Un ponte romano sulla Via Annia. Una seconda vita?

Qualche giorno fa, in una delle mie tante peregrinazioni tra le strade secondarie della viabilità veneziana, a causa dell’ennesimo incidente sull’A 4, mi sono trovato a percorrere il tratto della Triestina, che divide la cittadina di Ceggia. Qualche chilometro ancora e mi sono trovato di fronte al crocicchio a me molto caro, dato che una laterale conduce al mio vecchio amico: il ponte romano dell’antica Via Annia. Devo confessare che all’inizio il desiderio di rivederlo non era in cima ai miei pensieri, anzi. Le sue condizioni, come evidenziato in un mio precedente post, mi avevano impietrito. Fare i conti con il degrado che caratterizza molti dei nostri siti archeologici, storici o naturalistici, non è mai semplice, anche se parliamo di un piccolo e marginale ponte, una delle tantissime testimonianze del passato che impreziosiscono il nostro meraviglioso Stivale. Le imprecazioni non servono a nulla, anche se escono naturalmente dal plesso solare. Sono solo delle sterili parole senza senso. Poi, senza un perché, forse un semplice saluto ad un amico in camera caritatis, ha guidato lo sterzo dell’auto e, pochi minuti dopo, la sorpresa.
Capita di rado, ma alle volte i piccoli miracoli accadono, se magari aiutati.

IMG_5598

 

IMG_5597

 

IMG_5583

 

 

IMG_5584

 

IMG_5585

 

IMG_5586

 

IMG_5587

 

IMG_5588

 

 

IMG_5590

 

 

ALVISOPOLI, UN UTOPIA SETTECENTESCA

Sul finire del Settecento, a ridosso del piccolo centro rurale di Fossalta di Portogruaro, sottile cerniera tra la provincia di Venezia e la friulana Pordenone, un uomo, figlio del migliore Illuminismo, ebbe la rara possibilità di vivere la sua utopia idealistica.
Il suo nome era Alvise Mocenigo e nacque a Venezia il 10 aprile 1760 da Alvise V Sebastiano e da Chiara Zen, maggiorenti di un casato tra i più influenti e facoltosi della città lagunare d’allora. Nel 1790, presa in mano – in maniera alquanto disinvolta – la gestione delle proprietà della famiglia, Alvise intraprese un ambizioso progetto urbanistico, attraverso il quale gettò le basi di una città del tutto autosufficiente e funzionale, trasformando un vasto latifondo in un esperimento piuttosto articolato, sia dal punto di vista urbanistico che di significato sociale, nonché dai costi che si presentarono piuttosto elevati. Ma, alla fine, si trasformò in un’esperienza sociale e produttiva di grande rilievo storico.
Il latifondo, conosciuto sotto il nome di Molinat, era un ambiente paludoso, desolato e malsano, attraversato per lunghi tratti da un fiume di risorgiva; una terra nella quale la regina indiscussa era la malaria, l’aria insalubre, e, come lasciò scritto lo stesso Mocenigo, “una settantina di miseri formavano tutta la popolazione, gonfi di ventre, gialli di fisionomia, di cortissima vita”.

Tra le fonti da cui Alvise dedusse l’ispirazione per costruire la sua città notevole peso ebbero le idee di Pietro Giannini e Gaetano Filangieri, in piena sintonia col Secolo dei Lumi. Peraltro, frequentava l’Accademia degli Estravaganti, come era di casa nella più famosa Arcadia. A sua volta prese ad esempio Ferdinandopoli, la Comunità agricolo manifatturiera di San Leucio sorta nei pressi di Caserta, per volontà di Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie.

San_Leucio
edifici della Comunità di San Leucio

La città di Alvise, che poté chiamarsi Alvisopoli nel 1800 grazie al governo austriaco, era impostata secondo criteri tra i più moderni della scienza agraria del tempo, integrata da una stretta filiera che si occupava della trasformazione dei prodotti e la distribuzione degli stessi sul mercato. Tra le produzioni, ad esempio il Mocenigo, ricordò “sopra l’uva, come sopra diverse altre materie, e con quali maggiori o minori mezzi si potesse estrar lo zucchero…Alle api e al miele dunque si rivolse il pensiero”. A queste si aggiunsero la coltivazione del riso, attraverso le più moderne tecniche piemontesi, la filatura di vari tessuti e la conceria.
Il grande lavoro di bonifica e la stessa città abbisognava di una nuova popolazione; e questa fu trovata nei possedimenti dei Mocenigo sparsi per tutto il Veneto: nuclei familiari di contadini e braccianti arrivarono dal vicentino, dal padovano e dal veneziano, in particolare dai dintorni della località di Cavarzere.

Dopo di che si intraprese la canalizzazione delle acque, attraverso l’escavo di due canali scolatori, il Taglio e il Fossalone, quindi si passò al rimboschimento dell’area, introducendovi diverse specie arboree. Allo stesso tempo si costruirono a villa padronale, le barchesse a loggia in stile dorico, la scuderia, la cantina, che delimitano un grande giardino all’italiana. Poco lontano le case coloniche e gli edifici adibiti alla lavorazione dei prodotti, quale il mulino, la fornace, la filanda, la conceria e per la pilatura del riso; non mancavano i fabbricati per la vita di ogni giorno: la chiesa, le scuole, la farmacia e una locanda.

IMG_2927
La villa padronale
IMG_1496
Le case coloniche
IMG_1494
edificio per la pilatura del riso
IMG_1497
Palazzo dell’amministrazione
IMG_1492.JPG
barchessa di sinistra
IMG_1498.JPG
barchessa di destra e il cantinone

La villa, eretta tra il 1803 e il 1805 su progetto dell’architetto bassanese Giovanni Battista Balestra, sulle fondamenta di un precedente edificio dominicale, era completata da un parco di ben otto ettari, dove un fosso di risorgiva alimenta piccole canalette e uno stagno, ricoperto da splendide ninfee. Il rigoglioso scenario naturale è costituito da un antico bosco di pianura, composto da farnie e roveri, a cui si alternano le betulle, gli aceri, i carpini bianchi, i frassini o alberi centenari non nativi, quali ad esempio, gli ippocastani o i cedri, oltre a numerose specie arbustive ed erbacee. Qui cresce una rosa rara ed unica: la rosa Moceniga. La sua presenza non è sempre vistosa, a volte la si nota appena, seminascosta dalla vegetazione, altre volte spicca fra le altre specie erbacee. Nel corso delle sue fioriture, due volte all’anno – in inverno e in primavera – i suoi petali cambiano colore: da un colore rosso passa al rosa e al candore del bianco.

rosa-MOCENIGA
La rosa Moceniga

Nella tipografia, allestita nel 1810 prima di essere trasferita a Venezia nel 1814, si vennero a pubblicare con il la marca tipografica dell’ape con il motto Utile Dulci, numerose opere di grande spessore letterario e saggistico, tra le quali l’Inno alla Pace di Giovanni Paradisi, che celebrò le nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, o le Api Panacridi di Vincenzo Monti.

IMG_0360
chiesa di San Luigi

La chiesetta, sorta sulle preesistenze di un oratorio intitolato a Sant’Antonio, venne edificata sulla base delle considerazioni del Balestra e del Canova. Disposta all’esterno della villa padronale, aperta all’intero complesso, era ed è dedicata a San Alvise e a San Luigi di Gonzaga. Nel 1843, Lucia Memmo, moglie di Alvise, mise mano alla chiesa, realizzando le due navate laterali e il coro. Inoltre, dispose che venissero qui trasferite molte delle opere, in precedenza custodite nell’oratorio di Cà Memmo di Cendon di Silea, in provincia di Treviso. Notevoli, tra questi, i due angeli marmorei, attribuiti a Giusto Le Court. Infine, nel 1907, fu eretto il campanile.

cendon13
oratorio di Cà Memmo

 

IMG_0358
il campanile

Con la morte dell’ultimo discendente della famiglia Mocenigo, Alvisopoli conobbe un processo di trasformazione e di abbandono. Nel 1983, l’intero complesso venne acquistato dall’allora IACP di Venezia, oggi Ater di Venezia, che decise il restauro, destinandolo a residenza, pur realizzando un recupero globale dell’antico centro. Dopo il recupero della villa, delle scuderie, dove si sono ricavati altri alloggi di edilizia popolare, negli ultimi anni sono stati ristrutturate le barchesse e le cantine, creando uffici e spazi per eventi ed esposizioni temporanee, estesi al giardino e al parco.

L’articolato intervento di restauro del complesso monumentale e naturalistico ha permesso la restituzione alla comunità di un bene, con una storia che rischiava di andare perduta.

Oltre al valore storico rappresentato dall’idea moderna e progressista di Alvise Mocenigo, la realizzazione del complesso/borgo da lui ideato, merita una profonda riflessione che, a mio parere, dovrebbero fare molti urbanisti nella ideazione di città moderne. Create sulla base dei bisogni contemporanei dell’urbanizzazione, ma fatti in maniera razionale e non estemporanea. Con l’idea e il presupposto di lasciare qualcosa di utile e duratura per chi sarà dopo di noi.

Le visioni di San Magno e la geometria sacra di Venezia

Quando si pensa a Venezia diviene inevitabile pensare alle reliquie di San Marco, che ripoSano all’interno dell’altare maggiore della cattedrale a lui intitolata; tuttavia, è quasi certo che l’Evangelista non abbia mai solcato con il piede le pieghe sabbiose dell’arcipelago lagunare. Volendo parafrasare un celebre titolo di uno storico e saggista tedesco, Reinhard Lebe, San Marco non approdò mai da vivo in una delle tante isolette dell’arcipelago veneziano. Comunque sia, la “Praedestinatio” di Venezia, che, sinteticamente, può riassumersi nel saluto dell’angelo a Marco appena sbarcato su una delle isole realtine – Pax tibi Marce evangelista meus; hic requiescet corpus tuum – è un tesoro, tanto considerevole quanto articolato da esaminare ed è allacciato nel groviglio di arcaiche realtà spesso sfuggenti, da snodare con pazienza. L’apparente comprensibilità del racconto agiografico, appena lo si guardi da vicino, sfuma in un nebbioso clima di incertezze. Di certo, si tratta di una narrazione di grosso spessore religioso e ideologico, creata e impreziosita per accreditare la nuova fisionomia del ducato veneziano, attraverso le reliquie dell’Evangelista, che divennero il fondamento giuridico della nuova città.

Le premesse leggendarie o liturgiche di questa tradizione sono significative e si rifanno ad un genere letterario ben collaudato dai primi secoli del Cristianesimo. I primi racconti e i diversi intrecci narrativi, che dovettero godere di un largo consenso presso il pubblico colto dell’alto medioevo, vennero raccolti e fatti propri nel IX secolo nel Corpus cronachistico medioevale veneziano, il cui proposito abbozzerà le linee istitutive delle chiese, dipendenti dalle comunità religiose lagunari, a partire dalla diocesi di Torcello, attraverso uno schema narrativo, che ne attribuiva alla volontà divina ogni singola fondazione. Il disegno celeste si manifestava ad un uomo in odore di Santità e si compiva con una serie di visioni, che avvallavano la dedicazione e legittimavano il luogo prescelto.

Il dipanarsi della tradizione religiosa di Venezia soggiace ad un lungo preambolo temporale, che si srotola nel VI secolo, nel corso delle invasioni prima gotiche e le successive longobarde, culminando con la conquista delle città di Oderzo e Altino. Parte delle popolazioni prese la strada delle vicine paludi della Laguna Nord, guidata da uno stormo di “colombe…che coi nati loro trà becchi”, che precedette “la dirotta fuga degli uomini; e quella voce e apparizione meravigliosa”, li assicurò “di protezione e salute”, indicandovi “loro divinamente un rifugio!” (Archivio storico italiano, vol. 8, Cronaca Altinate, p. 36). Al sicuro dalle armi longobarde, i profughi si posero alla ricerca di isole, abbastanza alte sul livello della laguna, da non venir sommerse ad ogni alta marea, dove costruire il loro rifugio. Certamente, la vita non dovette essere tra le più facili, ma gli sventurati riuscirono a superare gli ostacoli della vita di ogni giorno. Gli Opitergini fondarono Civitas Nova, sede del nuovo governo, mentre gli Altinati portarono la sede religiosa nell’isola di Torcello, per quanto Altino mantenesse il titolo episcopale. Eressero delle dimore di fortuna, per lo più, semplici capanne fatte da canneto e piccoli arbusti; e non mancarono dei primitivi sacelli, all’interno dei quali furono depositate le reliquie portate al sicuro dai luoghi di culto delle città di provenienza, tra le quali quelle di Sant’Eliodoro, primo vescovo di Altino.

Tra i profughi altinati vi era un uomo che godeva di grande autorità. Si trattava del sacerdote Geminiano, “venuto a bella posta da altra parte del continente” che “andava, in compagnia di altri pietosi cristiani, a raccogliere e per terra e per acqua i fuggitivi fratelli, dando loro consolazioni e soccorsi” (Arch. St., vol. 8…,p.37). Dopo aver pronunciato le preghiere a Dio in segno di ringraziamento per aver salvato così tante vite, Geminiano dispose che i tuguri lasciassero spazio a delle più consone abitazioni e che le singole isole assumessero il nome delle sei antiche porte urbiche di Altino: Torcello, Ammiana, Burano, Costanziaca, Mazzorbo e Murano.

Aurio, tra i tribuni più influenti dell’arcipelago torcellese, in compagnia di suo figlio Aratore, si trovavano a perlustrare uno dei tanti lidi emersi tra le barene e ghebi, quando si trovarono al cospetto del prete Mauro, anch’esso fuggiasco da Altino e che viveva una solitudine abitata dalla sola presenza di Gesù. L’eremita prese a raccontare quanto aveva visto con i suoi occhi e sentito con le sue orecchie in quei luoghi solitari. Tempo addietro, levatosi di buon’ora e compiute le consuete offerte a Dio, si era avviato al suo abituale romitaggio. Durante il cammino, gli apparvero due Santi spiriti, che si presentarono come i Santi Ermete ed Erasmo. Il Prete Mauro, sbalordito da una tal visione, ascoltò rapito i due Santi, i quali gli comandarono la costruzione di due chiese, da dedicarsi a loro nello stesso luogo dove erano apparsi. Quasi ne volessero incentivare la loro richiesta, Ermete ed Erasmo rivelarono che nel porre le fondamenta i fedeli avrebbero trovato dell’oro.

Dopo averlo ascoltato a lungo, il tribuno prese la decisione di seguirlo e “deinde ad aliud littus transfetari cupietenses, albissimam nubem supra id ad quos tendebant littus viderunt, ad quod cum pervenissent, evanescente nube, secundum ea que illic reppererant signa, ecclesiam in honore Domini Salvatoris edificaverunt; ex prefate quidem albe nubis visione littus Album inde Aurius tribunus illud constituit nominari” (Chronicon Gradense, in G. Monticolo, Cronache veneziane antichissime, Roma, 1890). Lasciato Aurio alle sue mansioni, il prete Mauro si spostò in un nuovo lido e vide una mandria di buoi e pecore, che pascolavano assieme. Qui venne avvicinato da San Pietro e Sant’Antonino, i quali esigerono anch’essi una propria chiesa. L’Apostolo, inoltre, dispose che ogni 29 giugno, il suo giorno festivo, il vescovo di Torcello avrebbe dovuto fare visita alla sua chiesa e rendergli devozione; mentre Sant’Antonino assicurò la sua misericordia a tutti coloro che lo avessero invocato. In seguito, il Santo uomo capitò in un isolotto, ricoperto da un folto vigneto dall’uva matura. Qui gli apparve Santa Giustina, che, come tutti gli altri Santi, chiese la costruzione di un tempio a sé, con la solita promessa che avrebbe accolto le suppliche dei devoti.

I tribuni con a capo Aurio rispettarono la volontà celeste e su ciascuno dei luoghi delle apparizioni eressero una chiesa, la cui dedicazione avrebbe conferito all’isola o al lido un nome e il medesimo Santo protettore. L’isola di Santa Giustina assunse il nome di Vignole; il lido dei Santi Ermete ed Erasmo, nel quale si trovò l’oro promesso, divenne Litus Mercedis; il luogo dell’apparizione del Salvatore e della Vergine Maria diventò Litus Albus, a causa del candore della nube; infine, l’arenile di San Pietro e s. Antonino fu da quel momento conosciuto sotto il nome di Litus de bovibus.

Il racconto, per quanto sia un’opera di edificazione più o meno popolare, possiede un carattere apologetico, che dapprima si manifesta in modo indiretto e sfumato e dopo si viene apertamente pronunciare. Al di là del numero 7, legato alle apparizioni celesti, che può essere interpretato come il simbolico del compimento e della resurrezione – quale allegoria di una nuova nazione – ; la nominata relazione con le porte urbiche di Altino, appare curiosa l’insistenza del numero sei, soprattutto in relazione al fatto che, in quanto somma dei primi tre numeri, si pone nuovamente quale accenno dell’opera della creazione, nonché delle opere della Misericordia (Matteo, 23, 35 s): detto in parole povere, la Misericordia divina ha guidato profughi dalla violenza degli invasori e ha creato una nuova patria.

Lungi dall’essere una narrazione storica degna di fede, essa è una antologia di fatti meravigliosi, attinti dalla tradizione giudaico cristiana, che racconta e giustifica la sacralizzazione di uno spazio attorno alla chiesa di Torcello, intitolata alla Vergine Maria, alla quale tutte le chiese dell’arcipelago torcellese sono tributarie, sempre sotto il diretto controllo dell’Esarcato di Ravenna, circoscrizione amministrativa creata per i territori italici dell’impero di Bisanzio. A questo proposito può essere ascritta la famosa epigrafe, scoperta a Torcello nel 1895, che sottolinea l’ambito bizantino nelle lagune venete, nonché la professione della dottrina ortodossa imperiale da parte della comunità lagunare.

epigrafe-torcello

“In nome di nostro Signore Gesù Cristo nostro, durante l’impero del nostro signore Eraclio sempre Augusto, nell’anno ventinovesimo, indizione tredicesima, è stata fatta la Chiesa di Santa Maria Madre di Dio, secondo le disposizioni ricevute dal pio e devoto signore nostro il patrizio Isacco eccellentissimo esarca e, per volontà di Dio, è stata dedicata per i suoi meriti e il suo esercito. Questa è stata fabbricata dalle fondamenta dal benemerito Maurizio glorioso magister militum della provincia delle Venezie che risiede in questo luogo suo con la consacrazione del Santo e reverendissimo Mauro vescovo di questa chiesa. Felicemente”.
(traduzione di Agostino Pertusi in Saggi veneto-bizantini, Firenze,1990).

Anche la nascita della sede episcopale “apud Olivolensem insulam”, sarà avvalorata da una sorta di “auctoritate apostolica”, per mezzo di una nuova figura semileggendaria: San Magno.

Malgrado lo storico veneziano Tassini prenda come oro colato “che i Frizieri erano originari di Chioggia e che della loro famiglia fu S. Magno vescovo di Oderzo” (G.Tassini, in Archivio Veneto, Venezia, 1873, Anno III, p.326), tuttavia della vita, e tanto più dell’infanzia di San Magno si conoscono poche cose con certezza e, peraltro, messe in discussione in più circostanze da autorevoli studiosi. In linea di massima si tramanda che Magno nacque ad Altino sul finire del VI secolo. Di nobile famiglia romana cristiana ebbe la possibilità di acquisire un’educazione letteraria, ma presto in lui crebbe la fame di una vita ascetica, sentendosi incline ad una vita ritirata dal secolo. Il suo desiderio di preghiera, di raccoglimento e di celestiale purezza troverà appagamento nei tanti isolotti della vicina laguna. Ritornato al mondo e divenuto sacerdote, la sua attività fu del tutto volta alla predicazione, per lo più contro l’arianesimo e gli ultimi focolai di paganesimo. La fama del suo nome e delle sue virtù si diffuse ben presto, tanto che gli abitanti di Oderzo, nel 630, lo acclamarono vescovo, dopo la morte del precedente pastore San Tiziano. Anni dopo, intorno al 638, San Magno si trovò a far i conti con la vicinanza dei Longobardi di re Rotari, che appoggiavano l’eresia ariana e, soprattutto, anelavano alla cancellazione dell’ultimo baluardo bizantino dell’area, a causa dell’inganno teso da Gregorio, patrizio bizantino, ai fratelli longobardi Taso e Cacco (Hist. Langob., P. Diaconus, IV, 38). All’avvicinarsi del re, San Magno, nelle sembianze di un nuovo Mosè, condusse il suo popolo fuori della città, recandosi tra mille difficoltà nelle isole della laguna veneta, una volta sedi di opulente ville, pari solo a quelle soleggiate di Miseno ora rifugio dei tanti profughi. Si fermarono su una di esse e le diedero il nome di Eraclea. Qui, la tradizione pone l’accento sul fatto che, tra i primi provvedimenti, il Santo volle provvedere alla costruzione di una chiesa intitolata a San Pietro. I primi tempi furono duri, ma con il passare delle stagioni, molti dei profughi ritornarono a Oderzo, mentre parte di loro preferirono rimanere nella nuova patria. Questa nuova realtà ruppe gli equilibri, che si erano costituiti nel labile confine tra bizantini a longobardi, e fu così che Grimolado distrusse la città di Oderzo, spartendone poi il territorio tra Cenetesi, Cividalesi e Tarvisiani (Hist. Langob.,IV, 45 e V, 28). La distruzione della città rattristarono gli ultimi anni della sua vita e morì intorno al 670. Le reliquie del Santo furono trasferite nella cattedrale di Eraclea, dalla quale, il 6 ottobre 1206, vennero traslate dal doge Pietro Zani a Venezia, nella chiesa di San Geremia. Il provvedimento si era reso necessario a causa dell’abbandono della città da parte dei suoi abitanti per l’interramento della laguna circostante. Un paio di secoli dopo, il 21 dicembre 1459, le autorità veneziane rinverdirono il ricordo di San Magno, quale patrono secondario, decretando che quel giorno fosse festivo per tutta la città. Il 28 settembre 1563, un braccio del Santo fu posto all’interno di un reliquiario d’argento e deposto nel Tesoro della Basilica di San Marco. Qui, ogni anno, il 6 ottobre, la reliquia era esposta alla venerazione dei fedeli. Il 22 aprile 1956 i suoi resti furono nuovamente traslati e condotti nella nuova Eraclea per essere conservati nella chiesa parrocchiale di Santa Maria Concetta.

img_5359

img_5365img_5366

Tra le versioni riportate dalla tradizione dotta, si riporta quella redatta nel 1370 dal pievano della chiesa veneziana dei Santi Apostoli, Pietro de Natali; ed edita nel “Legendario” di Jacopo da Voragine sul finire del XV secolo da Nicolò dè Manerbi, camaldolese e primo traduttore della Sacra Scrittura in italiano.

San Magno
“… del divino oraculo ricevette la risposta che dovesse andare….a edificare la cità veneta, nella cui cità sarebono futuri li frequentissimi et apparatissimi culti delli divini officii; la qual cosa dopo alquanto puoco tempo l’exito della cosa comprobò. Onde, orando el Sanctissimo uomo come era da costume suo, essendo rapito in sipirito, li apparve l’apostolo Pietro, dicendo: “O Magno, acceptissimo a Dio! A egli piace con l’opere tue et tua diligenzia essere facto che in essa cità, la quale hora si ridriza nel extremo sino dalle adriatiche lacune di Venetia, sia fundato el tempio al nome mio, della quale cità vedome dovere essere precipuo protectore”.
Al qual dixe Magno: “Messere, qual sei tu?”
Et egli a lui dixe: “Io son Pietro apostolo”.
Dixeli Magno: “In quale parte della cità comandi, o apostolo de Dio, sia edificato il tempio?”
Rispose l’apostolo: “Dove ritroverai i citadini et i buoi et le pecore pascolare l’erbe delle lacune.

san_pietro_castello_01
Canaletto, Chiesa di San Pietro

Et avendo egli dicto questo, etiam l’Angelo, parlandogli con tali parole, dixe: “O Magno, optimo servo et sacerdote de Dio, voglio che a me etiam, essendo tu l’auctore; dalli citadini posto sia el tempio in essa cità”.
Dixeli Magno: “Quale se tu, messere?”
Risposeli: “Io son l’angelo Raphael, per dovere essere protectore della cità de Venetia”.
Dixe egli: “Dove vogli che a te, divino ministro, sia posto il tempio in essa cità?”
Al quale rispose: “Nell’altro extremo della cità, nel cui luoco ritroverai li raunati uccielli et insieme cantanti, ivi sarà aptissimo luoco al tempio mio”.
“A la qual avendo posto cura Magno, quella parte della cità è appellata Dosoduro”.

“Etiam a questo beatissimo uomo fundatore della christiana religione apparve Iesu Christo, figliolo de Maria Virgine, el quale li dixe essere el Salvatore del mondo, el quale etiam comandò che li fosse facto el tempio in mezo della cità, dove si ritrovarebbe la nebula rubea. Lo qual tempio insino al dì d’ogi videmolo ridrizato in esso proprio luoco”.

Etiam apparve al prefato vescovo la Virgine Madre gloriosa Maria, portando dopo di sé uno maximo adornamento; et con tal parole li parlò, la quale comandò a sé essere facto el tempio dove viderebe in le lacune una candida nebia: “Quivi è da essere fabricata la casa al nome mio”. Comanda essere el nome della casa de Maria Formosa, per lo quale essa chiesa rectissimamente ricevette el nome de Formosa. Certe molto formosa, unica speranza di christiani, Virgine Gloriosa Madre de Misericordia apparve a Magno, adcioché etiam per quel tempio apparesse essere appellata Maria Formosa.

antonio_canal,_il_canaletto_-_campo_santa_maria_formosa
Canaletto, Campo della chiesa di Santa Maria Formosa

Et etiam vhiedette al beato Ioanne Baptista che a sé e al padre suo Zacharia dovesse fare fabricare i templi. Et consegnati li luochi; a uno puose il nome del padre, e l’altro puose il nome del figliolo. El qual luoco del vulgo soleva esser appellato Bragora.

Francesco_guardi_processione_del_doge_di_venezia_a_san_zaccaria_1775-80_ca_-copia-1024x675.jpg
Francesco Guardi, chiesa di San Zaccaria
chiesa_san_giovanni_battista_in_bragora_01
Chiesa di San Giovanni Battista in Bragora

Et etiam la beata Iustina virgine, circundata de una nube, pregollo fusse a lei facto uno tale tempio in uno luoco dove li dimostrarebbe la vita producente di novi fructi. Nel cui loco infine al presente è esso tempio.

chiesa di santa giustina a venezia
facciata chiesa di Santa Giustina

Ultimamente, al comandamento de li dodece apostoli et con singulare deprecatione, egli in quel luogo facesse fabricare el tempio, dove el Sanctissimo Magno ritrovarebbe dodece grue a laude loro. Lo quale tempio insino al dì d’oggi è in piedi e giamai non è stato mutato.

Onde, dopo che ‘l Sancrtissimo Magno percepette con la mente tale cose, fece a sé compagni li principi, tribuni et plecari uomini. Li quali, accesi per molto ardore dal Vescovo per cagione della devozione sua, circundando optimamente a parte l’insule et lacune, retrovate tutte le cose da Dio revelate, con summo gaudio et immensa letizia referirono laude a Dio et finalmente, non dopo longo tempo, fabricarono le predicte chiese.
Per la qual cosa si dimostra manifestamente da Dio essere fabricata la cità veneta”.
Venezia, 1473, cc. 226-227.

Anche in questo caso, siamo in presenza di un racconto che ci offre l’atto fondativo della città lagunare, dove le diverse chiese e i suoi Santi delineano il suo perimetro. Da un lato, la chiesa dell’angelo Raffaele, medicina di Dio; dall’altro, il tempio di San Pietro, vera e propria pietra angolare della città; al centro la chiesa di San Salvador, centro della storia e dello stesso agglomerato. La tradizione cronachistica veneziana sembra essere stata rimodellata sulla falsariga delle teofanie bibliche, muovendosi di nuovo non solo sui due consueti piani, il visivo e l’uditivo, ma anche sulla creazione di un terzo livello. Lo schema descrittivo, come avvenuto in San Mauro, non si sofferma solo sull’aspetto visivo, quale la nube, per esempio, che andrà a indicare il luogo di edificazione della chiesa di San Salvador; o sull’uditivo, correlato alle voci e suoni in occasioni delle singole apparizioni; ma si allarga sui diversi componimenti dialogici tra il soprannaturale e il terreno, come a voler attestare una data continuità tra la diocesi torcellana e quella di Olivolo, sottolineata dalle apparizioni, il cui numero otto – grazie alle esegesi di Matteo e Giovanni – può essere esteso alla rappresentazione di una nuova era.
I crismi di una bella e, soprattutto, edificante leggenda ci sono tutti, ma a guardarla con un occhio critico, la narrazione sottende una verità più pragmatica fatta di uomini e sangue, che vide fronteggiarsi il patriarcato di Grado ai duchi veneziani, culminata con l’assalto di Grado e l’uccisione del patriarca Giovanni I (802). La volontà venetica di aprirsi verso la laguna e il mare, tralasciando l’entroterra in mano ai Longobardi, prima, e ai Franchi poi, senza farsi inglobare da BiSanzio, trovò soluzione verso il 742-743 (774-776 la datazione, invece, presentata da Giovanni Diacono) nell’istituzione del vescovado di Olivolo e il primo vescovo nella persona del clerico Obelario: “Undecimo sui ducatus anno apud Olivolensem insulam apostolica auctoritate novum epicopatum fore decrevit, in quo quendam clericum, Obelliebatum nomine, episcopum ordinavit” (Cronaca Venezia, p. 98-99). La scelta del sito non fu casuale. L’isola era presidiata da un castello e vi era una chiesa officiata, dedicata ai Santi bizantini Sergio e Bacco, probabilmente eretta da un “magister militum” in età eracliana. Un semplice cenno alla particolare intitolazione della chiesa. A parte la nuova fondazione leggendaria, il “titulus S. Petri” sembra essere il retaggio di un significato politico religioso, una sorta di valore di fedeltà all’ortodossia romana e, quindi, di un nuovo indirizzo politico nei confronti del passato.
A sua volta, non si può scartare a priori che la dedicazione sia frutto della tradizione, che associava Pietro a Marco, dato che l’evangelista aveva redatto il suo vangelo sulle sue dirette testimonianze; come non si può escludere un’origine popolare, poiché è conosciuto in età paleocristiana il culto pietrino nelle comunità dei pescatori venetici.

Noventa di Piave. Non solo moda e shopping

Noventa di Piave è un piccolo comune del veneziano. Poco meno di settemila anime, ma è tra i più conosciuti o, meglio, frequentati dell’area metropolitana di Venezia. Perquanto grazioso, l’abitato non è sulla bocca di tutti per le sue bellezze naturalistiche o artistiche, bensì per l’unico Outlet Village presente inVeneto. Il “Noventa Designer Outlet” della catena Mc Arthur Glen è a tutti gli effetti una delle mete preferite di oltre tre milioni e seicentomilavisitatori, provenienti dall’Italia e dal resto dell’Europa, nonché dallaRussia, Cina e Corea. Per di più, stando alle cronache più recenti non mancherebbero turisti d’oltreoceano, in particolare statunitensi.

 

 

Detto in tal modo, Noventa di Piave si risolverebbe del tutto nello shopping e nell’alta moda: ma non è così. Anch’esso racchiude un piccolo tesoro, un sito archeologico, la cui esplorazione non può dirsi del tutto completata. Una volta ogni tanto, il merito della scoperta è della frenesia edilizia, il boom edilizio che ha colpito anche questa località sul finire degli anni ’70.
Nel 1976, l’asportazione del terreno per la costruzione di un edificio a più piani mise alla luce delle murature, lacerti di strutture e resti di pavimenti, che furono interpretati come parti di un qualche edificio antico. In un primo momento si pensò ai resti dell’antica chiesa, dedicata a San Mauro, eretta nell’XI secolo e rasa al suolo nel corso dei combattimenti della Prima Guerra Mondiale.
Invece, le successive campagne archeologiche, avviate per raccogliere ulteriori informazioni e per salvaguardare le strutture scoperte, lo identificarono come uno sito pluristratificato. La prima fase di occupazione del sito comincia nell’età repubblicana e termina in età tardo imperiale (III-IV secolo d.C.). La seconda fase coincide con i diversi edifici ecclesiastici, a partire dal VII-VIII secolo fino alla primigenia arcipretale di San Mauro.

 

IMG_1757IMG_1756IMG_1755IMG_1754

La villa rustica di età repubblicana, frutto della sovrapposizione di più fasi costruttive, possedeva una zona residenziale e di rappresentanza, con vani, tra i quali uno rettangolare, che avevano dei mosaici, pareti decorati. Una parte era, invece, destinata alle attività produttive.
La felice posizione geografica del luogo ha certamente giocato un ruolo fondamentale nella scelta: l’adiacente corso del Piave, e i probabili approdi fluviali, lungo il quale si svolgeva il traffico tra le valli dolomitiche e il porto altinate; e la stessa vicinanza con la Via Annia, che collegava le due grandi città di Adria e Aquileia, erano dei raccordi notevoli per gli aspetti commerciali. Quindi, la villa rustica era stata tirata su in funzione del paesaggio, una campagna fertile e favorevole alle attività agricole, che avrebbero trovato sbocco veicolare nella via di comunicazione stradale e nel percorso fluviale.
La fine dell’insediamento di età repubblicana, cristallizzatosi tra il I sec. a.C. e il I sec. d.C., potrebbe trovare una risposta nell’identificazione di uno strato di carboni e cenere sui pavimenti, probabilmente causato da un incendio.

IMG_1761IMG_1759

L’ultima manifestazione antica è evidenziata dalla villa tardo imperiale, eretta sul sedime delle strutture precedenti. L’impianto abitativo appare modificato. Possiede cinque vani e i pavimenti musivi presentano analoghe tipologie costruttive ed ornamentali della “Basilica Apostolorum” di Concordia Sagittaria.
La cesura tra il modello della vita e il nuovo insediamento altomedievale è stata determinata dall’abbandono conseguente alla grande crisi, che si fa tradizionalmente coincidere con il periodo delle invasioni. Il complesso venne abbandonato ed inizia così la nuova fase di occupazione. Le prime strutture religiose cristiane, che tendevano, anche per ovvie motivazioni di opportunità economica, a conservare in parte gli assetti edilizi preesistenti.

IMG_1765IMG_1763

Un piccolo cenno per l’edificio eretto nell’XI secolo, sul sedime vecchio di secoli. L’arcipretale di San Mauro custodiva numerose opere, che, purtroppo, sono andate irrimediabilmente perdute nel 1917. Tra queste vi erano la Pala dell’altare maggiore, con la Vergine e San Mauro, attribuito a Palma il Giovane; dello stesso autore anche la Pala del Crocefisso, sull’omonimo altare; un Battesimo di Cristo sul Giordano di Paolo Veronese; il coro dello scultore Brustolon; o ancora il portale, detta la Porta dei Furlani di Jacopo Sansovino.
La sua torre campanaria, del XVI secolo, era stata realizzata su base quadrata con un’altezza di 45 metri. Nei primi giorni di novembre del 1917, gli Italiani, prima di ritirarsi sulla riva destra del Piave, la fecero saltare. Le campane, rimaste sepolte tra le macerie, nel 1925 furono solennemente issate sul campanile della nuova chiesa, dove tuttora si trovano.

IMG_5179

La Leggenda della Valle dei Sette Morti

Nel giorno che la pietà umana ricorda i Morti, è costumanza nei paesi e villaggi visitare i propri cari, che riposano per l’eternità nei camposanti. Vecchi e giovani, uomini e donne si raccolgono davanti alle singole lapidi. Non c’è famiglia, ricca o povera, che non accenda il suo cero, spesso decorato da un’immagine di un santo o della Vergine e, magari, bagnato in un’acquasantiera di un santuario. Si entra in un mondo invisibile, sospeso tra fede e superstizione, che si fonda in una stratificazione culturale secolare, nella quale è possibile leggere diverse credenze: non sfuggono alla lettura gli elementi magico pagani, le concezioni religiose prettamente dette o i diversi fondamenti dei processi per stregoneria e relativa demonologia. Numerose credenze popolari sostengono che ai Morti è concesso in quel sol giorno di visitare i luoghi della loro precedente vita e, magari, per espiare i peccati commessi da vivi.
A Chioggia si tramanda una curiosa e quantomai gotica leggenda, che permette di guardare indietro nel tempo e nella memoria del centro lagunare. Il racconto, incentrato nel giorno dei Morti e frutto di una tradizione solida e non priva di colorite espressioni letterarie, presto venne fatto proprio dalle isole veneziane, intrecciando nuovi elementi propri delle diverse comunità. Il racconto ebbe un discreto successo, tanto che D’Annunzio ne fa cenno in un suo componimento: “Questa tavola è fatta col fasciame della barca che pescava l’alga nella Valle dei 7 morti” (G. D’Annunzio, Fede senza Cigno, Tomo 3).
La leggenda è ambientata nella laguna meridionale: “Casone dei Sette Morti, è così chiamato un tratto di Laguna tra il Lago Anghiero e la Valle Caneogrosso, 16 miglia a libeccio in linea retta da Venezia. Nel mezzo vi è un basso e largo edificio, che gli dà il nome, nelle cui vicinanze nell’anno 1695 trovaronsi sette cadaveri. Ha circa 5 miglia di circonferenza, ed in tempo delle alte maree vi si trovano due piedi d’acqua. Si arriva a quel luogo mediante il canale del Cornio” (Giovanni B. Rampoldi, Corografia dell’Italia, 1832, Vol. 1, p. 517).
Gli attori principali sono dei pescatori, ai quali sono stati affibbiati degli elementi onomastici dialettali, indicativi per le situazioni comunicative del racconto: Galeto associato alla Superbia; Mucia all’Avarizia; Vardaore alla Lussuria; Stralocio all’Invidia; Licatuto alla Gola; Stravacao all’Accidia; infine, il Morto all’Ira.
Tra le molte versioni si è preferito riportare quella pubblicata nel 1977 da Domenico Perini, poeta e rievocatore delle leggende chioggiotte.

Casone_02.jpg
tratta dal web

Mio nono me conteva questo fato
E tale quale adesso ve lo conto

Fuora de Ciosa, in mezo a la laguna,
ghe xé ‘na vale vèrta bandonà;
ma, quando s’à verificao ste robe,
la géra ben tegnùa, col so cason,
e po’ la dèva pesse in abondansa.
La metina del dì, dònca, dei Morti,
sie valesani, prima di sortire,
i discorèva atorno del fuogon
si andare o stare fermi la zornà;
ma ‘l Toni, ‘l capobarca, salte su:
“Chi ne dà da magnare el dì dei morti?
Chi n’à dao da magnare el dì dei santi:
i nostri brassi” a urle; “i nostri brassi!
Andare in ciesa? Tuto xé fenìo
Co se xé morti…, che no i diga i preti!”
Fumandose la pipa, lo scolteva
‘l Momolo Mùcia, el Nane Vardaore,
‘l Gigi Stralòcio, el Bepo Licatùto
e rason i ghe dà a quel prepotente;
el Nato Stravacào, verzendo i oci:
“Vengo anca mi”, a dise. Le bronséte
coverte da la sénare scaldéva
la pignatèla del cafè del fio
(a gèra ‘l fio del Toni); un can bastardo,
soto la tola, co la coa batèva
el tempo a sti discorsi dei paroni.
Lispièva. Feva fredo. Gera scuro.
“Zioga col can”, ghe dise el pare al fio;
“xé tempo bruto, no te porto via
tornemo a mezodì, pieni de pésse!”
Risponde ‘l fantolin: “xe ‘l di dei Morti,
sté fermi!” E invese i monte in barca e i va,
ridàndose del Sielo e del Signore:
“In Sièlo no se magne e no se beve…
A l’inferno ghe xé bisati crui,
ma qua nualtri li magnèmo rosti!”
Dopo tre ore e passa de fadighe:
“Qua non se ciàpe gnente, paron Toni…
La pare ‘na zornà stramaledia!
Vardè là, vardè là: ghe xé un fagoto!
Ciapemo strasse invese de bisati!
I se avissine e i vede un omo morto:
un morto, sensa naso, sensa recie.
Vegnuo dal mare su co la sevente.
“Tirè sto bel’incontro in barca, a proa”.
E biastemando i torne col niegào.

Fuméva la polenta su la tola,
ma ‘lpésse gèra puoco, massa puoco,
e ‘l Bepo biastemèva come un turco.
“Ciò, Nino”, a dise pien de rabia al fio;
“cori al batèlo, svègia quel foresto
Che dorme su la proa, dighe che a vegna:
indove magne sie magne anche sete!”
“Va là”, ripete i altri: “vai de corsa!”
E dopo un puoco a torne el fio, sigando:
“L’à dito: Vegno…adesso a vien, a vien…”
“E alora daghe la cariega bona”,
Ridando ghe risponde uno dei sie:
“vissin al fuogo, e daghe ‘l tovagiolo”,
ma in sto mumento comparisse el morto.
A gera tuto gonfio e scuro in viso,
i pie descalsi consumai dai gransi,
da la boca a buteva fuora marsa.
“Un bel’invito, bravi! Ve cognosso:
Toni Galèto, Nane Vardaore,
Mòmolo Mùcia, Nato Stravacao,
Gigi Stralòcio e Bepo Licatùto”.
I sie stèva tuti retirài
int’un canton, morendo de paura,
el fio piansèva: mama, mama mia!
“Sé ben atenti a quelo che ve digo.
Cossa avéu vadagnào qua in te la vale
el dì dei Morti e’l dì de Tuti i Santi?
Gnente, fuora de quatro bisatei!”
La man ghe tremolava e la massèla.
“A le Aneme dovèvi un fià pensare,
andare in samitèro, almanco ancùo”.
El sièlo a gèra deventào de pégola,
se sentiva vissin l’urlo del mare.
“Che bel devertemento che xè stao
el vostro, de ciamarme per zirnàre!”
E po’, levando i pugni in alto, a sighe:
“De l’ira mi me purgo in Purgatorio,
vualtri sé i altri vissi capitài.
Sia salvo el fantolin, che xé inosènte;
sia salvo el can, che xè la fedeltà!”
E tuti sie i cade in tera, séchi,
e drio de lori se coléghe el morto.

Mio non me contèva questo fato
E tale quale mi ve l’ò contao.

 

Mio nonno mi raccontava questa storia
e tale e quale ve la racconto
Fuori Chioggia, in mezzo alla laguna, c’è una valle aperta abbandonata; ma, quando si sono svolti questi fatti, era ben tenuta, con il suo casone, e produceva anche pesce in abbondanza.
La mattina del giorno dei Morti, dunque, sei pescatori della valle, prima di uscire per la pesca, discutevano attorno al focolare se, quel giorno, andare o no a pesca; ma Toni, il capobarca, sbotta: “Chi ci dà da mangiare il giorno dei morti? Chi ci ha dato da mangiare il giorno dei santi: le nostre braccia” urla; “le nostre braccia…andare in chiesa? Quando si è morti è tutto finito…, che non dicano i preti!”
Fumandosi la pipa, lo ascoltavano Momolo Mucia, Nane Vardaore, Gigi Stralocio, Bepo Licatuto dando ragione a quel prepotente; Nato Stravacao, aprendo gli occhi: “vengo anch’io”, dice.
La brace coperta dalla cenere scaldava il pentolino del caffè del ragazzo (era figlio di Toni); un cane bastardo, sotto la tavola, con la coda batteva il tempo a questi discorsi dei padroni.
Piovigginava. Faceva freddo. Era buio. “Gioca col cane” dice il padre al figlio; “c’è brutto tempo, non ti porto via…torniamo a mezzogiorno, pieni di pesce!”
Il ragazzo risponde: “E’ il giorno dei Morti, state qua”.
Invece salgono in barca e se ne vanno, beffandosi del Cielo e del Signore: “in cielo non si mangia e non si beve… all’inferno si mangiano anguille crude, qui noi invece le mangiamo arroste!”
Dopo oltre ore di lavoro: “Qui non si pesca niente, paron Toni…sembra una giornata stramaledetta! Guardate là, guardate là: c’è un fagotto! Peschiamo stracci invece di anguille!”
Si avvicinano e vedono un uomo morto: un morto, senza naso, senza orecchie, arrivato dal mare con l’alta marea.
“Mettete in barca questo bell’incontro, a prua” e bestemmiando tornano con l’annegato.
La polenta fumava sulla tavola, ma il pesce era poco, troppo poco, e Bepo bestemmiava come turco.
“Nino”, dice arrabbiato al ragazzo, “corri alla barca, sveglia quel forestiero che dorme a prua, digli di venire: dove mangiano sei mangiano anche sette!”. “Vai”, ripetono gli altri. “Vai di corsa!”
E dopo un poco il ragazzo ritorna, gridando: “Ha detto: Vengo…adesso viene, viene”. “E allora dagli la sedia migliore”, gli risponde ridendo uno dei sei, “vicino al fuoco, e dagli anche il tovagliolo”, ma in quel momento si presenta il morto. Era tutto gonfio e scuro in viso, i piedi nudi consumati dai granchi, dalla bocca usciva marciume.
“Un bell’invito, bravi! Vi conosco: Toni Galeto, Nane Vardaore, Momolo Mucia, Nato Stravacao, Gigi Sralocio e Beppo Licatuto”.
I sei stavano tutti nascosti in un angolo, morendo di paura, il ragazzo piangeva: mamma, mamma mia!
“State ben attenti a quello che vi dico. Cosa avete guadagnato qui in valle il giorno dei Morti e il giorno di tutti i Santi? Niente, eccetto quattro piccole anguille!”
Gli tremava la mano e la mascella. “Dovevate pensare un po’ alle Anime, andare in cimitero, almeno oggi…”.
Il cielo era diventato plumbeo, l’ululato del mare si sentiva vicino.
“Che bel divertimento è stato il vostro, di chiamarmi a pranzare!” E dopo alzando i pugni al cielo, grida: “Dell’ira io mi purifico in Purgatorio, voi siete gli altri vizi capitali. Sia salvo il ragazzo, che è innocente; sia salvo il cane che è la fedeltà!”
E tutti sei cadono a terra, fulminati; e dopo di loro si corica il morto.

Mio nonno mi raccontava questa storia
e tale e quale io ve l’ho raccontata.

(Domenico Perini, 1977)

 

Il castello di Andraz

Nei pressi del comune di Col di Lana, il Fodòm ladino, al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano, in una splendida vallata vi è una chicca dell’età medioevale. Siamo a Livinallongo, nella minuscola frazione di Castello; e qui, sopra un’imponente roccia, che si staccò da una vicina montagna nella lontana età glaciale, si erge maestoso il castello di Andraz o di San Raffaele. Non fu certamente dovuta al caso una simile scelta. Da questo punto è stato possibile dominare non solo le vie provenienti da Belluno o quelle settentrionali di Bressanone o Castel Badia, ma anche il percorso di Ampezzo, attraverso la sella del Falzarego.

IMG_1211.JPG

La prima storia del castello è difficile da ricostruire con esattezza, ma alcuni documenti dell’archivio vescovile di Bressanone proverebbero che i suoi natali dovrebbero risalire al Mille, ma parliamo di testimonianze che abbisognerebbero di ulteriori conferme e necessari confronti. L’incerto delle fonti testimoniali sembra perdurare sino alla fine dell’XI secolo, poiché, intorno al 1221, le nebbie sembrano dipanarsi, finalmente, di fronte alla presenza della famiglia Schoneck, che ricevette il castello dal vescovo conte di Bressanone. Questa non era una famiglia di perfetti sconosciuti alla storia della regione, dato che, vassalli del vescovo di Bressanone, erano i signori di Rodengo in Val Pusteria e dei territori sopra Marebbe; peraltro erano stati investiti dal titolo di giudici provinciali dal conte del Tirolo e di Gorizia. Da quel momento, sebbene i nomi delle famiglie proprietarie nel corso del tempo risuonassero diversi nelle stanze del castello, il vescovo conte non lo perse mai di vista, data la sua importanza strategica nella regione. Intorno al 1416, l’allora vescovo conte lo pose direttamente alle proprie dipendenze, dotandolo di guarnigioni al comando di un capitano.

Tra i vescovi che vi dimorarono – tra i più celebri – è stato senza dubbio Nicolò Cusano, il grande teologo e filosofo. Durante il suo ministero, si trovò spesso costretto a trovare rifugio nel castello, dove, tra l’altro scrisse alcune delle sue opere. Tra il 1457 e il 1460, il suo soggiorno è legato alla contesa che lo vide contrapporsi al monastero benedettino femminile di Sonnenburg, oggi Castelbadia, in Val Badia. Il monastero, sorto dapprima come castello, nel 1039, il figlio del conte Otwin, lo donò alle monache benedettine, dotandolo di vasti possedimenti terrieri. Tra le sue mura vennero ospitate le figlie della nobiltà tirolese non destinate alla gioia della vita laicale; e pare che conducessero una vita non propriamente edificante, almeno stando alle fonti dell’epoca, che ricordano numerosi episodi boccacceschi. A causa di una disputa territoriale con gli abitanti di Marebbe, Verena von Stuben, badessa del monastero, ottenne ragione dal duca Sigismondo d’Austria, che intimò ai Marebbesi le pubbliche scuse nei confronti del monastero e, non contento, dispose anche l’assegnazione di nuovi territori alle monache. Conosciuta l’affinità e l’unione di intenti che legavano il dignitario al Sonnenburg, gli abitanti di Marebbe non si diedero per vinti e non rimasero con le mani in mano. Rivolsero le loro suppliche al vescovo Cusano, che, nel frattempo, aveva intrapreso una difficile riforma della vita monastica. L’abile e scaltra Verena von Stuben, vista la mal parata, prese tempo, promettendo solennemente di adeguare il monastero alla nuova osservanza. La sua strategia, per quanto astuta, non poteva certamente durare a lungo. Dopo anni di scaramucce e di promesse mai mantenute, neppure di fronte alla scomunica e alle richieste della “duchessa Eleonora, moglie di Sigismondo, che la invitava a sottomettersi alle direttive del suo vescovo, la badessa Verena rispose che d’ora in avanti lei e le sue consorelle avrebbero provveduto direttamente alla loro sicurezza e al loro mantenimento; detto fatto, il monastero di Sonnenburg assoldò un gruppo di uomini armati…cui fu affidato il compito di riscuotere, con le buone o con le cattive, le imposte degli abitanti della Val Badia e delle vallate laterali” (G. Piaia, Nicolò Cusano, vescovo filosofo e il castello di Andraz, 2007, p. 26). La chiave di volta, capace di rompere lo stallo nel quale erano caduti ambedue i contendenti, fu il fragore delle armi. La battaglia avvenne il 5 aprile del 1458 nei pressi di Crep de Santa Grazia, sempre in Val Badia. Le truppe fedeli al vescovo sbaragliarono gli uomini di Sonnenburg e a Verena non rimase altro che rinunciare alla carica di badessa del monastero. “La lunga vicenda che aveva opposto un vescovo a una badessa accese la fantasia popolare: si narra che durante una visita del Cusano a Sonnenburg per riformare il monastero la maliziosa badessa avesse fatto servire in tavola da una giovane e bella novizia carne di coniglio, che era allora considerata un afrodisiaco; il vescovo si rifiutò di mangiarla, ed allora Verena la fece riportare in cucina, ove fu tritata e trasformata in polpette, che il Cusano, senza accorgersi dell’avvenuta manipolazione, mangiò poi di gusto” (G. Piaia, op. cit., p. 28).

Come detto, delle prime fasi del castello Andraz non sono pervenute testimonianze scritte o cartografiche, tuttavia gli scavi archeologici, che, peraltro, avrebbero evidenziato un possibile stanziamento mesolitico, hanno definito che esso possedeva delle dimensioni alquanto più ridotte di quello attuale, mentre le strutture interne dovevano essere completamente di legno. Doveva, inoltre, possedere una protezione muraria a valle sotto il masso, attraverso la quale si accedeva al cortile interno. Da qui, volendo accedere alla rocca si doveva percorrere una sorta di scala di pietra, la quale permetteva l’accesso ad una seconda scala, questa volta di legno, che poneva in comunicazione i diversi piani sovrapposti.

Nel Trecento, il Castello, ampliato molte volte, ormai non era più la rozza opera fortificatoria delle origini, ma si era plasmato indissolubilmente all’enorme macigno, assumendo una forma verticistica, obbligando i piani in legno a sfruttare le pendenze e la sagoma del masso stesso; una costruzione ben lontana dal consueto profilo “nucleare” dei castelli vicini, ovvero strutturati attorno al mastio. Il 1484 fu un anno fatale per il castello. Un incendio di vaste dimensioni lo compromise seriamente, tanto da costringere una generale ricostruzione dell’edificio. L’incarico venne affidato ai Maestri Comacini Jacomo, Antonio e Pedro, i quali studiarono i diversi piani, partendo dalle antiche fondamenta. Tra le opere realizzate, si rialzarono le quote dei cortili di qualche metro, adoperandovi le macerie, e si spostò l’ingresso alzandovi una torre angolare. Ormai il castello aveva assunto la veste, sotto la quale oggi si fa vedere. Successivi lavori furono eseguiti nel 1516, sempre in seguito ad un incendio. Sul far del Seicento, il castello conobbe una nuova destinazione d’uso, residenziale ed amministrativa, poiché l’evoluzione delle strategie militari, nonché delle stesse armi, gli fecero perdere la sua valenza originaria.
Il lento degrado che ne seguì toccò il suo apice in seguito alle guerre napoleoniche. Il Castello venne venduto a dei privati, i quali si preoccuparono di spogliarlo degli arredi e di ogni parte asportabile, compreso il tetto. Ulteriori danni seguirono alla Grande Guerra, poiché fu oggetto di bombardamenti da parte delle postazioni austriche, asserragliate sul soprastante Col di Lana.

Ora una breve carrellata di fotografie del castello e dei suoi interni.

 

IMG_0040IMG_0041IMG_0042IMG_0043IMG_0045IMG_0046

 

Atrio deposito accesso ai piani superori
Cucina

camera capitano
Sala del Capitano

cucine
Cucina

cucine_1
Cucina

 

 

IMG_1165IMG_1166IMG_1182IMG_1183IMG_1191

IMG_1189.JPG
Percorso di visita

IMG_1174
Particolare del foro gnomonico di Nicolò Cusano per cogliere il solstizio estivo.1

IMG_1175
Scritte poste sopra il forognomonico

IMG_1204
Copertura in vetro

 

 

 

 

La Torre del Caligo. Jesolo

A pochi chilometri dalle rinomate spiagge di Jesolo, si nasconde un luogo magico, in cui riecheggiano le antiche suggestioni romane e della Serenissima. È la Torre del Caligo o, meglio, quello che rimane dell’antica fortificazione. In questi giorni, dettati dalla canicola, molti dei turisti che hanno percorso il tratto stradale, che da Caposile porta alla località balneare, avranno osservato con una certa invidia delle automobili transitare lungo la sponda destra del Sile-Piave vecchia, non sapendo che, da un lato, tale itinerario li avrebbe alleviato il tedio delle lunghe code e, per chi ancora gode delle testimonianze del passato, avrebbe potuto dare una sbirciata ad uno dei monumenti più antichi della zona. Può apparire persino antinomico pensare a Jesolo, come un luogo depositario di vestigia del passato, ma non è così. Per quanto possa essere incredibile, la località veneta non è solo spiaggia, mare e movida. Al centro di Jesolo paese vi è il sito delle cosiddette Antiche Mura, nel quale sono visibili i ruderi della basilica medioevale di S. Maria Assunta e non solo, dato che la frequentazione del sito è stata retrodatata al IV secolo.

Tra l’altro, non è di poco tempo fa il rinvenimento a poca distanza di “mansio” risalente all’epoca romana, peraltro evidenziata come prova provata (sic!) della vocazione di Jesolo alla ricezione turistica, che attesterebbe in Jesolo un luogo ben introdotto all’interno dei circuiti commerciali tardo antichi e altomedioevali. Con la speranza che tali testimonianze non entrino nel lungo elenco delle cosiddette “piere vecie”, vi è, invece, una voce fuori dal coro. E riguarda la Torre del Caligo. Anni fa, nell’agosto del 2014, grazie alla “sensibilità delle famiglie e società agricole che ne erano proprietarie…hanno donato la Torre al Comune”, il quale l’acquisì come bene di una certa rilevanza storica, poiché non si poteva certamente dimenticare “che nei secoli passati la Torre del Caligo” aveva svolto “l’importante ruolo di presidio a guardia della confluenza del canale omonimo nel vecchio corso del Piave” (Il Gazzettino di Venezia del 23 agosto 2014).

Sulla base dei conci di pietra e dei mattoni sesquipedali della base, nonché le misure del suo perimetro la pongono in diretta relazione con altre due torri, identificate l’una nei ruderi sommersi nel Canale di San Felice a poca distanza da Treporti e l’altra con quella di Baro Zavalea, nella Valle di Mezzano nei pressi di Comacchio. Le ricerche archeologiche condotte su questi ultimi siti hanno permesso di datare le costruzioni ad un arco di tempo che spazia dal I secolo a.C. al I secolo d.C.; ed hanno permesso di cogliere, almeno in buona misura, il contesto antropico e naturale, nel quale avevano una determinata destinazione, di appoggio e controllo della navigazione endolitoranea – in stretta relazione con le diverse “mansiones” con cavane con tratti di alzaia e le altrettante “mutationes” con palata – che si svolgeva durante l’epoca romana tra Ravenna ed Aquileia. Nel caso specifico, la navigazione in età romana diretta in ambito “torcellese”, dopo aver percorso diverse aste fluviali, imboccava all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile e proseguiva fino a Equilo (il nucleo originario dell’odierna Jesolo), “vicus” di epoca imperiale.
Secoli dopo, la torre venne ricostruita dai veneziani, elevandola a tre o quattro piani, come testimoniato da diverse fonti cartografiche.

La sua destinazione non cambiò di molto, divenendo un presidio militare con il compito anche di esigere il dazio conseguente al notevole traffico commerciale, che vi si svolgeva, soprattutto di legname proveniente dal Cadore e il metallo utile per l’edilizia e la cantieristica di Venezia, la cui navigazione proseguiva coll’utilizzo del traino di cavalli, che procedevano sulle alzaie, fino a Treporti; e scongiurare l’altrettanto notevole contrabbando di sale e di animali o carni macellate, piaga che costrinse il governo veneto ad emanare numerosi decreti e altri provvedimenti repressivi.

Attraverso accorgimenti idraulici ed ingegneristici piuttosto lungimiranti per l’epoca era possibile per le imbarcazioni di una certa stazza superare gli argini, attraverso l’utilizzo di sbarramenti fluviali – vedi panama- ; mentre nel caso di imbarcazioni dal basso tonnellaggio il superamento avveniva grazie ad un sistema di piani inclinati e argani.
In realtà, la nostra torre era conosciuta, almeno fino al Trecento, sotto il nome di Turris Plavis e lo storico Giacono Filiasi, interrogandosi sulla storia antica di quella che sarà Jesolo e sulla più minuta fortificazione, scrive.

I documenti degli scorsi secoli ci manifestano pure che nel tenere di Equilio eravi luogo detto Torre di Piave, altro Ponte di Equilo, altro S. Mauro. Nel così detto Codex Publicorum trovai memoria di essi, e per primo, o sia la Torre non so se stesse verso Villafranca, e dove ora si veggono varie macerie da non confondersi con quelle di Equilio. Perché sovente la palustre nebbia volteggiava all’intorno, e colle bianche sue falde nascondea quella torre, perciò chiamaronla anche Torre del Caligo” (Memorie storiche dè Veneti primi e secondi, 1814 , p. 98).

Quindi lo storico sembra avvalorare la teoria, secondo la quale la nebbia, che per molte settimane del periodo autunnale e invernale, avvolge l’intero circondario, fosse la causa prima di questo nuovo toponimo. Tuttavia, ad onore del vero, per quanto suggestiva, questa non è l’unica teoria a questo riguardo. Vi è stato chi vi ha ricordato il nome di una nobile famiglia veneziana e chi, ancora, vi ha letto una derivazione legata in qualche modo all’itinerario stradale (A. Visentin, Jesolo antica e moderna, Tipografia Messaggero, Padova, 1954, p. 98).

Stando a talune testimonianze letterarie, purtroppo non confermate da evidenze archeologiche, la torre diede l’impulso attrattivo alla edificazione di strutture di accoglienza e di varia logistica ai mercanti e ai viaggiatori. Non poteva certamente mancare un sacello, una chiesa, dove, soprattutto durante le lunghe notti invernali, era possibile sopire con una preghiera le ansie delle deviazioni del giorno. Il Filiasi, a questo riguardo, ricorda che “se stiamo agli annali Camaldolesi, fino dall’anno 930 già esisteva la Torre del Caligo, poiché raccontano come in luogo boschereccio prossima ad essa ritirossi S. Romualdo con Marino suo compagno” (G. Filiasi, op. cit., p. 98), volendo con questo accogliere l’idea, che la struttura monastica sorse nelle vicinanze della stessa torre, come ricorda la tradizione camaldolese (A. Fortunius, Historiarum Camaldulensium pars posterior, Venezia, 1579, I, c. 7; AC, I 53 ss).

Come ogni cosa, anche la torre conobbe il momento della sua fine, che coincise con le opere idrauliche intraprese dalla Repubblica di Venezia, atte a scongiurare l’interramento della laguna; e, secondo l’uso scellerato, ma dettato dalla necessità di allora, si pose a smantellarla per recuperare i materiali, che avrebbero poi innalzato i poderi vicinali.
In breve, questa è la storia della Torre del Caligo. Ora vediamo come raggiungerla, semmai dovessimo trovarci da queste parti. Arrivando da Venezia, in direzione di Jesolo, alla vista di Caposile, volenti o nolenti ci imbattiamo in una grande rotonda. Proseguendo alla seconda uscita, ci troveremmo alla volta per la strada che ci condurrà a Jesolo, mentre a noi interessa la prima uscita. Un piccolo cartello turistico, con la semplice dicitura Torre del Caligo, ci obbligherà alla deviazione. Seguiamo l’indicazione del ponte di barche, che oltrepasseremo per una manciata di monetine, e quindi in tutta calma, seguiamo la strada asfaltata dei Salsi. Dopo qualche chilometro , dietro ad un’ansa del fiume

IMG_1650IMG_1649IMG_1648IMG_1644

, ecco che ci appare.