Gaspara Stampa, Rime, CLI, Piangete, donne, e con voi pianga amore

Piangete, donne, e con voi pianga Amore
poi che non piange lui, che m’ha ferita
sì, che l’alma farà tosto partita
da questo corpo tormentato fuore.
E, se mai da pietoso e gentil core
l’estrema voce altrui fu esaudita,
dapoi ch’io sarò morta e sepelita,
scrivete la cagion del mio dolore:
“Per amar molto ed esser poco amata
visse e morì infelice, ed or qui giace
la più fidel amante che sia stata.
Pregale, viator, riposo e pace,
ed impara da lei, sì mal trattata,
a non seguir un cor crudo e fugace”.

Nervesa della Battaglia. L’abbazia di Sant’Eustachio

 

Nel giugno del 1918, sui contrafforti collinari del Montello, a nord di Treviso, nei pressi della stretta del Piave, la località di Nervesa, di probabile origine romana, conobbe la distruzione quasi totale dei suoi edifici civili e religiosi, sotto il bombardamento degli Austro Ungarici e degli Italiani. Furono spezzate migliaia di vite di ragazzi di ambedue le parti, bagnando letteralmente di sangue il suolo collinare. Sotto il Ventennio, all’originario toponimo si aggiunse “della Battaglia”, in ricordo di quei tragici giorni nel corso della Battaglia del Solstizio. Qui, come in tutte le località vicine, sono numerosi i rimandi e le testimonianze di quel bagno di sangue, tra tutti il Sacrario, eretto in epoca fascista, o i resti di quella che era stata uno dei più importanti complessi religiosi del trevigiano, l’abbazia risalente al IX secolo e intitolata a Sant’Eustachio, nobile cavaliere romano che subì il martirio sotto l’imperatore Adriano.

La sua fondazione trova origine nella fede del conte di Treviso Rambaldo III e di sua madre Gisla, assoggettandola alla Santa Sede Apostolica, alla quale versava annualmente un censo simbolico: “Rambaldus comes et eius mater Gisla zelo religionis ferventi spe futurae remunerationis in possessione sua prope castellum quod dicitur Narvisia in comitati Tarvisino construxit atque Apostolicae Sedi devovit…ipsum monasterium sub tutela et defensione Sancte Sedi Apostolice suscipimus” (pontefice Alessandro II, Bolla Suscepti regiminis del 1062).

Rambaldo III, con questo atto fondativo, aveva dimostrato di avere dalla sua della preveggenza politica e i fatti nel futuro non avrebbero tardato a dargli ragione. I Collalto avevano perseguito una politica piuttosto ondivaga negli anni, nei confronti dell’autorità imperiale ed ecclesiastica, almeno fino al 1080, quando nella Lotta dell’Investiture, i conti decisero di appoggiare le istanze del papato, mentre il vescovo di Treviso continuò a sostenere quelle dell’Impero. Il che portò l’abbazia di Nervesa ad assumere un ruolo primario all’interno della diocesi di Treviso.

I privilegi concessi all’abbazia da Alessandro II, e riconfermati in seguito da altri pontefici, di fatto avevano ridimensionato l’espansionismo del vescovo, con la sua esenzione dalla diocesi, il diritto di libera elezione dell’abate e la dispensa delle decime di tutte le parrocchie a lei soggette. Chiunque avesse contravvenuto a quanto stabilito dal pontefice, la pena comminata era la scomunica, allontanando il reo dalla Chiesa e dai sacramenti.

Il conte Rambaldo III dimostrò una certa accortezza anche nella scelta del luogo, dove sarebbe stata costruita l’abbazia. Dalla sommità del colle, i monaci benedettini avrebbero guidato la bonifica dei tanti terreni incolti e boschivi, facendo del cenobio un punto di riferimento di tutta l’area. Senza poi contare la vicinanza del Piave e del guado altrettanto vicino, che indussero nell’immediato la costruzione di numerosi mulini, e la reale possibilità di controllare i flussi commerciali in direzione della laguna veneta.

Nel luglio del 1091, Rambaldo IV e la coniuge Matilda fecero una nuova elargizione all’abbazia, donando “massarias, capellas et ecclesias”. Questo atto probabilmente nascondeva nuovamente una più sottintesa ragione terrena. Le lotte per le “Investiture” erano nel pieno, senza esclusioni di colpi e mezzi, sia materiali che spirituali. Papa Urbano II e l’imperatore Enrico IV non erano disposti a perdere alcuna delle loro prerogative e, come avvenne sotto quasi tutti i campanili, anche a Treviso si vennero a rinfocolarsi le fazioni guelfe e ghibellina, creando l’altalenante e momentanea vittoria per gli uni o per gli altri degli schieramenti. Gli stessi conti di Treviso conobbero il disonore della caduta e l’indulgenza imperiale venne solo in seguito ad una grossa ammenda in denaro, che obbligò i Collalto a vendere molti dei beni più produttivi posseduti dalla famiglia nell’entroterra veneziano.

La prudenza di Rambaldo IV aveva di fatto salvato molti beni di famiglia, facendoli confluire nell’abbazia di Nervesa, un’istituzione che comunque rispondeva agli stessi Collalto. I privilegi concessi dal Laterano all’abbazia furono poi riconfermati da altri pontefici, quali Innocenzo II e Eugenio III. Più tardi, il 2 marzo 1231, papa Gregorio IX, rinnovando la protezione apostolica, confermò all’abbazia di Sant’Eustachio il controllo di 35 chiese, situate dall’area pedemontana fino all’area lagunare, in buona parte all’interno della diocesi di Treviso, avvalorando l’idea che all’interno di uno stesso distretto coesistessero due istituzioni di pari grado.

Liti e lotte non finirono nei secoli successivi, finché nel 1521, papa Leone X, con la Bolla “in supereminentis”, ridusse l’istituzione abbaziale a prepositura commendatizia della famiglia dei Collalto. Tuttavia, la prepositura mantenne molti dei privilegi goduti nel passato, che, in linea di massima, la rendevano autonoma ed indipendente, cosa che, ovviamente, non pose fine ai contrasti con il vescovo di Treviso.

La prepositura superò, quasi indenne, gli anni difficili del dominio francese, grazie alla guida del preposito Vinciguerra VII di Collalto, che vi inserì al suo interno una azienda agricola, nella quale furono applicate le più moderne tecniche agricole. Sebbene fosse sopravvissuta alla soppressione francese e alla relativa confisca dei beni – al contrario della vicina Certosa del Montello, del tutto scomparsa -, delle grosse nubi si erano addensate sopra la sua storia.

Il 4 agosto 1865, il vescovo di Treviso, il veneziano e filoaustriaco Federico Maria Zinelli, riuscì a chiudere i conti con l’antica abbazia, trasferendo lo iuris abbaziale agli ordinari di Treviso. Tuttavia, la pietra tombale sulla storia più che secolare del complesso ecclesiastico, doveva essere apposta sotto papa Pio IX. I beni dell’istituzione furono secolarizzati e trasferiti al vescovo di Treviso e alla famiglia dei Collalto.

L’abbazia non era stata solo un centro spirituale, all’interno del quale riecheggiarono preghiere e salmi cantati, ma accolse anche grandi letterati, che scrissero le loro opere al sicuro delle sue mura o, più semplicemente, alla ricerca di una rinnovata serenità. Tra questi, oltre al tagliente e brillante Pietro Aretino, si ricorda il monsignor Della Casa, che proprio qui compose il “Galateo overo de’ costumi”, il famoso libello sulle buone maniere, e due sonetti: il “Sonno” e la “Selva”. E, piace pensare, che qui avessero trovato eco i versi della poetessa Gaspara Stampa, che, innamorata perdutamente di Collaltino, che li fece avere al fratello Vinciguerra, preposito di Nervesa, con il desiderio di trovare in lui un intermediario del suo amore, della sua intima sofferenza.

Signor, dappoi che l’acqua del mio pianto,
che sì larga e sì spessa versar soglio,
non può rompere il saldo e duro scoglio,
del cor del fratel vostro tanto o quanto;
vedete voi, cui so ch’egli ama tanto,
se, scrivendogli umìle un mezzo foglio,
per vincer l’ostinato e fiero orgoglio
di quel petto poteste avere il vanto.
Illustre Vinciguerra, io non disio
da lui, se non che mi dica in due versi:
-Pena, spera, ed aspetta il tornar mio. –
Se ciò m’aviene, i miei sensi dispersi,
come pianta piantata appresso il rio,
Voi vedrete in un punto riaversi.

(Gaspara Stampa, Rime, CCLVIII)

Ci sono validi motivi che inducono a ritenere che l’abbazia sorse in un sito abitato fin dall’epoca romana, probabilmente una costruzione di carattere militare, data la sua particolare posizione. Per quanto siano stati fatti negli ultimi anni degli scavi archeologici, che hanno contribuito ad offrire nuovi ed interessati dati sul complesso abbaziale, tuttavia della chiesa originaria non si conosce molto, perché è certo che essa è stata più volte modificata e ampliata. L’impianto era a tre navate e nel loro incrocio con il transetto si slanciava il tetto a forma di cupola, sopra del quale trovava posto una torre campanaria. Come di consueto, il chiostro era posto tra la chiesa e gli altri edifici monastici; e la cella dell’abate con una piccola loggetta era posta al di sopra del corpo dello stesso chiostro.

Raggiunta la parrocchiale di San Giovanni Battista a Nervesa,

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si può comodamente parcheggiare l’auto nell’ampio parcheggio e, attraversata la strada, ci si trova davanti ad un cancello, sui cui lati vi sono dei cartelli segnalatori con tutta una serie di indicazioni, informando il visitatore che stanno per entrare in un luogo da rispettare, per la sua storicità e religiosità, anche se inserita in una tenuta privata, la Tenuta Giusti Wine.

 

Percorrendo la sterrata con una leggera pendenza, avvolti da una boscaglia lussureggiante, è possibile prendere il fiato, leggendo le tante targhette con le informazioni sui singoli alberi o sulla fauna; o sedersi sulle panchine, perdendo il proprio sguardo sul panorama.

 

Durante la salita, accompagnati da vigneti e ulivi, un altro cartello ci informa, che accanto vi è un castelliere, un insediamento fortificato protostorico posto su una altura. Si supera l’eremo di San Girolamo, una piccola costruzione di forma ottagonale, restaurata da qualche anno, e, poco dopo, la meta nel suo splendido isolamento.

 

Qui, superato lo stupore, le emozioni sono diverse. Da un lato si prova una sensazione di profonda pace al cospetto delle rovine, dall’altro le stesse rovine sembrano urlare della pazzia dell’uomo.

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Il dolmen di Montalbano. La tavola dei Paladini

 

Nei pressi di Pisco Marano, piccola località tra Ostuni e Fasano, le rosse terre di Montalbano aprono il filo dell’orizzonte sulle geometrie di muretti a secco e sulle distese senza fine di ulivi, molti dei quali secolari e intonsi dalla peste rappresentata dalla Xylella.

 

Qui, a pochi passi dalla Masseria Ottava Piccola, una delizia per i veri ghiottoni, vale la pena concedersi un breve vagabondaggio alla ricerca di un’antica testimonianza, che i vecchi del luogo ritengono essere una porta d’accesso al mondo degli spiriti della Natura, abitato da fate, gnomi e folletti di varia natura. Altri racconti, invece, ricordano l’imperatore Carlo Magno e i suoi paladini alle prese di luculliani banchetti, in seguito alle loro vittoriose battaglie sui miscredenti saraceni. In realtà, questa porta o tavola che sia non appartiene ai mondi fantastici, raccontati da Tolkien e Lewis, tanto meno trovano corrispondenza con la memoria storica sul re dei Franchi, che, peraltro, si distinse nel distruggere tutte quelle manifestazioni che sapevano di paganesimo.

 

Il protagonista di questi racconti è un monumento megalitico, la cui età, stando agli studi più recenti, dovrebbe risalire alla prima Età del Bronzo, tanto per capirci tra il 1500 e il 2000 a.C.. Il dolmen, di questo si tratta, dal bretone tavola di pietra, è un trilite, che si compone di due pietre verticali, chiamate anche ortostati, e una lastra di copertura, costituenti nel loro insieme una camera di piccole dimensioni. In origine, come buona parte di tutti i dolmen, anche quello di Montalbano era ricoperto da un cumulo di terra o di pietra, probabilmente riutilizzata ai fini edificatori, e possedeva un corridoio d’accesso, dromos, oggi scomparso. Le sue dimensioni sono contenute, rispetto ai dolmen più vicini, come il più famoso di Giovinazzo. Le lastre verticali (2,65 m. x 1,56 m., la lastra a nord; 2,94 m. x 2.13 m., la pietra a sud) e la pietra di copertura (2,20 m. x 2,13 m.) formano una cella di poco inferiore ai tre metri perimetrali.

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Sulla funzione e lo scopo dei dolmen si è parlato e non tutto è stato chiarito. Tra le molte teorie, elaborate nel corso del tempo e delle mode, si è ipotizzato un loro ruolo magico e religioso, piuttosto che un luogo privilegiato per le osservazioni astronomiche, in particolare collegato agli equinozi e solstizi; nonché una loro destinazione sepolcrale, dato il rinvenimento di alcuni corredi funerari.
La civiltà megalitica, di formazione forse pluricentrica e dotata di “una originalità e una creatività europea indipendente da influenze medio orientali” (C. Renfrew, 1972) – teoria non del tutto condivisa dagli archeologi e dagli storici -, ha lasciato numerose tracce anche in Italia, soprattutto in cinque regioni: la Val d’Aosta, Lazio, Sardegna, Puglia e Sicilia. Stando agli studi, i monumenti megalitici più antichi, collocabili all’Eneolitico, sono ubicati nelle valli valdostane e in Sardegna, mentre i più recenti, ascrivibili ai diversi periodi dell’Età del Bronzo, rappresentate dalle Culture Appenninica e di Castelluccio, sono da annoverare quelli delle rimanenti regioni italiane.

A grandi linee, in Puglia è stato possibile suddividere il fenomeno del megalitismo in tre diverse fasi storiche, per lo più rappresentate dai dolmen di Bari, Gioia del Colle, Lecce e del Salento. Alcuni studi, che sottolineano una generale tipologia megalitica omogenea, hanno rilevato delle curiose costanti, rinvenibili in questi monumenti. Oltre ad essere collocati non lontano dalla costa, le aperture sono sempre rivolte verso il mare.

Il dolmen di Montalbano, conosciuto anche con altri nomi, tra i quali il dolmen di Masseria Ottava, di Ostuni, di Fasano o dell’Angelo, deve la sua visibilità e la sua stessa sopravvivenza alle premurose cure del proprietario del fondo, in quanto privo della tutela statale. Purtroppo, il monumento presenta numerosi acciacchi, dovuti alla sua età e alle diverse azioni meteorologiche. Le tre lastre presentano delle fratture rilevanti, per quanto si sia ovviato al loro consolidamento mediante laterizi di appoggio.

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Al momento, aspettando un auspicato atto della Soprintendenza locale, rimane alla curiosità dei singoli viaggiatori l’arduo compito della sua stessa salvaguardia, con la speranza che il solito “poareto” di turno non si renda responsabile di qualche imbrattamento, magari lasciandoci la data della visita o qualche frase senza senso, cosa peraltro già avvenuta nel passato; o, peggio, si metta in testa di portarsi a casa il solito souvenirs, fracassando pezzi delle lastre.

La sfida dell’informazione

GOOD NEWS, il blog di Gianluca Amadori

Mai come oggi il ruolo del giornalismo è decisivo per difendere le nostre libertà, per aiutarci a formare una coscienza critica, per consentire a ciascuno di noi di capire qualche frammento della complessità che ci circonda.

Eppure, in una fase di cambiamenti epocali, il mondo dell’informazione professionale non sembra ancora pronto ad accettare la sfida, ingessato in vecchi modelli, non sempre capace di esercitare pienamente la propria funzione, troppo spesso annacquata in un grande “minestrone” all’insegna del “tutto fa spettacolo”.

Con l’avvento del digitale il giornalismo ha perso il monopolio dell’informazione e l’unica possibilità che gli resta è di alzare il livello qualitativo. Invece assistiamo ad un rincorrersi di volgarità, urla, propaganda e fake news: lo stesso livello del chiacchiericcio isterico e iroso che caratterizza i social.

Invece di puntare su approfondimenti, lavoro di ricerca autonomo, i media professionali troppo spesso preferiscono limitarsi a rilanciare i tweet di qualche politico…

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ALVISOPOLI, UN UTOPIA SETTECENTESCA

Sul finire del Settecento, a ridosso del piccolo centro rurale di Fossalta di Portogruaro, sottile cerniera tra la provincia di Venezia e la friulana Pordenone, un uomo, figlio del migliore Illuminismo, ebbe la rara possibilità di vivere la sua utopia idealistica.
Il suo nome era Alvise Mocenigo e nacque a Venezia il 10 aprile 1760 da Alvise V Sebastiano e da Chiara Zen, maggiorenti di un casato tra i più influenti e facoltosi della città lagunare d’allora. Nel 1790, presa in mano – in maniera alquanto disinvolta – la gestione delle proprietà della famiglia, Alvise intraprese un ambizioso progetto urbanistico, attraverso il quale gettò le basi di una città del tutto autosufficiente e funzionale, trasformando un vasto latifondo in un esperimento piuttosto articolato, sia dal punto di vista urbanistico che di significato sociale, nonché dai costi che si presentarono piuttosto elevati. Ma, alla fine, si trasformò in un’esperienza sociale e produttiva di grande rilievo storico.
Il latifondo, conosciuto sotto il nome di Molinat, era un ambiente paludoso, desolato e malsano, attraversato per lunghi tratti da un fiume di risorgiva; una terra nella quale la regina indiscussa era la malaria, l’aria insalubre, e, come lasciò scritto lo stesso Mocenigo, “una settantina di miseri formavano tutta la popolazione, gonfi di ventre, gialli di fisionomia, di cortissima vita”.

Tra le fonti da cui Alvise dedusse l’ispirazione per costruire la sua città notevole peso ebbero le idee di Pietro Giannini e Gaetano Filangieri, in piena sintonia col Secolo dei Lumi. Peraltro, frequentava l’Accademia degli Estravaganti, come era di casa nella più famosa Arcadia. A sua volta prese ad esempio Ferdinandopoli, la Comunità agricolo manifatturiera di San Leucio sorta nei pressi di Caserta, per volontà di Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie.

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edifici della Comunità di San Leucio

La città di Alvise, che poté chiamarsi Alvisopoli nel 1800 grazie al governo austriaco, era impostata secondo criteri tra i più moderni della scienza agraria del tempo, integrata da una stretta filiera che si occupava della trasformazione dei prodotti e la distribuzione degli stessi sul mercato. Tra le produzioni, ad esempio il Mocenigo, ricordò “sopra l’uva, come sopra diverse altre materie, e con quali maggiori o minori mezzi si potesse estrar lo zucchero…Alle api e al miele dunque si rivolse il pensiero”. A queste si aggiunsero la coltivazione del riso, attraverso le più moderne tecniche piemontesi, la filatura di vari tessuti e la conceria.
Il grande lavoro di bonifica e la stessa città abbisognava di una nuova popolazione; e questa fu trovata nei possedimenti dei Mocenigo sparsi per tutto il Veneto: nuclei familiari di contadini e braccianti arrivarono dal vicentino, dal padovano e dal veneziano, in particolare dai dintorni della località di Cavarzere.

Dopo di che si intraprese la canalizzazione delle acque, attraverso l’escavo di due canali scolatori, il Taglio e il Fossalone, quindi si passò al rimboschimento dell’area, introducendovi diverse specie arboree. Allo stesso tempo si costruirono a villa padronale, le barchesse a loggia in stile dorico, la scuderia, la cantina, che delimitano un grande giardino all’italiana. Poco lontano le case coloniche e gli edifici adibiti alla lavorazione dei prodotti, quale il mulino, la fornace, la filanda, la conceria e per la pilatura del riso; non mancavano i fabbricati per la vita di ogni giorno: la chiesa, le scuole, la farmacia e una locanda.

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La villa padronale
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Le case coloniche
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edificio per la pilatura del riso
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Palazzo dell’amministrazione
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barchessa di sinistra
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barchessa di destra e il cantinone

La villa, eretta tra il 1803 e il 1805 su progetto dell’architetto bassanese Giovanni Battista Balestra, sulle fondamenta di un precedente edificio dominicale, era completata da un parco di ben otto ettari, dove un fosso di risorgiva alimenta piccole canalette e uno stagno, ricoperto da splendide ninfee. Il rigoglioso scenario naturale è costituito da un antico bosco di pianura, composto da farnie e roveri, a cui si alternano le betulle, gli aceri, i carpini bianchi, i frassini o alberi centenari non nativi, quali ad esempio, gli ippocastani o i cedri, oltre a numerose specie arbustive ed erbacee. Qui cresce una rosa rara ed unica: la rosa Moceniga. La sua presenza non è sempre vistosa, a volte la si nota appena, seminascosta dalla vegetazione, altre volte spicca fra le altre specie erbacee. Nel corso delle sue fioriture, due volte all’anno – in inverno e in primavera – i suoi petali cambiano colore: da un colore rosso passa al rosa e al candore del bianco.

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La rosa Moceniga

Nella tipografia, allestita nel 1810 prima di essere trasferita a Venezia nel 1814, si vennero a pubblicare con il la marca tipografica dell’ape con il motto Utile Dulci, numerose opere di grande spessore letterario e saggistico, tra le quali l’Inno alla Pace di Giovanni Paradisi, che celebrò le nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, o le Api Panacridi di Vincenzo Monti.

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chiesa di San Luigi

La chiesetta, sorta sulle preesistenze di un oratorio intitolato a Sant’Antonio, venne edificata sulla base delle considerazioni del Balestra e del Canova. Disposta all’esterno della villa padronale, aperta all’intero complesso, era ed è dedicata a San Alvise e a San Luigi di Gonzaga. Nel 1843, Lucia Memmo, moglie di Alvise, mise mano alla chiesa, realizzando le due navate laterali e il coro. Inoltre, dispose che venissero qui trasferite molte delle opere, in precedenza custodite nell’oratorio di Cà Memmo di Cendon di Silea, in provincia di Treviso. Notevoli, tra questi, i due angeli marmorei, attribuiti a Giusto Le Court. Infine, nel 1907, fu eretto il campanile.

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oratorio di Cà Memmo

 

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il campanile

Con la morte dell’ultimo discendente della famiglia Mocenigo, Alvisopoli conobbe un processo di trasformazione e di abbandono. Nel 1983, l’intero complesso venne acquistato dall’allora IACP di Venezia, oggi Ater di Venezia, che decise il restauro, destinandolo a residenza, pur realizzando un recupero globale dell’antico centro. Dopo il recupero della villa, delle scuderie, dove si sono ricavati altri alloggi di edilizia popolare, negli ultimi anni sono stati ristrutturate le barchesse e le cantine, creando uffici e spazi per eventi ed esposizioni temporanee, estesi al giardino e al parco.

L’articolato intervento di restauro del complesso monumentale e naturalistico ha permesso la restituzione alla comunità di un bene, con una storia che rischiava di andare perduta.

Oltre al valore storico rappresentato dall’idea moderna e progressista di Alvise Mocenigo, la realizzazione del complesso/borgo da lui ideato, merita una profonda riflessione che, a mio parere, dovrebbero fare molti urbanisti nella ideazione di città moderne. Create sulla base dei bisogni contemporanei dell’urbanizzazione, ma fatti in maniera razionale e non estemporanea. Con l’idea e il presupposto di lasciare qualcosa di utile e duratura per chi sarà dopo di noi.

Laura Battiferri degli Ammannati. “Di fredda speme e calda tema cinta”, XVI secolo

Di fredda speme e calda tema cinta
in dubbia pace e certa guerra io vivo:
Me stessa a morte toglio, e tolta privo
di vita, a un tempo vincitrice e vinta.

Or mi fermo, or m’arretro, or risospinta
cammino inanzi; or lento, or fuggitivo
il passo muovo; or quanto in carta scrivo
dispergo; or vera mi dimostro, or finta.

Piango e rido; or m’arrosso, or mi scoloro;
or vo cara a me stessa, or vile; or giaccio
in terra, or sovra ‘l ciel poggiando volo.

Talor quel ch’io vorrei disvoglio e scaccio,
me stessa affliggo e me stessa consolo:
in tale stato ognor vivendo moro.