La Leggenda della Valle dei Sette Morti

Nel giorno che la pietà umana ricorda i Morti, è costumanza nei paesi e villaggi visitare i propri cari, che riposano per l’eternità nei camposanti. Vecchi e giovani, uomini e donne si raccolgono davanti alle singole lapidi. Non c’è famiglia, ricca o povera, che non accenda il suo cero, spesso decorato da un’immagine di un santo o della Vergine e, magari, bagnato in un’acquasantiera di un santuario. Si entra in un mondo invisibile, sospeso tra fede e superstizione, che si fonda in una stratificazione culturale secolare, nella quale è possibile leggere diverse credenze: non sfuggono alla lettura gli elementi magico pagani, le concezioni religiose prettamente dette o i diversi fondamenti dei processi per stregoneria e relativa demonologia. Numerose credenze popolari sostengono che ai Morti è concesso in quel sol giorno di visitare i luoghi della loro precedente vita e, magari, per espiare i peccati commessi da vivi.
A Chioggia si tramanda una curiosa e quantomai gotica leggenda, che permette di guardare indietro nel tempo e nella memoria del centro lagunare. Il racconto, incentrato nel giorno dei Morti e frutto di una tradizione solida e non priva di colorite espressioni letterarie, presto venne fatto proprio dalle isole veneziane, intrecciando nuovi elementi propri delle diverse comunità. Il racconto ebbe un discreto successo, tanto che D’Annunzio ne fa cenno in un suo componimento: “Questa tavola è fatta col fasciame della barca che pescava l’alga nella Valle dei 7 morti” (G. D’Annunzio, Fede senza Cigno, Tomo 3).
La leggenda è ambientata nella laguna meridionale: “Casone dei Sette Morti, è così chiamato un tratto di Laguna tra il Lago Anghiero e la Valle Caneogrosso, 16 miglia a libeccio in linea retta da Venezia. Nel mezzo vi è un basso e largo edificio, che gli dà il nome, nelle cui vicinanze nell’anno 1695 trovaronsi sette cadaveri. Ha circa 5 miglia di circonferenza, ed in tempo delle alte maree vi si trovano due piedi d’acqua. Si arriva a quel luogo mediante il canale del Cornio” (Giovanni B. Rampoldi, Corografia dell’Italia, 1832, Vol. 1, p. 517).
Gli attori principali sono dei pescatori, ai quali sono stati affibbiati degli elementi onomastici dialettali, indicativi per le situazioni comunicative del racconto: Galeto associato alla Superbia; Mucia all’Avarizia; Vardaore alla Lussuria; Stralocio all’Invidia; Licatuto alla Gola; Stravacao all’Accidia; infine, il Morto all’Ira.
Tra le molte versioni si è preferito riportare quella pubblicata nel 1977 da Domenico Perini, poeta e rievocatore delle leggende chioggiotte.

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tratta dal web

Mio nono me conteva questo fato
E tale quale adesso ve lo conto

Fuora de Ciosa, in mezo a la laguna,
ghe xé ‘na vale vèrta bandonà;
ma, quando s’à verificao ste robe,
la géra ben tegnùa, col so cason,
e po’ la dèva pesse in abondansa.
La metina del dì, dònca, dei Morti,
sie valesani, prima di sortire,
i discorèva atorno del fuogon
si andare o stare fermi la zornà;
ma ‘l Toni, ‘l capobarca, salte su:
“Chi ne dà da magnare el dì dei morti?
Chi n’à dao da magnare el dì dei santi:
i nostri brassi” a urle; “i nostri brassi!
Andare in ciesa? Tuto xé fenìo
Co se xé morti…, che no i diga i preti!”
Fumandose la pipa, lo scolteva
‘l Momolo Mùcia, el Nane Vardaore,
‘l Gigi Stralòcio, el Bepo Licatùto
e rason i ghe dà a quel prepotente;
el Nato Stravacào, verzendo i oci:
“Vengo anca mi”, a dise. Le bronséte
coverte da la sénare scaldéva
la pignatèla del cafè del fio
(a gèra ‘l fio del Toni); un can bastardo,
soto la tola, co la coa batèva
el tempo a sti discorsi dei paroni.
Lispièva. Feva fredo. Gera scuro.
“Zioga col can”, ghe dise el pare al fio;
“xé tempo bruto, no te porto via
tornemo a mezodì, pieni de pésse!”
Risponde ‘l fantolin: “xe ‘l di dei Morti,
sté fermi!” E invese i monte in barca e i va,
ridàndose del Sielo e del Signore:
“In Sièlo no se magne e no se beve…
A l’inferno ghe xé bisati crui,
ma qua nualtri li magnèmo rosti!”
Dopo tre ore e passa de fadighe:
“Qua non se ciàpe gnente, paron Toni…
La pare ‘na zornà stramaledia!
Vardè là, vardè là: ghe xé un fagoto!
Ciapemo strasse invese de bisati!
I se avissine e i vede un omo morto:
un morto, sensa naso, sensa recie.
Vegnuo dal mare su co la sevente.
“Tirè sto bel’incontro in barca, a proa”.
E biastemando i torne col niegào.

Fuméva la polenta su la tola,
ma ‘lpésse gèra puoco, massa puoco,
e ‘l Bepo biastemèva come un turco.
“Ciò, Nino”, a dise pien de rabia al fio;
“cori al batèlo, svègia quel foresto
Che dorme su la proa, dighe che a vegna:
indove magne sie magne anche sete!”
“Va là”, ripete i altri: “vai de corsa!”
E dopo un puoco a torne el fio, sigando:
“L’à dito: Vegno…adesso a vien, a vien…”
“E alora daghe la cariega bona”,
Ridando ghe risponde uno dei sie:
“vissin al fuogo, e daghe ‘l tovagiolo”,
ma in sto mumento comparisse el morto.
A gera tuto gonfio e scuro in viso,
i pie descalsi consumai dai gransi,
da la boca a buteva fuora marsa.
“Un bel’invito, bravi! Ve cognosso:
Toni Galèto, Nane Vardaore,
Mòmolo Mùcia, Nato Stravacao,
Gigi Stralòcio e Bepo Licatùto”.
I sie stèva tuti retirài
int’un canton, morendo de paura,
el fio piansèva: mama, mama mia!
“Sé ben atenti a quelo che ve digo.
Cossa avéu vadagnào qua in te la vale
el dì dei Morti e’l dì de Tuti i Santi?
Gnente, fuora de quatro bisatei!”
La man ghe tremolava e la massèla.
“A le Aneme dovèvi un fià pensare,
andare in samitèro, almanco ancùo”.
El sièlo a gèra deventào de pégola,
se sentiva vissin l’urlo del mare.
“Che bel devertemento che xè stao
el vostro, de ciamarme per zirnàre!”
E po’, levando i pugni in alto, a sighe:
“De l’ira mi me purgo in Purgatorio,
vualtri sé i altri vissi capitài.
Sia salvo el fantolin, che xé inosènte;
sia salvo el can, che xè la fedeltà!”
E tuti sie i cade in tera, séchi,
e drio de lori se coléghe el morto.

Mio non me contèva questo fato
E tale quale mi ve l’ò contao.

 

Mio nonno mi raccontava questa storia
e tale e quale ve la racconto
Fuori Chioggia, in mezzo alla laguna, c’è una valle aperta abbandonata; ma, quando si sono svolti questi fatti, era ben tenuta, con il suo casone, e produceva anche pesce in abbondanza.
La mattina del giorno dei Morti, dunque, sei pescatori della valle, prima di uscire per la pesca, discutevano attorno al focolare se, quel giorno, andare o no a pesca; ma Toni, il capobarca, sbotta: “Chi ci dà da mangiare il giorno dei morti? Chi ci ha dato da mangiare il giorno dei santi: le nostre braccia” urla; “le nostre braccia…andare in chiesa? Quando si è morti è tutto finito…, che non dicano i preti!”
Fumandosi la pipa, lo ascoltavano Momolo Mucia, Nane Vardaore, Gigi Stralocio, Bepo Licatuto dando ragione a quel prepotente; Nato Stravacao, aprendo gli occhi: “vengo anch’io”, dice.
La brace coperta dalla cenere scaldava il pentolino del caffè del ragazzo (era figlio di Toni); un cane bastardo, sotto la tavola, con la coda batteva il tempo a questi discorsi dei padroni.
Piovigginava. Faceva freddo. Era buio. “Gioca col cane” dice il padre al figlio; “c’è brutto tempo, non ti porto via…torniamo a mezzogiorno, pieni di pesce!”
Il ragazzo risponde: “E’ il giorno dei Morti, state qua”.
Invece salgono in barca e se ne vanno, beffandosi del Cielo e del Signore: “in cielo non si mangia e non si beve… all’inferno si mangiano anguille crude, qui noi invece le mangiamo arroste!”
Dopo oltre ore di lavoro: “Qui non si pesca niente, paron Toni…sembra una giornata stramaledetta! Guardate là, guardate là: c’è un fagotto! Peschiamo stracci invece di anguille!”
Si avvicinano e vedono un uomo morto: un morto, senza naso, senza orecchie, arrivato dal mare con l’alta marea.
“Mettete in barca questo bell’incontro, a prua” e bestemmiando tornano con l’annegato.
La polenta fumava sulla tavola, ma il pesce era poco, troppo poco, e Bepo bestemmiava come turco.
“Nino”, dice arrabbiato al ragazzo, “corri alla barca, sveglia quel forestiero che dorme a prua, digli di venire: dove mangiano sei mangiano anche sette!”. “Vai”, ripetono gli altri. “Vai di corsa!”
E dopo un poco il ragazzo ritorna, gridando: “Ha detto: Vengo…adesso viene, viene”. “E allora dagli la sedia migliore”, gli risponde ridendo uno dei sei, “vicino al fuoco, e dagli anche il tovagliolo”, ma in quel momento si presenta il morto. Era tutto gonfio e scuro in viso, i piedi nudi consumati dai granchi, dalla bocca usciva marciume.
“Un bell’invito, bravi! Vi conosco: Toni Galeto, Nane Vardaore, Momolo Mucia, Nato Stravacao, Gigi Sralocio e Beppo Licatuto”.
I sei stavano tutti nascosti in un angolo, morendo di paura, il ragazzo piangeva: mamma, mamma mia!
“State ben attenti a quello che vi dico. Cosa avete guadagnato qui in valle il giorno dei Morti e il giorno di tutti i Santi? Niente, eccetto quattro piccole anguille!”
Gli tremava la mano e la mascella. “Dovevate pensare un po’ alle Anime, andare in cimitero, almeno oggi…”.
Il cielo era diventato plumbeo, l’ululato del mare si sentiva vicino.
“Che bel divertimento è stato il vostro, di chiamarmi a pranzare!” E dopo alzando i pugni al cielo, grida: “Dell’ira io mi purifico in Purgatorio, voi siete gli altri vizi capitali. Sia salvo il ragazzo, che è innocente; sia salvo il cane che è la fedeltà!”
E tutti sei cadono a terra, fulminati; e dopo di loro si corica il morto.

Mio nonno mi raccontava questa storia
e tale e quale io ve l’ho raccontata.

(Domenico Perini, 1977)