Sara Copio Sulla. La voce del ghetto di Venezia seicentesca. I sonetti XI, XII, XIII, XIV

XI.

Quel desìo di saper ch’in cor gentile
Sovente alberga ad ingannevol luce
Mi trasse; indi seguendo infido duce
Tardi di cor vilan scorgei lo stile.

Fummi il costui disagio qual focile
Ch’ogn’or colpiami il cor; ma chi m0induce
A dir quali esche ardesse, se riluce
Pur anco illustre l’oprar mio virile?

Mi taccio donque e m’ascrivo a la schiera
De’ Melciadi Focioni, se non lece
Ch’un empio ingrato altro premio m’apporte.

Di cui non so qual inferna megera
L’alma ingombrassi, che d’onore in vece
Danno mi procurasse, oltraggio e morte.

Quel desìo di saper ch’in cor gentile (Codice di Giulia Soliga, Fondo Cicogna del Museo Correr di Venezia, n. 270, c83r).

 

XII.

A vile e indegno oggetto di mirare
Talor fui astretta: ma la mente altera
Tosto a dietro si volse, che non spera
Da vil tenzon fama illustre destate.

Se con armi in aringo si de’ entrare
Conformi al vil nemico, ah, che dispera
Ch’in alto aspira e sdegna uscir di schiera
Per ignobil trofeo scuro e volgare.

Quindi è, Signor, ch’uscir s’ode repente
Talor la Musa, se furor l’assale,
Cinta di larve entro incognito velo.

Ma per il più, qui vaglia il ver, si pente
D’aver mai da faretra schiuso strale,
Né affisso a infame segno illustre telo.

A Vile e indegno oggetto di mirare (Codice di Giulia Soliga, opera citata, c.84r).

 

XIII.

Se può vil nube anco adombrar del cielo
A le più chiare stelle i suoi orizonti,
Per ch’a vil bue vietar, sorga o tramonti
Il sol, ch’ei non rimuggi e al caldo e al gelo?

Non fia che adduggi al verde del mio stelo
Livor d’infame mostro, monti a monti
Inalzi: ch’ivi al mondo pur son conti
Suoi indegni vanti e non gli adombra il velo.

Ma che? Vil core d’ignominia al pondo
Forse pon cura, se in sozzi costumi
Gode, qual entro al lezzo porco immondo?

Quindi è, Signor, ch’ai fiati odiosi, ai fumi
D’empie fauci non bado: a più secondo
Spirar d’aura or m’avvien che i vanni impiumi.

Se può vil nube anco adombrar del cielo (Codice di Giulia Soliga, opera citata, c85r).

 

XIV.

Tace, è gran tempo, qual pose la cetra,
Onde sen gìo talor mia fama intorno,
Noiose cure al bel desìo troncorno
L’ali, onde s’alza il canto e vita impetra.

Poscia d’odiosa lingua indegna e tetra
Calunnia al furto infame unì lo scorno;
Stimai quei detti qual suolsi il ritorno
D’asibea voce a noi da cava pietra.

Fu poi, non so se da gli elisii o stigi
Campi, Musa ch’al canto spronò il corso
E de l’infamie altrui crollò la selva.

Signor, fu allora, ch’ai costei vestigi
Rivolta, scorsi lacerato il dorso
Di mille ponte offesa l’empia belva.

Tace, è gran tempo, qual pose la cetra (Codice di Giulia Soliga, opera citata, c. 86r).

Sara Copio Sulla. La voce del ghetto di Venezia seicentesca. I sonetti. VII, VIII, IX, X

VII.
Ben so che la beltà ch’al mondo piace
È fior caduco e di superbia abonda;
Ma de la spoglia fral che mi circonda,
Qual si sia, stima in me l’alma non face.

Per più nobil desìo mio cor si sface,
Baldassare, ond’ardita e sitibonda
Quel fonte cerco, onde stillar suol l’onda
Che rende ai nomi altrui fama verace.

Né cercar dee altro Fonte od altro Rio
Chi di lasciar immortalmente viva
La sua memoria al mondo ha pur desìo.

Ché s’a far l’alma in Ciel beata arriva
Onda, che bagni il volto o ‘l petto mio,
Di lacrime versar non sarò schiva.

Ben so che la beltà ch’al mondo piace, Manifesto di Sarra Copia Sulam hebrea … in Venetia, MDCXXI, Appressi Ioanni Alberti, p. 26

 

 

VIII.

 

O di vita mortal forma divina,
E dell’opre di Dio méta sublime,
In cui se stesso e ‘l suo potere esprime,
E di quanto ei creò ti fè Reina;

Mente che l’uomo informi, in cui confina
L’immortal col mortale, e tra le prime
Essenze hai sede, nel volar da l’ime
Parti là dove il Cielo a te s’inchina:

Stupido pur d’investigarti or cessi
Pensier che versa tra caduchi oggetti,
Che sol ti scopri allor ch’a Dio t’appressi.

E per far paghi qui gl’umani petti,
Basti saper che son gl’Angeli stessi
A custodirti e a servirti eletti.

O di vita mortal forma divina (Manifesto … cit., p. 27)

 

 

IX.
Amai, Zinan, qui il ben d’ogni ben mio,
Ma l’amo or più, che sta beato in Cielo,
Perché spogliato del terren suo velo
Fatt’è più bel ne la beltà di Dio.

E crescendo l’amor, cresce il desìo
Di gire a lui con più devoto zelo,
Chè dove non può entrar caldo né gelo,
Se speri tu d’entrar, no ‘l despero io.

E se tu aspiri a uscir di man di morte
Co’l favor de le Muse, io porre il piede
Con maggior forza ne l’eterna stanza.

Chè s’apre la virtù del Ciel le porte,
De le virtù d’Anselmo io fatta erede,
D’andarlo ivi a goder prendo speranza.

Amai, Zinan, qui il ben d’ogni ben mio, G. Zinano, Rime diverse, in Opere di poesia, Venezia, Deuchino, 1627, p. 47

 

X.

 

Quasi a coturno die’ materia in scena
Quella, onde pur ritorsi empia procella;
Quel domestico mostro, Idra novella,
Dai cui toschi campata spiro a pena.

La fé ch’ebbi in uom vile empia sirena
Fu, ch’affascinò l’alma: o cielo, e quella
Lingua, ch’estinta ravvivai: poté ella
Congiura ordir, di sì empi fili piena?
Ma s’in animo ingrato allor perisce
Che nasce il beneficio, non migliore
Frutto da simil pianta si deriva.

Serva donque il mio esempio a chi nodrisce
L’angue nel seno e ne lo snidi fuore
Pria che lo asperga di rabbia nociva.

Quasi a coturno diè materia in scena, Codice di Giulia Soliga, Fondo Cicogna del Museo Correr di Venezia, n. 270, c. 14r.

 

 

 

Sara Copio Sulla. La Voce del ghetto di Venezia seicentesca. I sonetti. VI

Con la tua scorta, ecco, Signor, m’accingo
A la difesa, ove m’oltraggia e sgrida
Guerrier, che ardisce querelar d’infida
L’alma che, tua mercé, di fede i’ cingo.

Entro senz’armi in non usato aringo,
Né guerra io prendo contra chi mi sfida;
Ma, perché tua pietà, mio Dio, m’affida,
Col petto ignudo i colpi suoi respingo.

Che se di polve già l’armi formasti
Al grand’Abram, contra i nemici Regi,
Si ch’ei di lor fè memorando scempio,

Rinova in me, bench’inegual, l’esempio,
E l’inchiostro ch’io spargo fa ch’or basti
A dimostrar di tua possanza i pregi.

Con la tua scorta, ecco, Signor, m’accingo, Manifesto di Sarra Copia Sulam hebrea…, in Venetia, MDCXXI, Appresso Ioanni Alberti, p. 7. Di seguito A.

Sara Copio Sulla. La Voce del ghetto di Venezia seicentesca. I sonetti. V.

Signor, che dal mio petto arderti avanti
Mai sempre scorgi in olocausto il core
E sai ch’altro desìo che frale onore
M’instiga a porger preghi, a versar pianti,

Deh! Volgi in me il tuo sguardo e mira quanti
Strali m’avventa il perfido livore;
Sgombra da cieche menti il fosco errore,
Né d’oltraggiar il ver l’empio si vanti.

Ben so ch’indegna di tue grazie io sono;
Ma l’alma che formasti a tua sembianza
Fia ch’ad esserle scudo ognor ti mova.

Cessi d’audace lingua il falso suono
E chi adombrarla vuol scorga per prova
Che la mia fede ha in te ferma possanza.

 

Signor, che dal mio petto arderti avanti, Manifesto di Sarra Copia Sulam hebrea…, in Venetia, MDCXXI, Appresso Ioanni Alberti, p. 7

 

Sara Copio Sulla. La Voce del ghetto di Venezia seicentesca. I sonetti. IV.

L’imago è questa di colei ch’al core
Porta l’imago tua sola scolpita,
Che con la mano al seno al mondo addita:
Qui porto l’Idol mio, ciascun l’ardore.

Sostien con la sinistra arme d’amor
Che fur tuoi carmi, il loco ov’è ferita
La destra accenna, e pallida e smarrita
Dice Ansaldo, il mio cor per te si more

Prigioniera se ‘n viene a te davante
Chiedendo aita, ed a te porge quella
Catena, ond’è ‘l mio amor fido e costante.

Deh! L’ombra accogli di tua fida Ancella
E goda almeno il finto mio sembiante
Quel che nega a quest’occhi iniqua stella.

Sara Copio Sulla. La Voce del ghetto di Venezia seicentesca. I Sonetti. II – III

II.
Signor, pianto non merta il gran Lanfranco
Che s’ei, mentre già fu nell’uman velo
Illustrò d’opre il mondo, or gode in Cielo
Giunto al porto di gloria invitto e franco.

Se per calle d’onor già non mai stanco
Mostrossi in terra, ardor spregiando e gelo,
Or fiammeggia alma pura in puro zelo,
Converso in raggio rilucente e bianco.

Rivolgi gli occhi, Ansaldo, all’oriente,
E vedrai scintillar fiamma novella
Ond’è che sol de gli empi il cor pavente.

Del tuo fido german la luce è quella,
Che contra il Trace ancor cometa ardente
In ciel si mostra e minacciante stella.

Signor, pianto non merta il gran Lanfranco (A. Cebà, Lettere d’Ansaldo Cebà scritte a Sarra Copia e dedicate a Marc’Antonio Doria, Lett. X, 9 marzo 1619)

 

III.

Se mover a pietà Stige ed Averno
Poteo con mesto suon famosa lira,
La tua, Signor, ch’a maggior gloria aspira,
Può l’alme anco ritrar dal ciel superno.

Fermar veggio ogni sfera il moto eterno,
Ch’i grati accenti del tuo pianto ammira
Per l’estinto germano, ed ei sospira
Che tornar teme a soffrir caldo e verno.

Teme ch’al tuo languir pietoso il fato
Renda il suo spirto alle mortali spoglie
E ponga indugio al viver suo beato.

Deh! Frena il pianto e ‘l duol ch’in te s’accoglie:
Odi, ch’ei dice in sì felice stato
Che ‘l pianger tuo dal suo gioir lui toglie.

Se mover a pietà Stige ed Averno (A. Cebà, Lettere… cit., Lett. XVI, 31 agosto 1619).

 

Sara Copio Sulla. La Voce del ghetto della Venezia seicentesca. I Sonetti. I

La bella Ebrea che con devoti accenti
Grazia impetrò da più sublimi cori,
Si che fra stelle in ciel ne i sacri ardori
Felice gode le superne menti,

Al suon che l’alme da i maggior tormenti
Sottragge, Ansaldo, onde te stesso onori,
Spiegar sentendo i suoi più casti amori
I mondi tiene alle tue rime intenti.

Quindi l’immortal Dio, che nacque in Delo,
A la tua gloria la sua gloria acqueta,
Né la consumerà caldo né gelo.

Colei ancor, che già ti fè Poeta,
Reggendo questa, da l’empireo Cielo
Darà per sempre a i carmi tuoi la mèta.

La bella ebrea che con devoti accenni – A. Cebà, Lettere d’Ansaldo Cebà scritte a Sarra Copia e dedicate a Marc’Antonio Doria, Genova, 1623, lett. I, 19, maggio 1618.