Un ponte romano sulla Via Annia. Una seconda vita?

Qualche giorno fa, in una delle mie tante peregrinazioni tra le strade secondarie della viabilità veneziana, a causa dell’ennesimo incidente sull’A 4, mi sono trovato a percorrere il tratto della Triestina, che divide la cittadina di Ceggia. Qualche chilometro ancora e mi sono trovato di fronte al crocicchio a me molto caro, dato che una laterale conduce al mio vecchio amico: il ponte romano dell’antica Via Annia. Devo confessare che all’inizio il desiderio di rivederlo non era in cima ai miei pensieri, anzi. Le sue condizioni, come evidenziato in un mio precedente post, mi avevano impietrito. Fare i conti con il degrado che caratterizza molti dei nostri siti archeologici, storici o naturalistici, non è mai semplice, anche se parliamo di un piccolo e marginale ponte, una delle tantissime testimonianze del passato che impreziosiscono il nostro meraviglioso Stivale. Le imprecazioni non servono a nulla, anche se escono naturalmente dal plesso solare. Sono solo delle sterili parole senza senso. Poi, senza un perché, forse un semplice saluto ad un amico in camera caritatis, ha guidato lo sterzo dell’auto e, pochi minuti dopo, la sorpresa.
Capita di rado, ma alle volte i piccoli miracoli accadono, se magari aiutati.

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Un ponte romano sulla Via Annia

Da qualche giorno mi ero proposto di pubblicare qualche riga su uno dei monumenti rimasteci della Via Annia, l’antica strada romana che da Adria conduceva alla grande metropoli di Aquileia. Il manufatto, l’opera di ingegneria si trova a Ceggia, un piccolo comune del Veneziano a pochi chilometri da San Donà di Piave. Purtroppo, nel corso dei decenni le arature hanno in buona parte cancellato la possibilità di compiere delle ricerche stratigrafiche accurate, ma le scoperte fortuite e le fotografie aeree hanno permesso di ricostruire il contesto, nel quale trovava posto il ponte romano, risalente al I-II secolo d.C.. Dopo la sua scoperta, avvenuta nel 1949, nella tenuta agricola della famiglia Loro, quello che rimane del ponte, tra l’altro evidenziato nelle guide turistiche – cartacee e quant’altro -, sembrava aver trovato nuova vita. Oggi, sono ritornato per poterlo fotografare da una prospettiva diversa. Bramoso di pormi di fronte a lui- ogni volta che lo rivedo è come se rivedessi un amico col il quale ho una particolare intimità – il pranzo e il caldo di queste ore sono passati in secondo ordine. Lo confesso, la sola idea di far conoscere ai miei nuovi amici un antico amico mi emozionava e non poco. Minuti dopo, il tempo di parcheggiare la macchina e di fare quattro passi, non ho creduto ai miei occhi. Quello che avevo di fronte mi ha dir poco sconcertato. La fotografia che pongo in evidenza – quella sul titolo – è di qualche tempo fa, mentre quelle sottostanti sono attuali. Forse un collega irlandese, specializzatosi nelle civiltà italiche preromane, aveva ragione da vendere nella sua provocatoria affermazione, che noi italiani siamo indegni conservatori di un sì mirabile “lista di quei siti che rappresentano delle particolarità di eccezionale importanza da un punto di vista culturale o naturale” (Convenzione Unesco del 16 novembre 1972), riferendosi alla situazione della conservazione del patrimonio culturale, presente in ogni regione dello Stivale. Ad maiora.

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