Un ponte romano sulla Via Annia. Una seconda vita?

Qualche giorno fa, in una delle mie tante peregrinazioni tra le strade secondarie della viabilità veneziana, a causa dell’ennesimo incidente sull’A 4, mi sono trovato a percorrere il tratto della Triestina, che divide la cittadina di Ceggia. Qualche chilometro ancora e mi sono trovato di fronte al crocicchio a me molto caro, dato che una laterale conduce al mio vecchio amico: il ponte romano dell’antica Via Annia. Devo confessare che all’inizio il desiderio di rivederlo non era in cima ai miei pensieri, anzi. Le sue condizioni, come evidenziato in un mio precedente post, mi avevano impietrito. Fare i conti con il degrado che caratterizza molti dei nostri siti archeologici, storici o naturalistici, non è mai semplice, anche se parliamo di un piccolo e marginale ponte, una delle tantissime testimonianze del passato che impreziosiscono il nostro meraviglioso Stivale. Le imprecazioni non servono a nulla, anche se escono naturalmente dal plesso solare. Sono solo delle sterili parole senza senso. Poi, senza un perché, forse un semplice saluto ad un amico in camera caritatis, ha guidato lo sterzo dell’auto e, pochi minuti dopo, la sorpresa.
Capita di rado, ma alle volte i piccoli miracoli accadono, se magari aiutati.

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ALVISOPOLI, UN UTOPIA SETTECENTESCA

Sul finire del Settecento, a ridosso del piccolo centro rurale di Fossalta di Portogruaro, sottile cerniera tra la provincia di Venezia e la friulana Pordenone, un uomo, figlio del migliore Illuminismo, ebbe la rara possibilità di vivere la sua utopia idealistica.
Il suo nome era Alvise Mocenigo e nacque a Venezia il 10 aprile 1760 da Alvise V Sebastiano e da Chiara Zen, maggiorenti di un casato tra i più influenti e facoltosi della città lagunare d’allora. Nel 1790, presa in mano – in maniera alquanto disinvolta – la gestione delle proprietà della famiglia, Alvise intraprese un ambizioso progetto urbanistico, attraverso il quale gettò le basi di una città del tutto autosufficiente e funzionale, trasformando un vasto latifondo in un esperimento piuttosto articolato, sia dal punto di vista urbanistico che di significato sociale, nonché dai costi che si presentarono piuttosto elevati. Ma, alla fine, si trasformò in un’esperienza sociale e produttiva di grande rilievo storico.
Il latifondo, conosciuto sotto il nome di Molinat, era un ambiente paludoso, desolato e malsano, attraversato per lunghi tratti da un fiume di risorgiva; una terra nella quale la regina indiscussa era la malaria, l’aria insalubre, e, come lasciò scritto lo stesso Mocenigo, “una settantina di miseri formavano tutta la popolazione, gonfi di ventre, gialli di fisionomia, di cortissima vita”.

Tra le fonti da cui Alvise dedusse l’ispirazione per costruire la sua città notevole peso ebbero le idee di Pietro Giannini e Gaetano Filangieri, in piena sintonia col Secolo dei Lumi. Peraltro, frequentava l’Accademia degli Estravaganti, come era di casa nella più famosa Arcadia. A sua volta prese ad esempio Ferdinandopoli, la Comunità agricolo manifatturiera di San Leucio sorta nei pressi di Caserta, per volontà di Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie.

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edifici della Comunità di San Leucio

La città di Alvise, che poté chiamarsi Alvisopoli nel 1800 grazie al governo austriaco, era impostata secondo criteri tra i più moderni della scienza agraria del tempo, integrata da una stretta filiera che si occupava della trasformazione dei prodotti e la distribuzione degli stessi sul mercato. Tra le produzioni, ad esempio il Mocenigo, ricordò “sopra l’uva, come sopra diverse altre materie, e con quali maggiori o minori mezzi si potesse estrar lo zucchero…Alle api e al miele dunque si rivolse il pensiero”. A queste si aggiunsero la coltivazione del riso, attraverso le più moderne tecniche piemontesi, la filatura di vari tessuti e la conceria.
Il grande lavoro di bonifica e la stessa città abbisognava di una nuova popolazione; e questa fu trovata nei possedimenti dei Mocenigo sparsi per tutto il Veneto: nuclei familiari di contadini e braccianti arrivarono dal vicentino, dal padovano e dal veneziano, in particolare dai dintorni della località di Cavarzere.

Dopo di che si intraprese la canalizzazione delle acque, attraverso l’escavo di due canali scolatori, il Taglio e il Fossalone, quindi si passò al rimboschimento dell’area, introducendovi diverse specie arboree. Allo stesso tempo si costruirono a villa padronale, le barchesse a loggia in stile dorico, la scuderia, la cantina, che delimitano un grande giardino all’italiana. Poco lontano le case coloniche e gli edifici adibiti alla lavorazione dei prodotti, quale il mulino, la fornace, la filanda, la conceria e per la pilatura del riso; non mancavano i fabbricati per la vita di ogni giorno: la chiesa, le scuole, la farmacia e una locanda.

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La villa padronale
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Le case coloniche
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edificio per la pilatura del riso
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Palazzo dell’amministrazione
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barchessa di sinistra
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barchessa di destra e il cantinone

La villa, eretta tra il 1803 e il 1805 su progetto dell’architetto bassanese Giovanni Battista Balestra, sulle fondamenta di un precedente edificio dominicale, era completata da un parco di ben otto ettari, dove un fosso di risorgiva alimenta piccole canalette e uno stagno, ricoperto da splendide ninfee. Il rigoglioso scenario naturale è costituito da un antico bosco di pianura, composto da farnie e roveri, a cui si alternano le betulle, gli aceri, i carpini bianchi, i frassini o alberi centenari non nativi, quali ad esempio, gli ippocastani o i cedri, oltre a numerose specie arbustive ed erbacee. Qui cresce una rosa rara ed unica: la rosa Moceniga. La sua presenza non è sempre vistosa, a volte la si nota appena, seminascosta dalla vegetazione, altre volte spicca fra le altre specie erbacee. Nel corso delle sue fioriture, due volte all’anno – in inverno e in primavera – i suoi petali cambiano colore: da un colore rosso passa al rosa e al candore del bianco.

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La rosa Moceniga

Nella tipografia, allestita nel 1810 prima di essere trasferita a Venezia nel 1814, si vennero a pubblicare con il la marca tipografica dell’ape con il motto Utile Dulci, numerose opere di grande spessore letterario e saggistico, tra le quali l’Inno alla Pace di Giovanni Paradisi, che celebrò le nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, o le Api Panacridi di Vincenzo Monti.

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chiesa di San Luigi

La chiesetta, sorta sulle preesistenze di un oratorio intitolato a Sant’Antonio, venne edificata sulla base delle considerazioni del Balestra e del Canova. Disposta all’esterno della villa padronale, aperta all’intero complesso, era ed è dedicata a San Alvise e a San Luigi di Gonzaga. Nel 1843, Lucia Memmo, moglie di Alvise, mise mano alla chiesa, realizzando le due navate laterali e il coro. Inoltre, dispose che venissero qui trasferite molte delle opere, in precedenza custodite nell’oratorio di Cà Memmo di Cendon di Silea, in provincia di Treviso. Notevoli, tra questi, i due angeli marmorei, attribuiti a Giusto Le Court. Infine, nel 1907, fu eretto il campanile.

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oratorio di Cà Memmo

 

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il campanile

Con la morte dell’ultimo discendente della famiglia Mocenigo, Alvisopoli conobbe un processo di trasformazione e di abbandono. Nel 1983, l’intero complesso venne acquistato dall’allora IACP di Venezia, oggi Ater di Venezia, che decise il restauro, destinandolo a residenza, pur realizzando un recupero globale dell’antico centro. Dopo il recupero della villa, delle scuderie, dove si sono ricavati altri alloggi di edilizia popolare, negli ultimi anni sono stati ristrutturate le barchesse e le cantine, creando uffici e spazi per eventi ed esposizioni temporanee, estesi al giardino e al parco.

L’articolato intervento di restauro del complesso monumentale e naturalistico ha permesso la restituzione alla comunità di un bene, con una storia che rischiava di andare perduta.

Oltre al valore storico rappresentato dall’idea moderna e progressista di Alvise Mocenigo, la realizzazione del complesso/borgo da lui ideato, merita una profonda riflessione che, a mio parere, dovrebbero fare molti urbanisti nella ideazione di città moderne. Create sulla base dei bisogni contemporanei dell’urbanizzazione, ma fatti in maniera razionale e non estemporanea. Con l’idea e il presupposto di lasciare qualcosa di utile e duratura per chi sarà dopo di noi.

Noventa di Piave. Non solo moda e shopping

Noventa di Piave è un piccolo comune del veneziano. Poco meno di settemila anime, ma è tra i più conosciuti o, meglio, frequentati dell’area metropolitana di Venezia. Perquanto grazioso, l’abitato non è sulla bocca di tutti per le sue bellezze naturalistiche o artistiche, bensì per l’unico Outlet Village presente inVeneto. Il “Noventa Designer Outlet” della catena Mc Arthur Glen è a tutti gli effetti una delle mete preferite di oltre tre milioni e seicentomilavisitatori, provenienti dall’Italia e dal resto dell’Europa, nonché dallaRussia, Cina e Corea. Per di più, stando alle cronache più recenti non mancherebbero turisti d’oltreoceano, in particolare statunitensi.

 

 

Detto in tal modo, Noventa di Piave si risolverebbe del tutto nello shopping e nell’alta moda: ma non è così. Anch’esso racchiude un piccolo tesoro, un sito archeologico, la cui esplorazione non può dirsi del tutto completata. Una volta ogni tanto, il merito della scoperta è della frenesia edilizia, il boom edilizio che ha colpito anche questa località sul finire degli anni ’70.
Nel 1976, l’asportazione del terreno per la costruzione di un edificio a più piani mise alla luce delle murature, lacerti di strutture e resti di pavimenti, che furono interpretati come parti di un qualche edificio antico. In un primo momento si pensò ai resti dell’antica chiesa, dedicata a San Mauro, eretta nell’XI secolo e rasa al suolo nel corso dei combattimenti della Prima Guerra Mondiale.
Invece, le successive campagne archeologiche, avviate per raccogliere ulteriori informazioni e per salvaguardare le strutture scoperte, lo identificarono come uno sito pluristratificato. La prima fase di occupazione del sito comincia nell’età repubblicana e termina in età tardo imperiale (III-IV secolo d.C.). La seconda fase coincide con i diversi edifici ecclesiastici, a partire dal VII-VIII secolo fino alla primigenia arcipretale di San Mauro.

 

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La villa rustica di età repubblicana, frutto della sovrapposizione di più fasi costruttive, possedeva una zona residenziale e di rappresentanza, con vani, tra i quali uno rettangolare, che avevano dei mosaici, pareti decorati. Una parte era, invece, destinata alle attività produttive.
La felice posizione geografica del luogo ha certamente giocato un ruolo fondamentale nella scelta: l’adiacente corso del Piave, e i probabili approdi fluviali, lungo il quale si svolgeva il traffico tra le valli dolomitiche e il porto altinate; e la stessa vicinanza con la Via Annia, che collegava le due grandi città di Adria e Aquileia, erano dei raccordi notevoli per gli aspetti commerciali. Quindi, la villa rustica era stata tirata su in funzione del paesaggio, una campagna fertile e favorevole alle attività agricole, che avrebbero trovato sbocco veicolare nella via di comunicazione stradale e nel percorso fluviale.
La fine dell’insediamento di età repubblicana, cristallizzatosi tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C., potrebbe trovare una risposta nell’identificazione di uno strato di carboni e cenere sui pavimenti, probabilmente causato da un incendio.

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L’ultima manifestazione antica è evidenziata dalla villa tardo imperiale, eretta sul sedime delle strutture precedenti. L’impianto abitativo appare modificato. Possiede cinque vani e i pavimenti musivi presentano analoghe tipologie costruttive ed ornamentali della “Basilica Apostolorum” di Concordia Sagittaria.
La cesura tra il modello della vita e il nuovo insediamento altomedievale è stata determinata dall’abbandono conseguente alla grande crisi, che si fa tradizionalmente coincidere con il periodo delle invasioni. Il complesso venne abbandonato ed inizia così la nuova fase di occupazione. Le prime strutture religiose cristiane, che tendevano, anche per ovvie motivazioni di opportunità economica, a conservare in parte gli assetti edilizi preesistenti.

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Un piccolo cenno per l’edificio eretto nell’XI secolo, sul sedime vecchio di secoli. L’arcipretale di San Mauro custodiva numerose opere, che, purtroppo, sono andate irrimediabilmente perdute nel 1917. Tra queste vi erano la Pala dell’altare maggiore, con la Vergine e San Mauro, attribuito a Palma il Giovane; dello stesso autore anche la Pala del Crocefisso, sull’omonimo altare; un Battesimo di Cristo sul Giordano di Paolo Veronese; il coro dello scultore Brustolon; o ancora il portale, detta la Porta dei Furlani di Jacopo Sansovino.
La sua torre campanaria, del XVI secolo, era stata realizzata su base quadrata con un’altezza di 45 metri. Nei primi giorni di novembre del 1917, gli Italiani, prima di ritirarsi sulla riva destra del Piave, la fecero saltare. Le campane, rimaste sepolte tra le macerie, nel 1925 furono solennemente issate sul campanile della nuova chiesa, dove tuttora si trovano.

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Il castello di Andraz

Nei pressi del comune di Col di Lana, il Fodòm ladino, al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano, in una splendida vallata vi è una chicca dell’età medioevale. Siamo a Livinallongo, nella minuscola frazione di Castello; e qui, sopra un’imponente roccia, che si staccò da una vicina montagna nella lontana età glaciale, si erge maestoso il castello di Andraz o di San Raffaele. Non fu certamente dovuta al caso una simile scelta. Da questo punto è stato possibile dominare non solo le vie provenienti da Belluno o quelle settentrionali di Bressanone o Castel Badia, ma anche il percorso di Ampezzo, attraverso la sella del Falzarego.

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La prima storia del castello è difficile da ricostruire con esattezza, ma alcuni documenti dell’archivio vescovile di Bressanone proverebbero che i suoi natali dovrebbero risalire al Mille, ma parliamo di testimonianze che abbisognerebbero di ulteriori conferme e necessari confronti. L’incerto delle fonti testimoniali sembra perdurare sino alla fine dell’XI secolo, poiché, intorno al 1221, le nebbie sembrano dipanarsi, finalmente, di fronte alla presenza della famiglia Schoneck, che ricevette il castello dal vescovo conte di Bressanone. Questa non era una famiglia di perfetti sconosciuti alla storia della regione, dato che, vassalli del vescovo di Bressanone, erano i signori di Rodengo in Val Pusteria e dei territori sopra Marebbe; peraltro erano stati investiti dal titolo di giudici provinciali dal conte del Tirolo e di Gorizia. Da quel momento, sebbene i nomi delle famiglie proprietarie nel corso del tempo risuonassero diversi nelle stanze del castello, il vescovo conte non lo perse mai di vista, data la sua importanza strategica nella regione. Intorno al 1416, l’allora vescovo conte lo pose direttamente alle proprie dipendenze, dotandolo di guarnigioni al comando di un capitano.

Tra i vescovi che vi dimorarono – tra i più celebri – è stato senza dubbio Nicolò Cusano, il grande teologo e filosofo. Durante il suo ministero, si trovò spesso costretto a trovare rifugio nel castello, dove, tra l’altro scrisse alcune delle sue opere. Tra il 1457 e il 1460, il suo soggiorno è legato alla contesa che lo vide contrapporsi al monastero benedettino femminile di Sonnenburg, oggi Castelbadia, in Val Badia. Il monastero, sorto dapprima come castello, nel 1039, il figlio del conte Otwin, lo donò alle monache benedettine, dotandolo di vasti possedimenti terrieri. Tra le sue mura vennero ospitate le figlie della nobiltà tirolese non destinate alla gioia della vita laicale; e pare che conducessero una vita non propriamente edificante, almeno stando alle fonti dell’epoca, che ricordano numerosi episodi boccacceschi. A causa di una disputa territoriale con gli abitanti di Marebbe, Verena von Stuben, badessa del monastero, ottenne ragione dal duca Sigismondo d’Austria, che intimò ai Marebbesi le pubbliche scuse nei confronti del monastero e, non contento, dispose anche l’assegnazione di nuovi territori alle monache. Conosciuta l’affinità e l’unione di intenti che legavano il dignitario al Sonnenburg, gli abitanti di Marebbe non si diedero per vinti e non rimasero con le mani in mano. Rivolsero le loro suppliche al vescovo Cusano, che, nel frattempo, aveva intrapreso una difficile riforma della vita monastica. L’abile e scaltra Verena von Stuben, vista la mal parata, prese tempo, promettendo solennemente di adeguare il monastero alla nuova osservanza. La sua strategia, per quanto astuta, non poteva certamente durare a lungo. Dopo anni di scaramucce e di promesse mai mantenute, neppure di fronte alla scomunica e alle richieste della “duchessa Eleonora, moglie di Sigismondo, che la invitava a sottomettersi alle direttive del suo vescovo, la badessa Verena rispose che d’ora in avanti lei e le sue consorelle avrebbero provveduto direttamente alla loro sicurezza e al loro mantenimento; detto fatto, il monastero di Sonnenburg assoldò un gruppo di uomini armati…cui fu affidato il compito di riscuotere, con le buone o con le cattive, le imposte degli abitanti della Val Badia e delle vallate laterali” (G. Piaia, Nicolò Cusano, vescovo filosofo e il castello di Andraz, 2007, p. 26). La chiave di volta, capace di rompere lo stallo nel quale erano caduti ambedue i contendenti, fu il fragore delle armi. La battaglia avvenne il 5 aprile del 1458 nei pressi di Crep de Santa Grazia, sempre in Val Badia. Le truppe fedeli al vescovo sbaragliarono gli uomini di Sonnenburg e a Verena non rimase altro che rinunciare alla carica di badessa del monastero. “La lunga vicenda che aveva opposto un vescovo a una badessa accese la fantasia popolare: si narra che durante una visita del Cusano a Sonnenburg per riformare il monastero la maliziosa badessa avesse fatto servire in tavola da una giovane e bella novizia carne di coniglio, che era allora considerata un afrodisiaco; il vescovo si rifiutò di mangiarla, ed allora Verena la fece riportare in cucina, ove fu tritata e trasformata in polpette, che il Cusano, senza accorgersi dell’avvenuta manipolazione, mangiò poi di gusto” (G. Piaia, op. cit., p. 28).

Come detto, delle prime fasi del castello Andraz non sono pervenute testimonianze scritte o cartografiche, tuttavia gli scavi archeologici, che, peraltro, avrebbero evidenziato un possibile stanziamento mesolitico, hanno definito che esso possedeva delle dimensioni alquanto più ridotte di quello attuale, mentre le strutture interne dovevano essere completamente di legno. Doveva, inoltre, possedere una protezione muraria a valle sotto il masso, attraverso la quale si accedeva al cortile interno. Da qui, volendo accedere alla rocca si doveva percorrere una sorta di scala di pietra, la quale permetteva l’accesso ad una seconda scala, questa volta di legno, che poneva in comunicazione i diversi piani sovrapposti.

Nel Trecento, il Castello, ampliato molte volte, ormai non era più la rozza opera fortificatoria delle origini, ma si era plasmato indissolubilmente all’enorme macigno, assumendo una forma verticistica, obbligando i piani in legno a sfruttare le pendenze e la sagoma del masso stesso; una costruzione ben lontana dal consueto profilo “nucleare” dei castelli vicini, ovvero strutturati attorno al mastio. Il 1484 fu un anno fatale per il castello. Un incendio di vaste dimensioni lo compromise seriamente, tanto da costringere una generale ricostruzione dell’edificio. L’incarico venne affidato ai Maestri Comacini Jacomo, Antonio e Pedro, i quali studiarono i diversi piani, partendo dalle antiche fondamenta. Tra le opere realizzate, si rialzarono le quote dei cortili di qualche metro, adoperandovi le macerie, e si spostò l’ingresso alzandovi una torre angolare. Ormai il castello aveva assunto la veste, sotto la quale oggi si fa vedere. Successivi lavori furono eseguiti nel 1516, sempre in seguito ad un incendio. Sul far del Seicento, il castello conobbe una nuova destinazione d’uso, residenziale ed amministrativa, poiché l’evoluzione delle strategie militari, nonché delle stesse armi, gli fecero perdere la sua valenza originaria.
Il lento degrado che ne seguì toccò il suo apice in seguito alle guerre napoleoniche. Il Castello venne venduto a dei privati, i quali si preoccuparono di spogliarlo degli arredi e di ogni parte asportabile, compreso il tetto. Ulteriori danni seguirono alla Grande Guerra, poiché fu oggetto di bombardamenti da parte delle postazioni austriche, asserragliate sul soprastante Col di Lana.

Ora una breve carrellata di fotografie del castello e dei suoi interni.

 

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Atrio deposito accesso ai piani superori
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Sala del Capitano

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Cucina

 

 

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Percorso di visita

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Particolare del foro gnomonico di Nicolò Cusano per cogliere il solstizio estivo.1

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Scritte poste sopra il forognomonico

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Copertura in vetro

 

 

 

 

La Torre del Caligo. Jesolo

A pochi chilometri dalle rinomate spiagge di Jesolo, si nasconde un luogo magico, in cui riecheggiano le antiche suggestioni romane e della Serenissima. È la Torre del Caligo o, meglio, quello che rimane dell’antica fortificazione. In questi giorni, dettati dalla canicola, molti dei turisti che hanno percorso il tratto stradale, che da Caposile porta alla località balneare, avranno osservato con una certa invidia delle automobili transitare lungo la sponda destra del Sile-Piave vecchia, non sapendo che, da un lato, tale itinerario li avrebbe alleviato il tedio delle lunghe code e, per chi ancora gode delle testimonianze del passato, avrebbe potuto dare una sbirciata ad uno dei monumenti più antichi della zona. Può apparire persino antinomico pensare a Jesolo, come un luogo depositario di vestigia del passato, ma non è così. Per quanto possa essere incredibile, la località veneta non è solo spiaggia, mare e movida. Al centro di Jesolo paese vi è il sito delle cosiddette Antiche Mura, nel quale sono visibili i ruderi della basilica medioevale di S. Maria Assunta e non solo, dato che la frequentazione del sito è stata retrodatata al IV secolo.

Tra l’altro, non è di poco tempo fa il rinvenimento a poca distanza di “mansio” risalente all’epoca romana, peraltro evidenziata come prova provata (sic!) della vocazione di Jesolo alla ricezione turistica, che attesterebbe in Jesolo un luogo ben introdotto all’interno dei circuiti commerciali tardo antichi e altomedioevali. Con la speranza che tali testimonianze non entrino nel lungo elenco delle cosiddette “piere vecie”, vi è, invece, una voce fuori dal coro. E riguarda la Torre del Caligo. Anni fa, nell’agosto del 2014, grazie alla “sensibilità delle famiglie e società agricole che ne erano proprietarie…hanno donato la Torre al Comune”, il quale l’acquisì come bene di una certa rilevanza storica, poiché non si poteva certamente dimenticare “che nei secoli passati la Torre del Caligo” aveva svolto “l’importante ruolo di presidio a guardia della confluenza del canale omonimo nel vecchio corso del Piave” (Il Gazzettino di Venezia del 23 agosto 2014).

Sulla base dei conci di pietra e dei mattoni sesquipedali della base, nonché le misure del suo perimetro la pongono in diretta relazione con altre due torri, identificate l’una nei ruderi sommersi nel Canale di San Felice a poca distanza da Treporti e l’altra con quella di Baro Zavalea, nella Valle di Mezzano nei pressi di Comacchio. Le ricerche archeologiche condotte su questi ultimi siti hanno permesso di datare le costruzioni ad un arco di tempo che spazia dal I secolo a.C. al I secolo d.C.; ed hanno permesso di cogliere, almeno in buona misura, il contesto antropico e naturale, nel quale avevano una determinata destinazione, di appoggio e controllo della navigazione endolitoranea – in stretta relazione con le diverse “mansiones” con cavane con tratti di alzaia e le altrettante “mutationes” con palata – che si svolgeva durante l’epoca romana tra Ravenna ed Aquileia. Nel caso specifico, la navigazione in età romana diretta in ambito “torcellese”, dopo aver percorso diverse aste fluviali, imboccava all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile e proseguiva fino a Equilo (il nucleo originario dell’odierna Jesolo), “vicus” di epoca imperiale.
Secoli dopo, la torre venne ricostruita dai veneziani, elevandola a tre o quattro piani, come testimoniato da diverse fonti cartografiche.

La sua destinazione non cambiò di molto, divenendo un presidio militare con il compito anche di esigere il dazio conseguente al notevole traffico commerciale, che vi si svolgeva, soprattutto di legname proveniente dal Cadore e il metallo utile per l’edilizia e la cantieristica di Venezia, la cui navigazione proseguiva coll’utilizzo del traino di cavalli, che procedevano sulle alzaie, fino a Treporti; e scongiurare l’altrettanto notevole contrabbando di sale e di animali o carni macellate, piaga che costrinse il governo veneto ad emanare numerosi decreti e altri provvedimenti repressivi.

Attraverso accorgimenti idraulici ed ingegneristici piuttosto lungimiranti per l’epoca era possibile per le imbarcazioni di una certa stazza superare gli argini, attraverso l’utilizzo di sbarramenti fluviali – vedi panama- ; mentre nel caso di imbarcazioni dal basso tonnellaggio il superamento avveniva grazie ad un sistema di piani inclinati e argani.
In realtà, la nostra torre era conosciuta, almeno fino al Trecento, sotto il nome di Turris Plavis e lo storico Giacono Filiasi, interrogandosi sulla storia antica di quella che sarà Jesolo e sulla più minuta fortificazione, scrive.

I documenti degli scorsi secoli ci manifestano pure che nel tenere di Equilio eravi luogo detto Torre di Piave, altro Ponte di Equilo, altro S. Mauro. Nel così detto Codex Publicorum trovai memoria di essi, e per primo, o sia la Torre non so se stesse verso Villafranca, e dove ora si veggono varie macerie da non confondersi con quelle di Equilio. Perché sovente la palustre nebbia volteggiava all’intorno, e colle bianche sue falde nascondea quella torre, perciò chiamaronla anche Torre del Caligo” (Memorie storiche dè Veneti primi e secondi, 1814 , p. 98).

Quindi lo storico sembra avvalorare la teoria, secondo la quale la nebbia, che per molte settimane del periodo autunnale e invernale, avvolge l’intero circondario, fosse la causa prima di questo nuovo toponimo. Tuttavia, ad onore del vero, per quanto suggestiva, questa non è l’unica teoria a questo riguardo. Vi è stato chi vi ha ricordato il nome di una nobile famiglia veneziana e chi, ancora, vi ha letto una derivazione legata in qualche modo all’itinerario stradale (A. Visentin, Jesolo antica e moderna, Tipografia Messaggero, Padova, 1954, p. 98).

Stando a talune testimonianze letterarie, purtroppo non confermate da evidenze archeologiche, la torre diede l’impulso attrattivo alla edificazione di strutture di accoglienza e di varia logistica ai mercanti e ai viaggiatori. Non poteva certamente mancare un sacello, una chiesa, dove, soprattutto durante le lunghe notti invernali, era possibile sopire con una preghiera le ansie delle deviazioni del giorno. Il Filiasi, a questo riguardo, ricorda che “se stiamo agli annali Camaldolesi, fino dall’anno 930 già esisteva la Torre del Caligo, poiché raccontano come in luogo boschereccio prossima ad essa ritirossi S. Romualdo con Marino suo compagno” (G. Filiasi, op. cit., p. 98), volendo con questo accogliere l’idea, che la struttura monastica sorse nelle vicinanze della stessa torre, come ricorda la tradizione camaldolese (A. Fortunius, Historiarum Camaldulensium pars posterior, Venezia, 1579, I, c. 7; AC, I 53 ss).

Come ogni cosa, anche la torre conobbe il momento della sua fine, che coincise con le opere idrauliche intraprese dalla Repubblica di Venezia, atte a scongiurare l’interramento della laguna; e, secondo l’uso scellerato, ma dettato dalla necessità di allora, si pose a smantellarla per recuperare i materiali, che avrebbero poi innalzato i poderi vicinali.
In breve, questa è la storia della Torre del Caligo. Ora vediamo come raggiungerla, semmai dovessimo trovarci da queste parti. Arrivando da Venezia, in direzione di Jesolo, alla vista di Caposile, volenti o nolenti ci imbattiamo in una grande rotonda. Proseguendo alla seconda uscita, ci troveremmo alla volta per la strada che ci condurrà a Jesolo, mentre a noi interessa la prima uscita. Un piccolo cartello turistico, con la semplice dicitura Torre del Caligo, ci obbligherà alla deviazione. Seguiamo l’indicazione del ponte di barche, che oltrepasseremo per una manciata di monetine, e quindi in tutta calma, seguiamo la strada asfaltata dei Salsi. Dopo qualche chilometro , dietro ad un’ansa del fiume

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, ecco che ci appare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Torre di Rai di San Polo di Piave

Tra i molti gioielli che la Marca serba nel suo territorio vi è una torre di epoca medioevale, che si nasconde timidamente nella piccola borgata di Rai nel Comune di San Polo. Gli scarsi e quanto mai bizzarri ruderi della torre si trovano sul ciglio di una strada sterrata a qualche metro da una delle più rinomate aziende vinicole del Veneto – chi non ha gustato un calice dei vini della Cà di Rajo – e a un centinaio di metri dalla parrocchiale, dedicata a Santa Maria Maddalena. Non ne rimangono che due tronconi, abbracciati come un tutt’uno con la boscaglia, che sembra velare la forma originale dell’edificio.

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Quello che rimane della torre si erge sopra una motta di pochi metri, la cui altezza è poco meno di cinque metri, sul piano di campagna. La tradizione erudita locale vorrebbe attribuire alla motta un’origine romana; tuttavia, uno scavo compiuto nel lontano 1935 (Ercolino, 1999, pp. 85-88), ha evidenziato che le basi della torre traggono il proprio fondamento dalla base di campagna, escludendo di fatto l’eventualità che la fortificazione sia stata eretta sopra un manufatto di età antica. Probabilmente, la fondazione risale alla fine del XIII secolo e, forse, la sua particolare conformazione è legata alla vicina presenza degli alvei secondari del fiume Piave, oggi visibili nelle foto da satellite. Il riporto di materiale, che costituisce la motta, trovava una sua giustificazione nel contrasto delle tante esondazioni del reticolo fluviale, proteggendo di fatto i beni del proprietario dell’edificio fortificato.

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La storia della torre racconta di assedi e saccheggi, come ogni altra torre medioevale, ma i tormenti finali e, soprattutto più devastanti, appartengono alla storia più recente. La torre ancora integra nelle sue parti venne fatta brillare dagli austriaci nel novembre del 1918, volendo evitare che divenisse un posto di osservazione per le truppe italiane, quindi il 15 febbraio del 1925 una tormenta violentissima terminò quanto iniziato dai soldati di Carlo I d’Austria.
E’ vero, a vederla oggi, appare una semplice torre medioevale, una delle migliaia che troneggiano sui borghi italiani, ricordandoci “delle donne, dei cavalieri, delle battaglie, degli amori”, ma è anche vero che rappresentò uno dei tanti magli, attraverso i quali i Collalto, la nobile casata di origine longobarda, diede la propria impronta a quella che oggi viene definita la Marca Gioiosa.

La Chiesa di San Giorgio in San Polo di Piave. Gli affreschi

Nel comune di San Polo di Piave, nella provincia di Treviso, tra le campagne coltivate a vite, si erge un tempietto della pietà popolare dedicato a san Giorgio. Fondato molto probabilmente in età longobarda su di un luogo abitato fin dai tempi dei Romani, la chiesa serba un ciclo di affreschi di Giovanni di Francia. Di Giovanni si ignorano la data e il luogo di nascita. Si conosce il nome del padre, Desiderio di Metz, e poco altro. Intorno al 1450, Giovanni risulta risiedere a Feltre, dalla quale si sposterà nelle vicine borgate bellunesi, per dare vita a delle opere degne di entrare nei canonici manuali di storia dell’arte, quali, ad esempio, gli affreschi della parrocchiale di Porcen di Seren del Grappa e le pitture del catino absidale della chiesa di Santa Giustina di Pedesalto. Nel 1462, l’artista si trasferisce con moglie e figli a Conegliano. Sono di questi anni i suoi lavori nella chiesa di San Pietro in Vincoli di Zoppè di San Vendemmiano, l’arcipretale di Mareno di Piave e le pareti della nostra chiesetta di San Polo.
Dopo aver attraversato l’intimo cimitero del sagrato e varcato il portone di legno, andiamo incontro ai tesori della chiesetta.

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Buona parte della parete nord è ricoperta da un affresco di grandi dimensioni, che rappresenta l’Ultima Cena. L’istante colto è quello di Gesù, allorché annuncia il tradimento di Giuda, delineato dal Cristo mentre offre un boccone di pane all’Iscariota.
Nella tavola imbastita non solo si osservano i simboli cristologici (agnello e pesce) e quelli eucaristici (pane e vino), ma emergono nella loro vividezza dei gamberi rossi di fiume, come nella tradizione artistica bellunese, feltrina e del trevigiano.
Il gambero rappresenta la festa eucaristica e, allo stesso tempo, simboleggia la resurrezione del Cristo. Il ciclo stagionale della muta del crostaceo si è ben prestato per raffigurare la morte, la dissoluzione del corpo e la stessa resurrezione.

 

 

Avanzando, si osserva il riquadro con la Madonna e San Francesco. La Vergine incoronata sostiene il Bambino sulle ginocchia; e sono colti mentre reggono in mano un melagrana, quale simbolo della castità, dell’incarnazione e della resurrezione; peraltro tale simbologia è richiamata dalla collana indossata dal Bambino, che termina con un cornetto. San Francesco, invece, appare quale esempio di Cristo per l’umanità ed è rappresentato come prefigurazione della passione.
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Sulla parete est, si trovano due episodi delle storie di San Giorgio nella città di Selene in Libia – San Giorgio e la principessa; San Giorgio battezza il popolo pagano – , tratti in larga misura dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.

 

 

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Sulla parete sud, si trovano il riquadro con i santi Sebastiano e Bernardino da Siena, ambedue invocati contro la peste; quindi San Giacomo Maggiore e Sant’Antonio Abate, per finire con una Madonna con il Bambino.

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Infine, sulla controfacciata si osserva una Madonna col Bambino.

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Dietro a questa Chiesa si fondano secoli di tradizioni, storia, fede e cultura, indispensabili per valutare il vero valore artistico delle raffigurazioni che custodisce, come uno scrigno di pietra. Contemplare questo ciclo di affreschi nel luogo d’origine porta a riconoscere il profondo legame che esso ha con la liturgia, facendo apprezzare ancor di più la grandezza e l’ispirazione del loro artista; e la tenacia con la quale i devoti hanno preservato la Chiesa, malgrado il tempo e la barbarie.