’insegnamento è raffigurato sotto forma di banchetto, durante il quale le due donne invitano i semplici e promettono insegnamenti diversi. Il luogo dell’insegnamento sarà la casa stessa della Donna Sapienza, mentre quella della Donna Stoltezza si trova nello Sheol, il luogo delle ombre. Anche in questo caso, il senso dell’iscrizione non ha nulla di misterioso da ricondurre a chissà quale arcano sapere.

La chiesa è semplicemente il luogo, dove saziarsi dei dettami sapienzali dell’Antico e Nuovo Testamento.

Forse, senza andare troppo lontano con la fantasia, la chiesa della Maddalena custodisce per davvero dei misteri, ma sono legati alla fede e alla devozione dei fedeli, che per secoli hanno invocato l’intercessione della santa, probabilmente una delle personalità più carismatiche della primissima comunità cristiana.