Il Battistero romanico bizantino di Concordia Sagittaria

 

 

Le invasioni barbariche e le alluvioni del V – VI secolo d.C., che stravolsero la morfologia delle campagne e la stessa conformazione urbanistica della città di Concordia, avevano di fatto ridimensionato l’antico abitato, riducendolo a ben poca cosa rispetto al passato e, soprattutto, lo tagliarono fuori dalle maggiori dinamiche storiche areali. Tuttavia, la circoscrizione della sua diocesi ancora si estendeva in buona parte sull’antica circoscrizione del municipio romano: a meridione lambiva la gronda lagunare, a nord le Prealpi Carniche fungevano da confine, mentre i fiumi Livenza e Tagliamento la delimitavano rispettivamente ad occidente e ad oriente.

La ristrettezza delle risorse economiche e l’esiguità della popolazione, decimata dalle guerre, dal dissesto idrogeologico e, infine, dalle pestilenze, indussero le autorità ecclesiastiche a decretare nel 928 l’aggregamento della diocesi al patriarcato aquileiese. Ma la grande distanza da quella sede, la difficoltà di controlli diretti e l’esigenza di una cura pastorale più incisiva, nonché le nuove dinamiche politiche, spinsero il clero concordiese a chiedere il rispristino dell’autonomia della diocesi, sotto il governo di un vescovo locale, che veniva sancito alla fine del X secolo, dopo lunghe trattative con l’Impero e il Patriarca di Aquileia, con Ottone III, il quale concesse nuovi possedimenti territoriali, anche sulla scorta di suggestioni colte, antiquarie e simboliche. Lo sviluppo produttivo dei secoli XI –XII e la ripresa della crescita demografica aprirono gli orizzonti di un nuovo dinamismo urbanistico ed architettonico della cittadina, che si tradusse anche nella costruzione di un singolare edificio religioso: il battistero.

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Il periodo di costruzione del battistero e il nome del committente, e sicuramente l’ispiratore di questa nuova rinascita, sono noti, grazie a due testimonianze coeve che ci sono pervenute del tutto integre. La prima è conservata tra le pagine ingiallite del “Liber anniversariorum”, una sorta di obituario del Capitolo della Cattedrale di Concordia. In esso è possibile leggere che il vescovo Reginpoto, che resse la diocesi tra il 1089 e il 1105, “fecit facere Ecclesia(m) Sancti Iohannis Baptiste et dotavit”. La seconda, sempre di carattere funerario, è correlata alla tomba del vescovo stesso. Posto nell’atrio del battistero da lui voluto, il semplice sarcofago è ornato da un’iscrizione ritmica latina, posta sulla lastra tombale.

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Sotto di me si fa terra e polvere
venuto dalla polvere, Reginpoto
vescovo di nome e non per meriti.
Fissando questo tumulo
alza gli occhi al firmamento
con animo buono e dì
al padrone del cielo:
“Abbi pietà di lui.
Chi si salverà se Tu, Benigno,
di lui non avrai pietà?”
Salva chi hai plasmato
senza calcolare i suoi meriti.
morì otto giorni dopo le
idi di novembre
sperando in colui che salva
quanti confidano in Lui.
Affinché gli sia concesso il
riposo, invoca Giovanni Battista.

(trad. F. Girotto)

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Il Battistero, che sorge in prossimità dell’abside della cattedrale di Santo Stefano, possiede uno schema planimetrico con un corpo rettangolare, precorso da un atrio coperto a capanna quadrangolare di larghezza ridotta, e tre absidi semicircolari, di cui quella frontale, posta ad oriente, risulta più piccola rispetto alle due laterali, collocate sui lati più lunghi. Il rettangolo è coperto da una cupola interna, nella quale si aprono otto finestre, intercalate da sedici archeggiature, poggianti su delle colonnine. La cupola, che prende corpo da quattro arconi, è nascosta all’esterno da un tamburo cilindrico con tetto conico, dove le finestre sono poste in rilievo da piccoli archi concentrici.
In origine la vasca battesimale era collocata al centro dell’edificio, ma in seguito alle disposizioni emanate dal Concilio di Trento (1545 – 1564), che privilegiava tra l’altro il battesimo per infusione dell’acqua sul capo, fu rimpiazzata da quella ancora oggi visibile nell’abside di sinistra. L’originaria vasca fu interrata sul posto, i cui resti furono successivamente rinvenuti nel 1880 dall’archeologo Dario Bertolini, il promotore e l’artefice degli scavi archeologici dell’antica Iulia Concordia.

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Sulla superficie affrescata della cupola è rievocato il registro narrativo e simbolico dello Spirito Santo mentre aleggia sulle acque del fiume Giordano, l’istante decisivo in cui Dio interviene nella storia dell’umanità per salvarla. I contenuti, facilmente percepibili, senza difficoltose mediazioni intellettualistiche anche quando impiegano linguaggi simbolici, si rifanno alla narrazione evangelica (Mt. 3,16; Mc. 1,10; Lc. 3,22) e l’iconografia risulta quella più consueta per quest’epoca: lo Spirito Santo, che scende dal cielo sotto la forma di colomba iridata, aleggia sul capo del Gesù Pantocratore ieratico con la mano sinistra appoggiata su un libro aperto sopra le gambe e benedicente alla greca con la mano destra, racchiuso all’interno di una mandorla, attributo per Colui che è “la via, la verità e la vita” (Gv. 14, 1 – 12).

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La scena narrativa restituisce, inoltre, la figura di un arcangelo colto con labaro e globo, usuali contrassegni del potere temporale, e due figure, che, abitualmente, sono identificate come Serafini, creature angeliche, poste dalla tradizione neotestamentaria nella prima gerarchia angelica, sostanzialmente dal “De coelesti hierarchia” dei Pseudo Dionigi l’Aereopagita. Per certi aspetti, una tale identificazione non è ancora compiutamente risolta. Va, infatti, osservato che, sulla scorta delle citazioni canoniche ed apocrife, l’iconografia utilizzata per le due figure angeliche – benché ritratti con le sei ali (“Vidi il Signore…Sotto di lui stavano i serafini, ognuno con sei ali”, Is., 6, 1-3). – appare non intonarsi con i più consueti elementi caratterizzanti dei Serafini. Anzi, la rappresentazione dei due angeli sembra raffigurare talune caratteristiche dei Cherubini, quali i numerosi occhi disposti sulle ali o i Troni ai loro piedi, terzo dei novi cori angelici, esecutori della giustizia divina e annunciatori della sua misericordia: “12 Tutto il loro corpo, il dorso, le mani, le ali e le ruote erano pieni di occhi tutt’intorno; ognuno dei quattro aveva la propria ruota, 13 Io sentii che le ruote venivano chiamate «Turbine»; Quando quegli esseri Viventi – i Cherubini – si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano. Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote” (Libro di Ezechiele 1, 15 – 21).

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Le otto finestrelle del tamburo sono alternate ad altrettante arcatelle cieche, all’interno delle quali le porzioni di muratura sono affrescate con le raffigurazioni di sette profeti e dell’Agnello. Tre delle sette figure veterotestamentarie sono colte nel mentre indicano con l’indice l’Agnello; tre ancora rivolgono la propria mano in direzione del Cristo; infine, l’ultima, ritratta nell’atto di reggere un rotolo di pergamena. Nel passato ognuno dei profeti era facilmente identificabile attraverso la lettura del nome, scritto nel cartiglio da loro retto. L’agnello è dipinto sopra un monte dal quale sgorga il fiume, che si divide in quattro rami fluviali. La Genesi, al capitolo 2 versetti 8-14, descrive: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente…Un fiume usciva…di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo si chiamava Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro…Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate”.

 

 

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Sotto, sui quattro pennacchi d’angolo, sono raffigurati i quattro Evangelisti, ognuno dei quali ritratto con il proprio simbolo e alle prese con i rispettivi vangeli. Al centro dell’intradosso un semicerchio, che doveva contenere la “Manus Dei”. Sul lato sinistro Mosé mentre riceve le Tavole della Legge e, di fronte, forse la figura di Aronne, purtroppo andata del tutto perduta. Sul catino absidale è affrescato il Battesimo di Cristo nel Giordano, con il Battista sulla destra che gli pone la mano sul capo, mentre tre angeli reggono un drappo. Sotto, nel catino dell’abside due nicchie contengono le raffigurazioni di Pietro e Paolo, evocati con i loro simboli caratterizzanti: le chiavi e il rotolo delle lettere. Ai loro lati, altre due figure di dubbia identificazione. Una chiave di lettura, che si compone dell’analisi dell’iconografia dell’area aquileiese, riconoscerebbe nella figura a sinistra di Pietro Sant’Ermagora e l’altra in Fortunato, diacono della chiesa di Aquileia.

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Tra l’arco di accesso e le nicchie più esterne, altre due raffigurazioni: a destra Melchisedech ed Abramo. Il primo è colto nella prefigurazione della profezia dell’Eucarestia: Melchisedech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio Altissimo e benedisse Abramo con queste parole: “Sia benedetto Abramo dal Dio Altissimo, creatore del cielo e della terra e benedetta sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici” (Genesi, 14, 18 – 20). I segni del pane e del vino, che Melchisedec presentò al patriarca Abramo, per il cristiano divennero segno del mistero dell’Eucarestia. La seconda narrazione è incentrata su uno degli episodi centrali della vita di Abramo: Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco e, dopo averlo messo alla prova, la mano divina blocca il sacrificio.

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L’angolatura di lettura dell’intero ciclo narrativo vede lo Spirito Santo scendere nel Cristo Pantocratore e nell’Agnello mistico, il quale riconduce al mistero dell’Eucarestia, evidenziato dall’offerta di Melchisedech e il sacrificio di Isacco, che il nuovo cristiano poteva apprendere nel momento in cui accedeva all’altare posto nell’abside.
Nel XIII secolo, l’abside di destra venne interessato da raffigurazioni di carattere devozionale. Sulla parete furono affrescati due riquadri, che ritraggono Santa Maria Maddalena, personificazione della resurrezione, e San Giorgio con i consueti elementi distintivi nella lotta contro il drago.

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Di lì a poco, la vicina Portogruaro ne avrebbe raccolto il testimone …

Concordia Sagittaria. Una città di frontiera

Confinante con Portogruaro, importante centro della provincia orientale di Venezia, e a pochi chilometri dai litorali di Caorle e Bibione vi è una località il cui panorama imperante è un susseguirsi senza soluzione di continuità di campi coltivati e vitigni, che offrono una generosa produzione enologica pregiata, compreso il famoso Lison, la cui storia affonda nella notte dei secoli. Al territorio è connesso un importante assetto fluviale, che ha sempre fornito in abbondanza l’elemento primario della vita e che ha rappresentato per lungo tempo gli assi di penetrazione dal mare verso la terraferma e viceversa; e come tale favorì la mobilità degli abitanti, i trasporti e, infine, i commerci. Di questi fiumi si ricordano il Tagliamento, il Livenza, il Reghena e il Lémene, che, dopo aver lambito il centro abitato,

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sfocia nei pressi della Valle Zignago nella laguna di Caorle.
Il nome della cittadina è Concordia Sagittaria e la sua storia è più che mai millenaria.

 

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Comune

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Il Museo Nazionale Concordiese, inaugurato il 28 ottobre del 1888 a Portogruaro, custodisce alcune iscrizioni che restituiscono il nome della città come Iulia Concordia, quando altre iscrizioni epigrafiche rinvenute in loco, per lo più di carattere funerario, e la storiografia latina la ricordano con il semplice titolo di Concordia. In ogni modo, il toponimo testimonia il momento fondativo della città. Infatti, la deduzione della colonia “civium romanorum Iulia Concordia” si fa risalire all’epoca del secondo triumvirato, dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.), allorché il sito venne interessato dall’assegnazione di tremila veterani. A dire il vero, è stata proposta anche una seconda data, il 40 a.C., facendovi collimare l’avvenimento fondativo con la precaria pace di Brindisi tra Ottaviano, Antonio e Lepido.

Tuttavia, i segni del primo popolamento nell’area di Concordia si fanno evidenti in un dosso fluviale, la cui posizione strategica e la stessa morfologia devono aver richiamato e favorito l’insediamento di una comunità, che i dati archeologici inquadrano cronologicamente al Bronzo Recente (XIII – XII secolo a.C.), in piena coerenza, in termini culturali, alla maglia insediativa regionale.

Il geografo d’età augustea Strabone, che utilizza fonti risalenti al II – I secolo a.C., offrendo un quadro prezioso degli abitati veneti congiunti al mare per mezzo di corsi d’acqua, ricorda tra le altre le “oppidola” (piccoli centri) di Adria, Oderzo e Concordia (Strabone, Geogr., V, I, 8), testimoniando di fatto l’insediamento concordiese anteriore alla fondazione della colonia, forse oggetto della romanizzazione tra il 47 a.C. e il 27 a.C.. Probabilmente il successivo intervento augusteo era mirato a rafforzare un “vicus” romano ascritto alla tribù Claudia, il cui nome è rimasto sconosciuto, strategicamente rilevante, rappresentando una cosiddetta prima linea nel controllo del reticolo stradale, tra le quali la Via Postumia (148 a.C.) e la Via Annia (intorno alla seconda metà del II a.C.), che assicurava i collegamenti tra l’Italia e le province transalpino – danubiane. Una politica che verrà ripetuta anche nei secoli seguenti, in particolare nella seconda metà del IV secolo e il V secolo, con l’acquartieramento alternato di “comitatenses”, unità regionali di fanteria pesante, e “la presenza di questi reparti militari di manovra mostra infatti che la città assunse una grande importanza strategica. Proprio la qualifica di truppe mobili, dislocate in un centro stradale di primaria importanza, ne indica anche le loro funzioni di pronto intervento…essa era il nodo centrale dell’imboccatura delle due strade, l’Annia e la Postumia, il che voleva dire accessi alla Valle padana e a Ravenna. Qualcosa di più, quindi, di un semplice appoggio ad Aquileia” (M. Pavan, in AAAd, 31, Rufino di Concordia e il suo tempo, II, Udine, 1987, 7-28), ma un nodo con una funzione di proiezione cisalpina e transalpina, che la rendeva una vera e propria città di frontiera.

La città era retta da due magistrati, i “duoviri iure dicundo”, che amministravano la giustizia, e gli “aediles”, il cui ufficio consisteva nella costruzione degli edifici pubblici e delle strade, nonché della loro manutenzione. L’organizzazione amministrativa e civile era completata, infine, da un consiglio cittadino, diviso in gruppi di dieci membri, le decurie. Il governo cittadino amministrava un esteso territorio, suddiviso nella consueta centuriazione, dove numerosi vicus a vocazione agricola provvedevano al sostentamento di Concordia stessa.

Nel I sec. d.C., Concordia conobbe un primo sviluppo, grazie al quale furono innalzati il foro, il teatro e le mura, che circoscrivevano la città all’interno di un esagono irregolare. La cerchia, eretta su palificazioni tipiche per i terreni paludosi, era alta mediamente sei – otto metri e largo circa due metri, possedeva delle porte fortificate a due torri, ottagonali o quadrangolari. Un piccolo tratto superstite è possibile osservarlo nelle immediate vicinanze del sito delle terme.

Il foro, posto all’incrocio tra il decumano massimo, costituito dalla Via Annia, e il cardine, possedeva delle misure di tutto rispetto (110 m. X 130 m.) ed era in origine pavimentato da semplici ciottoli. In età giulio-claudia l’area forense assunse un tono monumentale, con la sostituzione della originaria pavimentazione con lastroni di pietra calcarea e l’inserimento di nuovi monumenti lapidei, testimoniate dalle basi di colonne, dai basamenti per statue e da un rialzo con doppia fila di colonne, da mettere in relazione con la realizzazione di corsie provvisorie, mediante la tesatura di corse, all’interno delle quali sfilavano gli elettori in occasione dei “comitia” indetti per l’elezione dei magistrati locali e, basamenti per statue. Qui venne rinvenuta la grande statua di donna acefala in marmo di Carrara del I sec. d.C., le cui vesti fluenti ne risaltano il corpo nella sua accesa femminilità. Oggi, la statua è conservata nella sala centrale del Museo di Portogruaro.

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Nei pressi dell’area archeologica di Piazza Costantini è visibile un segmento della Via Annia, che si presenta con una larghezza di circa 9 metri e ai lati con dei marciapiedi rialzati rispetto al fondo stradale. La pavimentazione, in trachite euganea, mostra ancora i segni delle ruote dei carri.

 

Poco distante, all’interno delle mura, trovava posto il teatro, la cui capienza di alcune migliaia di persone può solo dare un’idea vaga delle sue dimensioni. Purtroppo, quasi nulla resta delle sue strutture, poiché l’edificio fu depredato delle sue pietre già dal V secolo, per utilizzarle per nuove fondazioni edificatorie. Il ricordo del teatro oggi è assegnato ad una siepe in bosso, collocata sulla sua area, che ripropone il suo originario perimetro semicircolare.

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La presenza fluviale condizionò fortemente l’impianto urbano, costituito da isolati irregolari nelle aree occidentale e, soprattutto, orientale, dove si costruì fuori dalle mura un approdo in diretta dipendenza con il vicino porto alla foce del Lemene (Portus Reatinum) con tanto di infrastrutture, quali un edificio per il ricevimento delle merci e i numerosi magazzini, i cui ambienti erano pavimentati dapprima in assi di legno, poi in cubetti di cotto, dove sono stati rinvenuti materiali fittili e anfore, che testimoniano i commerci con l’Africa, l’Oriente e la Gallia. L’ara dei marinai Batola e Dione, datata al I secolo d.C., ricorda due navi leggere a due ordini di remi, Liburna e Clupeus, evidenziando anche il ruolo militare del porto Reatinum, sempre nell’ottica dell’appoggio di primo intervento alla città di Aquileia.
Il Portus Reatinum forse è da riconoscersi nell’odierno Porto Falconera, testimoniato dalle carte del ‘500 sotto il nome di “porto di Mezo Lido” (A.S.V., SEA, Livenza, dis. 17). Appare, quindi, suggestiva la presenza a 13 miglia dalla costa caorlotta del relitto di una nave oneraria, lunga 23 m. e larga 9 m., affondata con tutto il suo carico di anfore vinarie alla fine del II secolo a.C.. Adagiata su un fondale di 30 metri e quasi del tutto consunta dall’azione delle teredini, nell’estate del 1992 dei subacquei rinvennero casualmente parte del suo carico di anfore.

 

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La città condizionata com’era dalla presenza fluviale e dai diversi corsi d’acqua, naturali e artificiali, era attrezzata con almeno 7 ponti, sei dei quali ancora oggi interrati. La struttura portata alla luce, non distante dalla cinta muraria e in corrispondenza dell’ingresso della Via Annia in città, valicava l’antico alveo del fiume Reghena. Il ponte, rivestito esternamente da blocchi di trachite dei Colli Euganei, si costituiva di tre arcate: la prima, come la terza, era a sesto pieno e misurava m. 1,80; mentre la centrale, a sesto ribassato e sopraelevato, aveva una corda di m. 7,46. Sulle spallette del ponte vi sono due iscrizioni, che ricordano il liberto “seviro Manius Acilius Eudamus”, che lasciò come volontà testamentaria la realizzazione delle spallette o, forse, l’intero ponte.

 

 

Tra le aree funerarie del centro concordiese, la più nota è quella di Levante, situata sulla sponda sinistra del fiume Lemene, ad est della città, tra le attuali via Aquileia e via San Giacomo. Conosciuta sotto la denominazione “dei militi”, per i sarcofagi appartenuti ai soldati per lo più germanici e orientali, appartenenti a 21 reparti, di stanza nella città tra il IV – V secolo d.C., come truppe di primo intervento in appoggio ad Aquileia, sul suo suolo, nei vent’anni di scavi, dal 1873 al 1893, furono rinvenute centinaia di arche, ma a causa delle infiltrazioni d’acqua sull’area di scavo si pensò di tagliare le tabelle con le iscrizioni e lasciare in situ i sarcofagi e interrare tutto quanto, destinando le iscrizioni al Museo nazionale di Portogruaro. Successive indagini archeologiche nell’area della necropoli di Levante hanno appurato che l’utilizzo funerario areale aveva una stratificazione temporale non limitata al IV – V sec. d.C., ma trovava origine nel I sec. d.C. con presenza anche di singolari monumenti funerari, quali mausolei e cippi di singolare fattura.
L’ottica dioclezianea di rendere autosufficienti i diversi tratti limitanei dispose la creazione di una maglia di fabbriche di armi statali, distribuite in centri difendibili e lungo le strade di maggiore percorrenza, grazie alle quali era possibile approvvigionare le unità militari con un equipaggiamento di alta qualità. Le fabbriche d’armi con le sue maestranze specializzate erano sovraintese da un tribunus praepositus, dipendente dal praefectus praetorio e, dal 390 d.C., dai magistri officiorum. La “Notitia Dignitatum”, una fonte preziosa sull’ordinamento dell’impero forse risalente alla fine del IV sec. d.C., riporta in Italia le “fabricae Concordiensia sagitaria” (Not. Dig. Occ., IX, 24); “Veronensia scutaria et armorum”(Not. Dig. Occ., IX, 25); “Mantuana loricaria” (Not. Dig. Occ., IX, 26); “Cremonensia scutaria” (Not. Dig. Occ., IX, 27); “Ticenensia (Pavia) arcuaria” (Not. Dig. Occ., IX, 29); “Lucensia (Lucca) spatharia” (Not. Dig. Occ., IX, 29). Dunque, nel IV secolo, Concordia venne interessata dall’installazione di una fabbrica imperiale, per la realizzazione di frecce, in latino, sagittae, da cui l’appellativo di Sagittaria aggiunto a Concordia nel secolo scorso. La scelta della città cadde non solo per la sua posizione strategica nell’ambito delle diverse vie stradali e, più in generale, della sua valenza militare, ma per la sua possibilità di reperire le risorse minerarie in un raggio piuttosto breve, quali le miniere del Norico.

La datazione tradizionale tramandata nella diocesi concordiese allaccia il primo arrivo del cristianesimo ad una tarda “Passio Martyrum”, nella quale viene riportato, che, dopo l’editto di Diocleziano, nel 304 d.C., 72 cristiani subirono il martirio per la loro fede, finendo decapitati sulla sponda destra del Lemene, vicino alla porta orientale, il cui luogo oggi è ricordato da un sacello. I resti dei martiri furono raccolti e traslati momentaneamente nella “Trichora Martyrium”, piccolo edificio con tre absidi e in seguito ingrandito con un’aula a tre navate e un atrio lastricato, attraverso il quale era possibile entrare in due recinti sepolcrali, con tre nicchie ciascuno, che accolgono dei sarcofagi in pietra, posti in parte sopra su un architrave di recupero del III secolo d.C., posizionato all’uopo due secoli dopo nel complesso paleocristiano.

 

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Nel V secolo, uno di questi recinti divenne la cappella funeraria dedicata alla nobile Faustiniana. Il sarcofago a cassa parallelepipeda della nobildonna è di marmo, le cui facce a vista (parte anteriore e fianco destro) sono scolpite in altorilievo. Al centro della composizione della facciata anteriore vi è la tabella con l’iscrizione, racchiusa ai suoi lati due croci e due archi sorretti da colonne. Gli archetti racchiudono una conchiglia (lato sinistro) e un vaso dal quale fuoriesce una palma (lato destro). Infine, due pilastrini racchiudono l’intera composizione. Sul fianco destro, l’altorilievo raffigura, invece, un vaso con un tralcio di vite.

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Poco distante due tombe a fossa serbavano i resti di due bambini, Marsilla e Aurelio Cirino:
QUI GIACE UNA BAMBINA DI DUE ANNI E VENTI GIORNI
CHE UNA NUOVA LUCE DELL’ANIMA PRESERVA E L’ALMA FEDE.
VEZZOSO IL CORPO, CUI S’ADDICONO PAROLE DOLCISSIME,
LO CONTIENE QUESTO TUMULO,
TUTTO IL RESTO INVIOLABILE LO TIENE IDDIO.
DOLCE FRINGUELLO CHE ANNUNCIA LA PRIMAVERA CON CANTO MELODIOSO,
IL TUO CINQUETTIO PIACQUE SOTTO IL CIELO MAGGIORE.
BENCHE’TU, MARSILLA, NEL NOME PORTASSI IL SEGNO DEL TUO DESTINO.
TUTTAVIA SEI DA CONSIDERARE UNA STELLA ANCHE DAI TUOI COMPAGNI DI FEDE.

CRISTO, ALFA E OMEGA

FU DEPOSTA IL 5 LUGLIO
(trad. G. Lettich)

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e

QUI RIPOSA NEL SIGNORE AURELIO CIRINO, FIGLIO DI EVANGRIO,
ORIGINARIO DEL VILLAGGIO DI SECLA IL QUALE VISSE DUE ANNI E OTTO MESI.

La diffusione cristiana e la formazione della sua stessa gerarchia nell’area concordiese poterono avvenire solo dopo l’editto di Milano, promulgato da Costantino nel 313, con cui cessarono le persecuzioni. Verso la fine del IV d.C., la locale comunità cristiana provvide alla costruzione della Basilica Apostolorum Maior, sull’area in precedenza occupata da edifici adibiti a magazzino e a residenza abitativa risalenti al I sec. d.C., e sulle cui ceneri sarebbe poi sorta la basilica altomedioevale e l’attuale chiesa dedicata a Santo Stefano protomartire. All’interno l’impianto si presentava a tre navate, definite da colonne di marmo greco, ed era impreziosito dalla pavimentazione a mosaico con decorazioni legate alla simbologia cristiana. L’abside, pavimentato a mosaico con decorazioni allegoriche cristiane, avrebbe custodito le reliquie di S. Giovanni Battista, S. Giovanni Evangelista, S. Andrea, S. Tommaso e S. Luca.

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Nel 389 d.C., il vescovo di Aquileia, Cromazio, dopo aver pronunciato il sermone “in dedicatione ecclesiae Concordiensis”, dedicandola ai santi apostoli, e provvide a consacrare il primo vescovo di Concordia, il cui nome non ci è pervenuto: “meruit enim sanctus vir, frater et coepiscopus meus, summo sacerdotio honorari, qui per huiusmodi munera sanctorum, honoravit Ecclesiam Christi sacerdotis aeterni” (Sermones, XXVI). Inoltre, sempre a Concordia, attestando sempre più l’importanza della città, l’11 maggio del 391 d.C., Teodosio e Valentiniano II promulgavano due editti: “De fide Testium” e “De apostatis”, secondo le quali gli apostati erano privati di ogni diritto civile e politico. In quegli anni, Concordia diede i natali al celebre monaco Ruffino Turranio (345 – 411), amico fraterno di Gerolamo fino allo scoppio della crisi origenista e poi da lui trattato come acerrimo nemico, accusandolo fra le altre cose di accostare personaggi dall’ortodossia ineccepibile agli eretici. Probabile autore della “Historia monachorum”, scrisse opere polemiche e storiche, nonché l’opera catechetica Expositio Symboli, illustrando il simbolo apostolico in uso nella chiesa di Aquileia e l’esegesi del capitolo 49 della Genesi.

Concordia conobbe gli anni scuri delle invasioni barbariche, come conobbe l’ira degli elementi naturali, come l’alluvione del 589 d.C., descritta da Paolo Diacono nella sua “Historia Langobardorum”, ma seppe sopravvivere e di ciò sono grande testimonianza i monumenti paleocristiani e altomedievali sul suolo di quella che era stata una città di frontiera.

 

IL RECINTO FORTIFICATO DI GIAON DI LIMANA

Una semplice rotonda, come tante altre costruite negli ultimi anni sulla strada provinciale, che da Belluno conduce a Feltre, nasconde un tesoro nascosto, un luogo dove cultura e natura, antico e moderno si incontrano, armonizzandosi in un paesaggio suggestivo da lasciare senza fiato il visitatore. Lasciato alle spalle il centro di Limana e diretti in Valpiana, ci si immerge nella magia dei “Miracoli di Val Morel”, ed è facile lasciarsi ammaliare dall’atmosfera, creata dalla penna di Dino Buzzati. Il grande scrittore e poeta lasciò detto che “il paese di Valmorel esisteva ancora, tale e quale. Esistevano i colli, le ripe scoscese, le vecchie casere, le modeste rupi affioranti, il Col Visentin, esisteva ancora intatto l’incanto del tempo dei tempi”; intuendo qualcosa che solo le moderne indagine storico archeologiche hanno cominciato a far emergere. La fascia collinare della Valpiana ha conosciuto una lunga frequentazione umana, che affonda le sue radici nelle popolazioni dell’Età del Ferro provenienti dalla pianura, per culminare nei Cavalieri dell’Ordine Teutonico di San Pietro in Tuba.

Tra le testimonianze lasciate dall’uomo vi è quella, che, i cartelli dell’itinerario turistico de “I Miracoli di Val Morel”, ricordano come il “Villaggio fortificato della Madonna di Parè”, situato nella frazione di Giaon, lungo la strada verso la Valpiana. Verso la fine degli anni ’70, a pochissima distanza della chiesetta dedicata alla Madonna di Parè, un piccolo edificio dall’incerta datazione originaria, degli appassionati dell’Associazione “Amici del Museo” di Belluno, i quali si trovarono a perlustrare un’altura, le cui caratteristiche e, soprattutto, i racconti dei locali facevano ben sperare di trovare qualcosa di interessante.

 

 

Dopo una semplice ricerca di superficie furono individuate delle murette, che legavano i massi erratici presenti, creando una sorta di cinta fortificata ovale di circa duecento metri con un’area circoscritta di circa 2400 metri quadri. L’accesso al villaggio era posto a meridione e si costituiva di una rampa ricavata da una sovrapposizione di pietre disomogenee a secco. Difeso dalla scarpata a nord ovest, i lati sud-est, più vulnerabili, il sistema difensivo era costituito da mura in laterizio ancorato da malta; ed era anticipato da una trincea. All’interno si poterono osservare delle murature basamentali, che furono indentificate come fondazioni di abitazioni e di un ambiente di notevoli dimensioni privo di pavimentazione (7 X 15 m.), interpretato come un ricovero per animali o come un edificio di culto. Agli inizi del 1994 venne compiuta una nuova ricognizione, che, in linea di massima, confermò quanto evidenziato nella precedente, compreso la datazione attribuita all’alto medioevo.

 

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Il sito appare provvisto di un sistema fortificatorio – la cui realizzazione risulta piuttosto disomogenea e la stessa esecuzione figura qualitativamente scarsa – che rileva da parte della popolazione circostante l’urgenza di erigerlo in presenza di una minaccia incombente. Inoltre, la planimetria delle murature rilevate non sembra delineare un abitato rurale arroccato, all’interno del quale di norma le dimore e i stallaggi trovavano disposizione sull’intera superficie senza alcun schema preordinato e senza un’ottica di lungo termine. L’insediamento, invece, sembra ricalcare il genere dei “refugia” in altura tardo antichi, che si caratterizzano per la presenza di recinti, coperti o meno, per gli armenti e la quasi assenza di edifici abitativi, dal momento che erano riservati ad alloggiare per un tempo limitato le persone e gli animali, in vista di un pericolo. Le strutture identificate potrebbero delineare dei vani seminterrati, nei quali venivano conservate le granaglie e gli utensili, sopra dei quali vi erano delle capanne di legno. Una struttura del genere presuppone un latente stato d’incertezza vissuto da questa popolazione, il che offrirebbe qualche indizio sulla sua stessa datazione, rimandando al V secolo, al collasso del sistema difensivo imperiale, allorché per la difesa si fece ricorso a soluzioni locali.

 

 

Curiosa a questo proposito la tradizione, non supportata da alcuna evidenza archeologica, sulla fondazione della vicina chiesa della Madonna del Parè, che la farebbe risalire al V secolo.
Comunque sia, ogni proposta interpretativa potrà essere avanzata solo alla luce di un ampliamento delle indagini. Tutto dovrà attendere il vaglio di approfondite campagne di ricerca, ma, data la consonanza cronologica e culturale con altre esperienze similari vicine, non sorprenderebbe molto se il piccolo colle, all’apparenza privo di un significato particolare e lasciato alla vegetazione, rivelerà una storia lunga di secoli, per lo più sconosciuta.

 

Il castello di Cavarzere

Cavarzere è l’ultimo lembo di terra veneziana, confinando con l’antica città di Adria e, più in generale, con la fertile pianura polesana. Oggi il suo territorio è visivamente costituito da distese senza fine di appezzamenti agricoli, coltivati in maniera estensiva. Nel passato, numerosi acquitrini occupavano parte di questi territori, rendendo l’area in buona parte malsana. La costruzione di canali di scolo e la rettificazione degli alvei dei canali, presenti in grande quantità, permisero la bonifica del suolo.
Il centro abitato è attraversato dal fiume Adige, il cui percorso attuale risale al terribile sconvolgimento idrografico, che cambiò il paesaggio fluviale del basso Veneto, tra cui la terribile alluvione del 17 ottobre del 589 d.C., descritta da Paolo Diacono nella sua “Historia Langobardorum”:
“Eo tempore fuit aquae diluvium in finibus Veneciarum et Liguriae seu ceteris regionibus Italiae, quale post Noe tempore creditur non fuisse. Factae sunt lavinae possessionum seu villarum, hominumque pariter et animantium magnus interitus. Destructa sunt itinera, dissipatae viae, tantum tuncque Atesis fluvius excrevit, ut circa basilicam Beati Zenonis martyris, quae extra Veronensis urbis muros sita est, usque ad superiores fenestras aqua pertingeret…Urbis quoque eiusdem Veronensis muri ex parte aliqua eadem sunt inundatione subruti” Historia Lang., III, 23).

“In quel tempo si abbatté sul territorio delle Venezie e della Liguria e su altre regioni d’Italia un diluvio quale si crede non si fosse più verificato dai tempi di Noè. Per le acque smottarono terreni e ville e grande fu la strage di uomini e di animali. Furono cancellati i sentieri, distrutte le strade e il fiume Adige di ingrossò tanto, che l’acqua intorno alla basilica di San Zeno martire, fuori dalle mura di Verona, arrivò all’altezza delle finestre superiori, pure se … Anche le mura di Verona furono in parte abbattute da quella inondazione”
(trad. Lidia Capo)

Le origini della città non sono certe, come incerti sono i legami con la vicina Adria, per quanto verosimili. Alcune testimonianze successive, invece, riescono a sagomare l’età della romanizzazione, grazie, per esempio, all’individuazione di alcuni tratti del reticolo stradale presente nel territorio.
Comunque sia, Cavarzere è ricordata nei più tardi trattati, stipulati tra le autorità lagunari e i Longobardi o gli imperatori del Sacro Romano Impero, quale il “Pactum Lotharii”, sottoscritto il 23 febbraio 840 dal doge Pietro Tradonico e l’imperatore carolingio Lotario I.
Per quanto fortificata, la città subì saccheggi e rovinose devastazioni, a causa delle ostilità che la videro in prima linea nei conflitti tra l’Esarcato di Ravenna e i Longobardi del re Liutprando, durante la guerra tra Venezia e i Franchi di Pipino, nell’809, e, infine, con le razzie dell’IX e X secolo degli Ungheri.
La cerchia muraria, eretta secondo la tradizione dal doge Deusdedit nella prima metà del VIII secolo d.C., era munita di torri e si snodava per una lunghezza di oltre duecento metri. Ubicato in prossimità dell’Adige, non ancora racchiuso da argini, controllava un tratto del fiume, il cui alveo si restringeva molto, permettendo, di fatto, il controllo delle imbarcazioni in navigazione e dei loro carichi.

Sul nome della località, “Caput Aggeris” si è scritto molto. Alcuni storici del passato collimarono il toponimo con le opere di difesa fluviale, tra i quali lo storico chioggiotto Carlo Bullo.
“Vuolsi che il nome di Cavarzere derivi da Caput Aggeris ossia Capo d’Argine detto anche Caputargilis e Caput Argelle nei mezzi tempi e che tale denominazione le venisse dall’esser costruita in capo dell’argine dell’Adige, perocché in quel punto si pretende che anticamente finissero le arginature di quel fiume” (C. Bullo, Cavarzere e il suo territorio, 1864, p. 9).

Altri studiosi, più verosimilmente, individuavano nella funzione militare della città l’origine del nome stesso, dato che l’arginatura nel cavarzerano avvenne secoli dopo, comunque dopo il XVI secolo. Marco Antonio Sabellico, infatti, ricorda “…Caput Aggeris, Venetorum oppidum recipiunt” (Historiae rerum Venetarum ab Urbe condita, 1556, Libri 33, p. 471), o l’Alberti, che riporta “Poscia evvi Capo di Bastiono, fabbricato nel principio della edificazione di Venezia, ai confini di essa, per sicurezza di questo lato”. (L. Alberti, Descrittione di tutta l’Italia, Venezia 1596. In Laguna, a cura di C. Semenzato, Venezia 1992, Tomo II, p.196).

 

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Miniatura del XV, Leone di san Marco con sfondo le mura di Cavarzere

 

Nel 1636, anno in cui si ebbe la consacrazione della nuova chiesa, dedicata a San Giuseppe, la rilevanza militare della fortificazione era ormai venuta a meno e, nel corso di poco tempo, venne smantellata spogliandola dei suoi materiali costitutivi per nuovi fini edificatori, scomparendo del tutto.

 

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Cavarzere in un disegno del XVII secolo

 

Nell’estate del 2011, in occasione di alcuni lavori nell’area tra la via Danielato e via dei Martiri, sono tornate alla luce le tracce della chiesa dedicata alla Maddalena, edificio risalente almeno al XIV secolo, e la vicina area cimiteriale; mentre nella vicina piazza Vittorio Emanuele sono emerse la base di una torre e delle strutture, che sono state identificate nelle mura del castello.

 

 

Effettuati i rilievi del caso, purtroppo è mancato il coraggio di qualificare i resti nel contesto urbano attuale, seppellendoli nuovamente, tranne una piccola porzione resa a vista, con la presenza di alcuni pannelli illustrativi.

 

 

Porta Sant’Agnese, il museo della città di Portogruaro

La medioevale Portogruaro, anche se recenti ritrovamenti di alcuni resti di un edificio residenziale di epoca romana, nell’area di Sant’Agnese in corrispondenza della confluenza del fiume Reghena con il Lemene, retrarrebbero la storia della città, conserva ancora oggi tre delle cinque porte del XII – XIII secolo, che si aprivano sulle mura cittadine. Esse sono la porta di San Gottardo, di San Giovanni e, infine, di Sant’Agnese. Quest’ultima, acquistata dal Comune, ha conservato in buona parte la sua impronta gotica. Dopo tutta una serie di lavori manutentivi, la torre, che si snoda su due piani collegati da una scala di legno, è divenuta nel maggio del 1999 il Museo della Città. All’interno vi sono custoditi numerosi reperti, che raccontano la storia della città dal Medioevo all’età contemporanea. Quindi, percorrendo le vie di Portogruaro, in un altalenante rimando tra Medioevo e Rinascimento, la Torre di Sant’Agnese e il suo museo – l’accesso è gratuito ed è fornito di un discreto bookshop – completa quanto di bello offra la città, senza dimenticare il non lontano Museo Nazionale Archeologico Concordiese, lungo la Via Seminario e di fronte al Palazzo vescovile, residenza del vescovo di Concordia fino al 1974.

 

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Nervesa della Battaglia. L’abbazia di Sant’Eustachio

 

Nel giugno del 1918, sui contrafforti collinari del Montello, a nord di Treviso, nei pressi della stretta del Piave, la località di Nervesa, di probabile origine romana, conobbe la distruzione quasi totale dei suoi edifici civili e religiosi, sotto il bombardamento degli Austro Ungarici e degli Italiani. Furono spezzate migliaia di vite di ragazzi di ambedue le parti, bagnando letteralmente di sangue il suolo collinare. Sotto il Ventennio, all’originario toponimo si aggiunse “della Battaglia”, in ricordo di quei tragici giorni nel corso della Battaglia del Solstizio. Qui, come in tutte le località vicine, sono numerosi i rimandi e le testimonianze di quel bagno di sangue, tra tutti il Sacrario, eretto in epoca fascista, o i resti di quella che era stata uno dei più importanti complessi religiosi del trevigiano, l’abbazia risalente al IX secolo e intitolata a Sant’Eustachio, nobile cavaliere romano che subì il martirio sotto l’imperatore Adriano.

La sua fondazione trova origine nella fede del conte di Treviso Rambaldo III e di sua madre Gisla, assoggettandola alla Santa Sede Apostolica, alla quale versava annualmente un censo simbolico: “Rambaldus comes et eius mater Gisla zelo religionis ferventi spe futurae remunerationis in possessione sua prope castellum quod dicitur Narvisia in comitati Tarvisino construxit atque Apostolicae Sedi devovit…ipsum monasterium sub tutela et defensione Sancte Sedi Apostolice suscipimus” (pontefice Alessandro II, Bolla Suscepti regiminis del 1062).

Rambaldo III, con questo atto fondativo, aveva dimostrato di avere dalla sua della preveggenza politica e i fatti nel futuro non avrebbero tardato a dargli ragione. I Collalto avevano perseguito una politica piuttosto ondivaga negli anni, nei confronti dell’autorità imperiale ed ecclesiastica, almeno fino al 1080, quando nella Lotta dell’Investiture, i conti decisero di appoggiare le istanze del papato, mentre il vescovo di Treviso continuò a sostenere quelle dell’Impero. Il che portò l’abbazia di Nervesa ad assumere un ruolo primario all’interno della diocesi di Treviso.

I privilegi concessi all’abbazia da Alessandro II, e riconfermati in seguito da altri pontefici, di fatto avevano ridimensionato l’espansionismo del vescovo, con la sua esenzione dalla diocesi, il diritto di libera elezione dell’abate e la dispensa delle decime di tutte le parrocchie a lei soggette. Chiunque avesse contravvenuto a quanto stabilito dal pontefice, la pena comminata era la scomunica, allontanando il reo dalla Chiesa e dai sacramenti.

Il conte Rambaldo III dimostrò una certa accortezza anche nella scelta del luogo, dove sarebbe stata costruita l’abbazia. Dalla sommità del colle, i monaci benedettini avrebbero guidato la bonifica dei tanti terreni incolti e boschivi, facendo del cenobio un punto di riferimento di tutta l’area. Senza poi contare la vicinanza del Piave e del guado altrettanto vicino, che indussero nell’immediato la costruzione di numerosi mulini, e la reale possibilità di controllare i flussi commerciali in direzione della laguna veneta.

Nel luglio del 1091, Rambaldo IV e la coniuge Matilda fecero una nuova elargizione all’abbazia, donando “massarias, capellas et ecclesias”. Questo atto probabilmente nascondeva nuovamente una più sottintesa ragione terrena. Le lotte per le “Investiture” erano nel pieno, senza esclusioni di colpi e mezzi, sia materiali che spirituali. Papa Urbano II e l’imperatore Enrico IV non erano disposti a perdere alcuna delle loro prerogative e, come avvenne sotto quasi tutti i campanili, anche a Treviso si vennero a rinfocolarsi le fazioni guelfe e ghibellina, creando l’altalenante e momentanea vittoria per gli uni o per gli altri degli schieramenti. Gli stessi conti di Treviso conobbero il disonore della caduta e l’indulgenza imperiale venne solo in seguito ad una grossa ammenda in denaro, che obbligò i Collalto a vendere molti dei beni più produttivi posseduti dalla famiglia nell’entroterra veneziano.

La prudenza di Rambaldo IV aveva di fatto salvato molti beni di famiglia, facendoli confluire nell’abbazia di Nervesa, un’istituzione che comunque rispondeva agli stessi Collalto. I privilegi concessi dal Laterano all’abbazia furono poi riconfermati da altri pontefici, quali Innocenzo II e Eugenio III. Più tardi, il 2 marzo 1231, papa Gregorio IX, rinnovando la protezione apostolica, confermò all’abbazia di Sant’Eustachio il controllo di 35 chiese, situate dall’area pedemontana fino all’area lagunare, in buona parte all’interno della diocesi di Treviso, avvalorando l’idea che all’interno di uno stesso distretto coesistessero due istituzioni di pari grado.

Liti e lotte non finirono nei secoli successivi, finché nel 1521, papa Leone X, con la Bolla “in supereminentis”, ridusse l’istituzione abbaziale a prepositura commendatizia della famiglia dei Collalto. Tuttavia, la prepositura mantenne molti dei privilegi goduti nel passato, che, in linea di massima, la rendevano autonoma ed indipendente, cosa che, ovviamente, non pose fine ai contrasti con il vescovo di Treviso.

La prepositura superò, quasi indenne, gli anni difficili del dominio francese, grazie alla guida del preposito Vinciguerra VII di Collalto, che vi inserì al suo interno una azienda agricola, nella quale furono applicate le più moderne tecniche agricole. Sebbene fosse sopravvissuta alla soppressione francese e alla relativa confisca dei beni – al contrario della vicina Certosa del Montello, del tutto scomparsa -, delle grosse nubi si erano addensate sopra la sua storia.

Il 4 agosto 1865, il vescovo di Treviso, il veneziano e filoaustriaco Federico Maria Zinelli, riuscì a chiudere i conti con l’antica abbazia, trasferendo lo iuris abbaziale agli ordinari di Treviso. Tuttavia, la pietra tombale sulla storia più che secolare del complesso ecclesiastico, doveva essere apposta sotto papa Pio IX. I beni dell’istituzione furono secolarizzati e trasferiti al vescovo di Treviso e alla famiglia dei Collalto.

L’abbazia non era stata solo un centro spirituale, all’interno del quale riecheggiarono preghiere e salmi cantati, ma accolse anche grandi letterati, che scrissero le loro opere al sicuro delle sue mura o, più semplicemente, alla ricerca di una rinnovata serenità. Tra questi, oltre al tagliente e brillante Pietro Aretino, si ricorda il monsignor Della Casa, che proprio qui compose il “Galateo overo de’ costumi”, il famoso libello sulle buone maniere, e due sonetti: il “Sonno” e la “Selva”. E, piace pensare, che qui avessero trovato eco i versi della poetessa Gaspara Stampa, che, innamorata perdutamente di Collaltino, che li fece avere al fratello Vinciguerra, preposito di Nervesa, con il desiderio di trovare in lui un intermediario del suo amore, della sua intima sofferenza.

Signor, dappoi che l’acqua del mio pianto,
che sì larga e sì spessa versar soglio,
non può rompere il saldo e duro scoglio,
del cor del fratel vostro tanto o quanto;
vedete voi, cui so ch’egli ama tanto,
se, scrivendogli umìle un mezzo foglio,
per vincer l’ostinato e fiero orgoglio
di quel petto poteste avere il vanto.
Illustre Vinciguerra, io non disio
da lui, se non che mi dica in due versi:
-Pena, spera, ed aspetta il tornar mio. –
Se ciò m’aviene, i miei sensi dispersi,
come pianta piantata appresso il rio,
Voi vedrete in un punto riaversi.

(Gaspara Stampa, Rime, CCLVIII)

Ci sono validi motivi che inducono a ritenere che l’abbazia sorse in un sito abitato fin dall’epoca romana, probabilmente una costruzione di carattere militare, data la sua particolare posizione. Per quanto siano stati fatti negli ultimi anni degli scavi archeologici, che hanno contribuito ad offrire nuovi ed interessati dati sul complesso abbaziale, tuttavia della chiesa originaria non si conosce molto, perché è certo che essa è stata più volte modificata e ampliata. L’impianto era a tre navate e nel loro incrocio con il transetto si slanciava il tetto a forma di cupola, sopra del quale trovava posto una torre campanaria. Come di consueto, il chiostro era posto tra la chiesa e gli altri edifici monastici; e la cella dell’abate con una piccola loggetta era posta al di sopra del corpo dello stesso chiostro.

Raggiunta la parrocchiale di San Giovanni Battista a Nervesa,

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si può comodamente parcheggiare l’auto nell’ampio parcheggio e, attraversata la strada, ci si trova davanti ad un cancello, sui cui lati vi sono dei cartelli segnalatori con tutta una serie di indicazioni, informando il visitatore che stanno per entrare in un luogo da rispettare, per la sua storicità e religiosità, anche se inserita in una tenuta privata, la Tenuta Giusti Wine.

 

Percorrendo la sterrata con una leggera pendenza, avvolti da una boscaglia lussureggiante, è possibile prendere il fiato, leggendo le tante targhette con le informazioni sui singoli alberi o sulla fauna; o sedersi sulle panchine, perdendo il proprio sguardo sul panorama.

 

Durante la salita, accompagnati da vigneti e ulivi, un altro cartello ci informa, che accanto vi è un castelliere, un insediamento fortificato protostorico posto su una altura. Si supera l’eremo di San Girolamo, una piccola costruzione di forma ottagonale, restaurata da qualche anno, e, poco dopo, la meta nel suo splendido isolamento.

 

Qui, superato lo stupore, le emozioni sono diverse. Da un lato si prova una sensazione di profonda pace al cospetto delle rovine, dall’altro le stesse rovine sembrano urlare della pazzia dell’uomo.

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La “Stele del pan”. Un vandalismo di carnevale

Anche questo carnevale è ormai alle porte e Venezia si prepara a vivere gli ultimi scampoli della festa più colorata e divertente dell’anno. Le forze dell’ordine presidiano la città, per evitare che possano verificarsi stupidi atti vandalici e danneggiamenti vari. Tuttavia, si devono registrare gesti assurdi e insensati, come la coppia di focosi “amanti”, che non è riuscita proprio a resistere al richiamo della passione ai piedi del ponte di Calatrava, nei pressi di Piazzale Roma. Una scena indecente non nuova, dato che nel passato – anche recente – altre coppie si sono distinte in queste esibizioni degne di biasimo. Comunque sia, incurante del luogo e delle centinaia di persone assiepate attorno, per lo più preoccupate di riprendere l’intero amplesso

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immagine tratta dal web

e divulgare questo edificante momento via web, la coppietta a malincuore è stata fermata dagli agenti della polizia municipale e denunciata all’Autorità giudiziaria. A quanto pare i due hanno poco meno di quarant’anni: lei veneziana, lui dell’entroterra. Mah! Bel segnale per capire in quale degrado morale e sociale siamo avvolti.

Purtroppo, ci sono stati altri atti assurdi. La tendenza di sporcare le mura dei palazzi e delle chiese con le bombolette spray non è venuta meno, anzi. Si registrano nuove scritte incomprensibili, scarabocchi e parolacce volgari. Inoltre, per non farsi mancare nulla, qualche genio ha ben pensato di lasciare traccia della sua misera esistenza, imbrattando la cosiddetta “Stele del pan”, collocata alla fine della Calle Dolfin, adiacente al Campo dei Santi Apostoli, a pochi passi da Rialto.

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La lastra di pietra d’Istria è una testimonianza unica del suo genere, dato che le altre non sono sopravvissute al tempo e all’incuria, e rimanda al XVIII secolo, precisamente al 27 ottobre 1727, allorché il Governo Veneziano si mise d’impegno nel contrastare un fenomeno piuttosto dilagante in città: il contrabbando del pane. Su di essa è inciso l’editto su ambedue i lati, che vietava di cuocere, trasportare e vendere il pane se non all’interno dei panifici cittadini autorizzati, pena dure sanzioni.

Ecco il testo:

IL SERENISSIMO PRENCIPE
FA SAPER
ET ED ORDINE DELL’ILLVSTRISSIMO ET ECCELLENTISIMO SIGNOR
INQVISITOR SOPRA DATII
CHE ALCVNO COSI HVOMO COME DONNA NON ARDISCA DI FABBRICAR
O FAR FABRICAR VENDER E FAR VENDER PANE DI FARINA DI FORMENTO
IN QVAL SI SIA LVOGO DELLA CITTA’ COSI FORESTO COME CASALINO
NELLE CASE NE IN BARCHE NE PER LE STRADE ALLA PORTA D. GHETO
RIVA DELL’OGLIO SANTI APOSTOLI NEI ALTRI LVOGHI DELLA CITTA’
IN PENA DI CORDA PREGGION GALERA E DE DVCATI VENTICINQVE
PER CADAVNO OGNI VOLTA CHE CONTRAFACESSERO LA METTA DE
QVALI SUBE MINISTRI CHE FACESSERO LE RETENTIONI DELLE REI OLTRE
LA META DEL PANE E DVCATI DINQVE DALL ARTE DE PISTORI NE
POSSINO VSCIR DI PREGGIONE LI RETENTI SE NON HAVERANNO VNA
FEDE DAL GASTALDO SVE..TRO CHE SU STATA REINTEGRATA
ARTE DELLI DVCATI CINQVE ESBORSATI SE SI TROVASERO TRANS..
S DELLI FORNERI CADINO IN PENA DVPLICATA GIA DECRETATA.
…….ETA NON OTTIMA POSSINO ESSER RETENTI E POSTI
PER..V..ZZ SOPRA LE PVBLICE NAVI E S INTENDANO INCORSI E SOT
TOPOSTI A TVTTE LE PENE SPRADETTE QVELLI CHE LI AVESSERO
…NDATI A VENDER DETTO PANE.
E ALCVNO ARDISCE DI TEMERIAMENTE OSTARE ALLE RETENTIONI
…RELO ALL’ASPORTO DEL PANE S INDENDI CADVTO E SOCCOMBENTE
ALLE PENE MEDESIME DE DELINQVENTI POSSINO TANTO GL’VNI
QVANTO OGN ALTRO ESSER RETENTI DA OGNI CAPITANIO
CON LI PREMI SOPRADETTI.
POSSINO PVR ESSER RETENTI LI MAGAZINIERI OSTI E QVEI DELLE
CAMERE LOCANDE CHE TENESSERO PAN FORESTIER O D OGNI ALTRO
LVOGO FVOR DA QVEI PISTORI CHE FVSSERO OGLIGATI A RICEVERLO
SEMPRE SEGNATO E MARCATO GIVSTO ALL OBLIGO DELI STESSI
E NON ESSENDO CON TALI REQVESITI S INTENDI SEMPRE ..ER CONTRA
BANDO E LI MEDESIMI SOGGIETI ALLE SOPRADETTE PENE.
LI BARCAROLI CHE CONDVCESSERO PANE IN QVESTA CITTA’ E L
VASSERO PERSONE CHE NE PORTASSERO CABINO NELLA PENA DE
DVCATI VINTICINQVE E D ESSERLI ABBRVCIATA LA BARCA E S
INTENDINO BANDITI PER ANNI DVE DA QVEL TRAGHETTO IN
CVI ESERCITASSERO LA LIBERTA.
SIA IL PRESENTE PROCLAMA STAMPATO PVBLICATO ET INCISO
IN MARMO ALLA PORTA DEL GHETTO RIVA DELL OGLIO SANTI
APOSTOLI SAN MARTIN ET ALTRI LVOGHI PIV FREQVENTATI DA
CONTRAFACIENTI ACCIO RES.. PRESTAT L’INTERA OBBEDIENZA
ALLO STESO POSSA ESSER ADOTTO PRETESTO D IGNORANZA
PER VENIRE IN LVME DE REI SI ACCETTERANNO DENONCE SECRETE
E SI FORMERA PROCESSO PER VIA D INQVISITIONE CONTRO SIMILI CON
DRADATTORI ONDE SI ESTIRPI VN DISORDINE SI PERNITIOSO NON SOLO
ALL INTERESSE DEL PVBLICO CHE A QVELO DEL ARTE DE PISTORI.
DAT. LI 07 OTTOBRE 1707.
GIO. BATTISTA LIPPOMANO INQVISITOR SOPRA DACII
CANDIDO QVERINI NOD. DELL’INQVISIT.
ADI. 31 OTTOBRE 1727 PVBLICATO SOPRA LE SCALE
DI SAN MARCO E DI RIALTO AT ALTRI LOCHI

 

La stele, già oggetto nel passato di atti vandalici, è stata insudiciata dal “poaretto” di turno con le solite frasi idiote.

Stele del pan

Per fortuna il danno era di lieve entità, tanto che in poche ore si è provveduto a ripulirla con il solvente apposito per la pulizia della pietra e del marmo,

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in attesa del prossimo ebete.