Pax tibi, Marce, evangelista meus, hic requiescat corpus tuum. Venezia e il sogno di San Marco

Di san Marco non si conoscono che pochi dati sicuri, per lo più desunti dai testi degli Atti degli Apostoli e delle Lettere apostoliche. Nato a Cipro, o in Palestina intorno al 20 d.C., Marco discendeva da una famiglia sacerdotale di Gerusalemme e si sa che era cugino del levita cipriota Barnaba (Lettera ai Colossesi 4,10). Il primo ricordo su Marco avviene con la liberazione di Pietro dalla prigione di Erode: “Dopo aver riflettuto, si recò alla casa di Maria, madre di Giovanni detto anche Marco, dove si trovava un buon numero di persone raccolte in preghiera” (Atti 12, 12). Quindi Marco possedeva due nomi: uno gentile ed uno ebreo, Giovanni. Un episodio riportato dal suo Vangelo fa ritenere che egli abbia avuto modo di conoscere Gesù: “Un giovinetto però lo seguiva, rivestito soltanto da un lenzuolo, e lo fermarono. Ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo” (Marco, 14, 1.51.52). Marco fu compagno di Barnaba e Paolo nella prima missione apostolica nell’isola di Cipro, ma si separa presto da Paolo, che non prende bene questo abbandono. Gli Atti degli Apostoli riferiscono che in seguito Paolo si dichiarò contrario a che Marco partecipasse ad un ulteriore viaggio (Atti, 13, 13). Barnaba che prese le difese del cugino, si separò da Paolo e partirono per Cipro (Atti 15,37.41). Marco, successivamente, figura nella cerchia di Pietro, a Roma.
Operò a Roma e finì coll’essere ripreso da Paolo: “Affrettati a venire da me al più presto…Solo Luca è con me. Prendi Marco e conducilo con te perché mi è utile per il ministero” (II a Timoteo 4,9 – 11).
La tradizione che gli attribuisce il secondo dei Vangeli sinottici è attendibile e risulta essere il più antico resoconto giunto sulla vita di Gesù, anche se non riporta genealogie; tanto meno i racconti sulla nascita e dell’infanzia di Gesù.
Esso comincia direttamente con il ministero di Giovanni Battista, il battesimo e le tentazioni di Gesù. Stando alla testimonianza del padre della Chiesa Clemente di Alessandria, vissuto nel III secolo, il Vangelo di Marco sarebbe stato redatto a Roma tra il 63 e il 64 d. C.. Il testo si compone di sedici capitoli, i primi otto dei quali s’imperniano sui miracoli di Gesù, mentre i rimanenti, indugiano sui discorsi del Maestro, sulla sua Passione e sulla sua Morte.
Il Vangelo fu redatto per lettori non ebrei. La lingua adoperata, greco ellenistico – secondo la parlata popolare – e lo stile vivace e spigliato, lo rendono immediato nelle espressioni e nelle immagini, quindi leggibile da un’ampia comunità; e, forse, rispecchiava la catechesi di Pietro. A Roma “i fedeli che ascoltavano la predicazione di Pietro pregarono Marco di metterla per iscritto per serbarne perpetua memoria: cosicché questi fedelmente scrisse quanto aveva ascoltato dalla bocca di Pietro. Pietro esaminò con cura lo scritto del suo discepolo e trovandolo in tutto conforme a verità lo approvò e permise che fosse diffuso tra i fedeli” (Jacopo da Varagine, Leggenda Aurea, cap. 59).
La tradizione ecclesiastica, sulla sorta della testimonianza di Eusebio, storico della chiesa, fa risalire la leggendaria fondazione della Chiesa alessandrina all’Evangelista, divenendone il primo vescovo. Dopo un periodo di assenza, vi sarebbe morto martire, legato e trascinato per le strade della città fino a morirne.
Il corpo di Marco fu deposto all’interno di un sepolcro nei pressi della località di Bucoli, un villaggio sulle rive del mare vicino ad Alessandria, che a partire dal III° secolo divenne un vero e proprio Martyrion – chiesa sulla tomba di un martire – tra i più venerati del mondo cristiano e una delle mete privilegiate dei pellegrinaggi.
Intorno all’VIII° secolo fiorì una leggenda, secondo la quale Marco, su incarico di Pietro, avrebbe creato anche il vescovado di Aquileia, investendo Ermagora (un cristiano della prima ora), quale primo vescovo, prima di rimettersi in viaggio per Alessandria.
Pietro…vedendolo costante nella fede lo mandò ad Aquileia dove Marco predicò la parola di Cristo ottenendo innumerevoli conversioni; si conserva ancora oggi nella chiesa di Aquileia con somma devozione un Vangelo che si dice scritto dalla mano stessa di Marco. Costui in seguito condusse a Roma un cittadino di Aquileia, Ermagora, da lui stesso convertito e Pietro lo consacrò vescovo della città. Ermagora fu ottimo vescovo; infine, imprigionato dagli infedeli, coronò la propria vita al martirio (Jacopo da Varagine, Leggenda Aurea, p. 272).
Andrea Dandolo, nella sua Chronica del 1350, racconta che, nel corso del viaggio verso Roma, Marco ed Ermagora furono sorpresi da una terribile tempesta. Rifugiati in quello che sarebbe divenuto il bacino di San Marco, i due aspettarono che il tempo desse tregua. Nel frattempo, un angelo apparve a Marco. Gli predisse che il suolo calpestato dai suoi piedi avrebbe dato vita ad una grande città con un grande tempio, nel quale si sarebbe conservato il suo corpo: Pax tibi Marce evangelista meus; Hic requiescet corpus tuum, affinché fosse venerato da tutto il mondo cristiano.
Nel Medioevo, come d’altra parte per tutti i resti sacri della cristianità, vere o presunte, le reliquie di Marco assunsero un ruolo politico di non trascurabile importanza, soprattutto nel grande contrasto, che vide fronteggiarsi il patriarcato di Aquileia con Grado e Venezia.
I Veneziani, minacciati dall’accerchiamento dei Franchi e dal patriarcato di Aquileia e dalla mal tollerata linea subordinata verso Costantinopoli, idearono un vero e proprio blitz, che avrebbe provocato l’indipendenza ecclesiastica dello stato lagunare, malgrado il sinodo provinciale dell’827, avvenuto a Mantova, dove i vescovi di Belluno, Brescia, Ceneda, Cittanova d’Istria, Concordia, Feltre, Padova, Pédena, Pola, Trento e Trieste espressero il proprio omaggio devoto alla chiesa madre di Aquileia, attestando la propria identità nelle radici e nella storia del Patriarcato di Aquileia, che si rifacevano a San Marco stesso. Pertanto, chi avesse avuto la possibilità di esibire le reliquie dell’Evangelista, avrebbe potuto avanzare più di una pretesa sulla successione ecclesiastica, la cui legittimità non avrebbe trovato alcun contrasto. Venezia lo capì bene e diede il via alla Translatio Sancti Marci, ovvero alla traslazione o al trafugamento dei resti di San Marco.
La Translatio ebbe luogo tra l’827 e l’828, durante il dogado di Giustiniano Partecipazio; e il suo resoconto, o meglio, la sua leggenda si fonda per lo più sulle opere di Giovanni Diacono (Chronica) e di Andrea Dandolo (Chronica per extensum descripta). Il testo presenta delle sequenze ben definite. La prima, è riassumibile nel pericolo dei Saraceni, che ormai sono un vero pericolo per tutte le terre affacciate sul Mediterraneo, compresa l’antica Alessandria, dove giace il corpo di San Marco. L’empietà del principe saraceno che voleva costruire la propria reggia, utilizzando i marmi e le colonne delle chiese d’Alessandria, costrinse i “Veneticis negotiatoribus” ad intervenire. Bono di Malamocco e Rustico di Torcello, tra l’altro devotissimi del santo, erano stati spinti, loro malgrado, ad Alessandria da venti impetuosi.
I Veneziani convincono i locali monaci ad aprire il sepolcro di Marco. Il corpo era “undique circumdatum clamide syrico et positum resupinum, habens e capite usque ad pedes sigilla imposita per ea loca quibus ora eiusdem clamidis desuper iungebatur (Mc Cleary, Note storiche ed archeologiche sul testo della “Translatio sancti Marci, pp. 255, nn. 14-19).
Dopo di che, scambiato il corpo di Marco con quello di una santa – santa Claudia –, lo pongono in una sacca, ricoprendolo di “carnes porcinas”, provocando lo sgomento delle guardie daziarie saracene, che scapparono all’istante, sputando e urlando “canzir canzir”, ovvero “porco porco”, senza che guardassero che cosa effettivamente vi fosse dentro. Aiutati da eventi miracolosi, i veneziani e i monaci, autori manuali del trafugamento e degni testimoni – per l’eventuale incredulo – dell’autenticità della reliquia, s’imbarcarono con rotta verso la città lagunare. Arrivati a Venezia, il corpo di Marco fu accolto dal vescovo di Olivolo, Orso, ma fu conservato dal duca “in cenaculi loco qui apud eius palatium usque ad presens tempus monstratur” (Mc Cl. P. 26,1 nn 6-7).
In Andrea Dandolo, infatti, si legge in sommi capi:
“Nel secondo anno del doge Giustiniano il corpo di San Marco Evangelista fu recato da Alessandria d’Egitto a Venezia. Le cose andarono come segue. Il califfo dei saraceni aveva disposto l’erezione d’un magnifico palazzo in Alessandria, e poiché mancava il materiale di costruzione necessario allo scopo, fu dato l’ordine di rimuovere dalle chiese cristiane d’Egitto le colonne di marmo e metterle a disposizione della nuova fabbrica. L’ordine suscitò orrore e disperazione fra il clero egiziano. Proprio in quell’epoca si trovavano in Alessandria due eminenti personalità dedite al grosso commercio, i tribuni Bono di Malamocco e Rustico di Torcello, che, nonostante il divieto emanato da qualche anno, avevano attraccato con tre navi cariche d’ogni bendiddio nel porto di Alessandria, dove li aveva spinti una forte burrasca. Durante il soggiorno egiziano gli equipaggi facevano abitualmente le loro devozioni nella chiesa di San Marco, in cui era custodito il corpo di quest’ultimo. Un giorno si recarono nella chiesa anche Bono e Rustico, e vi trovarono due uomini di chiesa, il monaco Stauracio e il presbitero Teodoro, entrambi greci, in grande ambascia; ne chiesero loro la causa e vennero a sapere dell’ordine del califfo.
Allora dissero i veneziani: “Il prezioso tesoro che avete nella vostra chiesa è in gran pericolo d’esser profanato e malamente adoperato dai Saraceni. Consegnatolo a noi, e noi sapremo fargli l’onore che esso merita. Né la riconoscenza del nostro Doge mancherà di recarvi gran frutto”.
Persuasi dalle argomentazioni dei veneziani, i due ecclesiastici finirono coll’acconsentire; ma per prima cosa era necessario eludere la sorveglianza tanto dei cristiani d’Alessandria quanto dei doganieri saraceni. I cristiani furono imbrogliati dall’astuzia dei veneziani e dei loro due compari greci, che nella tomba dell’evangelista deposero il corpo di un altro santo, mentre i doganieri furono ingannati ponendo al sommo della cassa contenenti le sacre reliquie prosciutti e altra carne suina, cioè, com’è noto, cose che facevano orrore ai Saraceni come pure agli Ebrei. Allorché, nella stazione di dogana, fu aperta la cassa, i funzionari si misero a urlare: “canzir, canzir!(maiale)”, parola che esprime certamente ripugnanza e orrore, e senz’altro autorizzarono il carico. Bono e Rustico recarono felicemente il loro tesoro a Venezia.
In altri racconti la storia della traslazione viene arricchita con motivi più meravigliosi e drammatici; con delle varianti notevoli, quali il costo del trafugamento fissato a cinquanta zecchini o la rimozione del corpo dal sarcofago.
Durante il viaggio di ritorno, grazie all’intervento di San Marco, le navi veneziane poterono arrivare a Venezia, sfuggendo alle numerose tempeste, che erano imperversate sul mare, o alla rabbia diabolica del demonio.
“Durante la navigazione i mercanti rivelarono all’equipaggio di un altro battello che stavano trasportando a Venezia il corpo di San Marco. Disse uno dei marinai: “Può darsi che gli egiziani vi abbiano dato un corpo qualsiasi invece che quello di San Marco”. Ma ecco che la nave che portava le sacre reliquie, con meravigliosa velocità si diresse contro la nave dove si trovava il predetto marinaio, la colpì nel fianco e certamente l’avrebbe fatta a pezzi se tutti i marinai non avessero unanimemente esclamato di credere che si trattava del vero corpo di San Marco. Poco dopo, durante una tempesta, mentre la nave correva nell’oscurità e i naviganti avevano perduta la giusta direzione San Marco apparve ad un monaco preposto alla sua custodia del suo corpo e gli disse: “Dì a questi naviganti che abbassino le vele perché la terra è vicina!”. I naviganti abbassarono le vele e, al far del giorno, si videro vicini ad un’isola…Un marinaio incredulo fu afferrato e tormentato da un demone fino a che, in presenza del santo corpo, non dichiarò la sua fede. Una volta liberato dallo spirito immondo il marinaio ringraziò Iddio ed ebbe grande venerazione per San Marco (Jacopo da Varagine, op. citata).
Nella facile fase di attracco a Olivolo, sede del vescovo di Rialto, i nocchieri non riuscivano a toccare terra. Sembrava che fosse lo stesso Evangelista a non volerlo, per cui si mossero alla volta della residenza del doge. Qui accolti dal giubilo del popolo, le reliquie furono consegnate a Giovanni Partecipazio. Il quale, dopo aver assolto i due rei di aver commerciato con i saraceni, fece riporre i resti di Marco all’interno della sua residenza. Il diacono Giovanni narra che il Doge “fece allestire in un angolo del suo palazzo una cappella in cui sistemò le spoglie di san Marco, in attesa che fosse costruita una chiesa apposita. Sennonchè la morte, sopravvenuta di lì a poco, gl’impedì di recare a termine la chiesa in questione”.
Il primo canonico, con prerogative episcopali, fu incaricato allo stesso monaco alessandrino Stauracio, che aveva aiutato i veneziani nel trafugare le reliquie e, dall’altro, rimaneva sempre un autorevole testimone dell’autenticità delle reliquie.
Ad esser certosini, nel resoconto offerto dalla “translatio” di storico vi è ben poco.
Di certo si può dire che durante il dogado di Partecipazio, dei veneziani trafugarono delle reliquie da Alessandria, che gli stessi vollero identificare in quelle dell’Evangelista. La cosa importante consisteva nel fatto che tutti credessero che a Venezia vi fossero i resti di Marco, che avrebbe sostituito il patrono San Teodoro, santo greco. Il fatto poi che la sacra reliquia sia stata custodita dal doge e non dal vescovo fa ipotizzare che il trafugamento altro non sia stato che ordinato dallo stesso doge; e tale lettura viene avvalorata dal testamento di Partecipazio, che affidava alla moglie Felicita il compito di edificare una basilica a san Marco, nell’area di San Zaccaria.
De corpus vero beati Marc(ci Felicita), uxori mee, (volo) ut hedificat basilicam ad suum honorem infra teritorio Sancti Zacharie (SS: Ilario e Benedetto e S. Gregorio, a cura di L. Lanfranchi – B. Strina, Venezia 1965, pp. 17-24). Ancora, si legge: De petra, que habemus in Equilo, compleatur hedifficia monasterii Sancti Illarii. Quicquid exinde remanserit de lapidus et quicquid circa hanc…iacet et de casa Theophilato de Torcello hedifficetur baxilicha beati Marci Evangeliste, sicut supra imperavimus.
Il testamento di Partecipazio appare, quindi, quale naturale epilogo della trama voluta dalla “translatio sancti Marci”, che, attraverso quadri ben definiti, associa l’Evangelista al ducato rivoaltino.
Giovanni Partecipazio I, successore e fratello di Giustiniano, intraprese nell’829 i lavori della basilica nell’area della basilica attuale e, forse, già nel 836 poteva dirsi completata in larga misura. Nello stesso anno, le reliquie furono poste al suo interno e, cosa determinante, la chiesa non servì da cattedrale per il vescovo, ma da cappella del doge, ovvero come tempio di Stato.
Il potere del doge, infatti, derivava da Dio tramite l’evangelista Marco, come dimostrano le insegne di cui si fregiava: la spada, la sella e il baculus (A. Pertusi, Quedam regalia insignia, Ricerche sulle insegne del potere ducale a Venezia durante il Medioevo, in “Studi Veneziani”, VII, 1965, pp. 3-123).
“Il corpo del santo fu collocato in una colonna di marmo ed il luogo della sepoltura fu rivelato a pochi; ora accadde che, morte queste poche persone, non si sapeva più dove fosse sì prezioso tesoro (Jacopo da Varagine, op. citata); e dopo l’incendio che aveva distrutto la basilica di San Marco nel 976, le reliquie dell’Evangelista si persero. Nel 1094, in coincidenza con l’inaugurazione del nuovo tempio sul modello dell’Apostolion di Costantinopoli, grande era “il pianto del clero e la desolazione fra il popolo: si temeva anche che il corpo dell’illustre patrono fosse stato furtivamente rapito. Fu indetto allora un solenne digiuno ed una processione ancor più solenne, ed ecco che, sotto gli occhi stupiti della folla, cominciarono a cadere le lastre marmoree della colonna ed apparve la cavità dove era stato racchiuso il corpo santo” (Jacopo da Varagine, op. citata). La miracolosa rivelatio dei resti dell’Evangelista, che furono rinvenuti nel pilastro che oggi si trova a sinistra dell’altare del sacramento, avvenne il 25 giugno; e quel giorno fu dichiarato “festa di palazzo”, a significare la gioia riconoscente dell’intero regime per ritrovato patrocinio (M: Muraro, Il pilastro del miracolo e il secondo programma dei mosaici marciani, in “Arte veneta” XXIX, 1975, pp. 60 e G. Cracco, Venezia nel Medioevo, 1986).
Da allora, San Marco l’Evangelista arrivò a identificarsi con lo spirito stesso del ducato.
Sebbene il tempo dei duchi era destinato a spegnersi a breve, tuttavia San Marco sarebbe rimasto a vegliare sulla città lagunare, fino a divenirne con il suo simbolo, il leone, l’insegna ufficiale della Repubblica.
La basilica di san Marco, eretta come una meravigliosa cappella del palazzo ducale, rimase fino al 1807 alle dipendenze del dogado.
Solo da allora assunse a ruolo di sede del Patriarcato veneziano, fino a quel momento appartenuto alla cattedrale di San Pietro di Castello.

I trafugatori delle sacre spoglie di santa Lucia, un mistero moderno

Qualche sera fa, aiutato dai fiocchi di neve che stavano imbiancando il mio paese, mi sono trovato a decidere su come trascorrere le ore prima della fatidica mezzanotte. Uscire, difficile.
Sembra che una buona parte delle persone che non guidano, aspettino con pazienza metodica i rigori più estremi per mettersi al volante. Un vero mistero. Dall’altra, l’atmosfera natalizia prossima ventura mi suggeriva dei momenti di coccolaggine. Si lo so. Non esiste un tale vocabolo nel lessico italiano, ma è quel “neologismo” – con buona pace dell’Accademia della Crusca – che più si avvicina alla descrizione verbale del godimento della casa e delle proprie cose. Così, dopo vari tentennamenti, mi sono ritrovato a guardare la libreria, i tanti dorsi erano invitanti, ma nessuno da costringermi ad alzarmi dal divano.
Poi mi sono ricordato che a breve sarebbe caduta la ricorrenza di Santa Lucia. Bene, sapevo cosa avrei fatto nelle prossime ore. Dopo di che, mi sono messo di buona lena a scartabellare i fascicoli, contenenti un po’ di tutto: dall’esperienze di viaggio, di lavoro e tante bozze, che aspettano pazientemente una prima revisione. Chissà che prima o poi riesca nell’intento.
Trovata la cartella, relativa alla giovane martire siracusana, mi sono capitati tra le mani vecchi articoli di giornali, per lo più locali, che riportavano la notizia del trafugamento delle spoglie, avvenuto il 7 novembre del 1981. Li avevo ritagliati con cura, perché molti degli attori- non i trafugatori, s’intende – che avevano calcato la scena di quei drammatici momenti, li conoscevo. Uno era un familiare, e altri, come se lo fossero stati, data la loro frequentazione della casa del nonno.
Come allora, anche oggi, la vicenda mi incuriosisce, soprattutto per i buchi neri presenti. Per quanto possa apparire assurdo, non si è ancora in possesso di una verità storica – almeno così si dice –; non sono stati identificati gli esecutori, gli organizzatori e i mandanti del trafugamento, come non è del tutto chiaro il modo in cui gli inquirenti siano riusciti a recuperare il corpo.
Era un sabato, quel 7 novembre 1981. Intorno alle otto di sera, il parroco di San Geremia, a Venezia, si era avvicinato ad una coppia, che aveva trascorso molto tempo in preghiera davanti all’urna, contenente le spoglie di santa Lucia. Si trattava di due giovani sposi pugliesi in viaggio di nozze a Venezia. Devoti alla Santa, ne avevano approfittato per renderle i dovuti ringraziamenti per le grazie ottenute.
Don Angelo Manzato, il sacerdote, li avvertì che si era fatto tardi e tutti insieme si avviarono verso l’uscita. Pochi passi, ed un ragazzo comparve dal nulla. Impugnava un’arma da fuoco e, senza alcun scrupolo, la puntò dritta nella faccia spaventata di don Angelo.
Con un tono di voce, che non tradiva alcun dialetto, il ragazzo intimò ai tre di stendersi con la faccia rivolta a terra, minacciandoli di ucciderli se avessero solo mosso un muscolo del corpo. Il sacerdote tentò di intavolare qualche parola, ma ottenne il risultato opposto. Il delinquente inveì contro, dicendogli che se avesse proferita una parola ancora, avrebbe sparato alla donna.
Dei passi tradirono un’altra presenza. Un altro giovane che correva in direzione dell’urna di santa Lucia. Appena gli fu davanti, tentò di spaccare il doppio vetro, che proteggeva la parte posteriore del corpo. Riuscì solo ad incrinarlo. Nulla più. Fece un paio di passi in avanti e infranse con un colpo singolo la parte anteriore, non protetta adeguatamente. Come se fosse un fagotto senza importanza, estrasse il corpo a mani nude, ma nella violenza del gesto la testa, protetta dalla maschera, rotolò nella parte posteriore dell’urna ancora integra. Dopo aver imprecato, il giovane depose in tutta fretta il corpo in un sacco di nylon e, solo allora, i due trafugatori si diedero alla fuga, uscendo dalla porta principale, quella che dà sul Campo San Geremia.
Era bastata una manciata di minuti per trafugare le spoglie di Santa Lucia.
Uno dei parrocchiani, che era solito passare le ore serali con il parroco, vide tutto e appena poté si precipitò in canonica e telefonò alla polizia. Immediatamente, furono istituiti posti di blocco in terraferma, mentre le lance ispezionarono ogni barca in navigazione lungo i canali di Venezia. Tutti gli accorgimenti risultarono inutili. Dei delinquenti si era persa ogni traccia. Sembrava che si fossero volatilizzati nel nulla, malgrado tutti gli sforzi delle forze dell’ordine.
La mattina dopo, la notizia era di dominio pubblico. La chiesa era assediata dalla popolazione attonita e la cappella della Santa era chiusa da un cordone. Su un cartello si leggeva un semplice, quasi laconico messaggio: “Si invitano i fedeli a dire preghiere di riparazione”.
La notizia ebbe grande risalto, attraverso le prime pagine dei quotidiani nazionali ed internazionali. Anche le testate giornalistiche televisive se ne occuparono, dandone ampi spazi nella programmazione giornaliera.
A Siracusa, la città natale della santa, i devoti si assieparono dentro le chiese, dove poterono udire dalle più alte cariche ecclesiastiche l’annuncio ufficiale del furto sacrilego compiuto. Anche il Pontefice fu informato, il quale espresse tutto il suo dolore per un atto così orrendo.
Nell’opinione pubblica si fecero strada molte teorie sul trafugamento, molte delle quali alimentate da alcune testate giornalistiche. Talune cadevano nel ridicolo, oggi diremmo nel complottismo; altre, più o meno serie, non tardavano a dare qualche connotazione politica. Le più qualificate, invece, ritenevano che si fosse di fronte ad una semplice estorsione, per cui non sarebbe tardata la richiesta del riscatto.
A questo riguardo la Curia veneziana prese una decisione estremamente difficile, soprattutto difficile per quanto era in gioco: ovvero, il corpo di santa Lucia. La linea decisa fu quella dura. Il Patriarcato non avrebbe versato nessuna lira in caso di richiesta. Tuttavia, alcuni ambienti cattolici, romani e veneziani – memori delle conseguenze della linea dura seguita alcuni anni addietro – diedero dei segnali conciliativi e, sembra, abbiano imbastito dei canali di ascolto, dove poter arrivare a delle trattative.
Il 20 novembre vi furono le prime telefonate dei rapitori. La somma per il riscatto era di duecento milioni di lire. Nei giorni seguenti vi furono altre telefonate; una in particolare diede l’assicurazione che il corpo era custodito “con la massima cura”. Ufficialmente il Patriarcato, ligio alla linea decisa, non le prese neppure in considerazione; tuttavia, monsignor Fiorin, precedente parroco di San Geremia, e il mediatore della Questura di Venezia chiesero delle garanzie sul reale possesso della reliquia. Qualche giorno dopo un piccolo pezzo del tessuto che copriva il corpo di santa Lucia fu recapitato in Questura.
Il 30 di novembre l’Ansa di Milano ricevette un ultimatum. Alle ore 18 del giorno seguente sarebbe scaduto il tempo per la consegna dei duecento milioni. Se ciò non fosse stato ottemperato il corpo di Lucia sarebbe stato bruciato.
Giorni dopo, il 2 dicembre, la Rai regionale di Milano ricevette una telefonata. L’interlocutore comunicava che “le spoglie di santa Lucia sono state bruciate a tre chilometri da San Donà di Piave”.
Non era finita.
Un’altra telefonata, del 3 dicembre, questa volta all’Ansa di Bologna, comunicava che il corpo era stato lasciato al chilometro 220 della Via Aurelia. Gli investigatori corsi sul luogo trovarono uno scatolone, riempito di carta e cartone, ma del corpo non c’era traccia.
Nel frattempo, a Venezia si programmava la festa della santa, cercando di superare la crescente angoscia. Si pensò di esporre la testa della santa, durante la sua solennità, all’interno di una nuova custodia a prova di qualsiasi trafugatore.
Qualcosa era cambiato. Le solite fughe di notizie, che trovavano posto nella stampa, cominciavano a dare segnali fiduciosi. Addirittura qualche giornale si sbilanciò nello scrivere che le spoglie sarebbero state recuperate in concomitanza della festa.
Il 4 dicembre, il giornalista Giovanni Battista Titta Bianchini annunciava che il corpo era stato recuperato. Nelle stesse ore, la Questura richiedeva al patriarcato la documentazione fotografica della veste, per “determinati accertamenti”.
Il 13 dicembre, festa della martire siracusana, Idilio Cilfone, questore di Venezia – uomo di grande umanità e di profonda cultura – convocò per le otto di mattina i giornalisti per una conferenza stampa. Il corpo di santa Lucia era stato recuperato.
I delinquenti si erano serviti di un barchino, ormeggiato nel vicino canale di Cannaregio, per la fuga. Da qui, avevano navigato lungo costa fino alla riva prospiciente Quarto d’Altino, parallela alla strada statale Triestina e, in zona Montiron – un’area che, soprattutto d’inverno, ricorda molto l’atmosfera creata da David Lynch in un suo sceneggiato – avevano lasciato i resti mortali di Lucia in un capanno di caccia, all’interno di sacchi di plastica.
A Mezzogiorno, un motoscafo della polizia approdò alle fondamenta di Santa Apollonia. Uno degli agenti trasportava, come se fosse una creatura viva, un fagotto. Era Lucia.
Il 17 dicembre, alle ore 17.30, presso la cappella del Palazzo Patriarcale, il professore Carlo Francesco Martelli, primario patologo dell’ospedale al Mare del Lido di Venezia, eseguì il riconoscimento ufficiale. Si evidenziarono delle deformazioni, causate dal trafugamento, e delle chiazze verdi alle gambe e ai piedi, provocate dall’ambiente umido, nel quale era stato deposto il corpo.
Tutto bene quando finisce bene, così recita il buon famoso detto. Eppure qualcosa non torna. Vi ricordate la famosa regola delle 5 W stabilita dai giornalisti statunitensi? Certo abbiamo il What, che cosa; When, Quando; Where; dove; ma ci manca il who: chi e il Why: perché.
Sarà affascinante parlarne ancora.

San Martino, il santo del mantello

Sul calare della sera dell’undici novembre, le vie ciottolate delle più antiche città tedesche sono percorse da variopinte processioni, le laternenumzug, durante le quali i bambini appendono sui rami degli alberi delle lanterne di carta colorata e recitano delle gioiose filastrocche. In altri paesi del nord Europa, adulti e bambini si ritrovano riuniti attorno a tavolate chiassose, assaporando pietanze di antica tradizione a base d’oca. Anche in Italia è un giorno di festa. I borghi si profumano di caldarroste e si stappano le bottiglie di vino novello. Ancora oggi, come un tempo, a Venezia è difficile se non impossibile non accorgersi dei tanti gruppetti di bambini che scorrazzano tra le calli e campielli, chiedendo dei soldi ai passanti, sbattendo un mestolo su un coperchio di una pentola.

I soldini raccolti servono per i san martini che fanno bella mostra di sé dietro le vetrine dei pasticceri.

I san martini sono dei dolcetti di pasta frolla, ricoperti di glassa, cioccolata e caramelle varie, a forma di cavaliere con tanto di cavallo e spada brandita.

L’occasione è la ricorrenza della sepoltura di un uomo, che la memoria collettiva ricorda quasi unicamente per un episodio della sua vita, la “carità di Amiens”, il mantello diviso con il mendicante.

Però, quanti di noi conoscono realmente il vescovo di Tours, san Martino? Purtroppo il suo ricordo sta sbiadendo. Solo nell’ambito storico ed ecclesiastico la sua luce appare risplendere, benché molti si siano messi d’impegno per sminuirlo o, addirittura, ridicolizzare i suoi miracoli.

Martino ebbe i natali nel 316/317 d.C. a Sabaria, l’odierna Szombathely in Ungheria. Ancora piccolo, seguì il padre a Pavia, che aveva ottenuto l’incarico di tribuno nella sua città d’origine. Qui, il piccolo Martino visse parte della sua infanzia. Sempre a Pavia conobbe la comunità cristiana e, a quanto pare, in lui si fece vivo il desiderio di convertirsi al cristianesimo, tanto da voler essere accolto tra i catecumeni e di voler cercare Dio nel deserto, come gli asceti orientali.

Qualche anno dopo, aveva 15 anni, Martino seguì le orme del padre, arruolandosi nell’esercito romano. All’età di 18 anni, nel corso di una ronda effettuata di notte, si trovò davanti un mendicante seminudo che tremava come una foglia per il freddo.

Martino non esitò un attimo. Tagliò in due il mantello foderato di pelliccia e ne dette una parte al povero, affinché si coprisse.

Dio, compiaciuto dal gesto, fece sbocciare un’ondata di caldo fuori stagione, l’Estate di San Martino.

Nella notte successiva, Gesù gli apparve in sogno: indossava il suo mantello e stava raccontando a tutti gli angeli del paradiso del suo gesto altruistico.

Al risveglio il suo mantello era miracolosamente integro.

Dopo varie vicissitudini, il mantello, chiamato cappella, passò nelle mani dei re merovingi, che lo custodirono nel loro oratorio privato. Con il passare del tempo il vocabolo cappella venne a designare l’oratorio reale e da qui si estese, fino a designare tutti gli oratori.

Mesi più tardi, Martino venne battezzato, ma non abbandonò la vita militare. I legami d’amicizia e il cameratismo, che lo legavano al suo tribuno, erano molti e stretti.

Nel corso dell’estate del 356, Martino, mentre si trovava ad Augusta Vangionum (l’attuale Worms), ottenne finalmente il congedo, dopo una carriera militare durata venticinque anni.

Libero di potersi esprimere, come il suo cuore desiderava, Martino si mosse alla volta di Pictavium (oggi Poitiers), mettendosi a disposizione del vescovo Ilario.

L’incontro si dimostrerà decisivo non solo per la sua vita, ma per la stessa nascita del monachesimo in occidente.

Tuttavia, la sua permanenza non doveva durare a lungo. Un sogno lo esortò a intraprendere un lungo viaggio. Raggiunse Milano, la Pannonia, i Balcani, l’Illirico e ritornò di nuovo a Milano. Nelle città toccate ebbe dibattiti accesi con i rappresentanti dell’arianesimo.

Durante il suo secondo soggiorno milanese fece la sua prima esperienza monastica. Tutto sembrava andare secondo i suoi desideri, quando l’acredine del vescovo ariano Aussenzio si fece sentire con tutto il suo peso. Scacciato dalla città, trovò rifugio nell’isola Gallinaria.

Trascorse giorni a dir poco austeri, tanto da rischiare la vita, cibandosi di una pianta velenosa, l’elleboro, ma riuscì a sopravvivere grazie alla preghiera. Il suo primo miracolo. Dopo di che ritornò a Poitiers, stabilendosi a Lugugé, dove visse come un’eremita.

Nel 371, a furor di popolo, venne eletto vescovo di Tours, contro i voleri delle alte cariche ecclesiastiche. Ma si sa, voler di popolo, voler di Dio.

Si stabilì in un eremo a circa due miglia dalla città, fondando Maius Monasterium (l’attuale Marmountier). I beni erano gestiti in comune; indossavano solamente una pelliccia di cammello; e nessuno lavorava. I più giovani ricopiavano antichi manoscritti, mentre gli anziani erano dediti esclusivamente alla preghiera.

Da questo luogo di pace la sua fama di vescovo missionario, di guaritore pieno di carità, di esorcista o per le sue opere in favore dei poveri e dei diseredati travalicò ogni confine.

Morì a Candes l’otto novembre del 397, pianto da migliaia di persone.

Il Santo del Mantello è patrono di molte città italiane, piccole e grandi, ed è legato a molte feste legate all’agricoltura. Come nelle città del nord Europa, anche la tradizione culinaria italiana imbandisce molte tavole italiane con l’oca, forse per ricordare una curiosa leggenda.

Martino si era nascosto in una fattoria, tentando di sfuggire a coloro che lo volevano vescovo di Tours, ma lo starnazzare delle oche rivelò il nascondiglio del santo. E da quel momento, le nostre amiche pennute subirono e subiscono l’annuale castigo per il troppo zelo dimostrato dalle proprie antenate.

I san martini a Venezia? Toccherà ai bambini l’ardua scelta, se iniziare a deliziare il palato con la frolla del santo, oppure con quella del cavallo; e chissà quale sorriso a fior di labbra compie ogni qual volta il nostro Martino osserva l’innocenza riempirsi gli occhi di un dolce che lo ricorda da tempo immemore.