Ottobre 2018, Campagna Rosa Per La Prevenzione del Tumore al Seno !

TopoloD3xter

Anako by Anastasia DodoDolls Anako by Anastasia DodoDolls

 October is Breast Cancer Awareness Month, which is an annual campaign to increase awareness of the disease.  While most people are aware of breast cancer, many forget to take the steps to have a plan to detect the disease in its early stages and encourage others to do the same.  We have made a lot of progress but have a long way to go and need your help!

Italian Campaign:

Nastro Rosa AIRC

Lega Italiana Contro i Tumori

LILT - Ottobre 2018

(Fonts: thanks to Anastasia and her DodoDolls for image & art doll and to the text of National Breast Cancer Organisation)

View original post

La Torre del Caligo. Jesolo

A pochi chilometri dalle rinomate spiagge di Jesolo, si nasconde un luogo magico, in cui riecheggiano le antiche suggestioni romane e della Serenissima. È la Torre del Caligo o, meglio, quello che rimane dell’antica fortificazione. In questi giorni, dettati dalla canicola, molti dei turisti che hanno percorso il tratto stradale, che da Caposile porta alla località balneare, avranno osservato con una certa invidia delle automobili transitare lungo la sponda destra del Sile-Piave vecchia, non sapendo che, da un lato, tale itinerario li avrebbe alleviato il tedio delle lunghe code e, per chi ancora gode delle testimonianze del passato, avrebbe potuto dare una sbirciata ad uno dei monumenti più antichi della zona. Può apparire persino antinomico pensare a Jesolo, come un luogo depositario di vestigia del passato, ma non è così. Per quanto possa essere incredibile, la località veneta non è solo spiaggia, mare e movida. Al centro di Jesolo paese vi è il sito delle cosiddette Antiche Mura, nel quale sono visibili i ruderi della basilica medioevale di S. Maria Assunta e non solo, dato che la frequentazione del sito è stata retrodatata al IV secolo.

Tra l’altro, non è di poco tempo fa il rinvenimento a poca distanza di “mansio” risalente all’epoca romana, peraltro evidenziata come prova provata (sic!) della vocazione di Jesolo alla ricezione turistica, che attesterebbe in Jesolo un luogo ben introdotto all’interno dei circuiti commerciali tardo antichi e altomedioevali. Con la speranza che tali testimonianze non entrino nel lungo elenco delle cosiddette “piere vecie”, vi è, invece, una voce fuori dal coro. E riguarda la Torre del Caligo. Anni fa, nell’agosto del 2014, grazie alla “sensibilità delle famiglie e società agricole che ne erano proprietarie…hanno donato la Torre al Comune”, il quale l’acquisì come bene di una certa rilevanza storica, poiché non si poteva certamente dimenticare “che nei secoli passati la Torre del Caligo” aveva svolto “l’importante ruolo di presidio a guardia della confluenza del canale omonimo nel vecchio corso del Piave” (Il Gazzettino di Venezia del 23 agosto 2014).

Sulla base dei conci di pietra e dei mattoni sesquipedali della base, nonché le misure del suo perimetro la pongono in diretta relazione con altre due torri, identificate l’una nei ruderi sommersi nel Canale di San Felice a poca distanza da Treporti e l’altra con quella di Baro Zavalea, nella Valle di Mezzano nei pressi di Comacchio. Le ricerche archeologiche condotte su questi ultimi siti hanno permesso di datare le costruzioni ad un arco di tempo che spazia dal I secolo a.C. al I secolo d.C.; ed hanno permesso di cogliere, almeno in buona misura, il contesto antropico e naturale, nel quale avevano una determinata destinazione, di appoggio e controllo della navigazione endolitoranea – in stretta relazione con le diverse “mansiones” con cavane con tratti di alzaia e le altrettante “mutationes” con palata – che si svolgeva durante l’epoca romana tra Ravenna ed Aquileia. Nel caso specifico, la navigazione in età romana diretta in ambito “torcellese”, dopo aver percorso diverse aste fluviali, imboccava all’altezza della Torre del Caligo l’alveo terminale del Piave-Sile e proseguiva fino a Equilo (il nucleo originario dell’odierna Jesolo), “vicus” di epoca imperiale.
Secoli dopo, la torre venne ricostruita dai veneziani, elevandola a tre o quattro piani, come testimoniato da diverse fonti cartografiche.

La sua destinazione non cambiò di molto, divenendo un presidio militare con il compito anche di esigere il dazio conseguente al notevole traffico commerciale, che vi si svolgeva, soprattutto di legname proveniente dal Cadore e il metallo utile per l’edilizia e la cantieristica di Venezia, la cui navigazione proseguiva coll’utilizzo del traino di cavalli, che procedevano sulle alzaie, fino a Treporti; e scongiurare l’altrettanto notevole contrabbando di sale e di animali o carni macellate, piaga che costrinse il governo veneto ad emanare numerosi decreti e altri provvedimenti repressivi.

Attraverso accorgimenti idraulici ed ingegneristici piuttosto lungimiranti per l’epoca era possibile per le imbarcazioni di una certa stazza superare gli argini, attraverso l’utilizzo di sbarramenti fluviali – vedi panama- ; mentre nel caso di imbarcazioni dal basso tonnellaggio il superamento avveniva grazie ad un sistema di piani inclinati e argani.
In realtà, la nostra torre era conosciuta, almeno fino al Trecento, sotto il nome di Turris Plavis e lo storico Giacono Filiasi, interrogandosi sulla storia antica di quella che sarà Jesolo e sulla più minuta fortificazione, scrive.

I documenti degli scorsi secoli ci manifestano pure che nel tenere di Equilio eravi luogo detto Torre di Piave, altro Ponte di Equilo, altro S. Mauro. Nel così detto Codex Publicorum trovai memoria di essi, e per primo, o sia la Torre non so se stesse verso Villafranca, e dove ora si veggono varie macerie da non confondersi con quelle di Equilio. Perché sovente la palustre nebbia volteggiava all’intorno, e colle bianche sue falde nascondea quella torre, perciò chiamaronla anche Torre del Caligo” (Memorie storiche dè Veneti primi e secondi, 1814 , p. 98).

Quindi lo storico sembra avvalorare la teoria, secondo la quale la nebbia, che per molte settimane del periodo autunnale e invernale, avvolge l’intero circondario, fosse la causa prima di questo nuovo toponimo. Tuttavia, ad onore del vero, per quanto suggestiva, questa non è l’unica teoria a questo riguardo. Vi è stato chi vi ha ricordato il nome di una nobile famiglia veneziana e chi, ancora, vi ha letto una derivazione legata in qualche modo all’itinerario stradale (A. Visentin, Jesolo antica e moderna, Tipografia Messaggero, Padova, 1954, p. 98).

Stando a talune testimonianze letterarie, purtroppo non confermate da evidenze archeologiche, la torre diede l’impulso attrattivo alla edificazione di strutture di accoglienza e di varia logistica ai mercanti e ai viaggiatori. Non poteva certamente mancare un sacello, una chiesa, dove, soprattutto durante le lunghe notti invernali, era possibile sopire con una preghiera le ansie delle deviazioni del giorno. Il Filiasi, a questo riguardo, ricorda che “se stiamo agli annali Camaldolesi, fino dall’anno 930 già esisteva la Torre del Caligo, poiché raccontano come in luogo boschereccio prossima ad essa ritirossi S. Romualdo con Marino suo compagno” (G. Filiasi, op. cit., p. 98), volendo con questo accogliere l’idea, che la struttura monastica sorse nelle vicinanze della stessa torre, come ricorda la tradizione camaldolese (A. Fortunius, Historiarum Camaldulensium pars posterior, Venezia, 1579, I, c. 7; AC, I 53 ss).

Come ogni cosa, anche la torre conobbe il momento della sua fine, che coincise con le opere idrauliche intraprese dalla Repubblica di Venezia, atte a scongiurare l’interramento della laguna; e, secondo l’uso scellerato, ma dettato dalla necessità di allora, si pose a smantellarla per recuperare i materiali, che avrebbero poi innalzato i poderi vicinali.
In breve, questa è la storia della Torre del Caligo. Ora vediamo come raggiungerla, semmai dovessimo trovarci da queste parti. Arrivando da Venezia, in direzione di Jesolo, alla vista di Caposile, volenti o nolenti ci imbattiamo in una grande rotonda. Proseguendo alla seconda uscita, ci troveremmo alla volta per la strada che ci condurrà a Jesolo, mentre a noi interessa la prima uscita. Un piccolo cartello turistico, con la semplice dicitura Torre del Caligo, ci obbligherà alla deviazione. Seguiamo l’indicazione del ponte di barche, che oltrepasseremo per una manciata di monetine, e quindi in tutta calma, seguiamo la strada asfaltata dei Salsi. Dopo qualche chilometro , dietro ad un’ansa del fiume

IMG_1650IMG_1649IMG_1648IMG_1644

, ecco che ci appare.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sara Copio Sulla. La Voce del ghetto di Venezia seicentesca. I sonetti. VI

Con la tua scorta, ecco, Signor, m’accingo
A la difesa, ove m’oltraggia e sgrida
Guerrier, che ardisce querelar d’infida
L’alma che, tua mercé, di fede i’ cingo.

Entro senz’armi in non usato aringo,
Né guerra io prendo contra chi mi sfida;
Ma, perché tua pietà, mio Dio, m’affida,
Col petto ignudo i colpi suoi respingo.

Che se di polve già l’armi formasti
Al grand’Abram, contra i nemici Regi,
Si ch’ei di lor fè memorando scempio,

Rinova in me, bench’inegual, l’esempio,
E l’inchiostro ch’io spargo fa ch’or basti
A dimostrar di tua possanza i pregi.

Con la tua scorta, ecco, Signor, m’accingo, Manifesto di Sarra Copia Sulam hebrea…, in Venetia, MDCXXI, Appresso Ioanni Alberti, p. 7. Di seguito A.

Il Ritmo bellunese. I primi passi del volgare nella poesia italiana.

Il Ritmo bellunese è uno dei primi componimenti della letteratura italiana volgare, scritto tra il 1193 e il 1196. Quest’anima dell’espressione poetica è costituita da quattro decasillabi epici, inseriti in una cronaca in latino. La mano che ha scritto il componimento, di aspetto arioso e quasi solenne – e che è stata attribuita ad un amanuense della Certosa di Vedana (Bl), nel comune di Sospirolo, in località Masiere – non è dato sapere.
Di certo, il nostro scrittore, chiunque egli sia stato, evidenzia un uso consapevole del volgare e tale scelta è stata forse motivata dall’esigenza di rivolgersi anche alle persone più semplici, volendo, con ciò, amplificare, il più possibile, l’eco della vittoria bellunese sui Trevigiani. Una sorta di accenno di letteratura di propaganda.
Il testo originario è andato smarrito. Per fortuna – e per magra consolazione – il testo fu copiato nel XVI secolo e ci è pervenuto in due diverse versioni, anche se presentano, per quanto lievi, delle variazioni.
Da una parte, l’erudito Giorgio Piloni (Historia, Venezia, 1607), dall’altra, Giovanni Maria Barzelloni (testo pubblicato da Vincenzo Crescini il 4 settembre 1577).
Tra le diversità, la data di redazione del Ritmo. Il Piloni la collocherebbe al 1196, mentre il secondo la anticiperebbe al 1193. Un’altra variazione importante riguarda la forma tramandata dalla tradizione, che la ricerca glottologica e filologica sulla linguistica del tempo hanno corretto in parte.
Le vicende narrate raccontano della distruzione del Castel d’Ardo – avamposto trevigiano nei pressi di Trichiana – Comune al centro della Valbelluna.
Sul finire del XII° secolo, nel corso di una delle battaglie combattute dai Bellunesi e dai Feltrini, capeggiati dal vescovo Gerardo de Taccoli, contro i Trevigiani per i possedimenti del castello di Zumelle e del suo contado, il castello di Casteldardo venne distrutto.
Qui sotto si riporta il testo come riportato dal Barzelloni.
“Anno domini Jhesu Christi millesimo centesimo nonagesimo tercio.
Indictione xj. Die viiis intrante mense aprili. Prudentissimi milites et pedites Bellunenses et Feltrenses Castrum Mirabelli maxima vi occupaverunt. Illud vero infra octo dies combusserunt. Atque in ominibus edifficiciis ipsum destruxerunt . Item eodem mense Clusas Queri ceperunt et destruxerunt et. Lxvj. Inter milites et pedites ac arcatores secum in vinculis duxerunt.
Et predam valentem duo millia librarum habuerunt. Alios interfecerunt et alios graviter vulneraverunt . Item eodem anno Castrum Landredi ceperunt . Ibi vero plures homines interfecerunt et. Xxvj. Inter milites et pedites atque arcatores seum in vinculis duxerunt, et totum Castrum combusserunt et funtditus destruxerunt.

De castel dard avi li nostri bona part;
j lo getà tutto intro lo flumo d’Ard
e sex Cavaler de Travis li plui fer
con se duse li nostre Cavaler.

(Di Castel d’Ardo ebbero i nostri buon partito, lo gettarono tutto dentro il fiume d’Ardo; e sei cavalieri di Treviso, i più fieri, i nostri cavalieri condussero con sé).

Praetera Domum Bauce vi occupaverunt et eam destruxerunt et xviij latrones inde secum duxerunt.
Postea anno Domini 1196. Indictione 14, die vj, exeunte mense junii dicti milites et pedites Bellunenses et Feltrenenses ad castrum Zumellarum iverunt. Illud autem magna vi in vii dies ceperunt et combusserunt atque in omnibus edificiis destruxerunt. Et cum maxima letitia domibus redierunt. Et hoc totum fuit factum fere sub Nobilissimo et prudentissimo domino Gerardo Bellunensi

San Nicolaus, il Santo dei bambini

Sul far della notte del 5 dicembre, molti bambini del Friuli Venezia Giulia, del Veneto e del Trentino Alto Adige si coricano con la speranza di trovare al mattino successivo il dono da loro desiderato.
I bimbi, dopo esser stati rimboccati sotto le coperte, attendono che il rumore dei passi della mamma o del papà siano sempre più lontani; e dopo qualche sospiro, fanno uscire dal caldo fagotto del letto le manine. Su una mano contano le marachelle e sull’altra le buone azioni compiute a casa e a scuola. Contano e ricontano, ma non c’è verso. Ci vorrebbero tre, quattro mani per contare le birichinate. Poi, con più attenzione, ripensano alle giornate trascorse. E così, come d’incanto, ogni marachella e tutti i capricci svaniscono di fronte alle decine e decine di buone azioni. Peraltro, a scuola, qualche maestra ha insegnato che ogni buona azione ne cancella tante di cattive. Così il piccolo nodo alla gola lascia spazio alla contentezza ed alla buona aspettativa di meritarsi il dono.
La loro attenzione si lascerà andare sugli ultimi preparativi del dopo cena. Si. Tutto è pronto per accogliere san Nicola e il suo asino, fedele compagno di tante avventure. Un cesto di fieno sull’uscio di casa per l’amico a quattro zampe e un buon bicchiere colmo di vino per il buon vecchio dal sorriso a tutto tondo, con tanto di barba bianca e vistose chiazze rosse sulle guance e sul naso.
Molti di loro non riusciranno a sostenere lo sforzo di restare svegli, altri ancora le tenteranno tutte pur di vederlo, ma solo sentire dell’orrido rumore delle catene dei demoni (come dice la tradizione), che seguono il santo, si catapulteranno spaventati sotto le coperte.
San Nicola è colui che ci ha fatto sognare da bambini, fa sognare le nostre piccole creature e farà sognare i nostri nipoti. Tutti i Babbi Natali delle diverse tradizioni culturali si sono ispirati a lui. Il Santo protettore, fra l’altro, proprio dell’innocenza, i bambini.
Per quanto possa apparire assurdo, almeno ai nostri occhi, Nicola non ebbe i natali tra le lande gelate del nord intiepidito dal calore delle fatate renne; ma in una terra riscaldata dal sole del Mediterraneo.
La sua città natale fu Patara, nell’antica Licia, una regione dell’Asia Minore, nella parte meridionale dell’attuale Turchia. Si sa poco della sua infanzia. La sua data di nascita oscilla tra il 260 e il 280 d.C. e la sua famiglia doveva essere di agiate condizioni economiche. Di una cosa si è certi. Era cristiana, mentre già sui nomi dei genitori vi sono dei dubbi. Esistono due diverse correnti di pensiero, basate su testimonianze scritte. Una prima, li ricorda come Teofane e Giovanna; la seconda, come Epifanio e Nonna.
Gli anni della fanciullezza, Nicola li trascorse frequentando le maggiori personalità ecclesiastiche dei luoghi a lui vicini, grazie ai quali poté intraprendere lo studio delle Sacre Scritture.
Perse i genitori in giovane età a causa di un’epidemia di peste e si ritrovò a disporre di un’ingente patrimonio, che utilizzò per aiutare i bisognosi.
Si ricordano molti episodi a questo riguardo, tra i quali il seguente.
Nicola era venuto a conoscenza che un suo vicino, un ricco decaduto, stava avviando le sue tre figlie alla prostituzione.
Assalito dall’orrore di questo deprecabile mercimonio, Nicola prese una grossa quantità di oro e l’avvolse in un panno trasparente a formarne una pallina dorata (come non ricordare i nostri balocchi appesi sull’albero di natale…) e, nel mezzo di una notte, senza farsi vedere, la gettò in una finestra rimasta aperta del vicino. Lo stesso gesto lo ripeté altre due volte; in tal modo tutte e tre le ragazze furono salve. Così, esse poterono celebrare le nozze e farsi una vita secondo i dettami cristiani, ringraziando Iddio per la grazia ricevuta.
In età adulta, lasciò Patara e si trasferì a Myra, dove venne ordinato sacerdote. Non ci volle molto tempo affinché la gente lo amasse, soprattutto per le sue opere di carità. Tanto che, alla morte del vescovo metropolita, fu lo stesso popolo a volerlo come nuovo vescovo. Durante il regno di Diocleziano (che operò una delle tante persecuzioni verso i cristiani), conobbe le catene della prigionia e le sofferenze dell’esilio, che ebbero termine nel 313, sotto Costantino. Ripresa l’attività apostolica, fu uno dei 318 partecipanti al Concilio di Nicea del 325, durante il quale venne condannato l’Arianesimo.
Stando alla tradizione, in questi anni Nicola si trovò a compiere numerosi miracoli per aiutare la sua gente. Tra questi, resuscitò dei ragazzi, salvò degli innocenti dalla pena di morte e risparmiò l’intera città dalla carestia.
Il 6 dicembre 343, a Myra, Iddio volle riaverlo al suo fianco.
Il suo culto si diffuse velocemente per tutta l’Asia Minore, per poi approdare ovunque, ed è conosciuto oggi, almeno per i più, nelle mutate vesti di Santa Claus: Babbo Natale.
Incredibilmente accadde che nel 1823 una poesia natalizia del newyorkese Clement Clarke Moore, “Twas the Night Before Christams” (Era la notte prima di Natale) dedicata a Santa Claus, storpiatura nordica del nome di Nicola, lo raffigurò come una sorta di folletto gioioso a bordo di una slitta trainata dalle renne, dando le basi dell’iconografia attuale del Babbo Natale.
Tuttavia, si dovrà aspettare lo statunitense Haddon Sundblom, che nel 1930 codificherà San Nicola, una volta per sempre, nelle sembianze ed abiti del Babbo Natale. Haddon era un’artista delle immagini e il destinatario del suo lavoro era la Coca Cola.
Dato per assodato che Nicola sia morto a Myra e che Babbo Natale altro non sia che la trasposizione moderna di Nicola, potremmo affermare con una certa sicurezza che conosciamo il luogo dove riposano i resti mortali di colui, che, anno dopo anno, rallegra i bimbi di ogni età di questa terra. Beh, la risposta non può essere sintetizzata in un semplice si, o no.
Per rispondere a questa domanda, dobbiamo fare qualche passo indietro, lungo centinaia di anni. Siamo in quel periodo che per alcuni è l’evo oscuro, per altri l’evo costitutivo dell’odierna Europa: il tanto chiacchierato e bistrattato Medioevo.
Fino al 1087 le spoglie mortali del Santo erano custodite nella chiesa di Myra. Nel 1084 la città cadde nelle mani dei Selgiuchidi, ma le reliquie del Santo non furono toccate dai cosiddetti infedeli; anzi, fu permessa la continuazione delle cerimonie a lui dedicate.
Due città, ambedue affacciate sul mare Adriatico, si trovarono, per ragioni politiche, antagoniste nel trafugamento delle reliquie del Santo di Myra. Da una parte Bari, appena affrancata dal potere di Costantinopoli ed entrata nel circuito dei Normanni; dall’altra Venezia, divenuta cosciente della sua possibile affermazione sull’intero Mediterraneo. Senza voler entrare, almeno in questo momento, nella politica delle reliquie e della consistenza delle stesse – cosa a dir poco affascinante -, la città pugliese riuscì ad anticipare i veneziani. Il 9 maggio 1087, 62 uomini, guidati da due sacerdoti e tre nocchieri, imbarcati su tre navi, si diressero ad Antiochia e, dopo aver venduto il carico di grano, si fermarono a Myra. Raggiunsero con le armi la chiesa e sfondarono la lastra tombale posta sul pavimento dell’altare maggiore della chiesa. Trovarono la tomba del Santo, piena di manna. I baresi non persero tempo. Dopo aver brandito le armi contro la popolazione locale, che tentò di ostacolare il furto, imbarcarono in tutta fretta il corpo e la manna, che fu messa su un vaso, e presero il mare l’11 aprile del 1087. Anni dopo, nel 1089, papa Urbano II depose entrambi nell’arca d’argento della nuova chiesa fatta costruire a tal scopo.
I veneziani, maldisposti a perdere la scena internazionale, non si diedero per vinti.
In occasione della prima Crociata, nel 1099, trovarono l’occasione di attraccare a Myra, e qui fu loro indicato che le cerimonie più importanti non si eseguivano sull’altare maggiore – dove i baresi avevano sottratto le ossa – bensì su una cappella laterale. I veneziani trovarono una grande quantità di frammenti sparsi e parti intere del tronco.
Portati i resti a Venezia, San Nicolò venne proclamato il protettore della flotta di Venezia e li condussero in pompa magna nella chiesa a lui dedicata.
Ovviamente, questo aprì una nuova contesa tra le due città, che si chiuse nel 1992, quando una ricognizione scientifica determinò che i resti di Bari e Venezia appartenevano alla stessa persona. Ma c’è da chiedersi: i nostri trafugatori, siano baresi o veneziani, hanno davvero traslato le reliquie di san Nicola? Forse, perché no. Le prove, alquanto univoche, sono piuttosto esaustive; almeno fino a prova contraria. Ma che si tratti di San Nicola di Myra, (stando alle dichiarazioni turche), questo è un altro paio di maniche. Però – detto tra noi- è così importante conoscere veramente dove riposano le sue parti terrene, quando ogni anno miliardi di esseri umani si scoprono bambini capaci, grazie a Lui, di sognare e amare il prossimo?
Nicola capirà.
Una volta ogni tanto, quando capitiamo in una chiesa, credenti o meno, rendiamogli un saluto, pieno di sincera gratitudine.
Come benefattore, per la generosità e bontà d’animo che ha avuto in vita; per l’identificazione in Babbo Natale, che ogni anno rallegra gli animi innocenti dei bambini, che in trepida attesa, aspettano il suo arrivo.
Perché, significato religioso a parte, ogni anno crea l’affascinante aspettativa verso la piacevole occasione di vedere riunita la Famiglia, gli amici e le persone care.
Grazie San Nicola.