La Leggenda della Valle dei Sette Morti

Nel giorno che la pietà umana ricorda i Morti, è costumanza nei paesi e villaggi visitare i propri cari, che riposano per l’eternità nei camposanti. Vecchi e giovani, uomini e donne si raccolgono davanti alle singole lapidi. Non c’è famiglia, ricca o povera, che non accenda il suo cero, spesso decorato da un’immagine di un santo o della Vergine e, magari, bagnato in un’acquasantiera di un santuario. Si entra in un mondo invisibile, sospeso tra fede e superstizione, che si fonda in una stratificazione culturale secolare, nella quale è possibile leggere diverse credenze: non sfuggono alla lettura gli elementi magico pagani, le concezioni religiose prettamente dette o i diversi fondamenti dei processi per stregoneria e relativa demonologia. Numerose credenze popolari sostengono che ai Morti è concesso in quel sol giorno di visitare i luoghi della loro precedente vita e, magari, per espiare i peccati commessi da vivi.
A Chioggia si tramanda una curiosa e quantomai gotica leggenda, che permette di guardare indietro nel tempo e nella memoria del centro lagunare. Il racconto, incentrato nel giorno dei Morti e frutto di una tradizione solida e non priva di colorite espressioni letterarie, presto venne fatto proprio dalle isole veneziane, intrecciando nuovi elementi propri delle diverse comunità. Il racconto ebbe un discreto successo, tanto che D’Annunzio ne fa cenno in un suo componimento: “Questa tavola è fatta col fasciame della barca che pescava l’alga nella Valle dei 7 morti” (G. D’Annunzio, Fede senza Cigno, Tomo 3).
La leggenda è ambientata nella laguna meridionale: “Casone dei Sette Morti, è così chiamato un tratto di Laguna tra il Lago Anghiero e la Valle Caneogrosso, 16 miglia a libeccio in linea retta da Venezia. Nel mezzo vi è un basso e largo edificio, che gli dà il nome, nelle cui vicinanze nell’anno 1695 trovaronsi sette cadaveri. Ha circa 5 miglia di circonferenza, ed in tempo delle alte maree vi si trovano due piedi d’acqua. Si arriva a quel luogo mediante il canale del Cornio” (Giovanni B. Rampoldi, Corografia dell’Italia, 1832, Vol. 1, p. 517).
Gli attori principali sono dei pescatori, ai quali sono stati affibbiati degli elementi onomastici dialettali, indicativi per le situazioni comunicative del racconto: Galeto associato alla Superbia; Mucia all’Avarizia; Vardaore alla Lussuria; Stralocio all’Invidia; Licatuto alla Gola; Stravacao all’Accidia; infine, il Morto all’Ira.
Tra le molte versioni si è preferito riportare quella pubblicata nel 1977 da Domenico Perini, poeta e rievocatore delle leggende chioggiotte.

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tratta dal web

Mio nono me conteva questo fato
E tale quale adesso ve lo conto

Fuora de Ciosa, in mezo a la laguna,
ghe xé ‘na vale vèrta bandonà;
ma, quando s’à verificao ste robe,
la géra ben tegnùa, col so cason,
e po’ la dèva pesse in abondansa.
La metina del dì, dònca, dei Morti,
sie valesani, prima di sortire,
i discorèva atorno del fuogon
si andare o stare fermi la zornà;
ma ‘l Toni, ‘l capobarca, salte su:
“Chi ne dà da magnare el dì dei morti?
Chi n’à dao da magnare el dì dei santi:
i nostri brassi” a urle; “i nostri brassi!
Andare in ciesa? Tuto xé fenìo
Co se xé morti…, che no i diga i preti!”
Fumandose la pipa, lo scolteva
‘l Momolo Mùcia, el Nane Vardaore,
‘l Gigi Stralòcio, el Bepo Licatùto
e rason i ghe dà a quel prepotente;
el Nato Stravacào, verzendo i oci:
“Vengo anca mi”, a dise. Le bronséte
coverte da la sénare scaldéva
la pignatèla del cafè del fio
(a gèra ‘l fio del Toni); un can bastardo,
soto la tola, co la coa batèva
el tempo a sti discorsi dei paroni.
Lispièva. Feva fredo. Gera scuro.
“Zioga col can”, ghe dise el pare al fio;
“xé tempo bruto, no te porto via
tornemo a mezodì, pieni de pésse!”
Risponde ‘l fantolin: “xe ‘l di dei Morti,
sté fermi!” E invese i monte in barca e i va,
ridàndose del Sielo e del Signore:
“In Sièlo no se magne e no se beve…
A l’inferno ghe xé bisati crui,
ma qua nualtri li magnèmo rosti!”
Dopo tre ore e passa de fadighe:
“Qua non se ciàpe gnente, paron Toni…
La pare ‘na zornà stramaledia!
Vardè là, vardè là: ghe xé un fagoto!
Ciapemo strasse invese de bisati!
I se avissine e i vede un omo morto:
un morto, sensa naso, sensa recie.
Vegnuo dal mare su co la sevente.
“Tirè sto bel’incontro in barca, a proa”.
E biastemando i torne col niegào.

Fuméva la polenta su la tola,
ma ‘lpésse gèra puoco, massa puoco,
e ‘l Bepo biastemèva come un turco.
“Ciò, Nino”, a dise pien de rabia al fio;
“cori al batèlo, svègia quel foresto
Che dorme su la proa, dighe che a vegna:
indove magne sie magne anche sete!”
“Va là”, ripete i altri: “vai de corsa!”
E dopo un puoco a torne el fio, sigando:
“L’à dito: Vegno…adesso a vien, a vien…”
“E alora daghe la cariega bona”,
Ridando ghe risponde uno dei sie:
“vissin al fuogo, e daghe ‘l tovagiolo”,
ma in sto mumento comparisse el morto.
A gera tuto gonfio e scuro in viso,
i pie descalsi consumai dai gransi,
da la boca a buteva fuora marsa.
“Un bel’invito, bravi! Ve cognosso:
Toni Galèto, Nane Vardaore,
Mòmolo Mùcia, Nato Stravacao,
Gigi Stralòcio e Bepo Licatùto”.
I sie stèva tuti retirài
int’un canton, morendo de paura,
el fio piansèva: mama, mama mia!
“Sé ben atenti a quelo che ve digo.
Cossa avéu vadagnào qua in te la vale
el dì dei Morti e’l dì de Tuti i Santi?
Gnente, fuora de quatro bisatei!”
La man ghe tremolava e la massèla.
“A le Aneme dovèvi un fià pensare,
andare in samitèro, almanco ancùo”.
El sièlo a gèra deventào de pégola,
se sentiva vissin l’urlo del mare.
“Che bel devertemento che xè stao
el vostro, de ciamarme per zirnàre!”
E po’, levando i pugni in alto, a sighe:
“De l’ira mi me purgo in Purgatorio,
vualtri sé i altri vissi capitài.
Sia salvo el fantolin, che xé inosènte;
sia salvo el can, che xè la fedeltà!”
E tuti sie i cade in tera, séchi,
e drio de lori se coléghe el morto.

Mio non me contèva questo fato
E tale quale mi ve l’ò contao.

 

Mio nonno mi raccontava questa storia
e tale e quale ve la racconto
Fuori Chioggia, in mezzo alla laguna, c’è una valle aperta abbandonata; ma, quando si sono svolti questi fatti, era ben tenuta, con il suo casone, e produceva anche pesce in abbondanza.
La mattina del giorno dei Morti, dunque, sei pescatori della valle, prima di uscire per la pesca, discutevano attorno al focolare se, quel giorno, andare o no a pesca; ma Toni, il capobarca, sbotta: “Chi ci dà da mangiare il giorno dei morti? Chi ci ha dato da mangiare il giorno dei santi: le nostre braccia” urla; “le nostre braccia…andare in chiesa? Quando si è morti è tutto finito…, che non dicano i preti!”
Fumandosi la pipa, lo ascoltavano Momolo Mucia, Nane Vardaore, Gigi Stralocio, Bepo Licatuto dando ragione a quel prepotente; Nato Stravacao, aprendo gli occhi: “vengo anch’io”, dice.
La brace coperta dalla cenere scaldava il pentolino del caffè del ragazzo (era figlio di Toni); un cane bastardo, sotto la tavola, con la coda batteva il tempo a questi discorsi dei padroni.
Piovigginava. Faceva freddo. Era buio. “Gioca col cane” dice il padre al figlio; “c’è brutto tempo, non ti porto via…torniamo a mezzogiorno, pieni di pesce!”
Il ragazzo risponde: “E’ il giorno dei Morti, state qua”.
Invece salgono in barca e se ne vanno, beffandosi del Cielo e del Signore: “in cielo non si mangia e non si beve… all’inferno si mangiano anguille crude, qui noi invece le mangiamo arroste!”
Dopo oltre ore di lavoro: “Qui non si pesca niente, paron Toni…sembra una giornata stramaledetta! Guardate là, guardate là: c’è un fagotto! Peschiamo stracci invece di anguille!”
Si avvicinano e vedono un uomo morto: un morto, senza naso, senza orecchie, arrivato dal mare con l’alta marea.
“Mettete in barca questo bell’incontro, a prua” e bestemmiando tornano con l’annegato.
La polenta fumava sulla tavola, ma il pesce era poco, troppo poco, e Bepo bestemmiava come turco.
“Nino”, dice arrabbiato al ragazzo, “corri alla barca, sveglia quel forestiero che dorme a prua, digli di venire: dove mangiano sei mangiano anche sette!”. “Vai”, ripetono gli altri. “Vai di corsa!”
E dopo un poco il ragazzo ritorna, gridando: “Ha detto: Vengo…adesso viene, viene”. “E allora dagli la sedia migliore”, gli risponde ridendo uno dei sei, “vicino al fuoco, e dagli anche il tovagliolo”, ma in quel momento si presenta il morto. Era tutto gonfio e scuro in viso, i piedi nudi consumati dai granchi, dalla bocca usciva marciume.
“Un bell’invito, bravi! Vi conosco: Toni Galeto, Nane Vardaore, Momolo Mucia, Nato Stravacao, Gigi Sralocio e Beppo Licatuto”.
I sei stavano tutti nascosti in un angolo, morendo di paura, il ragazzo piangeva: mamma, mamma mia!
“State ben attenti a quello che vi dico. Cosa avete guadagnato qui in valle il giorno dei Morti e il giorno di tutti i Santi? Niente, eccetto quattro piccole anguille!”
Gli tremava la mano e la mascella. “Dovevate pensare un po’ alle Anime, andare in cimitero, almeno oggi…”.
Il cielo era diventato plumbeo, l’ululato del mare si sentiva vicino.
“Che bel divertimento è stato il vostro, di chiamarmi a pranzare!” E dopo alzando i pugni al cielo, grida: “Dell’ira io mi purifico in Purgatorio, voi siete gli altri vizi capitali. Sia salvo il ragazzo, che è innocente; sia salvo il cane che è la fedeltà!”
E tutti sei cadono a terra, fulminati; e dopo di loro si corica il morto.

Mio nonno mi raccontava questa storia
e tale e quale io ve l’ho raccontata.

(Domenico Perini, 1977)

 

Il castello di Andraz

Nei pressi del comune di Col di Lana, il Fodòm ladino, al confine tra la provincia di Belluno e quelle di Trento e Bolzano, in una splendida vallata vi è una chicca dell’età medioevale. Siamo a Livinallongo, nella minuscola frazione di Castello; e qui, sopra un’imponente roccia, che si staccò da una vicina montagna nella lontana età glaciale, si erge maestoso il castello di Andraz o di San Raffaele. Non fu certamente dovuta al caso una simile scelta. Da questo punto è stato possibile dominare non solo le vie provenienti da Belluno o quelle settentrionali di Bressanone o Castel Badia, ma anche il percorso di Ampezzo, attraverso la sella del Falzarego.

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La prima storia del castello è difficile da ricostruire con esattezza, ma alcuni documenti dell’archivio vescovile di Bressanone proverebbero che i suoi natali dovrebbero risalire al Mille, ma parliamo di testimonianze che abbisognerebbero di ulteriori conferme e necessari confronti. L’incerto delle fonti testimoniali sembra perdurare sino alla fine dell’XI secolo, poiché, intorno al 1221, le nebbie sembrano dipanarsi, finalmente, di fronte alla presenza della famiglia Schoneck, che ricevette il castello dal vescovo conte di Bressanone. Questa non era una famiglia di perfetti sconosciuti alla storia della regione, dato che, vassalli del vescovo di Bressanone, erano i signori di Rodengo in Val Pusteria e dei territori sopra Marebbe; peraltro erano stati investiti dal titolo di giudici provinciali dal conte del Tirolo e di Gorizia. Da quel momento, sebbene i nomi delle famiglie proprietarie nel corso del tempo risuonassero diversi nelle stanze del castello, il vescovo conte non lo perse mai di vista, data la sua importanza strategica nella regione. Intorno al 1416, l’allora vescovo conte lo pose direttamente alle proprie dipendenze, dotandolo di guarnigioni al comando di un capitano.

Tra i vescovi che vi dimorarono – tra i più celebri – è stato senza dubbio Nicolò Cusano, il grande teologo e filosofo. Durante il suo ministero, si trovò spesso costretto a trovare rifugio nel castello, dove, tra l’altro scrisse alcune delle sue opere. Tra il 1457 e il 1460, il suo soggiorno è legato alla contesa che lo vide contrapporsi al monastero benedettino femminile di Sonnenburg, oggi Castelbadia, in Val Badia. Il monastero, sorto dapprima come castello, nel 1039, il figlio del conte Otwin, lo donò alle monache benedettine, dotandolo di vasti possedimenti terrieri. Tra le sue mura vennero ospitate le figlie della nobiltà tirolese non destinate alla gioia della vita laicale; e pare che conducessero una vita non propriamente edificante, almeno stando alle fonti dell’epoca, che ricordano numerosi episodi boccacceschi. A causa di una disputa territoriale con gli abitanti di Marebbe, Verena von Stuben, badessa del monastero, ottenne ragione dal duca Sigismondo d’Austria, che intimò ai Marebbesi le pubbliche scuse nei confronti del monastero e, non contento, dispose anche l’assegnazione di nuovi territori alle monache. Conosciuta l’affinità e l’unione di intenti che legavano il dignitario al Sonnenburg, gli abitanti di Marebbe non si diedero per vinti e non rimasero con le mani in mano. Rivolsero le loro suppliche al vescovo Cusano, che, nel frattempo, aveva intrapreso una difficile riforma della vita monastica. L’abile e scaltra Verena von Stuben, vista la mal parata, prese tempo, promettendo solennemente di adeguare il monastero alla nuova osservanza. La sua strategia, per quanto astuta, non poteva certamente durare a lungo. Dopo anni di scaramucce e di promesse mai mantenute, neppure di fronte alla scomunica e alle richieste della “duchessa Eleonora, moglie di Sigismondo, che la invitava a sottomettersi alle direttive del suo vescovo, la badessa Verena rispose che d’ora in avanti lei e le sue consorelle avrebbero provveduto direttamente alla loro sicurezza e al loro mantenimento; detto fatto, il monastero di Sonnenburg assoldò un gruppo di uomini armati…cui fu affidato il compito di riscuotere, con le buone o con le cattive, le imposte degli abitanti della Val Badia e delle vallate laterali” (G. Piaia, Nicolò Cusano, vescovo filosofo e il castello di Andraz, 2007, p. 26). La chiave di volta, capace di rompere lo stallo nel quale erano caduti ambedue i contendenti, fu il fragore delle armi. La battaglia avvenne il 5 aprile del 1458 nei pressi di Crep de Santa Grazia, sempre in Val Badia. Le truppe fedeli al vescovo sbaragliarono gli uomini di Sonnenburg e a Verena non rimase altro che rinunciare alla carica di badessa del monastero. “La lunga vicenda che aveva opposto un vescovo a una badessa accese la fantasia popolare: si narra che durante una visita del Cusano a Sonnenburg per riformare il monastero la maliziosa badessa avesse fatto servire in tavola da una giovane e bella novizia carne di coniglio, che era allora considerata un afrodisiaco; il vescovo si rifiutò di mangiarla, ed allora Verena la fece riportare in cucina, ove fu tritata e trasformata in polpette, che il Cusano, senza accorgersi dell’avvenuta manipolazione, mangiò poi di gusto” (G. Piaia, op. cit., p. 28).

Come detto, delle prime fasi del castello Andraz non sono pervenute testimonianze scritte o cartografiche, tuttavia gli scavi archeologici, che, peraltro, avrebbero evidenziato un possibile stanziamento mesolitico, hanno definito che esso possedeva delle dimensioni alquanto più ridotte di quello attuale, mentre le strutture interne dovevano essere completamente di legno. Doveva, inoltre, possedere una protezione muraria a valle sotto il masso, attraverso la quale si accedeva al cortile interno. Da qui, volendo accedere alla rocca si doveva percorrere una sorta di scala di pietra, la quale permetteva l’accesso ad una seconda scala, questa volta di legno, che poneva in comunicazione i diversi piani sovrapposti.

Nel Trecento, il Castello, ampliato molte volte, ormai non era più la rozza opera fortificatoria delle origini, ma si era plasmato indissolubilmente all’enorme macigno, assumendo una forma verticistica, obbligando i piani in legno a sfruttare le pendenze e la sagoma del masso stesso; una costruzione ben lontana dal consueto profilo “nucleare” dei castelli vicini, ovvero strutturati attorno al mastio. Il 1484 fu un anno fatale per il castello. Un incendio di vaste dimensioni lo compromise seriamente, tanto da costringere una generale ricostruzione dell’edificio. L’incarico venne affidato ai Maestri Comacini Jacomo, Antonio e Pedro, i quali studiarono i diversi piani, partendo dalle antiche fondamenta. Tra le opere realizzate, si rialzarono le quote dei cortili di qualche metro, adoperandovi le macerie, e si spostò l’ingresso alzandovi una torre angolare. Ormai il castello aveva assunto la veste, sotto la quale oggi si fa vedere. Successivi lavori furono eseguiti nel 1516, sempre in seguito ad un incendio. Sul far del Seicento, il castello conobbe una nuova destinazione d’uso, residenziale ed amministrativa, poiché l’evoluzione delle strategie militari, nonché delle stesse armi, gli fecero perdere la sua valenza originaria.
Il lento degrado che ne seguì toccò il suo apice in seguito alle guerre napoleoniche. Il Castello venne venduto a dei privati, i quali si preoccuparono di spogliarlo degli arredi e di ogni parte asportabile, compreso il tetto. Ulteriori danni seguirono alla Grande Guerra, poiché fu oggetto di bombardamenti da parte delle postazioni austriche, asserragliate sul soprastante Col di Lana.

Ora una breve carrellata di fotografie del castello e dei suoi interni.

 

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Atrio deposito accesso ai piani superori
Cucina
camera capitano
Sala del Capitano
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Cucina
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Cucina

 

 

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Percorso di visita
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Particolare del foro gnomonico di Nicolò Cusano per cogliere il solstizio estivo.1
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Scritte poste sopra il forognomonico
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Copertura in vetro

 

 

 

 

La Torre del Caligo. Jesolo

A pochi chilometri dalle rinomate spiagge di Jesolo, si nasconde un luogo magico, in cui riecheggiano le antiche suggestioni romane e della Serenissima. È la Torre del Caligo o, meglio, quello che rimane dell’antica fortificazione. In questi giorni, dettati dalla canicola, molti dei turisti che hanno percorso il tratto stradale, che da Caposile porta alla località balneare, avranno osservato con una certa invidia delle automobili transitare lungo la sponda destra del Sile-Piave vecchia, non sapendo che, da un lato, tale itinerario li avrebbe alleviato il tedio delle lunghe code e, per chi ancora gode delle testimonianze del passato, avrebbe potuto dare una sbirciata ad uno dei monumenti più antichi della zona. Può apparire persino antinomico pensare a Jesolo, come un luogo depositario di vestigia del passato, ma non è così. Per quanto possa essere incredibile, la località veneta non è solo spiaggia, mare e movida. Al centro di Jesolo paese vi è il sito delle cosiddette Antiche Mura, nel quale sono visibili i ruderi della basilica medioevale di S. Maria Assunta e non solo, dato che la frequentazione del sito è stata retrodatata al IV secolo.

Tra l’altro, non è di poco tempo fa il rinvenimento a poca distanza di “mansio” risalente all’epoca romana, peraltro evidenziata come prova provata (sic!) della vocazione di Jesolo alla ricezione turistica, che attesterebbe in Jesolo un luogo ben introdotto all’interno dei circuiti commerciali tardo antichi e altomedioevali. Con la speranza che tali testimonianze non entrino nel lungo elenco delle cosiddette “piere vecie”, vi è, invece, una voce fuori dal coro. E riguarda la Torre del Caligo. Anni fa, nell’agosto del 2014, grazie alla “sensibilità delle famiglie e società agricole che ne erano proprietarie…hanno donato la Torre al Comune”, il quale l’acquisì come bene di una certa rilevanza storica, poiché non si poteva certamente dimenticare “che nei secoli passati la Torre del Caligo” aveva svolto “l’importante ruolo di presidio a guardia della confluenza del canale omonimo nel vecchio corso del Piave” (Il Gazzettino di Venezia del 23 agosto 2014).

Sulla base dei conci di pietra e dei mattoni sesquipedali della base, nonché le misure del suo perimetro la pongono in diretta relazione con altre due torri, identificate l’una nei ruderi sommersi nel Canale di San Felice a poca distanza da Treporti e l’altra con quella di Baro Zavalea, nella Valle di Mezzano nei pressi di Comacchio. Le ricerche archeologiche condotte su questi ultimi siti hanno permesso di datare le costruzioni ad un arco di tempo che spazia dal I secolo a.C. al I secolo d.C.; ed hanno permesso di cogliere, almeno in buona misura, il contesto antropico e naturale, nel quale avevano una determinata destinazione, di appoggio e controllo della navigazione endolitoranea – in stretta relazione con le diverse “mansiones” con cavane con tratti di alzaia e le altrettante “mutationes” con palata – che si svolgeva durante l’epoca romana tra Ravenna ed Aquileia. Nel caso specifico, la navigazione in età romana diretta in ambito “torcellese”, dopo aver percorso diverse aste fluviali, imboccava all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile e proseguiva fino a Equilo (il nucleo originario dell’odierna Jesolo), “vicus” di epoca imperiale.
Secoli dopo, la torre venne ricostruita dai veneziani, elevandola a tre o quattro piani, come testimoniato da diverse fonti cartografiche.

La sua destinazione non cambiò di molto, divenendo un presidio militare con il compito anche di esigere il dazio conseguente al notevole traffico commerciale, che vi si svolgeva, soprattutto di legname proveniente dal Cadore e il metallo utile per l’edilizia e la cantieristica di Venezia, la cui navigazione proseguiva coll’utilizzo del traino di cavalli, che procedevano sulle alzaie, fino a Treporti; e scongiurare l’altrettanto notevole contrabbando di sale e di animali o carni macellate, piaga che costrinse il governo veneto ad emanare numerosi decreti e altri provvedimenti repressivi.

Attraverso accorgimenti idraulici ed ingegneristici piuttosto lungimiranti per l’epoca era possibile per le imbarcazioni di una certa stazza superare gli argini, attraverso l’utilizzo di sbarramenti fluviali – vedi panama- ; mentre nel caso di imbarcazioni dal basso tonnellaggio il superamento avveniva grazie ad un sistema di piani inclinati e argani.
In realtà, la nostra torre era conosciuta, almeno fino al Trecento, sotto il nome di Turris Plavis e lo storico Giacono Filiasi, interrogandosi sulla storia antica di quella che sarà Jesolo e sulla più minuta fortificazione, scrive.

I documenti degli scorsi secoli ci manifestano pure che nel tenere di Equilio eravi luogo detto Torre di Piave, altro Ponte di Equilo, altro S. Mauro. Nel così detto Codex Publicorum trovai memoria di essi, e per primo, o sia la Torre non so se stesse verso Villafranca, e dove ora si veggono varie macerie da non confondersi con quelle di Equilio. Perché sovente la palustre nebbia volteggiava all’intorno, e colle bianche sue falde nascondea quella torre, perciò chiamaronla anche Torre del Caligo” (Memorie storiche dè Veneti primi e secondi, 1814 , p. 98).

Quindi lo storico sembra avvalorare la teoria, secondo la quale la nebbia, che per molte settimane del periodo autunnale e invernale, avvolge l’intero circondario, fosse la causa prima di questo nuovo toponimo. Tuttavia, ad onore del vero, per quanto suggestiva, questa non è l’unica teoria a questo riguardo. Vi è stato chi vi ha ricordato il nome di una nobile famiglia veneziana e chi, ancora, vi ha letto una derivazione legata in qualche modo all’itinerario stradale (A. Visentin, Jesolo antica e moderna, Tipografia Messaggero, Padova, 1954, p. 98).

Stando a talune testimonianze letterarie, purtroppo non confermate da evidenze archeologiche, la torre diede l’impulso attrattivo alla edificazione di strutture di accoglienza e di varia logistica ai mercanti e ai viaggiatori. Non poteva certamente mancare un sacello, una chiesa, dove, soprattutto durante le lunghe notti invernali, era possibile sopire con una preghiera le ansie delle deviazioni del giorno. Il Filiasi, a questo riguardo, ricorda che “se stiamo agli annali Camaldolesi, fino dall’anno 930 già esisteva la Torre del Caligo, poiché raccontano come in luogo boschereccio prossima ad essa ritirossi S. Romualdo con Marino suo compagno” (G. Filiasi, op. cit., p. 98), volendo con questo accogliere l’idea, che la struttura monastica sorse nelle vicinanze della stessa torre, come ricorda la tradizione camaldolese (A. Fortunius, Historiarum Camaldulensium pars posterior, Venezia, 1579, I, c. 7; AC, I 53 ss).

Come ogni cosa, anche la torre conobbe il momento della sua fine, che coincise con le opere idrauliche intraprese dalla Repubblica di Venezia, atte a scongiurare l’interramento della laguna; e, secondo l’uso scellerato, ma dettato dalla necessità di allora, si pose a smantellarla per recuperare i materiali, che avrebbero poi innalzato i poderi vicinali.
In breve, questa è la storia della Torre del Caligo. Ora vediamo come raggiungerla, semmai dovessimo trovarci da queste parti. Arrivando da Venezia, in direzione di Jesolo, alla vista di Caposile, volenti o nolenti ci imbattiamo in una grande rotonda. Proseguendo alla seconda uscita, ci troveremmo alla volta per la strada che ci condurrà a Jesolo, mentre a noi interessa la prima uscita. Un piccolo cartello turistico, con la semplice dicitura Torre del Caligo, ci obbligherà alla deviazione. Seguiamo l’indicazione del ponte di barche, che oltrepasseremo per una manciata di monetine, e quindi in tutta calma, seguiamo la strada asfaltata dei Salsi. Dopo qualche chilometro , dietro ad un’ansa del fiume

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, ecco che ci appare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’isola di San Secondo. Una storia dimenticata

A quanto pare, nel giro di qualche anno, un’altra isola della laguna di Venezia di proprietà demaniale, sarà assegnata a dei privati per una riqualificazione per soli usi turistici, che farà di lei “un centro conferenze e un luogo di ristoro che accoglie residenti e turisti che potranno arrivare…via mare con un barchino o via bici, grazie a un ponte galleggiante che unirà l’attuale pista ciclabile all’isola” (La Nuova Venezia dell’11 febbraio 2018).

Il lembo di terra che emerge dalle acque salse della laguna possiede un suo nome, affidatogli secoli fa dalla pietà popolare, per celebrarvi le reliquie di un uomo, le cui qualità, morali e umane, lo resero santo. L’isolotto, oggi poco più di poche spanne di sabbia e terra, è quello di San Secondo.
La sua posizione avrebbe dovuto giocare a suo favore. Si staglia lungo il canale navigabile che ha collegato, e collega, la vicina San Giuliano, costa dell’entroterra veneziano, alla città lagunare; ma su di esso è caduto una sorta di maleficio della memoria. Per molti è solo un nome perduto tra i tanti disseminati tra le chiazze d’acqua della laguna veneta. Chi non conosce o non ha sentito parlare, nel bene come nel male, di San Clemente o di San Servolo – luoghi nei quali si testarono i rudimenti della scienza psichiatrica – della Certosa, il cui monastero divenne un faro culturale; o Torcello, punto d’arrivo di molti turisti, dove è possibile respirare l’aria dei secoli. E sono solo degli esempi tra i molti. Per altri, ancora un semplice scherzo della natura. Punto e basta.

Il maleficio appare ripetersi ogni santo giorno. Migliaia di pendolari e turisti vi passano accanto, mentre percorrono il Ponte della Libertà – i quattro chilometri arcuati che collegano il centro storico alla terraferma -, ma nessuno sembra badare all’ammasso inestricabile di arbusti e alberi, che si mostra a qualche centinaio di metri.

Eppure il monastero, sorto sull’isola di San Secondo possiede una lunga storia, la cui dignità è pari a quella delle altre isole più famose. Purtroppo, le memorie archivistiche del monastero si sono per lo più perse; e ciò si deve imputare alle diverse distruzioni e vari rifacimenti in cui incorse e, principalmente, alla soppressione nel periodo napoleonico. Inoltre, i pochissimi documenti non permettono di completare o, nel caso, rettificare le notizie sulla storia del monastero, scritte dai diversi storici.

Secondo un brano di poche righe, nel 1034 la nobile famiglia dei Baffo, originaria dell’isola di Cipro e che nel futuro avrà sempre un occhio di riguardo verso le istanze del clero, colpita dalla posizione strategica dell’isola e dalla vicinanza di un’edicola dedicata a Sant’Erasmo, fece costruire a sue spese il primo nucleo di un monastero, che sarà affidato a delle monache benedettine (M. Francesco Sansovino, Venetia. Città nobilissima et singolare, 1581, p.), dandogli un’impronta aristocratica, accogliendo, fin dai tempi più antichi, monache appartenenti alle più illustri famiglie veneziane. Il cenobio, che venne dedicato al Patrono dei marinai, si trovò a dare il nome alla stessa isoletta, ma poco più di due secoli dopo, nel 1237, si trovò coinvolto, suo malgrado, nel marasma del traffico di reliquie, che interessò l’Europa medioevale; e così il Santo di Formia dovette lasciare il posto al Martire di Asti, in seguito alla sua traslazione in laguna.

…come non senza miracolosi eventi si riposò portato a Vinetia a la riva di questo Sacro Tempio, fermandosi per divin volere in questa isoletta, la quale per un si riccho acquisto lasciò il nome di S. Erasmo, e si chiamò dipoi col nome di S. Secondo. Conciosia, che da la Città d’Asti per la via di Marghera portandosi a Vinetia, poi che fu gionto a questo loco, non fu mai possibile a poterlo condurre più avanti, e quanto più i marinai con remi se sforzavano di passar quest’Isola, e condursi a Venetia, dove nella Chiesa di S. Hieremia profeta dessignavano di collocare il pretioso acquisto, con tanta maggior tempesta e fortuna gli si faceva incontro l’adirato mare, e l’aria piena de lampi e tuoni, con si horribile aspetto gli si opponeva, che i Remorchianti furono astretti a lasciare la Barcha in potestà del Mare, il quale placandosi, con serena fronte a la riva di quest’Isola miracolosamente la ridosse” (Domenico Codagli, Historia dell’isola e monasterio di San Secondo, pp. 54-55). Peraltro, l’autore della monografia si cura di trascrivere un epitaffio che si leggeva in prossimità dell’altare (Domenico Codagli, op. cit. p. 61):

“SERENISSIMO IACOBO THEVPOLO VENETIARUM PRINCIPE IMPERANTE, HIC CIVITATEM PEDEMONTANAM ASTA NVUNCPATAM OBSIDIONE ATQVE ARMORVM VI CEPIT, DEPREDAVIT, PENEQUE DESTRVXIT: CORPVS SANCTI SECVUNDI EX EA ABSTVLIT, VENETIA ASQUE IN INSVLA SANCTI ERASMI NON SINE QVIBUSDAM PRODIGIIS COELO DIVINITVS OSTENSIS COLLOCAVIT. ANNO DOMINI. M.CCXXXVII”.

Quindi, durante la guerra contro Federico II, che vide le mura delle città italiane insanguinarsi per le lotte fratricide tra guelfi e ghibellini, Giovanni, figlio del doge Giacomo Tiepolo, s’impadronì di molte delle piazze rimaste fedeli all’imperatore; e tra esse la capitale dell’antica Astesana, la città di Asti, dalla cui cattedrale fece trafugare il corpo di San Secondo, il patrono cittadino, e lo inviò a Venezia.

Quasi simile la versione riportata dallo storico Flaminio Corner, informandoci che “un’antica tavoletta appesa presso l’altare del santo ci palesa, che sotto il doge Giacomo Tiepolo nell’anno 1237, essendo stata assediata ed espugnata la città d’Asti ne fu da essa tratto il corpo di san Secondo, ed a Venezia condotto fu riposto nella chiesa di s. Erasmo, che quel momento venne chiamata chiesa di sant’ Erasmo e Secondo” (Flaminio Corner, Notizia storiche delle chiese e monasteri di Venezia e Torcello, Padova, MCVVLVIII, p. 276). Lo storico veneziano si preoccupa di rendere testimonianza di un’altra versione del trafugamento. “In altra forma però viene raccontato il furto del sacro corpo da una vecchia carta pergamena, che tutt’ora esiste nell’Archivio del Monastero dei Santi Cosma e Damiano a Venezia. Il corpo di San Secondo chiuso in un’arca di piombo giacque per trecento anni sotto terra, da dove per divina ispirazione levato, fu con solennità esposto. Accadde che poi alquanti mercanti veneti giunsero in Asti, ove con danari corruppero la famiglia dei Venturi numerosa di gente, ed alcuni di essi furtivamente tolto il sacro corpo lo consegnarono ai mercanti. Castigò Iddio l’empietà di quella famiglia, in cui entrata la morte li ridusse in poco tempo al ristretto numero di nove, perché nascendone uno, ne moriva un altro. Frattanto i veneziani ottenuto il venerabile corpo, determinarono di collocarlo nella Chiesa di San Geremia; ma non potendo ivi far approdar la loro barca, la lasciarono alla discrezione dell’acqua, che tosto li condusse all’isola, ove sta il monastero di Sant’Erasmo, uffiziato da monache” (Flaminio Corner, op. citata, p. 274). Tuttavia, nel 1471, a Venezia si procedette alla visione dei sacri resti, che incrinò la certezza veneziana di custodire il corpo del martire. La testa si presentava attaccata al busto, in pieno contrasto con quanto fissato dai canoni della tradizione e dagli Atti dei Martiri, che descrissero il suo martirio mediante decapitazione. La “Vita del glorioso martire S. Secondo”, scritta in forma anonima nel 1823, ingarbuglia ancor più l’intera faccenda, poiché ricorda: “Nel 1212 essendo Vescovo Monsignor Guidetto venne in pensiere ai Canonici della Collegiata di visitare il Corpo di S. Secondo, i quali di notte tempo in compagnia d’alcuni scelti cittadini si portarono nello scurolo sotterraneo … ove era stato riposto … il Corpo di S. Secondo, ruppero il muro, ed aprirono la cassa, che visitarono attentamente, e rimasti assicurati, ridussero il tutto nel pristino stato. Il seguente giorno molte donne divote solite portarsi nello scurolo a pregare, osservando il muro di recente riparato, sospettarono, che fosse stato rubato il Corpo del Santo, ed uscite di Chiesa spargendo la voce, corse la fama per tutta la Città, che veramente ne fosse stato involato il Corpo di S. Secondo, e trasportato a Venezia. Per sedare intanto il tumulto degli Astesi l’accennato Vescovo Guidetto portatosi nello scurolo in compagnia di alcuni Canonici della Collegiata… fece riaprire la Tomba, e constare al popolo, che lo sparsosi rumore era falsa, del che ne fa testimonianza la presente iscrizione esistente nel Duomo accanto alla porta maggiore”.

GVIDETVS EPISCOPVS
AD OBYCIENDAM VELVT MENDACIVM
FAMAE CLAMORIBVS MOERORI ASTENSIVM
S. SECVNDI CORPORIS
FVRTIVAN VENETIAS DELATIONEM
CANONICIS ET CLERICIS ASSOCIATVS
SACRVM CORPVS IN TVRRI QVAESITVM
INTER BINA MARMOREA MONVMENTA
IN PLVMBEA CAPSVLA INTEGRVM
ADINVENTVM VIDIT OSTENDIT
POST PVBLICI ACTVS STIPVLATIONEM
INTERVM CLAVSIT
MIRABILIS TAMEN IN SVO MARTIRE DEVS
NE CVM CORPORE LATERENT ET MERITA
QVAMPLVRIMIS MIRACVLIS
QVANTAM SPEM ET VENERATIONEM
TANTO PROTECTORI ASTA DEBEAT INDIXIT
ANNO MCCXII

Nonostante le asserzioni del Codagli, non vi è alcun documento, memoria o quant’altro che possa suffragare quanto scritto e d’altra parte vertono gravi dubbi sull’episodio legato all’assedio di Asti, tanto da considerarlo un vero e proprio falso storico, magari costruito ad arte per nascondere qualcosa di meno nobile e guerresco. La stessa vicenda del trafugamento è sospetta. A parte le evidenti incoerenze, sono troppe le similitudini con quello di San Marco per essere genuina.
La contraddizione si superò secoli dopo con l’erudito Ferdinando Ughelli, che conciliò le pretese delle due, sostenendo che ad Asti si conservava il corpo di San Secondo martire, mentre a Venezia si custodiva quello di San Secondo confessore e vescovo di Asti (Italia Sacra, Volume IV, 1653), attestando così, tra le righe, che i Veneziani si erano comunque resi responsabili di un trafugamento.

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Jacopo De’ Barbari, Venetie MD, isola di San Secondo

Fin dai primi secoli di vita, il monastero di San Secondo ebbe molti rapporti con le autorità ecclesiastiche superiori, tanto che poté giovarsi di numerose concessioni di indulgenze, nonché da esazioni da decime e da altre imposizioni fiscali ecclesiastiche. Il suo patrimonio, per lo più amministrato per il mantenimento del clero e per le necessità del monastero, si basava su terreni e vigneti, alcuni dei quali a Chioggia e a Cividale del Friuli. Il patrimonio immobiliare, pur con naturali variazioni, dovette rimanere nel suo complesso inalterato fino alle confische, avvenute con la sua estinzione.

Come avvenuto per altri monasteri veneziani, anche San Secondo conobbe il problema, che ricorre in tutto il corso della storia di Venezia e trova giustificazione nella consuetudine di monacare le ragazze per non frazionare i patrimoni: “sul finire del XV secolo era arrivato lo sconcerto non solo dell’osservanza, ma del costume a tal segno, che nelle monache altro più di religioso non si vedeva, che l’abito esteriore, ed il nome” (Flaminio Corner, op. citata, p.277).

La comunità delle Benedettine si trovarono obbligate a trasferirsi nel 1529 alla Giudecca per ordine del papa Clemente VII, mentre il loro monastero venne soppresso. Nel 1535, il Senato veneziano, tornato proprietario dell’isola, la consegnò all’ordine domenicano. Mentre i Domenicani si apprestano al restauro degli edifici dell’isola, “un certo prete, che dalle monache nella loro partenza era stato lasciato alla custodia della chiesa, disperato di dover abbandonare un’abitazione, a cui aveva preso amore, con risoluzione diabolica attaccò fuoco al tetto del monastero, che per la sua vecchiezza in breve tempo d’ora restò consunto; e passate le fiamme a devastare la chiesa, tosto chè si avvicinarono alla cappella, in cui si conservava il sacro deposito di San Secondo, quasi che ne venerassero la santità, retrocessero, e ritornarono ai chiostri, ove restarono estinte” (Flaminio Corner, op. citata, p. 279).

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A. Sandi da F. Tironi, l’isola di San Secondo

Nel corso della grande peste del 1576, l’isola e i suoi edifici furono destinati alla cura degli appestati. Alla cessazione del flagello, ritornò ai Domenicani, ma le condizioni erano tali che si considerò di ridursi al monastero di San Domenico a Venezia, portandosi via il corpo di San Secondo.
Il Senato, invece, impose il risanamento dell’isola e la ricostruzione degli edifici, i quali dovevano sopportare nel futuro altri incendi, come quello ricordato dallo storico Emmanuele Antonio Cicogna: “Alli 11 giugno 1775 un fulmine danneggiò notabilmente nell’esterno e nell’interno la torricella ove conservavansi 395 barili di polvere e per grazia della Beata Vergine del Rosario e intercessione del glorioso martire San Secondo furono preservati i religiosi, l’isola e la città” ( Delle Iscrizioni Veneziane). Dopo il terribile incendio, scoppiato nella notte tra il 13 e il 14 settembre 1569, nell’Arsenale, che provocò lo scoppio dei barili di polvere pirica ammassati nei magazzini, distruggendo intere galere e gli edifici interni ed esterni; il Senato dispose che la polvere fosse posta in determinate “torreselle”, costruite sulle isole limitrofe a Venezia. Tra queste vi era San Secondo.

L’aver spostato le monache, affidando le cure del convento ai Domenicani, sembrò non dare i frutti sperati. Lo stile di vita del cenobio risulta ancora una volta rilassato e attento alle gioie goderecce. Per favorire l’osservanza, il convento venne assegnato alla provincia romana e non alle province domenicane dell’Italia settentrionale; e questo fino al 1641, allorché San Secondo entrò nella nuova provincia di San Domenico di Venezia.
Finalmente, nel 1660, il convento di San Secondo passa al vero regime di osservanza, grazie anche all’ambiente politico della Serenissima, che spingeva affinché fosse realizzata la riforma domenicana. L’isola si pose a capo di quelle comunità, il cui stile di vita regolare era garantito da apposite norme giuridiche. Il passaggio risultò decisivo, poiché diede l’avvio alla seconda grande riforma dell’ordine domenicano in terra veneta; e questo grazie anche alle due grandi personalità, che si fecero promotori, ovvero il napoletano padre Basilio Pica, che portò la riforma effettuata nel goriziano, e il frate veneziano Girolamo Piccini.

Durante gli anni terribili della peste del 1630/1631, il suolo dell’isola non vide alcun ammalato, poiché si pensò di farvi dimorare i membri della famiglia dell’ambasciatore francese, già provata da numerosi decessi; mentre, anni più tardi, nel 1686, divenne il collegio per i chierici dell’osservanza domenicana. Erano gli ultimi sprazzi dell’antica vocazione religiosa dell’isola, divenendo anni dopo l’ultimo baluardo fortificato della cadente Serenissima.
Nel 1824 la chiesa venne demolita fino alle fondamenta, mentre gli altri edifici furono riadattati alla nuova funzione militare. L’isola divenne un forte di forma ottagonale con gola aperta e una guarnigione di poco meno di 200 uomini, predisposto alla protezione di Venezia. Il corpo di San Secondo e alcune opere d’arte furono messe al sicuro nella chiesa dei Gesuati, mentre la pala dell’altare maggiore fu sistemata nella chiesa dello Spirito Santo alle Zattere. Bene o male la destinazione militare venne meno negli anni quaranta del Novecento e l’isola fu utilizzata per l’allevamento di animali da cortile e per l’agricoltura orticola, fino ad essere del tutto abbandonata negli anni Sessanta.

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Foto aerea dell’isola di San Secondo, tratta dal web

Oggi, passandoci accanto, appare una cosa fuori dal mondo solo pensare che secoli addietro un uomo gli abbia dedicato una poesia. Eppure…

Cinta da l’Acque, hor placid’,
hor sonanti,
Un’isoletta sorge, ei se ritiene
Alme fide, di Dio Sacre Sirene,
C’hanno effetti, pensier, costumi santi.
Qui s’erge un Tempio, e poggierà sì inanti,
Un giorno ancor, fra queste salse arene,
Pietro per te, che dall’occulte vene
De monti, qui trarai marmi prestanti.
Ond’eì s’additerà per meraviglia,
Haurà di Paro i marmi, e i Fregi d’oro,
Colonne, Archi, Rotonde, egregi Altari.
E’ molto ciò che fai, ma il più prepari,
Grato a Secondo sia l’altro lavoro,
Che t’inspira, t’aita, e ti consiglia.

La Torre di Rai di San Polo di Piave

Tra i molti gioielli che la Marca serba nel suo territorio vi è una torre di epoca medioevale, che si nasconde timidamente nella piccola borgata di Rai nel Comune di San Polo. Gli scarsi e quanto mai bizzarri ruderi della torre si trovano sul ciglio di una strada sterrata a qualche metro da una delle più rinomate aziende vinicole del Veneto – chi non ha gustato un calice dei vini della Cà di Rajo – e a un centinaio di metri dalla parrocchiale, dedicata a Santa Maria Maddalena. Non ne rimangono che due tronconi, abbracciati come un tutt’uno con la boscaglia, che sembra velare la forma originale dell’edificio.

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Quello che rimane della torre si erge sopra una motta di pochi metri, la cui altezza è poco meno di cinque metri, sul piano di campagna. La tradizione erudita locale vorrebbe attribuire alla motta un’origine romana; tuttavia, uno scavo compiuto nel lontano 1935 (Ercolino, 1999, pp. 85-88), ha evidenziato che le basi della torre traggono il proprio fondamento dalla base di campagna, escludendo di fatto l’eventualità che la fortificazione sia stata eretta sopra un manufatto di età antica. Probabilmente, la fondazione risale alla fine del XIII secolo e, forse, la sua particolare conformazione è legata alla vicina presenza degli alvei secondari del fiume Piave, oggi visibili nelle foto da satellite. Il riporto di materiale, che costituisce la motta, trovava una sua giustificazione nel contrasto delle tante esondazioni del reticolo fluviale, proteggendo di fatto i beni del proprietario dell’edificio fortificato.

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La storia della torre racconta di assedi e saccheggi, come ogni altra torre medioevale, ma i tormenti finali e, soprattutto più devastanti, appartengono alla storia più recente. La torre ancora integra nelle sue parti venne fatta brillare dagli austriaci nel novembre del 1918, volendo evitare che divenisse un posto di osservazione per le truppe italiane, quindi il 15 febbraio del 1925 una tormenta violentissima terminò quanto iniziato dai soldati di Carlo I d’Austria.
E’ vero, a vederla oggi, appare una semplice torre medioevale, una delle migliaia che troneggiano sui borghi italiani, ricordandoci “delle donne, dei cavalieri, delle battaglie, degli amori”, ma è anche vero che rappresentò uno dei tanti magli, attraverso i quali i Collalto, la nobile casata di origine longobarda, diede la propria impronta a quella che oggi viene definita la Marca Gioiosa.

La Chiesa di San Giorgio in San Polo di Piave. Gli affreschi

Nel comune di San Polo di Piave, nella provincia di Treviso, tra le campagne coltivate a vite, si erge un tempietto della pietà popolare dedicato a san Giorgio. Fondato molto probabilmente in età longobarda su di un luogo abitato fin dai tempi dei Romani, la chiesa serba un ciclo di affreschi di Giovanni di Francia. Di Giovanni si ignorano la data e il luogo di nascita. Si conosce il nome del padre, Desiderio di Metz, e poco altro. Intorno al 1450, Giovanni risulta risiedere a Feltre, dalla quale si sposterà nelle vicine borgate bellunesi, per dare vita a delle opere degne di entrare nei canonici manuali di storia dell’arte, quali, ad esempio, gli affreschi della parrocchiale di Porcen di Seren del Grappa e le pitture del catino absidale della chiesa di Santa Giustina di Pedesalto. Nel 1462, l’artista si trasferisce con moglie e figli a Conegliano. Sono di questi anni i suoi lavori nella chiesa di San Pietro in Vincoli di Zoppè di San Vendemmiano, l’arcipretale di Mareno di Piave e le pareti della nostra chiesetta di San Polo.
Dopo aver attraversato l’intimo cimitero del sagrato e varcato il portone di legno, andiamo incontro ai tesori della chiesetta.

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Buona parte della parete nord è ricoperta da un affresco di grandi dimensioni, che rappresenta l’Ultima Cena. L’istante colto è quello di Gesù, allorché annuncia il tradimento di Giuda, delineato dal Cristo mentre offre un boccone di pane all’Iscariota.
Nella tavola imbastita non solo si osservano i simboli cristologici (agnello e pesce) e quelli eucaristici (pane e vino), ma emergono nella loro vividezza dei gamberi rossi di fiume, come nella tradizione artistica bellunese, feltrina e del trevigiano.
Il gambero rappresenta la festa eucaristica e, allo stesso tempo, simboleggia la resurrezione del Cristo. Il ciclo stagionale della muta del crostaceo si è ben prestato per raffigurare la morte, la dissoluzione del corpo e la stessa resurrezione.

 

 

Avanzando, si osserva il riquadro con la Madonna e San Francesco. La Vergine incoronata sostiene il Bambino sulle ginocchia; e sono colti mentre reggono in mano un melagrana, quale simbolo della castità, dell’incarnazione e della resurrezione; peraltro tale simbologia è richiamata dalla collana indossata dal Bambino, che termina con un cornetto. San Francesco, invece, appare quale esempio di Cristo per l’umanità ed è rappresentato come prefigurazione della passione.
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Sulla parete est, si trovano due episodi delle storie di San Giorgio nella città di Selene in Libia – San Giorgio e la principessa; San Giorgio battezza il popolo pagano – , tratti in larga misura dalla Legenda Aurea di Jacopo da Varagine.

 

 

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Sulla parete sud, si trovano il riquadro con i santi Sebastiano e Bernardino da Siena, ambedue invocati contro la peste; quindi San Giacomo Maggiore e Sant’Antonio Abate, per finire con una Madonna con il Bambino.

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Infine, sulla controfacciata si osserva una Madonna col Bambino.

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Dietro a questa Chiesa si fondano secoli di tradizioni, storia, fede e cultura, indispensabili per valutare il vero valore artistico delle raffigurazioni che custodisce, come uno scrigno di pietra. Contemplare questo ciclo di affreschi nel luogo d’origine porta a riconoscere il profondo legame che esso ha con la liturgia, facendo apprezzare ancor di più la grandezza e l’ispirazione del loro artista; e la tenacia con la quale i devoti hanno preservato la Chiesa, malgrado il tempo e la barbarie.

La chiesa di Sant’Andrea in Monte a Polpet

Il paese di Polpet, una frazione di Ponte nelle Alpi, è lontano dalle usuali rotte turistiche, ma non è privo di fascino, ricco com’è di attrazioni naturalistiche e storiche.

Appollaiata sul monte Frusseda, a 740 metri sul livello del mare, la chiesetta di Sant’Andrea in Monte domina su tutta la valle sottostante.

Lasciata la vettura in centro, ci lasciamo guidare dai cartelli turistici, che indicano una strada d’epoca romana. Di essa sono ancora visibili dei tratti della carreggiata e rappresenta uno dei tanti miracoli del genio romano che la realizzò per superare le asperità del territorio. Forse siamo in presenza di uno dei tanti segni tangibili della Via Claudia Altinate, che conduceva verso le terre d’oltralpe con una certa agibilità.

Arrivati alla strada vecchia di secoli, abbiamo l’opportunità di scegliere due sentieri per risalire il monte Frusseda. Alla fine si tratta di una questione di tempo o, più semplicemente, d’allenamento. Comunque nulla d’impegnativo. La solita attenzione che si presta quando si sale in montagna.

Distratti dai panorami o dalla natura circostante, i minuti trascorreranno velocemente. E così, all’improvviso, ci troveremo al cospetto della chiesetta, che saprà ripagare la nostra piccola fatica.

La data della sua fondazione non ci è data a sapere, ma è possibile attribuirne una sua antichità indiscutibile.

Ponte nelle Alpi è ricca di chiese, edificate per venire incontro alle necessità di una popolazione dispersa su un territorio che non permetteva un facile spostamento delle persone; ma, in questo caso, si ha quasi la sensazione che qui si volle costruire una chiesa, al riparo dalla vita caotica di ogni giorno, dove cercare una via della preghiera più autentica, aiutata dalla pace della natura e dal silenzio. Eppure fu tirata su, mattone dopo mattone, sull’affaccio della valle, in uno dei pochi spazi sgombri dalla lussureggiante vegetazione, facendo echeggiare così le parole dell’apostolo Matteo, allorché scrisse che “una città posta sopra un monte non può essere nascosta” (Mt. 5; 14).

La Chiesa viene citata per la prima volta negli archivi parrocchiali nella seconda metà del XIV secolo. Peraltro questi atti ricordano un monastero con identica intitolazione, secondo i quali nel cenobio si attesterebbe la presenza di religiosi di ambedue i sessi, che la tradizione popolare ricorderebbe in due toponimi: “Molin de Frare” e “Val de le Moneghe”. Ad oggi il sito, che si vuole in località Castellet, non è stato identificato con evidenze certe.

La chiesetta ha subìto numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Al coro, struttura originaria, è stata aggiunta nel XV secolo una modesta e sobria navata. Nella stessa occasione venne innalzato il piccolo campanile.

Intorno al XVII secolo, l’ingresso principale, che si apriva sulla facciata, fu murato. Delle considerazioni sconosciute definirono che l’accesso si ponesse sul lato meridionale.

Le modifiche prospettiche, assieme alla diversa ricollocazione delle finestre rispetto all’assetto preesistente, hanno provocato dei danni piuttosto importanti agli affreschi.

Oggi l’intonaco originale delle pareti appare scialbato, grazie anche alle diverse mani di calce viva posate nei secoli. Le superfici presentano parti di affresco, che raffigurano gli Apostoli, San Martino e la Sacra Famiglia.

Dopo aver auspicato la messa in sicurezza di queste testimonianze dalle mani del moderno vandalo, ritorniamo all’esterno, non senza aver dato un’occhiata ad uno stemma posto sopra l’ingresso. E’ quello della famiglia dei Cavassico, che, osservando lo stato di degrado nel quale era caduta la chiesa, commissionò l’ultimo grande restauro del XVII secolo.

Chissà poi come andarono le cose? Forse i familiari ebbero in cambio delle preghiere particolari per la loro salute spirituale e per il loro benessere. E forse le ascoltarono seduti in una panca o degli sgabelli propri dentro la chiesetta.

Comunque sia, la visita alla chiesetta rimane una bella esperienza, un’oasi di pace, capace di isolarti per un po’ di tempo dalla confusione del mondo esterno.

Un particolare ringraziamento all’autore della stupenda fotografia, Luca Mares, e all’amico Willi Fregona.