Concordia Sagittaria. Una città di frontiera

Confinante con Portogruaro, importante centro della provincia orientale di Venezia, e a pochi chilometri dai litorali di Caorle e Bibione vi è una località il cui panorama imperante è un susseguirsi senza soluzione di continuità di campi coltivati e vitigni, che offrono una generosa produzione enologica pregiata, compreso il famoso Lison, la cui storia affonda nella notte dei secoli. Al territorio è connesso un importante assetto fluviale, che ha sempre fornito in abbondanza l’elemento primario della vita e che ha rappresentato per lungo tempo gli assi di penetrazione dal mare verso la terraferma e viceversa; e come tale favorì la mobilità degli abitanti, i trasporti e, infine, i commerci. Di questi fiumi si ricordano il Tagliamento, il Livenza, il Reghena e il Lémene, che, dopo aver lambito il centro abitato,

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sfocia nei pressi della Valle Zignago nella laguna di Caorle.
Il nome della cittadina è Concordia Sagittaria e la sua storia è più che mai millenaria.

 

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Comune

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Il Museo Nazionale Concordiese, inaugurato il 28 ottobre del 1888 a Portogruaro, custodisce alcune iscrizioni che restituiscono il nome della città come Iulia Concordia, quando altre iscrizioni epigrafiche rinvenute in loco, per lo più di carattere funerario, e la storiografia latina la ricordano con il semplice titolo di Concordia. In ogni modo, il toponimo testimonia il momento fondativo della città. Infatti, la deduzione della colonia “civium romanorum Iulia Concordia” si fa risalire all’epoca del secondo triumvirato, dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.), allorché il sito venne interessato dall’assegnazione di tremila veterani. A dire il vero, è stata proposta anche una seconda data, il 40 a.C., facendovi collimare l’avvenimento fondativo con la precaria pace di Brindisi tra Ottaviano, Antonio e Lepido.

Tuttavia, i segni del primo popolamento nell’area di Concordia si fanno evidenti in un dosso fluviale, la cui posizione strategica e la stessa morfologia devono aver richiamato e favorito l’insediamento di una comunità, che i dati archeologici inquadrano cronologicamente al Bronzo Recente (XIII – XII secolo a.C.), in piena coerenza, in termini culturali, alla maglia insediativa regionale.

Il geografo d’età augustea Strabone, che utilizza fonti risalenti al II – I secolo a.C., offrendo un quadro prezioso degli abitati veneti congiunti al mare per mezzo di corsi d’acqua, ricorda tra le altre le “oppidola” (piccoli centri) di Adria, Oderzo e Concordia (Strabone, Geogr., V, I, 8), testimoniando di fatto l’insediamento concordiese anteriore alla fondazione della colonia, forse oggetto della romanizzazione tra il 47 a.C. e il 27 a.C.. Probabilmente il successivo intervento augusteo era mirato a rafforzare un “vicus” romano ascritto alla tribù Claudia, il cui nome è rimasto sconosciuto, strategicamente rilevante, rappresentando una cosiddetta prima linea nel controllo del reticolo stradale, tra le quali la Via Postumia (148 a.C.) e la Via Annia (intorno alla seconda metà del II a.C.), che assicurava i collegamenti tra l’Italia e le province transalpino – danubiane. Una politica che verrà ripetuta anche nei secoli seguenti, in particolare nella seconda metà del IV secolo e il V secolo, con l’acquartieramento alternato di “comitatenses”, unità regionali di fanteria pesante, e “la presenza di questi reparti militari di manovra mostra infatti che la città assunse una grande importanza strategica. Proprio la qualifica di truppe mobili, dislocate in un centro stradale di primaria importanza, ne indica anche le loro funzioni di pronto intervento…essa era il nodo centrale dell’imboccatura delle due strade, l’Annia e la Postumia, il che voleva dire accessi alla Valle padana e a Ravenna. Qualcosa di più, quindi, di un semplice appoggio ad Aquileia” (M. Pavan, in AAAd, 31, Rufino di Concordia e il suo tempo, II, Udine, 1987, 7-28), ma un nodo con una funzione di proiezione cisalpina e transalpina, che la rendeva una vera e propria città di frontiera.

La città era retta da due magistrati, i “duoviri iure dicundo”, che amministravano la giustizia, e gli “aediles”, il cui ufficio consisteva nella costruzione degli edifici pubblici e delle strade, nonché della loro manutenzione. L’organizzazione amministrativa e civile era completata, infine, da un consiglio cittadino, diviso in gruppi di dieci membri, le decurie. Il governo cittadino amministrava un esteso territorio, suddiviso nella consueta centuriazione, dove numerosi vicus a vocazione agricola provvedevano al sostentamento di Concordia stessa.

Nel I sec. d.C., Concordia conobbe un primo sviluppo, grazie al quale furono innalzati il foro, il teatro e le mura, che circoscrivevano la città all’interno di un esagono irregolare. La cerchia, eretta su palificazioni tipiche per i terreni paludosi, era alta mediamente sei – otto metri e largo circa due metri, possedeva delle porte fortificate a due torri, ottagonali o quadrangolari. Un piccolo tratto superstite è possibile osservarlo nelle immediate vicinanze del sito delle terme.

Il foro, posto all’incrocio tra il decumano massimo, costituito dalla Via Annia, e il cardine, possedeva delle misure di tutto rispetto (110 m. X 130 m.) ed era in origine pavimentato da semplici ciottoli. In età giulio-claudia l’area forense assunse un tono monumentale, con la sostituzione della originaria pavimentazione con lastroni di pietra calcarea e l’inserimento di nuovi monumenti lapidei, testimoniate dalle basi di colonne, dai basamenti per statue e da un rialzo con doppia fila di colonne, da mettere in relazione con la realizzazione di corsie provvisorie, mediante la tesatura di corse, all’interno delle quali sfilavano gli elettori in occasione dei “comitia” indetti per l’elezione dei magistrati locali e, basamenti per statue. Qui venne rinvenuta la grande statua di donna acefala in marmo di Carrara del I sec. d.C., le cui vesti fluenti ne risaltano il corpo nella sua accesa femminilità. Oggi, la statua è conservata nella sala centrale del Museo di Portogruaro.

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Nei pressi dell’area archeologica di Piazza Costantini è visibile un segmento della Via Annia, che si presenta con una larghezza di circa 9 metri e ai lati con dei marciapiedi rialzati rispetto al fondo stradale. La pavimentazione, in trachite euganea, mostra ancora i segni delle ruote dei carri.

 

Poco distante, all’interno delle mura, trovava posto il teatro, la cui capienza di alcune migliaia di persone può solo dare un’idea vaga delle sue dimensioni. Purtroppo, quasi nulla resta delle sue strutture, poiché l’edificio fu depredato delle sue pietre già dal V secolo, per utilizzarle per nuove fondazioni edificatorie. Il ricordo del teatro oggi è assegnato ad una siepe in bosso, collocata sulla sua area, che ripropone il suo originario perimetro semicircolare.

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La presenza fluviale condizionò fortemente l’impianto urbano, costituito da isolati irregolari nelle aree occidentale e, soprattutto, orientale, dove si costruì fuori dalle mura un approdo in diretta dipendenza con il vicino porto alla foce del Lemene (Portus Reatinum) con tanto di infrastrutture, quali un edificio per il ricevimento delle merci e i numerosi magazzini, i cui ambienti erano pavimentati dapprima in assi di legno, poi in cubetti di cotto, dove sono stati rinvenuti materiali fittili e anfore, che testimoniano i commerci con l’Africa, l’Oriente e la Gallia. L’ara dei marinai Batola e Dione, datata al I secolo d.C., ricorda due navi leggere a due ordini di remi, Liburna e Clupeus, evidenziando anche il ruolo militare del porto Reatinum, sempre nell’ottica dell’appoggio di primo intervento alla città di Aquileia.
Il Portus Reatinum forse è da riconoscersi nell’odierno Porto Falconera, testimoniato dalle carte del ‘500 sotto il nome di “porto di Mezo Lido” (A.S.V., SEA, Livenza, dis. 17). Appare, quindi, suggestiva la presenza a 13 miglia dalla costa caorlotta del relitto di una nave oneraria, lunga 23 m. e larga 9 m., affondata con tutto il suo carico di anfore vinarie alla fine del II secolo a.C.. Adagiata su un fondale di 30 metri e quasi del tutto consunta dall’azione delle teredini, nell’estate del 1992 dei subacquei rinvennero casualmente parte del suo carico di anfore.

 

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La città condizionata com’era dalla presenza fluviale e dai diversi corsi d’acqua, naturali e artificiali, era attrezzata con almeno 7 ponti, sei dei quali ancora oggi interrati. La struttura portata alla luce, non distante dalla cinta muraria e in corrispondenza dell’ingresso della Via Annia in città, valicava l’antico alveo del fiume Reghena. Il ponte, rivestito esternamente da blocchi di trachite dei Colli Euganei, si costituiva di tre arcate: la prima, come la terza, era a sesto pieno e misurava m. 1,80; mentre la centrale, a sesto ribassato e sopraelevato, aveva una corda di m. 7,46. Sulle spallette del ponte vi sono due iscrizioni, che ricordano il liberto “seviro Manius Acilius Eudamus”, che lasciò come volontà testamentaria la realizzazione delle spallette o, forse, l’intero ponte.

 

 

Tra le aree funerarie del centro concordiese, la più nota è quella di Levante, situata sulla sponda sinistra del fiume Lemene, ad est della città, tra le attuali via Aquileia e via San Giacomo. Conosciuta sotto la denominazione “dei militi”, per i sarcofagi appartenuti ai soldati per lo più germanici e orientali, appartenenti a 21 reparti, di stanza nella città tra il IV – V secolo d.C., come truppe di primo intervento in appoggio ad Aquileia, sul suo suolo, nei vent’anni di scavi, dal 1873 al 1893, furono rinvenute centinaia di arche, ma a causa delle infiltrazioni d’acqua sull’area di scavo si pensò di tagliare le tabelle con le iscrizioni e lasciare in situ i sarcofagi e interrare tutto quanto, destinando le iscrizioni al Museo nazionale di Portogruaro. Successive indagini archeologiche nell’area della necropoli di Levante hanno appurato che l’utilizzo funerario areale aveva una stratificazione temporale non limitata al IV – V sec. d.C., ma trovava origine nel I sec. d.C. con presenza anche di singolari monumenti funerari, quali mausolei e cippi di singolare fattura.
L’ottica dioclezianea di rendere autosufficienti i diversi tratti limitanei dispose la creazione di una maglia di fabbriche di armi statali, distribuite in centri difendibili e lungo le strade di maggiore percorrenza, grazie alle quali era possibile approvvigionare le unità militari con un equipaggiamento di alta qualità. Le fabbriche d’armi con le sue maestranze specializzate erano sovraintese da un tribunus praepositus, dipendente dal praefectus praetorio e, dal 390 d.C., dai magistri officiorum. La “Notitia Dignitatum”, una fonte preziosa sull’ordinamento dell’impero forse risalente alla fine del IV sec. d.C., riporta in Italia le “fabricae Concordiensia sagitaria” (Not. Dig. Occ., IX, 24); “Veronensia scutaria et armorum”(Not. Dig. Occ., IX, 25); “Mantuana loricaria” (Not. Dig. Occ., IX, 26); “Cremonensia scutaria” (Not. Dig. Occ., IX, 27); “Ticenensia (Pavia) arcuaria” (Not. Dig. Occ., IX, 29); “Lucensia (Lucca) spatharia” (Not. Dig. Occ., IX, 29). Dunque, nel IV secolo, Concordia venne interessata dall’installazione di una fabbrica imperiale, per la realizzazione di frecce, in latino, sagittae, da cui l’appellativo di Sagittaria aggiunto a Concordia nel secolo scorso. La scelta della città cadde non solo per la sua posizione strategica nell’ambito delle diverse vie stradali e, più in generale, della sua valenza militare, ma per la sua possibilità di reperire le risorse minerarie in un raggio piuttosto breve, quali le miniere del Norico.

La datazione tradizionale tramandata nella diocesi concordiese allaccia il primo arrivo del cristianesimo ad una tarda “Passio Martyrum”, nella quale viene riportato, che, dopo l’editto di Diocleziano, nel 304 d.C., 72 cristiani subirono il martirio per la loro fede, finendo decapitati sulla sponda destra del Lemene, vicino alla porta orientale, il cui luogo oggi è ricordato da un sacello. I resti dei martiri furono raccolti e traslati momentaneamente nella “Trichora Martyrium”, piccolo edificio con tre absidi e in seguito ingrandito con un’aula a tre navate e un atrio lastricato, attraverso il quale era possibile entrare in due recinti sepolcrali, con tre nicchie ciascuno, che accolgono dei sarcofagi in pietra, posti in parte sopra su un architrave di recupero del III secolo d.C., posizionato all’uopo due secoli dopo nel complesso paleocristiano.

 

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Nel V secolo, uno di questi recinti divenne la cappella funeraria dedicata alla nobile Faustiniana. Il sarcofago a cassa parallelepipeda della nobildonna è di marmo, le cui facce a vista (parte anteriore e fianco destro) sono scolpite in altorilievo. Al centro della composizione della facciata anteriore vi è la tabella con l’iscrizione, racchiusa ai suoi lati due croci e due archi sorretti da colonne. Gli archetti racchiudono una conchiglia (lato sinistro) e un vaso dal quale fuoriesce una palma (lato destro). Infine, due pilastrini racchiudono l’intera composizione. Sul fianco destro, l’altorilievo raffigura, invece, un vaso con un tralcio di vite.

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Poco distante due tombe a fossa serbavano i resti di due bambini, Marsilla e Aurelio Cirino:
QUI GIACE UNA BAMBINA DI DUE ANNI E VENTI GIORNI
CHE UNA NUOVA LUCE DELL’ANIMA PRESERVA E L’ALMA FEDE.
VEZZOSO IL CORPO, CUI S’ADDICONO PAROLE DOLCISSIME,
LO CONTIENE QUESTO TUMULO,
TUTTO IL RESTO INVIOLABILE LO TIENE IDDIO.
DOLCE FRINGUELLO CHE ANNUNCIA LA PRIMAVERA CON CANTO MELODIOSO,
IL TUO CINQUETTIO PIACQUE SOTTO IL CIELO MAGGIORE.
BENCHE’TU, MARSILLA, NEL NOME PORTASSI IL SEGNO DEL TUO DESTINO.
TUTTAVIA SEI DA CONSIDERARE UNA STELLA ANCHE DAI TUOI COMPAGNI DI FEDE.

CRISTO, ALFA E OMEGA

FU DEPOSTA IL 5 LUGLIO
(trad. G. Lettich)

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e

QUI RIPOSA NEL SIGNORE AURELIO CIRINO, FIGLIO DI EVANGRIO,
ORIGINARIO DEL VILLAGGIO DI SECLA IL QUALE VISSE DUE ANNI E OTTO MESI.

La diffusione cristiana e la formazione della sua stessa gerarchia nell’area concordiese poterono avvenire solo dopo l’editto di Milano, promulgato da Costantino nel 313, con cui cessarono le persecuzioni. Verso la fine del IV d.C., la locale comunità cristiana provvide alla costruzione della Basilica Apostolorum Maior, sull’area in precedenza occupata da edifici adibiti a magazzino e a residenza abitativa risalenti al I sec. d.C., e sulle cui ceneri sarebbe poi sorta la basilica altomedioevale e l’attuale chiesa dedicata a Santo Stefano protomartire. All’interno l’impianto si presentava a tre navate, definite da colonne di marmo greco, ed era impreziosito dalla pavimentazione a mosaico con decorazioni legate alla simbologia cristiana. L’abside, pavimentato a mosaico con decorazioni allegoriche cristiane, avrebbe custodito le reliquie di S. Giovanni Battista, S. Giovanni Evangelista, S. Andrea, S. Tommaso e S. Luca.

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Nel 389 d.C., il vescovo di Aquileia, Cromazio, dopo aver pronunciato il sermone “in dedicatione ecclesiae Concordiensis”, dedicandola ai santi apostoli, e provvide a consacrare il primo vescovo di Concordia, il cui nome non ci è pervenuto: “meruit enim sanctus vir, frater et coepiscopus meus, summo sacerdotio honorari, qui per huiusmodi munera sanctorum, honoravit Ecclesiam Christi sacerdotis aeterni” (Sermones, XXVI). Inoltre, sempre a Concordia, attestando sempre più l’importanza della città, l’11 maggio del 391 d.C., Teodosio e Valentiniano II promulgavano due editti: “De fide Testium” e “De apostatis”, secondo le quali gli apostati erano privati di ogni diritto civile e politico. In quegli anni, Concordia diede i natali al celebre monaco Ruffino Turranio (345 – 411), amico fraterno di Gerolamo fino allo scoppio della crisi origenista e poi da lui trattato come acerrimo nemico, accusandolo fra le altre cose di accostare personaggi dall’ortodossia ineccepibile agli eretici. Probabile autore della “Historia monachorum”, scrisse opere polemiche e storiche, nonché l’opera catechetica Expositio Symboli, illustrando il simbolo apostolico in uso nella chiesa di Aquileia e l’esegesi del capitolo 49 della Genesi.

Concordia conobbe gli anni scuri delle invasioni barbariche, come conobbe l’ira degli elementi naturali, come l’alluvione del 589 d.C., descritta da Paolo Diacono nella sua “Historia Langobardorum”, ma seppe sopravvivere e di ciò sono grande testimonianza i monumenti paleocristiani e altomedievali sul suolo di quella che era stata una città di frontiera.

 

ALVISOPOLI, UN UTOPIA SETTECENTESCA

Sul finire del Settecento, a ridosso del piccolo centro rurale di Fossalta di Portogruaro, sottile cerniera tra la provincia di Venezia e la friulana Pordenone, un uomo, figlio del migliore Illuminismo, ebbe la rara possibilità di vivere la sua utopia idealistica.
Il suo nome era Alvise Mocenigo e nacque a Venezia il 10 aprile 1760 da Alvise V Sebastiano e da Chiara Zen, maggiorenti di un casato tra i più influenti e facoltosi della città lagunare d’allora. Nel 1790, presa in mano – in maniera alquanto disinvolta – la gestione delle proprietà della famiglia, Alvise intraprese un ambizioso progetto urbanistico, attraverso il quale gettò le basi di una città del tutto autosufficiente e funzionale, trasformando un vasto latifondo in un esperimento piuttosto articolato, sia dal punto di vista urbanistico che di significato sociale, nonché dai costi che si presentarono piuttosto elevati. Ma, alla fine, si trasformò in un’esperienza sociale e produttiva di grande rilievo storico.
Il latifondo, conosciuto sotto il nome di Molinat, era un ambiente paludoso, desolato e malsano, attraversato per lunghi tratti da un fiume di risorgiva; una terra nella quale la regina indiscussa era la malaria, l’aria insalubre, e, come lasciò scritto lo stesso Mocenigo, “una settantina di miseri formavano tutta la popolazione, gonfi di ventre, gialli di fisionomia, di cortissima vita”.

Tra le fonti da cui Alvise dedusse l’ispirazione per costruire la sua città notevole peso ebbero le idee di Pietro Giannini e Gaetano Filangieri, in piena sintonia col Secolo dei Lumi. Peraltro, frequentava l’Accademia degli Estravaganti, come era di casa nella più famosa Arcadia. A sua volta prese ad esempio Ferdinandopoli, la Comunità agricolo manifatturiera di San Leucio sorta nei pressi di Caserta, per volontà di Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie.

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edifici della Comunità di San Leucio

La città di Alvise, che poté chiamarsi Alvisopoli nel 1800 grazie al governo austriaco, era impostata secondo criteri tra i più moderni della scienza agraria del tempo, integrata da una stretta filiera che si occupava della trasformazione dei prodotti e la distribuzione degli stessi sul mercato. Tra le produzioni, ad esempio il Mocenigo, ricordò “sopra l’uva, come sopra diverse altre materie, e con quali maggiori o minori mezzi si potesse estrar lo zucchero…Alle api e al miele dunque si rivolse il pensiero”. A queste si aggiunsero la coltivazione del riso, attraverso le più moderne tecniche piemontesi, la filatura di vari tessuti e la conceria.
Il grande lavoro di bonifica e la stessa città abbisognava di una nuova popolazione; e questa fu trovata nei possedimenti dei Mocenigo sparsi per tutto il Veneto: nuclei familiari di contadini e braccianti arrivarono dal vicentino, dal padovano e dal veneziano, in particolare dai dintorni della località di Cavarzere.

Dopo di che si intraprese la canalizzazione delle acque, attraverso l’escavo di due canali scolatori, il Taglio e il Fossalone, quindi si passò al rimboschimento dell’area, introducendovi diverse specie arboree. Allo stesso tempo si costruirono a villa padronale, le barchesse a loggia in stile dorico, la scuderia, la cantina, che delimitano un grande giardino all’italiana. Poco lontano le case coloniche e gli edifici adibiti alla lavorazione dei prodotti, quale il mulino, la fornace, la filanda, la conceria e per la pilatura del riso; non mancavano i fabbricati per la vita di ogni giorno: la chiesa, le scuole, la farmacia e una locanda.

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La villa padronale
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Le case coloniche
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edificio per la pilatura del riso
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Palazzo dell’amministrazione
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barchessa di sinistra
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barchessa di destra e il cantinone

La villa, eretta tra il 1803 e il 1805 su progetto dell’architetto bassanese Giovanni Battista Balestra, sulle fondamenta di un precedente edificio dominicale, era completata da un parco di ben otto ettari, dove un fosso di risorgiva alimenta piccole canalette e uno stagno, ricoperto da splendide ninfee. Il rigoglioso scenario naturale è costituito da un antico bosco di pianura, composto da farnie e roveri, a cui si alternano le betulle, gli aceri, i carpini bianchi, i frassini o alberi centenari non nativi, quali ad esempio, gli ippocastani o i cedri, oltre a numerose specie arbustive ed erbacee. Qui cresce una rosa rara ed unica: la rosa Moceniga. La sua presenza non è sempre vistosa, a volte la si nota appena, seminascosta dalla vegetazione, altre volte spicca fra le altre specie erbacee. Nel corso delle sue fioriture, due volte all’anno – in inverno e in primavera – i suoi petali cambiano colore: da un colore rosso passa al rosa e al candore del bianco.

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La rosa Moceniga

Nella tipografia, allestita nel 1810 prima di essere trasferita a Venezia nel 1814, si vennero a pubblicare con il la marca tipografica dell’ape con il motto Utile Dulci, numerose opere di grande spessore letterario e saggistico, tra le quali l’Inno alla Pace di Giovanni Paradisi, che celebrò le nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, o le Api Panacridi di Vincenzo Monti.

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chiesa di San Luigi

La chiesetta, sorta sulle preesistenze di un oratorio intitolato a Sant’Antonio, venne edificata sulla base delle considerazioni del Balestra e del Canova. Disposta all’esterno della villa padronale, aperta all’intero complesso, era ed è dedicata a San Alvise e a San Luigi di Gonzaga. Nel 1843, Lucia Memmo, moglie di Alvise, mise mano alla chiesa, realizzando le due navate laterali e il coro. Inoltre, dispose che venissero qui trasferite molte delle opere, in precedenza custodite nell’oratorio di Cà Memmo di Cendon di Silea, in provincia di Treviso. Notevoli, tra questi, i due angeli marmorei, attribuiti a Giusto Le Court. Infine, nel 1907, fu eretto il campanile.

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oratorio di Cà Memmo

 

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il campanile

Con la morte dell’ultimo discendente della famiglia Mocenigo, Alvisopoli conobbe un processo di trasformazione e di abbandono. Nel 1983, l’intero complesso venne acquistato dall’allora IACP di Venezia, oggi Ater di Venezia, che decise il restauro, destinandolo a residenza, pur realizzando un recupero globale dell’antico centro. Dopo il recupero della villa, delle scuderie, dove si sono ricavati altri alloggi di edilizia popolare, negli ultimi anni sono stati ristrutturate le barchesse e le cantine, creando uffici e spazi per eventi ed esposizioni temporanee, estesi al giardino e al parco.

L’articolato intervento di restauro del complesso monumentale e naturalistico ha permesso la restituzione alla comunità di un bene, con una storia che rischiava di andare perduta.

Oltre al valore storico rappresentato dall’idea moderna e progressista di Alvise Mocenigo, la realizzazione del complesso/borgo da lui ideato, merita una profonda riflessione che, a mio parere, dovrebbero fare molti urbanisti nella ideazione di città moderne. Create sulla base dei bisogni contemporanei dell’urbanizzazione, ma fatti in maniera razionale e non estemporanea. Con l’idea e il presupposto di lasciare qualcosa di utile e duratura per chi sarà dopo di noi.

La Torre del Caligo. Jesolo

A pochi chilometri dalle rinomate spiagge di Jesolo, si nasconde un luogo magico, in cui riecheggiano le antiche suggestioni romane e della Serenissima. È la Torre del Caligo o, meglio, quello che rimane dell’antica fortificazione. In questi giorni, dettati dalla canicola, molti dei turisti che hanno percorso il tratto stradale, che da Caposile porta alla località balneare, avranno osservato con una certa invidia delle automobili transitare lungo la sponda destra del Sile-Piave vecchia, non sapendo che, da un lato, tale itinerario li avrebbe alleviato il tedio delle lunghe code e, per chi ancora gode delle testimonianze del passato, avrebbe potuto dare una sbirciata ad uno dei monumenti più antichi della zona. Può apparire persino antinomico pensare a Jesolo, come un luogo depositario di vestigia del passato, ma non è così. Per quanto possa essere incredibile, la località veneta non è solo spiaggia, mare e movida. Al centro di Jesolo paese vi è il sito delle cosiddette Antiche Mura, nel quale sono visibili i ruderi della basilica medioevale di S. Maria Assunta e non solo, dato che la frequentazione del sito è stata retrodatata al IV secolo.

Tra l’altro, non è di poco tempo fa il rinvenimento a poca distanza di “mansio” risalente all’epoca romana, peraltro evidenziata come prova provata (sic!) della vocazione di Jesolo alla ricezione turistica, che attesterebbe in Jesolo un luogo ben introdotto all’interno dei circuiti commerciali tardo antichi e altomedioevali. Con la speranza che tali testimonianze non entrino nel lungo elenco delle cosiddette “piere vecie”, vi è, invece, una voce fuori dal coro. E riguarda la Torre del Caligo. Anni fa, nell’agosto del 2014, grazie alla “sensibilità delle famiglie e società agricole che ne erano proprietarie…hanno donato la Torre al Comune”, il quale l’acquisì come bene di una certa rilevanza storica, poiché non si poteva certamente dimenticare “che nei secoli passati la Torre del Caligo” aveva svolto “l’importante ruolo di presidio a guardia della confluenza del canale omonimo nel vecchio corso del Piave” (Il Gazzettino di Venezia del 23 agosto 2014).

Sulla base dei conci di pietra e dei mattoni sesquipedali della base, nonché le misure del suo perimetro la pongono in diretta relazione con altre due torri, identificate l’una nei ruderi sommersi nel Canale di San Felice a poca distanza da Treporti e l’altra con quella di Baro Zavalea, nella Valle di Mezzano nei pressi di Comacchio. Le ricerche archeologiche condotte su questi ultimi siti hanno permesso di datare le costruzioni ad un arco di tempo che spazia dal I secolo a.C. al I secolo d.C.; ed hanno permesso di cogliere, almeno in buona misura, il contesto antropico e naturale, nel quale avevano una determinata destinazione, di appoggio e controllo della navigazione endolitoranea – in stretta relazione con le diverse “mansiones” con cavane con tratti di alzaia e le altrettante “mutationes” con palata – che si svolgeva durante l’epoca romana tra Ravenna ed Aquileia. Nel caso specifico, la navigazione in età romana diretta in ambito “torcellese”, dopo aver percorso diverse aste fluviali, imboccava all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile e proseguiva fino a Equilo (il nucleo originario dell’odierna Jesolo), “vicus” di epoca imperiale.
Secoli dopo, la torre venne ricostruita dai veneziani, elevandola a tre o quattro piani, come testimoniato da diverse fonti cartografiche.

La sua destinazione non cambiò di molto, divenendo un presidio militare con il compito anche di esigere il dazio conseguente al notevole traffico commerciale, che vi si svolgeva, soprattutto di legname proveniente dal Cadore e il metallo utile per l’edilizia e la cantieristica di Venezia, la cui navigazione proseguiva coll’utilizzo del traino di cavalli, che procedevano sulle alzaie, fino a Treporti; e scongiurare l’altrettanto notevole contrabbando di sale e di animali o carni macellate, piaga che costrinse il governo veneto ad emanare numerosi decreti e altri provvedimenti repressivi.

Attraverso accorgimenti idraulici ed ingegneristici piuttosto lungimiranti per l’epoca era possibile per le imbarcazioni di una certa stazza superare gli argini, attraverso l’utilizzo di sbarramenti fluviali – vedi panama- ; mentre nel caso di imbarcazioni dal basso tonnellaggio il superamento avveniva grazie ad un sistema di piani inclinati e argani.
In realtà, la nostra torre era conosciuta, almeno fino al Trecento, sotto il nome di Turris Plavis e lo storico Giacono Filiasi, interrogandosi sulla storia antica di quella che sarà Jesolo e sulla più minuta fortificazione, scrive.

I documenti degli scorsi secoli ci manifestano pure che nel tenere di Equilio eravi luogo detto Torre di Piave, altro Ponte di Equilo, altro S. Mauro. Nel così detto Codex Publicorum trovai memoria di essi, e per primo, o sia la Torre non so se stesse verso Villafranca, e dove ora si veggono varie macerie da non confondersi con quelle di Equilio. Perché sovente la palustre nebbia volteggiava all’intorno, e colle bianche sue falde nascondea quella torre, perciò chiamaronla anche Torre del Caligo” (Memorie storiche dè Veneti primi e secondi, 1814 , p. 98).

Quindi lo storico sembra avvalorare la teoria, secondo la quale la nebbia, che per molte settimane del periodo autunnale e invernale, avvolge l’intero circondario, fosse la causa prima di questo nuovo toponimo. Tuttavia, ad onore del vero, per quanto suggestiva, questa non è l’unica teoria a questo riguardo. Vi è stato chi vi ha ricordato il nome di una nobile famiglia veneziana e chi, ancora, vi ha letto una derivazione legata in qualche modo all’itinerario stradale (A. Visentin, Jesolo antica e moderna, Tipografia Messaggero, Padova, 1954, p. 98).

Stando a talune testimonianze letterarie, purtroppo non confermate da evidenze archeologiche, la torre diede l’impulso attrattivo alla edificazione di strutture di accoglienza e di varia logistica ai mercanti e ai viaggiatori. Non poteva certamente mancare un sacello, una chiesa, dove, soprattutto durante le lunghe notti invernali, era possibile sopire con una preghiera le ansie delle deviazioni del giorno. Il Filiasi, a questo riguardo, ricorda che “se stiamo agli annali Camaldolesi, fino dall’anno 930 già esisteva la Torre del Caligo, poiché raccontano come in luogo boschereccio prossima ad essa ritirossi S. Romualdo con Marino suo compagno” (G. Filiasi, op. cit., p. 98), volendo con questo accogliere l’idea, che la struttura monastica sorse nelle vicinanze della stessa torre, come ricorda la tradizione camaldolese (A. Fortunius, Historiarum Camaldulensium pars posterior, Venezia, 1579, I, c. 7; AC, I 53 ss).

Come ogni cosa, anche la torre conobbe il momento della sua fine, che coincise con le opere idrauliche intraprese dalla Repubblica di Venezia, atte a scongiurare l’interramento della laguna; e, secondo l’uso scellerato, ma dettato dalla necessità di allora, si pose a smantellarla per recuperare i materiali, che avrebbero poi innalzato i poderi vicinali.
In breve, questa è la storia della Torre del Caligo. Ora vediamo come raggiungerla, semmai dovessimo trovarci da queste parti. Arrivando da Venezia, in direzione di Jesolo, alla vista di Caposile, volenti o nolenti ci imbattiamo in una grande rotonda. Proseguendo alla seconda uscita, ci troveremmo alla volta per la strada che ci condurrà a Jesolo, mentre a noi interessa la prima uscita. Un piccolo cartello turistico, con la semplice dicitura Torre del Caligo, ci obbligherà alla deviazione. Seguiamo l’indicazione del ponte di barche, che oltrepasseremo per una manciata di monetine, e quindi in tutta calma, seguiamo la strada asfaltata dei Salsi. Dopo qualche chilometro , dietro ad un’ansa del fiume

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, ecco che ci appare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’isola di San Secondo. Una storia dimenticata

A quanto pare, nel giro di qualche anno, un’altra isola della laguna di Venezia di proprietà demaniale, sarà assegnata a dei privati per una riqualificazione per soli usi turistici, che farà di lei “un centro conferenze e un luogo di ristoro che accoglie residenti e turisti che potranno arrivare…via mare con un barchino o via bici, grazie a un ponte galleggiante che unirà l’attuale pista ciclabile all’isola” (La Nuova Venezia dell’11 febbraio 2018).

Il lembo di terra che emerge dalle acque salse della laguna possiede un suo nome, affidatogli secoli fa dalla pietà popolare, per celebrarvi le reliquie di un uomo, le cui qualità, morali e umane, lo resero santo. L’isolotto, oggi poco più di poche spanne di sabbia e terra, è quello di San Secondo.
La sua posizione avrebbe dovuto giocare a suo favore. Si staglia lungo il canale navigabile che ha collegato, e collega, la vicina San Giuliano, costa dell’entroterra veneziano, alla città lagunare; ma su di esso è caduto una sorta di maleficio della memoria. Per molti è solo un nome perduto tra i tanti disseminati tra le chiazze d’acqua della laguna veneta. Chi non conosce o non ha sentito parlare, nel bene come nel male, di San Clemente o di San Servolo – luoghi nei quali si testarono i rudimenti della scienza psichiatrica – della Certosa, il cui monastero divenne un faro culturale; o Torcello, punto d’arrivo di molti turisti, dove è possibile respirare l’aria dei secoli. E sono solo degli esempi tra i molti. Per altri, ancora un semplice scherzo della natura. Punto e basta.

Il maleficio appare ripetersi ogni santo giorno. Migliaia di pendolari e turisti vi passano accanto, mentre percorrono il Ponte della Libertà – i quattro chilometri arcuati che collegano il centro storico alla terraferma -, ma nessuno sembra badare all’ammasso inestricabile di arbusti e alberi, che si mostra a qualche centinaio di metri.

Eppure il monastero, sorto sull’isola di San Secondo possiede una lunga storia, la cui dignità è pari a quella delle altre isole più famose. Purtroppo, le memorie archivistiche del monastero si sono per lo più perse; e ciò si deve imputare alle diverse distruzioni e vari rifacimenti in cui incorse e, principalmente, alla soppressione nel periodo napoleonico. Inoltre, i pochissimi documenti non permettono di completare o, nel caso, rettificare le notizie sulla storia del monastero, scritte dai diversi storici.

Secondo un brano di poche righe, nel 1034 la nobile famiglia dei Baffo, originaria dell’isola di Cipro e che nel futuro avrà sempre un occhio di riguardo verso le istanze del clero, colpita dalla posizione strategica dell’isola e dalla vicinanza di un’edicola dedicata a Sant’Erasmo, fece costruire a sue spese il primo nucleo di un monastero, che sarà affidato a delle monache benedettine (M. Francesco Sansovino, Venetia. Città nobilissima et singolare, 1581, p.), dandogli un’impronta aristocratica, accogliendo, fin dai tempi più antichi, monache appartenenti alle più illustri famiglie veneziane. Il cenobio, che venne dedicato al Patrono dei marinai, si trovò a dare il nome alla stessa isoletta, ma poco più di due secoli dopo, nel 1237, si trovò coinvolto, suo malgrado, nel marasma del traffico di reliquie, che interessò l’Europa medioevale; e così il Santo di Formia dovette lasciare il posto al Martire di Asti, in seguito alla sua traslazione in laguna.

…come non senza miracolosi eventi si riposò portato a Vinetia a la riva di questo Sacro Tempio, fermandosi per divin volere in questa isoletta, la quale per un si riccho acquisto lasciò il nome di S. Erasmo, e si chiamò dipoi col nome di S. Secondo. Conciosia, che da la Città d’Asti per la via di Marghera portandosi a Vinetia, poi che fu gionto a questo loco, non fu mai possibile a poterlo condurre più avanti, e quanto più i marinai con remi se sforzavano di passar quest’Isola, e condursi a Venetia, dove nella Chiesa di S. Hieremia profeta dessignavano di collocare il pretioso acquisto, con tanta maggior tempesta e fortuna gli si faceva incontro l’adirato mare, e l’aria piena de lampi e tuoni, con si horribile aspetto gli si opponeva, che i Remorchianti furono astretti a lasciare la Barcha in potestà del Mare, il quale placandosi, con serena fronte a la riva di quest’Isola miracolosamente la ridosse” (Domenico Codagli, Historia dell’isola e monasterio di San Secondo, pp. 54-55). Peraltro, l’autore della monografia si cura di trascrivere un epitaffio che si leggeva in prossimità dell’altare (Domenico Codagli, op. cit. p. 61):

“SERENISSIMO IACOBO THEVPOLO VENETIARUM PRINCIPE IMPERANTE, HIC CIVITATEM PEDEMONTANAM ASTA NVUNCPATAM OBSIDIONE ATQVE ARMORVM VI CEPIT, DEPREDAVIT, PENEQUE DESTRVXIT: CORPVS SANCTI SECVUNDI EX EA ABSTVLIT, VENETIA ASQUE IN INSVLA SANCTI ERASMI NON SINE QVIBUSDAM PRODIGIIS COELO DIVINITVS OSTENSIS COLLOCAVIT. ANNO DOMINI. M.CCXXXVII”.

Quindi, durante la guerra contro Federico II, che vide le mura delle città italiane insanguinarsi per le lotte fratricide tra guelfi e ghibellini, Giovanni, figlio del doge Giacomo Tiepolo, s’impadronì di molte delle piazze rimaste fedeli all’imperatore; e tra esse la capitale dell’antica Astesana, la città di Asti, dalla cui cattedrale fece trafugare il corpo di San Secondo, il patrono cittadino, e lo inviò a Venezia.

Quasi simile la versione riportata dallo storico Flaminio Corner, informandoci che “un’antica tavoletta appesa presso l’altare del santo ci palesa, che sotto il doge Giacomo Tiepolo nell’anno 1237, essendo stata assediata ed espugnata la città d’Asti ne fu da essa tratto il corpo di san Secondo, ed a Venezia condotto fu riposto nella chiesa di s. Erasmo, che quel momento venne chiamata chiesa di sant’ Erasmo e Secondo” (Flaminio Corner, Notizia storiche delle chiese e monasteri di Venezia e Torcello, Padova, MCVVLVIII, p. 276). Lo storico veneziano si preoccupa di rendere testimonianza di un’altra versione del trafugamento. “In altra forma però viene raccontato il furto del sacro corpo da una vecchia carta pergamena, che tutt’ora esiste nell’Archivio del Monastero dei Santi Cosma e Damiano a Venezia. Il corpo di San Secondo chiuso in un’arca di piombo giacque per trecento anni sotto terra, da dove per divina ispirazione levato, fu con solennità esposto. Accadde che poi alquanti mercanti veneti giunsero in Asti, ove con danari corruppero la famiglia dei Venturi numerosa di gente, ed alcuni di essi furtivamente tolto il sacro corpo lo consegnarono ai mercanti. Castigò Iddio l’empietà di quella famiglia, in cui entrata la morte li ridusse in poco tempo al ristretto numero di nove, perché nascendone uno, ne moriva un altro. Frattanto i veneziani ottenuto il venerabile corpo, determinarono di collocarlo nella Chiesa di San Geremia; ma non potendo ivi far approdar la loro barca, la lasciarono alla discrezione dell’acqua, che tosto li condusse all’isola, ove sta il monastero di Sant’Erasmo, uffiziato da monache” (Flaminio Corner, op. citata, p. 274). Tuttavia, nel 1471, a Venezia si procedette alla visione dei sacri resti, che incrinò la certezza veneziana di custodire il corpo del martire. La testa si presentava attaccata al busto, in pieno contrasto con quanto fissato dai canoni della tradizione e dagli Atti dei Martiri, che descrissero il suo martirio mediante decapitazione. La “Vita del glorioso martire S. Secondo”, scritta in forma anonima nel 1823, ingarbuglia ancor più l’intera faccenda, poiché ricorda: “Nel 1212 essendo Vescovo Monsignor Guidetto venne in pensiere ai Canonici della Collegiata di visitare il Corpo di S. Secondo, i quali di notte tempo in compagnia d’alcuni scelti cittadini si portarono nello scurolo sotterraneo … ove era stato riposto … il Corpo di S. Secondo, ruppero il muro, ed aprirono la cassa, che visitarono attentamente, e rimasti assicurati, ridussero il tutto nel pristino stato. Il seguente giorno molte donne divote solite portarsi nello scurolo a pregare, osservando il muro di recente riparato, sospettarono, che fosse stato rubato il Corpo del Santo, ed uscite di Chiesa spargendo la voce, corse la fama per tutta la Città, che veramente ne fosse stato involato il Corpo di S. Secondo, e trasportato a Venezia. Per sedare intanto il tumulto degli Astesi l’accennato Vescovo Guidetto portatosi nello scurolo in compagnia di alcuni Canonici della Collegiata… fece riaprire la Tomba, e constare al popolo, che lo sparsosi rumore era falsa, del che ne fa testimonianza la presente iscrizione esistente nel Duomo accanto alla porta maggiore”.

GVIDETVS EPISCOPVS
AD OBYCIENDAM VELVT MENDACIVM
FAMAE CLAMORIBVS MOERORI ASTENSIVM
S. SECVNDI CORPORIS
FVRTIVAN VENETIAS DELATIONEM
CANONICIS ET CLERICIS ASSOCIATVS
SACRVM CORPVS IN TVRRI QVAESITVM
INTER BINA MARMOREA MONVMENTA
IN PLVMBEA CAPSVLA INTEGRVM
ADINVENTVM VIDIT OSTENDIT
POST PVBLICI ACTVS STIPVLATIONEM
INTERVM CLAVSIT
MIRABILIS TAMEN IN SVO MARTIRE DEVS
NE CVM CORPORE LATERENT ET MERITA
QVAMPLVRIMIS MIRACVLIS
QVANTAM SPEM ET VENERATIONEM
TANTO PROTECTORI ASTA DEBEAT INDIXIT
ANNO MCCXII

Nonostante le asserzioni del Codagli, non vi è alcun documento, memoria o quant’altro che possa suffragare quanto scritto e d’altra parte vertono gravi dubbi sull’episodio legato all’assedio di Asti, tanto da considerarlo un vero e proprio falso storico, magari costruito ad arte per nascondere qualcosa di meno nobile e guerresco. La stessa vicenda del trafugamento è sospetta. A parte le evidenti incoerenze, sono troppe le similitudini con quello di San Marco per essere genuina.
La contraddizione si superò secoli dopo con l’erudito Ferdinando Ughelli, che conciliò le pretese delle due, sostenendo che ad Asti si conservava il corpo di San Secondo martire, mentre a Venezia si custodiva quello di San Secondo confessore e vescovo di Asti (Italia Sacra, Volume IV, 1653), attestando così, tra le righe, che i Veneziani si erano comunque resi responsabili di un trafugamento.

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Jacopo De’ Barbari, Venetie MD, isola di San Secondo

Fin dai primi secoli di vita, il monastero di San Secondo ebbe molti rapporti con le autorità ecclesiastiche superiori, tanto che poté giovarsi di numerose concessioni di indulgenze, nonché da esazioni da decime e da altre imposizioni fiscali ecclesiastiche. Il suo patrimonio, per lo più amministrato per il mantenimento del clero e per le necessità del monastero, si basava su terreni e vigneti, alcuni dei quali a Chioggia e a Cividale del Friuli. Il patrimonio immobiliare, pur con naturali variazioni, dovette rimanere nel suo complesso inalterato fino alle confische, avvenute con la sua estinzione.

Come avvenuto per altri monasteri veneziani, anche San Secondo conobbe il problema, che ricorre in tutto il corso della storia di Venezia e trova giustificazione nella consuetudine di monacare le ragazze per non frazionare i patrimoni: “sul finire del XV secolo era arrivato lo sconcerto non solo dell’osservanza, ma del costume a tal segno, che nelle monache altro più di religioso non si vedeva, che l’abito esteriore, ed il nome” (Flaminio Corner, op. citata, p.277).

La comunità delle Benedettine si trovarono obbligate a trasferirsi nel 1529 alla Giudecca per ordine del papa Clemente VII, mentre il loro monastero venne soppresso. Nel 1535, il Senato veneziano, tornato proprietario dell’isola, la consegnò all’ordine domenicano. Mentre i Domenicani si apprestano al restauro degli edifici dell’isola, “un certo prete, che dalle monache nella loro partenza era stato lasciato alla custodia della chiesa, disperato di dover abbandonare un’abitazione, a cui aveva preso amore, con risoluzione diabolica attaccò fuoco al tetto del monastero, che per la sua vecchiezza in breve tempo d’ora restò consunto; e passate le fiamme a devastare la chiesa, tosto chè si avvicinarono alla cappella, in cui si conservava il sacro deposito di San Secondo, quasi che ne venerassero la santità, retrocessero, e ritornarono ai chiostri, ove restarono estinte” (Flaminio Corner, op. citata, p. 279).

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A. Sandi da F. Tironi, l’isola di San Secondo

Nel corso della grande peste del 1576, l’isola e i suoi edifici furono destinati alla cura degli appestati. Alla cessazione del flagello, ritornò ai Domenicani, ma le condizioni erano tali che si considerò di ridursi al monastero di San Domenico a Venezia, portandosi via il corpo di San Secondo.
Il Senato, invece, impose il risanamento dell’isola e la ricostruzione degli edifici, i quali dovevano sopportare nel futuro altri incendi, come quello ricordato dallo storico Emmanuele Antonio Cicogna: “Alli 11 giugno 1775 un fulmine danneggiò notabilmente nell’esterno e nell’interno la torricella ove conservavansi 395 barili di polvere e per grazia della Beata Vergine del Rosario e intercessione del glorioso martire San Secondo furono preservati i religiosi, l’isola e la città” ( Delle Iscrizioni Veneziane). Dopo il terribile incendio, scoppiato nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1569, nell’Arsenale, che provocò lo scoppio dei barili di polvere pirica ammassati nei magazzini, distruggendo intere galere e gli edifici interni ed esterni; il Senato dispose che la polvere fosse posta in determinate “torreselle”, costruite sulle isole limitrofe a Venezia. Tra queste vi era San Secondo.

L’aver spostato le monache, affidando le cure del convento ai Domenicani, sembrò non dare i frutti sperati. Lo stile di vita del cenobio risulta ancora una volta rilassato e attento alle gioie goderecce. Per favorire l’osservanza, il convento venne assegnato alla provincia romana e non alle province domenicane dell’Italia settentrionale; e questo fino al 1641, allorché San Secondo entrò nella nuova provincia di San Domenico di Venezia.
Finalmente, nel 1660, il convento di San Secondo passa al vero regime di osservanza, grazie anche all’ambiente politico della Serenissima, che spingeva affinché fosse realizzata la riforma domenicana. L’isola si pose a capo di quelle comunità, il cui stile di vita regolare era garantito da apposite norme giuridiche. Il passaggio risultò decisivo, poiché diede l’avvio alla seconda grande riforma dell’ordine domenicano in terra veneta; e questo grazie anche alle due grandi personalità, che si fecero promotori, ovvero il napoletano padre Basilio Pica, che portò la riforma effettuata nel goriziano, e il frate veneziano Girolamo Piccini.

Durante gli anni terribili della peste del 1630/1631, il suolo dell’isola non vide alcun ammalato, poiché si pensò di farvi dimorare i membri della famiglia dell’ambasciatore francese, già provata da numerosi decessi; mentre, anni più tardi, nel 1686, divenne il collegio per i chierici dell’osservanza domenicana. Erano gli ultimi sprazzi dell’antica vocazione religiosa dell’isola, divenendo anni dopo l’ultimo baluardo fortificato della cadente Serenissima.
Nel 1824 la chiesa venne demolita fino alle fondamenta, mentre gli altri edifici furono riadattati alla nuova funzione militare. L’isola divenne un forte di forma ottagonale con gola aperta e una guarnigione di poco meno di 200 uomini, predisposto alla protezione di Venezia. Il corpo di San Secondo e alcune opere d’arte furono messe al sicuro nella chiesa dei Gesuati, mentre la pala dell’altare maggiore fu sistemata nella chiesa dello Spirito Santo alle Zattere. Bene o male la destinazione militare venne meno negli anni quaranta del Novecento e l’isola fu utilizzata per l’allevamento di animali da cortile e per l’agricoltura orticola, fino ad essere del tutto abbandonata negli anni Sessanta.

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Foto aerea dell’isola di San Secondo, tratta dal web

Oggi, passandoci accanto, appare una cosa fuori dal mondo solo pensare che secoli addietro un uomo gli abbia dedicato una poesia. Eppure…

Cinta da l’Acque, hor placid’,
hor sonanti,
Un’isoletta sorge, ei se ritiene
Alme fide, di Dio Sacre Sirene,
C’hanno effetti, pensier, costumi santi.
Qui s’erge un Tempio, e poggierà sì inanti,
Un giorno ancor, fra queste salse arene,
Pietro per te, che dall’occulte vene
De monti, qui trarai marmi prestanti.
Ond’eì s’additerà per meraviglia,
Haurà di Paro i marmi, e i Fregi d’oro,
Colonne, Archi, Rotonde, egregi Altari.
E’ molto ciò che fai, ma il più prepari,
Grato a Secondo sia l’altro lavoro,
Che t’inspira, t’aita, e ti consiglia.