Il castello di Andraz

Nei pressi del comune di Col di Lana, il Fodòm ladino, al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano, in una splendida vallata vi è una chicca dell’età medioevale. Siamo a Livinallongo, nella minuscola frazione di Castello; e qui, sopra un’imponente roccia, che si staccò da una vicina montagna nella lontana età glaciale, si erge maestoso il castello di Andraz o di San Raffaele. Non fu certamente dovuta al caso una simile scelta. Da questo punto è stato possibile dominare non solo le vie provenienti da Belluno o quelle settentrionali di Bressanone o Castel Badia, ma anche il percorso di Ampezzo, attraverso la sella del Falzarego.

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La prima storia del castello è difficile da ricostruire con esattezza, ma alcuni documenti dell’archivio vescovile di Bressanone proverebbero che i suoi natali dovrebbero risalire al Mille, ma parliamo di testimonianze che abbisognerebbero di ulteriori conferme e necessari confronti. L’incerto delle fonti testimoniali sembra perdurare sino alla fine dell’XI secolo, poiché, intorno al 1221, le nebbie sembrano dipanarsi, finalmente, di fronte alla presenza della famiglia Schoneck, che ricevette il castello dal vescovo conte di Bressanone. Questa non era una famiglia di perfetti sconosciuti alla storia della regione, dato che, vassalli del vescovo di Bressanone, erano i signori di Rodengo in Val Pusteria e dei territori sopra Marebbe; peraltro erano stati investiti dal titolo di giudici provinciali dal conte del Tirolo e di Gorizia. Da quel momento, sebbene i nomi delle famiglie proprietarie nel corso del tempo risuonassero diversi nelle stanze del castello, il vescovo conte non lo perse mai di vista, data la sua importanza strategica nella regione. Intorno al 1416, l’allora vescovo conte lo pose direttamente alle proprie dipendenze, dotandolo di guarnigioni al comando di un capitano.

Tra i vescovi che vi dimorarono – tra i più celebri – è stato senza dubbio Nicolò Cusano, il grande teologo e filosofo. Durante il suo ministero, si trovò spesso costretto a trovare rifugio nel castello, dove, tra l’altro scrisse alcune delle sue opere. Tra il 1457 e il 1460, il suo soggiorno è legato alla contesa che lo vide contrapporsi al monastero benedettino femminile di Sonnenburg, oggi Castelbadia, in Val Badia. Il monastero, sorto dapprima come castello, nel 1039, il figlio del conte Otwin, lo donò alle monache benedettine, dotandolo di vasti possedimenti terrieri. Tra le sue mura vennero ospitate le figlie della nobiltà tirolese non destinate alla gioia della vita laicale; e pare che conducessero una vita non propriamente edificante, almeno stando alle fonti dell’epoca, che ricordano numerosi episodi boccacceschi. A causa di una disputa territoriale con gli abitanti di Marebbe, Verena von Stuben, badessa del monastero, ottenne ragione dal duca Sigismondo d’Austria, che intimò ai Marebbesi le pubbliche scuse nei confronti del monastero e, non contento, dispose anche l’assegnazione di nuovi territori alle monache. Conosciuta l’affinità e l’unione di intenti che legavano il dignitario al Sonnenburg, gli abitanti di Marebbe non si diedero per vinti e non rimasero con le mani in mano. Rivolsero le loro suppliche al vescovo Cusano, che, nel frattempo, aveva intrapreso una difficile riforma della vita monastica. L’abile e scaltra Verena von Stuben, vista la mal parata, prese tempo, promettendo solennemente di adeguare il monastero alla nuova osservanza. La sua strategia, per quanto astuta, non poteva certamente durare a lungo. Dopo anni di scaramucce e di promesse mai mantenute, neppure di fronte alla scomunica e alle richieste della “duchessa Eleonora, moglie di Sigismondo, che la invitava a sottomettersi alle direttive del suo vescovo, la badessa Verena rispose che d’ora in avanti lei e le sue consorelle avrebbero provveduto direttamente alla loro sicurezza e al loro mantenimento; detto fatto, il monastero di Sonnenburg assoldò un gruppo di uomini armati…cui fu affidato il compito di riscuotere, con le buone o con le cattive, le imposte degli abitanti della Val Badia e delle vallate laterali” (G. Piaia, Nicolò Cusano, vescovo filosofo e il castello di Andraz, 2007, p. 26). La chiave di volta, capace di rompere lo stallo nel quale erano caduti ambedue i contendenti, fu il fragore delle armi. La battaglia avvenne il 5 aprile del 1458 nei pressi di Crep de Santa Grazia, sempre in Val Badia. Le truppe fedeli al vescovo sbaragliarono gli uomini di Sonnenburg e a Verena non rimase altro che rinunciare alla carica di badessa del monastero. “La lunga vicenda che aveva opposto un vescovo a una badessa accese la fantasia popolare: si narra che durante una visita del Cusano a Sonnenburg per riformare il monastero la maliziosa badessa avesse fatto servire in tavola da una giovane e bella novizia carne di coniglio, che era allora considerata un afrodisiaco; il vescovo si rifiutò di mangiarla, ed allora Verena la fece riportare in cucina, ove fu tritata e trasformata in polpette, che il Cusano, senza accorgersi dell’avvenuta manipolazione, mangiò poi di gusto” (G. Piaia, op. cit., p. 28).

Come detto, delle prime fasi del castello Andraz non sono pervenute testimonianze scritte o cartografiche, tuttavia gli scavi archeologici, che, peraltro, avrebbero evidenziato un possibile stanziamento mesolitico, hanno definito che esso possedeva delle dimensioni alquanto più ridotte di quello attuale, mentre le strutture interne dovevano essere completamente di legno. Doveva, inoltre, possedere una protezione muraria a valle sotto il masso, attraverso la quale si accedeva al cortile interno. Da qui, volendo accedere alla rocca si doveva percorrere una sorta di scala di pietra, la quale permetteva l’accesso ad una seconda scala, questa volta di legno, che poneva in comunicazione i diversi piani sovrapposti.

Nel Trecento, il Castello, ampliato molte volte, ormai non era più la rozza opera fortificatoria delle origini, ma si era plasmato indissolubilmente all’enorme macigno, assumendo una forma verticistica, obbligando i piani in legno a sfruttare le pendenze e la sagoma del masso stesso; una costruzione ben lontana dal consueto profilo “nucleare” dei castelli vicini, ovvero strutturati attorno al mastio. Il 1484 fu un anno fatale per il castello. Un incendio di vaste dimensioni lo compromise seriamente, tanto da costringere una generale ricostruzione dell’edificio. L’incarico venne affidato ai Maestri Comacini Jacomo, Antonio e Pedro, i quali studiarono i diversi piani, partendo dalle antiche fondamenta. Tra le opere realizzate, si rialzarono le quote dei cortili di qualche metro, adoperandovi le macerie, e si spostò l’ingresso alzandovi una torre angolare. Ormai il castello aveva assunto la veste, sotto la quale oggi si fa vedere. Successivi lavori furono eseguiti nel 1516, sempre in seguito ad un incendio. Sul far del Seicento, il castello conobbe una nuova destinazione d’uso, residenziale ed amministrativa, poiché l’evoluzione delle strategie militari, nonché delle stesse armi, gli fecero perdere la sua valenza originaria.
Il lento degrado che ne seguì toccò il suo apice in seguito alle guerre napoleoniche. Il Castello venne venduto a dei privati, i quali si preoccuparono di spogliarlo degli arredi e di ogni parte asportabile, compreso il tetto. Ulteriori danni seguirono alla Grande Guerra, poiché fu oggetto di bombardamenti da parte delle postazioni austriche, asserragliate sul soprastante Col di Lana.

Ora una breve carrellata di fotografie del castello e dei suoi interni.

 

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Atrio deposito accesso ai piani superori
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Sala del Capitano
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Cucina
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Cucina

 

 

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Percorso di visita
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Particolare del foro gnomonico di Nicolò Cusano per cogliere il solstizio estivo.1
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Scritte poste sopra il forognomonico
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Copertura in vetro

 

 

 

 

La Torre del Caligo. Jesolo

A pochi chilometri dalle rinomate spiagge di Jesolo, si nasconde un luogo magico, in cui riecheggiano le antiche suggestioni romane e della Serenissima. È la Torre del Caligo o, meglio, quello che rimane dell’antica fortificazione. In questi giorni, dettati dalla canicola, molti dei turisti che hanno percorso il tratto stradale, che da Caposile porta alla località balneare, avranno osservato con una certa invidia delle automobili transitare lungo la sponda destra del Sile-Piave vecchia, non sapendo che, da un lato, tale itinerario li avrebbe alleviato il tedio delle lunghe code e, per chi ancora gode delle testimonianze del passato, avrebbe potuto dare una sbirciata ad uno dei monumenti più antichi della zona. Può apparire persino antinomico pensare a Jesolo, come un luogo depositario di vestigia del passato, ma non è così. Per quanto possa essere incredibile, la località veneta non è solo spiaggia, mare e movida. Al centro di Jesolo paese vi è il sito delle cosiddette Antiche Mura, nel quale sono visibili i ruderi della basilica medioevale di S. Maria Assunta e non solo, dato che la frequentazione del sito è stata retrodatata al IV secolo.

Tra l’altro, non è di poco tempo fa il rinvenimento a poca distanza di “mansio” risalente all’epoca romana, peraltro evidenziata come prova provata (sic!) della vocazione di Jesolo alla ricezione turistica, che attesterebbe in Jesolo un luogo ben introdotto all’interno dei circuiti commerciali tardo antichi e altomedioevali. Con la speranza che tali testimonianze non entrino nel lungo elenco delle cosiddette “piere vecie”, vi è, invece, una voce fuori dal coro. E riguarda la Torre del Caligo. Anni fa, nell’agosto del 2014, grazie alla “sensibilità delle famiglie e società agricole che ne erano proprietarie…hanno donato la Torre al Comune”, il quale l’acquisì come bene di una certa rilevanza storica, poiché non si poteva certamente dimenticare “che nei secoli passati la Torre del Caligo” aveva svolto “l’importante ruolo di presidio a guardia della confluenza del canale omonimo nel vecchio corso del Piave” (Il Gazzettino di Venezia del 23 agosto 2014).

Sulla base dei conci di pietra e dei mattoni sesquipedali della base, nonché le misure del suo perimetro la pongono in diretta relazione con altre due torri, identificate l’una nei ruderi sommersi nel Canale di San Felice a poca distanza da Treporti e l’altra con quella di Baro Zavalea, nella Valle di Mezzano nei pressi di Comacchio. Le ricerche archeologiche condotte su questi ultimi siti hanno permesso di datare le costruzioni ad un arco di tempo che spazia dal I secolo a.C. al I secolo d.C.; ed hanno permesso di cogliere, almeno in buona misura, il contesto antropico e naturale, nel quale avevano una determinata destinazione, di appoggio e controllo della navigazione endolitoranea – in stretta relazione con le diverse “mansiones” con cavane con tratti di alzaia e le altrettante “mutationes” con palata – che si svolgeva durante l’epoca romana tra Ravenna ed Aquileia. Nel caso specifico, la navigazione in età romana diretta in ambito “torcellese”, dopo aver percorso diverse aste fluviali, imboccava all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile e proseguiva fino a Equilo (il nucleo originario dell’odierna Jesolo), “vicus” di epoca imperiale.
Secoli dopo, la torre venne ricostruita dai veneziani, elevandola a tre o quattro piani, come testimoniato da diverse fonti cartografiche.

La sua destinazione non cambiò di molto, divenendo un presidio militare con il compito anche di esigere il dazio conseguente al notevole traffico commerciale, che vi si svolgeva, soprattutto di legname proveniente dal Cadore e il metallo utile per l’edilizia e la cantieristica di Venezia, la cui navigazione proseguiva coll’utilizzo del traino di cavalli, che procedevano sulle alzaie, fino a Treporti; e scongiurare l’altrettanto notevole contrabbando di sale e di animali o carni macellate, piaga che costrinse il governo veneto ad emanare numerosi decreti e altri provvedimenti repressivi.

Attraverso accorgimenti idraulici ed ingegneristici piuttosto lungimiranti per l’epoca era possibile per le imbarcazioni di una certa stazza superare gli argini, attraverso l’utilizzo di sbarramenti fluviali – vedi panama- ; mentre nel caso di imbarcazioni dal basso tonnellaggio il superamento avveniva grazie ad un sistema di piani inclinati e argani.
In realtà, la nostra torre era conosciuta, almeno fino al Trecento, sotto il nome di Turris Plavis e lo storico Giacono Filiasi, interrogandosi sulla storia antica di quella che sarà Jesolo e sulla più minuta fortificazione, scrive.

I documenti degli scorsi secoli ci manifestano pure che nel tenere di Equilio eravi luogo detto Torre di Piave, altro Ponte di Equilo, altro S. Mauro. Nel così detto Codex Publicorum trovai memoria di essi, e per primo, o sia la Torre non so se stesse verso Villafranca, e dove ora si veggono varie macerie da non confondersi con quelle di Equilio. Perché sovente la palustre nebbia volteggiava all’intorno, e colle bianche sue falde nascondea quella torre, perciò chiamaronla anche Torre del Caligo” (Memorie storiche dè Veneti primi e secondi, 1814 , p. 98).

Quindi lo storico sembra avvalorare la teoria, secondo la quale la nebbia, che per molte settimane del periodo autunnale e invernale, avvolge l’intero circondario, fosse la causa prima di questo nuovo toponimo. Tuttavia, ad onore del vero, per quanto suggestiva, questa non è l’unica teoria a questo riguardo. Vi è stato chi vi ha ricordato il nome di una nobile famiglia veneziana e chi, ancora, vi ha letto una derivazione legata in qualche modo all’itinerario stradale (A. Visentin, Jesolo antica e moderna, Tipografia Messaggero, Padova, 1954, p. 98).

Stando a talune testimonianze letterarie, purtroppo non confermate da evidenze archeologiche, la torre diede l’impulso attrattivo alla edificazione di strutture di accoglienza e di varia logistica ai mercanti e ai viaggiatori. Non poteva certamente mancare un sacello, una chiesa, dove, soprattutto durante le lunghe notti invernali, era possibile sopire con una preghiera le ansie delle deviazioni del giorno. Il Filiasi, a questo riguardo, ricorda che “se stiamo agli annali Camaldolesi, fino dall’anno 930 già esisteva la Torre del Caligo, poiché raccontano come in luogo boschereccio prossima ad essa ritirossi S. Romualdo con Marino suo compagno” (G. Filiasi, op. cit., p. 98), volendo con questo accogliere l’idea, che la struttura monastica sorse nelle vicinanze della stessa torre, come ricorda la tradizione camaldolese (A. Fortunius, Historiarum Camaldulensium pars posterior, Venezia, 1579, I, c. 7; AC, I 53 ss).

Come ogni cosa, anche la torre conobbe il momento della sua fine, che coincise con le opere idrauliche intraprese dalla Repubblica di Venezia, atte a scongiurare l’interramento della laguna; e, secondo l’uso scellerato, ma dettato dalla necessità di allora, si pose a smantellarla per recuperare i materiali, che avrebbero poi innalzato i poderi vicinali.
In breve, questa è la storia della Torre del Caligo. Ora vediamo come raggiungerla, semmai dovessimo trovarci da queste parti. Arrivando da Venezia, in direzione di Jesolo, alla vista di Caposile, volenti o nolenti ci imbattiamo in una grande rotonda. Proseguendo alla seconda uscita, ci troveremmo alla volta per la strada che ci condurrà a Jesolo, mentre a noi interessa la prima uscita. Un piccolo cartello turistico, con la semplice dicitura Torre del Caligo, ci obbligherà alla deviazione. Seguiamo l’indicazione del ponte di barche, che oltrepasseremo per una manciata di monetine, e quindi in tutta calma, seguiamo la strada asfaltata dei Salsi. Dopo qualche chilometro , dietro ad un’ansa del fiume

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, ecco che ci appare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La Torre di Rai di San Polo di Piave

Tra i molti gioielli che la Marca serba nel suo territorio vi è una torre di epoca medioevale, che si nasconde timidamente nella piccola borgata di Rai nel Comune di San Polo. Gli scarsi e quanto mai bizzarri ruderi della torre si trovano sul ciglio di una strada sterrata a qualche metro da una delle più rinomate aziende vinicole del Veneto – chi non ha gustato un calice dei vini della Cà di Rajo – e a un centinaio di metri dalla parrocchiale, dedicata a Santa Maria Maddalena. Non ne rimangono che due tronconi, abbracciati come un tutt’uno con la boscaglia, che sembra velare la forma originale dell’edificio.

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Quello che rimane della torre si erge sopra una motta di pochi metri, la cui altezza è poco meno di cinque metri, sul piano di campagna. La tradizione erudita locale vorrebbe attribuire alla motta un’origine romana; tuttavia, uno scavo compiuto nel lontano 1935 (Ercolino, 1999, pp. 85-88), ha evidenziato che le basi della torre traggono il proprio fondamento dalla base di campagna, escludendo di fatto l’eventualità che la fortificazione sia stata eretta sopra un manufatto di età antica. Probabilmente, la fondazione risale alla fine del XIII secolo e, forse, la sua particolare conformazione è legata alla vicina presenza degli alvei secondari del fiume Piave, oggi visibili nelle foto da satellite. Il riporto di materiale, che costituisce la motta, trovava una sua giustificazione nel contrasto delle tante esondazioni del reticolo fluviale, proteggendo di fatto i beni del proprietario dell’edificio fortificato.

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La storia della torre racconta di assedi e saccheggi, come ogni altra torre medioevale, ma i tormenti finali e, soprattutto più devastanti, appartengono alla storia più recente. La torre ancora integra nelle sue parti venne fatta brillare dagli austriaci nel novembre del 1918, volendo evitare che divenisse un posto di osservazione per le truppe italiane, quindi il 15 febbraio del 1925 una tormenta violentissima terminò quanto iniziato dai soldati di Carlo I d’Austria.
E’ vero, a vederla oggi, appare una semplice torre medioevale, una delle migliaia che troneggiano sui borghi italiani, ricordandoci “delle donne, dei cavalieri, delle battaglie, degli amori”, ma è anche vero che rappresentò uno dei tanti magli, attraverso i quali i Collalto, la nobile casata di origine longobarda, diede la propria impronta a quella che oggi viene definita la Marca Gioiosa.

La Chiesa di San Giorgio in San Polo di Piave. Gli affreschi

Nel comune di San Polo di Piave, nella provincia di Treviso, tra le campagne coltivate a vite, si erge un tempietto della pietà popolare dedicato a san Giorgio. Fondato molto probabilmente in età longobarda su di un luogo abitato fin dai tempi dei Romani, la chiesa serba un ciclo di affreschi di Giovanni di Francia. Di Giovanni si ignorano la data e il luogo di nascita. Si conosce il nome del padre, Desiderio di Metz, e poco altro. Intorno al 1450, Giovanni risulta risiedere a Feltre, dalla quale si sposterà nelle vicine borgate bellunesi, per dare vita a delle opere degne di entrare nei canonici manuali di storia dell’arte, quali, ad esempio, gli affreschi della parrocchiale di Porcen di Seren del Grappa e le pitture del catino absidale della chiesa di Santa Giustina di Pedesalto. Nel 1462, l’artista si trasferisce con moglie e figli a Conegliano. Sono di questi anni i suoi lavori nella chiesa di San Pietro in Vincoli di Zoppè di San Vendemmiano, l’arcipretale di Mareno di Piave e le pareti della nostra chiesetta di San Polo.
Dopo aver attraversato l’intimo cimitero del sagrato e varcato il portone di legno, andiamo incontro ai tesori della chiesetta.

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Buona parte della parete nord è ricoperta da un affresco di grandi dimensioni, che rappresenta l’Ultima Cena. L’istante colto è quello di Gesù, allorché annuncia il tradimento di Giuda, delineato dal Cristo mentre offre un boccone di pane all’Iscariota.
Nella tavola imbastita non solo si osservano i simboli cristologici (agnello e pesce) e quelli eucaristici (pane e vino), ma emergono nella loro vividezza dei gamberi rossi di fiume, come nella tradizione artistica bellunese, feltrina e del trevigiano.
Il gambero rappresenta la festa eucaristica e, allo stesso tempo, simboleggia la resurrezione del Cristo. Il ciclo stagionale della muta del crostaceo si è ben prestato per raffigurare la morte, la dissoluzione del corpo e la stessa resurrezione.

 

 

Avanzando, si osserva il riquadro con la Madonna e San Francesco. La Vergine incoronata sostiene il Bambino sulle ginocchia; e sono colti mentre reggono in mano un melagrana, quale simbolo della castità, dell’incarnazione e della resurrezione; peraltro tale simbologia è richiamata dalla collana indossata dal Bambino, che termina con un cornetto. San Francesco, invece, appare quale esempio di Cristo per l’umanità ed è rappresentato come prefigurazione della passione.
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Sulla parete est, si trovano due episodi delle storie di San Giorgio nella città di Selene in Libia – San Giorgio e la principessa; San Giorgio battezza il popolo pagano – , tratti in larga misura dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.

 

 

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Sulla parete sud, si trovano il riquadro con i santi Sebastiano e Bernardino da Siena, ambedue invocati contro la peste; quindi San Giacomo Maggiore e Sant’Antonio Abate, per finire con una Madonna con il Bambino.

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Infine, sulla controfacciata si osserva una Madonna col Bambino.

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Dietro a questa Chiesa si fondano secoli di tradizioni, storia, fede e cultura, indispensabili per valutare il vero valore artistico delle raffigurazioni che custodisce, come uno scrigno di pietra. Contemplare questo ciclo di affreschi nel luogo d’origine porta a riconoscere il profondo legame che esso ha con la liturgia, facendo apprezzare ancor di più la grandezza e l’ispirazione del loro artista; e la tenacia con la quale i devoti hanno preservato la Chiesa, malgrado il tempo e la barbarie.

La chiesa di Sant’Andrea in Monte a Polpet

Il paese di Polpet, una frazione di Ponte nelle Alpi, è lontano dalle usuali rotte turistiche, ma non è privo di fascino, ricco com’è di attrazioni naturalistiche e storiche.

Appollaiata sul monte Frusseda, a 740 metri sul livello del mare, la chiesetta di Sant’Andrea in Monte domina su tutta la valle sottostante.

Lasciata la vettura in centro, ci lasciamo guidare dai cartelli turistici, che indicano una strada d’epoca romana. Di essa sono ancora visibili dei tratti della carreggiata e rappresenta uno dei tanti miracoli del genio romano che la realizzò per superare le asperità del territorio. Forse siamo in presenza di uno dei tanti segni tangibili della Via Claudia Altinate, che conduceva verso le terre d’oltralpe con una certa agibilità.

Arrivati alla strada vecchia di secoli, abbiamo l’opportunità di scegliere due sentieri per risalire il monte Frusseda. Alla fine si tratta di una questione di tempo o, più semplicemente, d’allenamento. Comunque nulla d’impegnativo. La solita attenzione che si presta quando si sale in montagna.

Distratti dai panorami o dalla natura circostante, i minuti trascorreranno velocemente. E così, all’improvviso, ci troveremo al cospetto della chiesetta, che saprà ripagare la nostra piccola fatica.

La data della sua fondazione non ci è data a sapere, ma è possibile attribuirne una sua antichità indiscutibile.

Ponte nelle Alpi è ricca di chiese, edificate per venire incontro alle necessità di una popolazione dispersa su un territorio che non permetteva un facile spostamento delle persone; ma, in questo caso, si ha quasi la sensazione che qui si volle costruire una chiesa, al riparo dalla vita caotica di ogni giorno, dove cercare una via della preghiera più autentica, aiutata dalla pace della natura e dal silenzio. Eppure fu tirata su, mattone dopo mattone, sull’affaccio della valle, in uno dei pochi spazi sgombri dalla lussureggiante vegetazione, facendo echeggiare così le parole dell’apostolo Matteo, allorché scrisse che “una città posta sopra un monte non può essere nascosta” (Mt. 5; 14).

La Chiesa viene citata per la prima volta negli archivi parrocchiali nella seconda metà del XIV secolo. Peraltro questi atti ricordano un monastero con identica intitolazione, secondo i quali nel cenobio si attesterebbe la presenza di religiosi di ambedue i sessi, che la tradizione popolare ricorderebbe in due toponimi: “Molin de Frare” e “Val de le Moneghe”. Ad oggi il sito, che si vuole in località Castellet, non è stato identificato con evidenze certe.

La chiesetta ha subìto numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Al coro, struttura originaria, è stata aggiunta nel XV secolo una modesta e sobria navata. Nella stessa occasione venne innalzato il piccolo campanile.

Intorno al XVII secolo, l’ingresso principale, che si apriva sulla facciata, fu murato. Delle considerazioni sconosciute definirono che l’accesso si ponesse sul lato meridionale.

Le modifiche prospettiche, assieme alla diversa ricollocazione delle finestre rispetto all’assetto preesistente, hanno provocato dei danni piuttosto importanti agli affreschi.

Oggi l’intonaco originale delle pareti appare scialbato, grazie anche alle diverse mani di calce viva posate nei secoli. Le superfici presentano parti di affresco, che raffigurano gli Apostoli, San Martino e la Sacra Famiglia.

Dopo aver auspicato la messa in sicurezza di queste testimonianze dalle mani del moderno vandalo, ritorniamo all’esterno, non senza aver dato un’occhiata ad uno stemma posto sopra l’ingresso. E’ quello della famiglia dei Cavassico, che, osservando lo stato di degrado nel quale era caduta la chiesa, commissionò l’ultimo grande restauro del XVII secolo.

Chissà poi come andarono le cose? Forse i familiari ebbero in cambio delle preghiere particolari per la loro salute spirituale e per il loro benessere. E forse le ascoltarono seduti in una panca o degli sgabelli propri dentro la chiesetta.

Comunque sia, la visita alla chiesetta rimane una bella esperienza, un’oasi di pace, capace di isolarti per un po’ di tempo dalla confusione del mondo esterno.

Un particolare ringraziamento all’autore della stupenda fotografia, Luca Mares, e all’amico Willi Fregona.

 

La Chiesa della Maddalena

Il prossimo 7 ottobre a Venezia, presso l’Ateneo Veneto, si terrà un interessante convegno, il cui oggetto verterà sulla cosiddetta “Venezia Esoterica”.

Tra gli interventi programmati, uno in particolare si incentrerà sulla chiesa della Maddalena, un piccolo tempio nel sestiere di Cannaregio, non lontano dalla chiesa di San Geremia.

Una conversazione intorno alla chiesa della Maddalena comporta la necessità di distinguere gli elementi storicamente attestati o verosimili da tutto ciò che rimane nell’ambito di mera ipotesi o, peggio, da una architettura della fantasia.

Sulla chiesa è stato scritto di tutto e di più, ponendo la costruzione in rapporto alla sua intestazione alla Maddalena, una vera icona contemporanea di un presunto “eterno e sacro femminino”; all’Ordine Templare, subendo nuovamente l’ennesimo martirio della memoria; all’immancabile universo variegato della Massoneria, che avrebbe rivisitato ideologicamente l’edificio trasformandolo in un tempio laico destinato a cerimonie esoteriche.

Di fatto non esistono allo stato attuale delle prove inoppugnabili a sostegno di un ipotesi, secondo la quale la chiesa sia stata edificata secondo dei precetti riconducibili ai cavalieri templari o a qualche società segreta, quale la misteriosa Voarchadumia, come invece si tende ad affermare.

Data questa premessa, la storia del tempietto può essere sintetizzata in sommi capi.

La data di fondazione risale alla seconda decade del XIII secolo, grazie alla magnanimità – o come ex voto – di una famiglia veneziana, Baffo o Balbo, che la fece costruire a sue spese.

Un nuovo capitolo importante viene scritto il 22 luglio del 1356.

Il doge Giovanni Gradenigo e il Senato Veneziano firmarono il trattato di pace, che concluse le ostilità con la Repubblica di Genova. Il giorno coincideva con la festa liturgica di santa Maria Maddalena, per cui le autorità veneziane stabilirono che la chiesa intestata alla santa venisse ingrandita, in segno di ringraziamento. I lavori interessarono anche una vicina torre di guardia, adibendola a campanile.

L’originaria funzione del campanile venne ricordata dal popolino con il nome di “Castel dei Baffo”.

All’inizio del XVII secolo, l’azione del tempo e la progressiva decadenza economica della  parrocchia avevano ridotto la chiesa in uno stato rovinoso. Un tale degrado rese necessario bandire nel  1758 un concorso per la sua completa ricostruzione.

Alla fine si esaminarono tre progetti, pur tra mugugni, incertezze e critiche.

La scelta cadde sul progetto presentato dall’architetto e fine erudito Tommaso Temanza, che interpretò la nuova chiesa, ispirandosi al tempietto palladiano della Villa Barbaro a Masier (Treviso), benché con delle varianti e con delle vistose regolarità neoclassiche.

La chiesa venne smantellata fino alle fondamenta e si diede uno schema planimetrico rotondo, contravvenendo ai dettami del Concilio di Trento, che prescrivevano per le chiese di nuova fondazione delle piante longitudinali e a croce latina.

L’esterno si presenta, dunque, con una pianta circolare e con l’ingresso principale, che si apre nel campo omonimo, mediante una scalinata. L’interno, invece, assume uno schema esagonale. Su quattro pareti sono collocate le cappelle con altare, adagiato al muro. Ciascuna di esse è delimitata da un arco a tutto sesto. Il presbiterio e l’ingresso, tra loro contrapposti, definiscono lo spazio rimanente.

Dodici colonne binate reggono la trabeazione della cupola emisferica con la lanterna. Le colonne, inoltre, fungono da delimitatori per degli interstizi occupati da rilievi marmorei e dalle statue, raffiguranti santa Maddalena e sant’Agnese, nonché dei profeti Isaia e Davide.

Il presbiterio e la sacristia, manomissioni più tarde, si aprono fuori del corpo di fabbrica principale.

L’elegante facciata si contraddistingue per l’apparato decorativo costituito da un timpano triangolare, sostenuto da due coppie di semicolonne ioniche con capitello e trabeazione; e dalle sculture in rilievo e da un’iscrizione, da taluni viste come esperienze iniziatiche, poste sopra l’ingresso.

Da subito la nuova edificazione della chiesa fu oggetto di critica, poiché fu vista come un pugno allo stomaco rispetto al contesto abitativo del circondario. La sua forma cilindrica e il suo rivestimento in marmo bianco apparvero non confacenti ai vicini edifici.

La storia successiva scrisse delle pagine semplici, nelle quali la chiesa conobbe alti e bassi, sopportando chiusure temporanee e limitazioni di vario genere.

Oggi la chiesa della Maddalena è alle dipendenze della parrocchia di San Marcuola e, purtroppo, non è sempre aperta al pubblico.

Come detto in precedenza, la chiesa rappresenterebbe lo Shangri – la della città lagunare, all’interno del quale si intrecciano storia e segreti iniziatici. Una sommaria consultazione dei siti che riportano la storia dell’edificio religioso lascia presagire la presenza di una verità, quasi fosse un assioma. La famiglia dei Baffo, o dei Balbo che sia, viene definita di chiara matrice templare o in qualche maniera affiliata all’Ordine.

Gli studiosi che non accettano una simile realtà storica, ovviamente rigettano queste indicazioni di massima e lo fanno con buona cognizione di causa, dal momento che i documenti testimoniali di coloro che dicono il contrario sono poco consistenti, se non addirittura inesistenti.

Quanto alla povera Maria Maddalena, considerata arbitrariamente come la santa per eccellenza dei Templari, beh…questa è un’illazione dei giorni nostri.  Nel 1982, delle chiacchiere in libertà – già blaterate nel passato – si trasformarono in un libro dal titolo The Holy Blood and the Holy Grail. Le sue pseudo rivelazioni su uno dei segreti dei Templari comportò il successo planetario del libro: Gesù era sopravvissuto alla crocifissione ed aveva sposato Maria di Magdala, dalla quale ebbe dei figli, che si rifugiarono in Francia, dove diedero vita alla dinastia dei Merovingi. Questa immagine falsata, e per certi versi irriguardosa, trovò una sorta di autenticità in un romanzo e il successivo film: il Codice da Vinci. In realtà, i Templari non osservavano una particolare venerazione verso Maria Maddalena, dal momento che la loro devozione era principalmente nella Vergine; nonché in una pletora di santi, quali santo Stefano, san Giovanni Battista, san Lorenzo, santa Caterina e i due santi militari san Giorgio e san Michele.

Gli amanti del mistero, in piena zona cesarini, si buttano a capofitto sulla pianta esagonale della chiesa. Tuttavia, l’esagono non è mai stato una prerogativa dei Templari, ma appartiene a concezioni più antiche. Basarsi come fanno taluni sulla base esagonale per legarne un fondante sui templari è un assurdo. Se dovessimo abbracciare una simile indicazione, per analogia saremmo nel giusto identificare ogni edificio di pianta esagonale come templare, tipo la chiesa di Santa Maria del Quartiere a Parma e, perché no, la cittadina siciliana di Grammichele. A ben vedere, invece, i Templari non avevano qualche predilezione nel costruire le proprie chiese, anche se si ricordano alcune a schema ottagonale, come le cappelle di Caon e di Torres del Rio o la cappella di Santa Caterina a Fonteurault. Pertanto considerare il Temanza quale neo templare del XVIII secolo appare del tutto fuori luogo. Tra l’altro, le sue frequentazioni più assidue e le opere letterarie e geografiche non danno nessun appiglio a questa eventualità.

Infine, il “massonico” occhio che vede tutto inscritto in un triangolo, attorniato da due cerchi, posto sopra la porta d’ingresso. In questo caso, siamo in presenza di una tipologia piuttosto comune nelle chiese cattoliche, tesa a creare delle immagini mistico didattiche, quasi dei trattati teologici per immagini.

Il triangolo equilatero corrisponde simbolicamente al numero tre, ovvero la perfezione, e normalmente al centro compare il nome ebraico di Dio o il suo occhio. I massoni si appropriarono del simbolo, ponendolo nella loro articolata iconografia. Il triangolo, ovviamente, esprime qualcosa di ben diverso. La base allude alla durata del tempo, mentre i due lati si riferiscono alla Luce e alle Tenebre. L’occhio venne ad identificare il Grande Architetto del mondo.

Comunque sia, i due cerchi circoscritti al triangolo, che simboleggiano le schiere angeliche e dei beati, non lasciano molte possibilità ad una interpretazione che non sia cristiana.

Per ultimo la famosa iscrizione SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM, vista da molti come una sorta di “patrocinio dell’Ordine Templare”. La frase è estrapolata dal nono capitolo dei Proverbi del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana, nel quale Donna Sapienza e Donna Stoltezza si contendono le strade della città. L’insegnamento è raffigurato sotto forma di banchetto, durante il quale le due donne invitano i semplici e promettono insegnamenti diversi. Il luogo dell’insegnamento sarà la casa stessa della Donna Sapienza, mentre quella della Donna Stoltezza si trova nello Sheol, il luogo delle ombre. Anche in questo caso, il senso dell’iscrizione non ha nulla di misterioso da ricondurre a chissà quale arcano sapere.

La chiesa è semplicemente il luogo, dove saziarsi dei dettami sapienzali dell’Antico e Nuovo Testamento.

Forse, senza andare troppo lontano con la fantasia, la chiesa della Maddalena custodisce per davvero dei misteri, ma sono legati alla fede e alla devozione dei fedeli, che per secoli hanno invocato l’intercessione della santa, probabilmente una delle personalità più carismatiche della primissima comunità cristiana.