Il Castello di Zumelle

“Di là si vede con stupor un colle, posto a rimpetto del castel la fronte, che di merli fregiata alto si estolle, salda del tempo incontro à danni e all’onte.
Né l’aspra via, che resta ancor, ci tolle punto di quelle voglie accese e pronte, onde bramiamo di mirar da presso il forte sito, ove il castello è messo”.
G. Tempesta, Viaggetto da Bivai al castello di Zumelle nel 1830

Penso che capiti a chiunque pensare al Medioevo per far riaffiorare i ricordi di un qualche viaggio nelle terre del Tirolo antico o della Val d’Aosta. Ciascuno di noi ha il suo castello da raccontare tra le centinaia di essi, che, sotto varie forme, segnano i confini di quella terra che il Medioevo ha lasciato ampi ricordi di sé. Basti pensare alla meraviglia visiva di Castel Roncolo (Bz), spettacolare esempio di rivitalizzazione e tutela compiuta dalla comunità locale; o il castello di Appiano, che si erge su un imponente rupe nei pressi dell’abitato di Missiano (Bz), che potrebbe far sfigurare molti altri castelli, resi celebri dalla cinematografia; o, ancora, i castelli di Graines e Chatelard: un insieme di forme artistiche e architettoniche che rappresenta la sintesi della meravigliosa eredità medioevale valdostana.
Tuttavia il Trentino Alto Adige e la Val d’Aosta non sono le sole regioni a custodire dei castelli; e questo vale anche per il Veneto.
Poco lontano da Mel, piccola località bellunese di profonda antichità, esiste un luogo attraverso il quale è possibile essere catapultati indietro di secoli in un’epoca, che traghetta l’immaginazione verso fantasiose visioni di eroi senza paura nelle loro sfolgoranti armature e di principesse eteree; di bardi e monaci, nonché di animali favolosi dagli aspetti più strani. Qui, in un irreale silenzio, si erge in un’oasi di pace, il castello di Zumelle.
Il castello di Zumelle è stato un tassello importante nello scacchiere alpino-dolomitico, sia a livello geopolitico, che strategico. Non è una esagerazione considerarlo l’emblema di tutti i rapporti di forza, che hanno coinvolto i cosiddetti “potentati di valico”, sorti attorno alle grandi vie di comunicazione tra il Nord e il Sud Europa. A sua volta, è stato uno dei baricentri fondamentali della lotta tra il papato e l’impero, con le loro incompatibili visioni del mondo e i reciproci sospetti. Infine, fu uno dei protagonisti delle agitazioni politiche, che provenivano dalle nasciture potenze regionali.
Zumelle è facilmente raggiungibile in auto. Da Belluno si percorre la Strada Provinciale 1 (conosciuta come la Sinistra Piave) fino alla località di Villa di Villa. Qui, si prende l’uscita per il castello di Zumelle, ben evidenziata dai cartelli turistici. Lasciato alle spalle il piccolo abitato di Tiago, si procede all’interno di una valle, il cui fitto bosco sembra quasi voler fare da confine tra il mondo reale da quello della favola. La stradina asfaltata, per molti tratti sinuosa, potrebbe offrire, ai più fortunati, l’incontro con la natura, sotto la sembianza di un capriolo o un più raro cervo. Infine, dopo aver dato un’occhiata alla chiesa di origine altomedioevale, intitolata a San Donato, che sembra prendere corpo dal nulla, poco ancora e sopra di noi apparirà la mole del castello di Zumelle.
Lasciata la vettura sull’ampio piazzale, si risale a piedi una breve stradina. Pochi minuti dopo, si scorge un fabbricato di pietra e legno. Si prosegue per pochi passi ed ecco il castello. Giusto il tempo di passare il ponte, attraverso due archi, e si accede ad un porticato, dal quale si può salire al piano superiore, mediante una scala di legno. Qui, i vecchi ambienti sono stati ristrutturati in modo tale da renderli comodi vani per usi residenziali.
Ritornati sui nostri passi, volgiamo ora l’attenzione a quello che era stato un ampio vano destinato a magazzino. I restauri oggi lo hanno trasformato in un salone, dove si allestiscono di tanto in tanto delle mostre o si tengono dei convegni a tema. Poco in là, la chiesa intitolata a San Lorenzo, costruita esattamente sopra una più antica chiesa, il cui calpestio si trova a tre metri di profondità dall’attuale. Nella pianta dell’originaria chiesetta si è osservata la disposizione dell’iconostasi tipica delle chiese bizantine, dove una parete divideva lo spazio dedicato ai fedeli da quello riservato alla liturgia. Accanto, un tratto delle mura: poca cosa rispetto a quello che doveva essere in origine. Al centro incombe il mastio a pianta quadrata, con lati di circa m. 8.30, fino a raggiungere la ragguardevole altezza di circa 36 metri. Si accede mediante una piccola porta d’accesso, situata, come di consueto, molto alta dal suolo, per motivi tattici. Una scalinata di legno, alquanto rustica e inadatta alla visita degli amici a quattro zampe, ci condurrà ai cinque ripiani sovrastanti. Sulla sommità si potrà apprezzare la posizione naturale nel quale è inserito il castello, che permette di dominare le vallate.
Nel corso di alcuni lavori di consolidamento della torre emersero dei tratti fondativi di una precedente torre, di dimensioni più ridotte. Una prima analisi, non suffragata da evidenze certe, volle identificarla di origine romana, soprattutto per una presunta tecnica costruttiva, quale la presenza di conci rettangolari, bugnati e limitati da listelli spianati su blocchi di pietra del Cansiglio.
Quando le prime genti abbiano deciso di insediarsi in questo sito non è dato sapersi, sebbene delle voci, non giustificate da evidenze archeologiche, lo pongano nei primi secoli dell’era cristiana, quale presidio militare, con funzioni di segnalazione e di prima difesa.
Comunque siano andate in realtà le cose, in nostro soccorso accorrono delle leggende, confluite con molti particolari nelle storie seicentesche, tra le quali, quella dell’erudito Giorgio Piloni (Historia di Cividal di Belluno, 1607).
Volendo dare credito a dette leggende, tutto ebbe inizio negli anni turbinosi del breve regno ostrogoto in Italia. Tra la notte del 29 e il 30 aprile 535, la regina Amalasunta, che era stata relegata dal secondo marito Teodato sull’isola Martana, nel lago di Bolsena, fece chiamare il suo fidato Genserico. Non si doveva perdere altro tempo. Lui, ed i servi più fedeli, dovevano evadere dall’isola; e con loro avrebbero portato il tesoro della regina. Lei li avrebbe raggiunti nei giorni a venire. L’importante ora era mettere al sicuro il tesoro, il grimaldello con il quale avrebbe permesso loro di riprendersi quanto Teodato aveva strappato, con i suoi soliti intrighi di corte. Le acque del lago non si frapposero alla loro fuga. Tra questi vi era Eudossia, una graziosa damigella di corte. Genserico se ne era invaghito. Giorni dopo, i fuggitivi erano lontani dalla Tuscia. Benché stremati non si sentivano ancora al sicuro, soprattutto quando seppero dell’assassinio della loro amata regina. Vestiti da mendicanti, presero a camminare di notte, mentre di giorno si nascondevano nei boschi. Un giorno, sul far del tramonto, apparve loro uno sparviero. Genserico ritenne che fosse un segno proveniente dal cielo e, come tale, prese la decisione di percorrere le strade sorvolate dal messaggero. Le durezze dell’inverno ormai erano un ricordo e le gioie della primavera cominciavano a dare i loro frutti. Nel frattempo, avevano raggiunto delle dolci colline e, dopo averle superate, si trovarono di fronte ad alte montagne. Non si fecero prendere dallo sconforto e procedettero ancora, finché trovarono una fonte di acqua cristallina. Si fermarono: ormai erano stremati. Eudossia si addormentò e fece uno strano sogno, di cui ricordava ogni cosa. Lo raccontò a Genserico. Era sopra un colle, dove vi erano i resti di un’antica fortificazione. Vide degli uomini che la stavano ricostruendo più bella e possente. Infine, raccontò di lei stessa mentre partoriva due figli. Genserico ascoltò con molta attenzione le parole della donna. Il sogno era un presagio, ne era più che sicuro. Rinfrancati di ciò, continuarono il cammino e nel giro di poco tempo, videro un colle attorniato da un folto bosco, sulla cui sommità si vedevano dei ruderi. La meta era alla loro portata.
Vediamo ora che cosa scrisse il Piloni, nel secondo libro della sua Historia e vale la pena riportare il passaggio in modo integrale.
“Ho letto una cronica senza nome dell’Autore: la qual parlando di Belluno dice a questo modo. Nel tempo, che signoreggiava in Italia Teodato, un certo Genserico fuggendo la tirannide di questo re, si ridusse nella valle Belluna, all’hora piena di boschi; dove edificò un castello con una torre per sua fortezza, il qual fu poi chiamato Zumelle…Et lassò dopo se doi figliuoli, cioè Gonfredo et Iusprando. Così dice la Cronica. Vogliono, che li figliuoli di Genserico fossero Gemelli; et da questi fosse imposto il nome di Zumelle al Castello: poiché si vede sopra il Cimiero dell’arma di quel Contado esser doi Gemelli insieme abbracciati.
E da ciò deriverebbe il nome Zumelle, ovvero Castrum Zumellarum (alquanto singolare la desinenza al femminile). A questo proposito: “E non si tratta nemmeno, aggiungerò per completare lo sgombero delle ipotesi romanzesche, dei due gemelli Giusprando e Goffredo, né degli altri due Murcimiro e Bellerofontem tutti sorti dalla fantasia dei cronisti locali e immeritevoli anche d’esser accolti negli stemmi parlanti; giacché, come ha ricordato recentemente Francesco Chiarelli, Zumelle è un plurale femminile, mentre l’araldica medievale pretendeva maschi” (Alb. Alpago Novello, Gemelle, Feltre, 1971).
Una seconda leggenda, che potrebbe avere una qualche rilevanza storica (G.B. Pellegrini, F. Chiarelli), rimanda ai nomi “zamelo” o “zumelo”, ossia gemello, ricorderebbe la funzione di protezione a valico di Zumelle assieme il castello di Castelvint (Col de Piài), eretto sul versante opposto, di cui oggi rimangono solo esili tracce. Qui, nel 1937, venne scoperta una patera d’argento di pregevole fattura, adornata da un rilievo che raffigura la dea Pallade mentre si fa il bagno. Datata tra il V° e il VI° secolo, la patera è custodita presso il Museo Archeologico di Venezia. Inoltre, sempre nel sito di Castelvint, si rinvenne una sepoltura di un nobile longobardo, la cui datazione è stata portata al VI° secolo. Di stessa opinione il G. Capovilla che riferisce il nome “alla configurazione del terreno, sul quale sorgono due colli quasi in corrispondenza, su uno dei quali s’innalza tuttora un gran castello e sull’altro si notano resti di costruzioni” (G. Capovilla, Studi sul Noricum, Milano, 1951).
E poiché non vogliamo farci mancare nulla, ecco una terza leggenda fondativa. Gli autori sarebbero tre condottieri, Buccellino, Autari e Amingo, arrivati in Italia verso il 350 d.C., con un esercito di Alemanni. Peraltro, a loro dovremmo la fondazione di Casteldardo.
Il castello di Zumelle divenne ben presto oggetto di contesa tra Belluno, Feltre, Ceneda e dell’alta Marca Trevigiana, subendo numerosi assedi e altrettante devastazioni. Nel 737, Liutprando, re longobardo, infeuda la corte di Zumelle, provocando di fatto la reazione di Giovanni, conte di Belluno, che causò sanguinose lotte. Il sangue che scorse su queste terre, fece sì che Astolfo, re longobardo, dovesse accorrere di persona per porre fine alla guerra.
Un balzo di qualche secolo (intorno al 1037) e ritroviamo il castello nelle mani del barone Adalfredo, dopo averlo ricevuto dall’imperatore Corrado II° Salico. Il barone lasciò le pene terrestri, trasmettendo la contea a sua figlia Adelaia, non avendo avuto eredi maschi. La quale, andò in sposa a Valfredo di Colfosco, appartenente ad un ramo cadetto della famiglia dei Collalto. Anche in questo caso, il destino non volle cambiare le carte sul tavolo. Valfredo e Adelaia ebbero una sola figlia, Sofia, che andò in sposa a Gueccello da Camino, unendo di fatto i feudi dell’alto trevigiano e di tutta la Val Belluna.
Sofia fu un personaggio di grande temperamento, tanto che più di qualcuno si è preso l’azzardo di paragonarla ad una novella “Pulzella d’Orlèans”. Nel corso della sua vita entrò più volte in contrasto con il marito, che aveva sempre manifestato una linea filo ghibellina. Sofia non solo dimostrò un’apertura verso la chiesa – era una devota cristiana -, ma intraprese alla luce del sole una politica filo guelfa, aderendo alla Lega Lombarda, l’alleanza dei comuni dell’Italia settentrionale, con funzione anti imperiale. Tra l’altro, si distinse per il valore dimostrato sul campo di battaglia, come per la sua abilità di cavalcare, pur indossando l’armatura e impugnando le armi. Partecipò in prima linea alla battaglia di Cassano (1160) e a quella di Balchignano (1161), contro le truppe del Barbarossa; e fu una sua iniziativa il soccorrere con sessanta dei suoi cavalieri il castello di San Cassiano, sotto assedio dal vicario imperiale Cristiano di Magonza.
In procinto di compiere un pellegrinaggio verso Santiago di Compostela, Sofia muore a Mareno di Piave nel 1177, e viene sepolta nell’abbazia di Follina. Il suo testamento divenne motivo di contese e guerre, che si prolungarono per tutto il secolo XII, e parte del successivo. Tra i motivi del contendere, vi era il contado e il castello di Zumelle, che furono reclamati sia dal vescovo di Belluno, che da quello di Ceneda. Dalle carte bollate si passò al fragore delle armi. La guerra durò qualche anno, finché le maggiori città del Veneto si trovarono costrette ad intervenire. I maggiorenti stabilirono di rimettere la questione all’arbitrato di tre personaggi: due veronesi, e un veneziano. Si arrivò ad una sentenza, che, finì per frustrare le ambizioni di buona parte dei contendenti. Tanto avvenne che i Caminesi non lasciarono Zumelle, riaprendo le ostilità. Da una parte, vi erano i Bellunesi, i Cadorini e i Trevigiani; dall’altra, i signori di Camino, sostenuti in tutto e per tutto, dal vescovo di Feltre e dai Padovani. Le battaglie furono numerose, ma nessuna di queste fu risolutiva. In questo fosco scenario di polvere e sangue, le stesse alleanze conobbero capovolgimenti. Cavalieri che avevano combattuto assieme si trovarono più volte a fronteggiarsi, come nemici. Il Comune di Treviso si trovò a fronteggiare i vescovi di Feltre, Belluno, Ceneda, il patriarca di Aquileia e il Comune di Padova.
Si arrivò ad un nuovo tentativo di mediazione, che sfociò il 19 ottobre 1193 con la sentenza dei rettori di Mantova e Verona. Il vescovo di Belluno sarebbe ritornato in possesso del contado di Zumelle, ma tra le clausole vi era quella che “ut castrum destruatur, ita ut nullum aedificium remaneat, vel fiat in perpetuum, quod ad munitionem pertineat” (A. Cambruzzi – Vecellio, Storia di Feltre, 1874), ovvero, che imponeva la distruzione del castello e di tutte le fortificazioni esistenti. La sentenza di Mantova fu osteggiata dai trevigiani, che si appellarono all’imperatore Enrico IV, ottenendo che il giudizio fosse annullato.
Il vescovo di Belluno riprese le armi, dopo essersi assicurato l’alleanza dei vescovi di Feltre e di Ceneda, nonché del Patriarca di Aquileia e dei Padovani. Nell’aprile del 1196 il castello di Zumelle, dopo un sanguinoso assalto, venne dato alle fiamme e distrutto. “Milites et pedites Bellunenses et Feltrenses ad castrum Zumellarum iverunt, illud autem magna vi in XVII dies ceperunt et combuxerunt atque in omnibus aedificiis destruxerunt et cum maxima laetitia domum redierunt” (A. Cambruzzi – Vecellio, op. citata). La primavera dell’anno seguente, i Trevigiani rientrarono nella Val Belluna. I due eserciti si sfidarono a battaglia a Cesana, nei pressi di Lentiai. Il combattimento durò ore e l’esito rimase incerto, fino a quando il vescovo di Belluno, ferito da una lancia, venne catturato. La cattura del vescovo fu determinante. Le truppe bellunesi e feltrine presero a ritirarsi, lasciando il campo di battaglia ai trevigiani. Oramai, la sorte del vescovo di Belluno, era segnata. Ancora ferito, venne legato ad un cavallo poi lanciato al galoppo tra i boschi di Colderù (Lentiai). La morte dell’alto prelato e la condotta regionale compiuta dai Trevigiani spinsero papa Celestino III° a pronunciare una scomunica nei confronti del comune trevigiano. Il successore, papa Innocenzo III°, comandò senza mezze misure “al Patriarca di Grado ed al vescovo di Chioggia di rinnovare l’interdetto alla vostra terra e la scomunica alla persona dei principali autori e fautori dell’uccisione del predetto vescovo e di farne solenne pubblicazione”. Inoltre, volendo piegare con più forza le resistenze dei Trevigiani, arrivò a minacciare un intervento armato. Il 2 febbraio 1202, nella basilica di Treviso, si arrivò ad una nuova pace, ma non dovette placare le rivalità, dato che qualche anno dopo (1204) il pontefice unificò i vescovadi di Belluno e Feltre, che durò fino al 1462, in funzione anti trevigiana. Nel 1219, le truppe bellunesi conquistarono nuovamente il castello di Zumelle, ma l’arbitrato di papa Onorio III° riuscì, almeno per il momento, a contemperare i fragili equilibri regionali. Le sue mura, per lo più demolite, racchiudevano presidi sempre più esigui, ma nonostante ciò conobbe le mire espansionistiche, in particolare dei ghibellini da Romano, o delle contese dinastiche imperiali, che videro fronteggiarsi Carlo di Lussemburgo e Ludovico il Bavaro, nonché delle nuove signorie dei Carrara da Padova, dei Scaligeri di Verona.
Piccola chicca: questo ordine di cose fece si che nel 1350 la cattedra vescovile di Belluno e Feltre fosse retta da un monaco cavaliere teutonico, che riformò un antico monastero sopra il paese di Limana, San Pietro in Tuba, inserendovi membri dell’Ordine Teutonico. Purtroppo, del monastero non vi rimane traccia, praticamente spogliato fino alle fondamenta.
In questo quadro, a dir poco torbido, Belluno era sconquassata da congiure, che coinvolgevano il vescovo e le maggiori famiglie cittadine, che sostenevano, chi l’Impero, e chi le dominazioni regionali. Stanchi di questo stato di cose, i cittadini di Feltre, Belluno e Zumelle chiesero a Venezia (1404) di mettersi sotto la protezione del vessillo del leone di san Marco. Fu così, che l’area entrò nel dominio veneziano, senza arma ferire. Tranne l’episodio che lo vide nuovamente messo a ferro e fuoco, durante la guerra della Lega di Cambrai, il castello di Zumelle non fu più oggetto di azioni militari mirabili. Nel 1422, il castello passò ai conti Zorzi, quale indennizzo di guerra per la perdita delle isole dalmate di Curzola e Meleda. Nel 1720, estintasi la famiglia Zorzi, Zumelle passò alla nobile famiglia veneziana dei Gritti.
Nel 1872, il comune di Mel lo acquistò in un’asta pubblica, adibendolo ad uso rurale.
Dopo notevoli lavori di restauro compiuti dalla Sovrintendenza, e dallo stesso comune di Mel, il visitatore può, soprattutto nei mesi primaverili ed estivi, dar sfogo alla propria fantasia, seguendo le figure in costume medioevale, che allietano i visitatori, fermandosi in una vicina taverna dal sapore medioevale, a qualche metro dalle mura del Castello. Le chimere di un tempo che fu, in un continuo andirivieni, portano caraffe di vino e taglieri di legno colmi di ogni bontà di Dio. L’aria profuma di sapori antichi e lo stesso Castello sembra rivivere antichi fasti, in particolare, durante il giorno di san Lorenzo, durante il quale falconieri ed armigeri ricordano l’indulgenza plenaria concessa da papa Celestino V° nel 1294, la cosiddetta Perdonanza. Tuttavia, questa riuscita rivitalizzazione del sito non deve far passare in secondo ordine una considerazione. Il castello di Zumelle rappresenta uno di dei tanti lacerti di “Muro di Berlino” eretti dall’uomo nel corso della sua storia: pertanto, per quanto estasiati dalla natura circostante e dall’imponenza del maniero, un piccolo pensiero a tutte quelle donne e a tutti quegli uomini, che dovettero sottostare alle brame dei singoli potenti che vollero ergersi inviolabili sulla cima della torre.