il santuario di Castelmonte

Il santuario di Castelmonte, dedicato alla Vergine, è un celebre luogo di culto del Friuli Venezia Giulia. Sorge nel comune di Prepotto, non lontano da Cividale del Friuli.
Appollaiato su una cima delle Prealpi Giulie a circa 618 metri s.l.m., il santuario rappresenta una delle manifestazioni cristiane più antiche della regione.
Sebbene le antiche tradizioni locali rimandavano l’origine dell’insediamento al V secolo, all’indomani del Concilio di Efeso (431 d.C.), nel quale venne stabilito a maggioranza che il titolo di Maria fosse Theotokos, “Colei che ha dato la vita a Dio”, tuttavia, fino a qualche decennio fa, non vi era alcun documento che lo attestasse. Senonché, nel 1963, in occasione dell’ultimazione della chiesa inferiore dedicata a San Michele Arcangelo, su disegno dell’architetto Alpago Novello, che traeva spazio sulla precedente cripta del santuario, emersero delle evidenze di due vani con pavimentazione in cocciopesto, che furono identificati come lacerti risalenti all’epoca romana o romano bizantina, comunque non successivi al V secolo.
La continuità architettonica del sito rese difficoltosa ogni successiva ricognizione archeologica. Ma una cosa era ormai chiara. La pavimentazione rappresentava qualcosa di più di un semplice indizio, per quanto evanescente, di una indubbia antichità di origine. A questi resti materiali corse in aiuto una testimonianza preziosa e allo stesso tempo ambigua.
Le popolazioni di etnia slava, insediatesi a partire dal VII secolo, denominarono Castelmonte “Monte Antico” (Staragora), volendo specificare con questo toponimo che l’insediamento era abitato ben prima del loro arrivo. Peraltro, la stessa Vergine era venerata anche sotto il titolo di “Madonna antica”, tanto da pretendere che una delle sue immagini presenti nel santuario fosse un ritratto eseguito dalle mani dell’Evangelista Luca, che, secondo un’antica tradizione cristiana, dipinse alcune immagini della Madonna, nonché di alcuni santi.
Inoltre, nei pressi di uno dei tre colli del santuario, vi è una località, che nelle carte antiche si ricorda come “Malbergium”. Il toponimo di origine franca soleva indicare una determinata area, nella quale si amministravano la giustizia e le feste popolari. Non è stato un gioco del caso, quindi, se il luogo assunse più tardi il nome di Monte dei Placiti. Sempre negli immediati dintorni, in zona Porchie, è testimoniata una “Arimannia” longobarda. Essa altro non era che uno stanziamento di uomini liberi, che trovavano la garanzia della propria libertà in un rapporto diretto con il re.
Dunque, l’insediamento di Castelmonte si inserisce in una continuità insediativa che affondava le sue origini più lontane in epoca romana. Tale realtà antropica, collegata da vicine direttrici viarie, si trovava in una vera e propria cerniera tra montagna e pianura.
Un monte vicino, conosciuto come Monte Guardia, ha fatto ipotizzare agli studiosi locali l’esistenza di presidi militari fortificati a poca distanza l’uno dall’altro; e fra questi vi sarebbe da annoverare lo stesso Castelmonte.
Una curiosa leggenda, tramandata in queste valli, potrebbe nascondere in effetti questa sua primigenia funzione.
Secoli e secoli fa, Cividale del Friuli fu testimone di una sfida, che vide fronteggiare la Vergine e il demonio. Sopra un ponte sul Natisone, che sarebbe stato ricordato come il ponte del diavolo (puint del Diàul), fu decisa la sorte della città: sarebbe divenuta proprietà del primo che avesse raggiunto la cima di Castelmonte.
La Vergine ascese al cielo e toccò con un piede la cima del Monte Guardia, dove lasciò l’impronta del suo piede su una pietra, per poi fermarsi sulla sommità di Castelmonte.
La pietra con l’impronta, o meglio quella che sembra l’orma del piede della Madonna, è oggi custodita in una nuova cappellina lungo il percorso verso il santuario.
Il demonio, invece, tratto in inganno dalla ridda di cime e valli, tardò e si ritrovò la Madonna ad aspettarlo. Furioso di ciò compì un nuovo balzo e si ritrovò sulla cima del monte Spich, dalla quale poi cadde in una profonda voragine, la “bùse del Diaul”.
Alcuni studiosi videro in questa leggenda la traslitterazione di alcune battaglie, che si combatterono nelle valli attorno a Castelmonte, durante le terribili invasioni barbariche. L’eco di questi combattimenti vengono peraltro ricordati da un culto antichissimo all’arcangelo Michele, l’uccisore di draghi
Al di là delle evidenze archeologiche e delle supposizioni di carattere linguistico, il primo documento relativo a Castelmonte rimanda al 1175 e riporta delle scarne indicazioni di carattere confinario. Di più ampia sostanza i documenti successivi. Tra il 1244 e il 1247, le testimonianze descrivono il Santuario tra i luoghi di grandi introiti reddituali e fra le chiese più importanti del Patriarcato di Aquileia. Anni dopo, nel 1253, il santuario passò sotto il governo del Capitolo Collegiato di Santa Maria di Cividale.
Da questo momento si intraprese la costruzione dei ricoveri per i sempre più numerosi pellegrini, che giungevano dalle terre istriane, dalla Carinzia e dal Veneto, nonché, ovviamente, dalle lande del Friuli Venezia Giulia.
Il cammino a Castelmonte non era una cosa facile. Sentieri ripidi e spesso pericolosi rendevano la loro percorrenza difficoltosa. Peraltro, le condizioni meteorologiche, spesso contrassegnate da nubi basse, nebbia e pioggia, peggioravano una già difficile salita al santuario. Si pensò, quindi, di collocare lungo l’itinerario a Castelmonte delle sculture in pietra, raffiguranti le Madonne odigitrie. Collocate in quattro punti del percorso, esse guidarono i pellegrini, i quali presero a formare delle croci con i cespugli, ponendole dapprima intorno alle statue, poi sui capitelli, edificati successivamente.
Nel settembre del 1469 il santuario si trovò a fare i conti con la propria esistenza. Un fulmine causò un furioso incendio, che ridusse a cenere buona parte degli edifici. Nello spaventoso rogo, che durò giorni, andò persa per sempre l’antica effigie della Vergine.
I Canonici di Cividale, aiutati dalle popolazioni vicine, intrapresero subito la ricostruzione e la completarono nel 1479, istituendo in loco una Confraternita di Santa Maria. Tra l’altro cadeva la pace tra l’Impero Ottomano e Venezia, che avrebbe permesso una più ampia affluenza di pellegrini al santuario.
L’8 settembre ben cinquantamila pellegrini resero testimonianza della propria fede dinanzi alla statua della Vergine col Bambino, che l’artista volle incarnarla scura, probabilmente seguendo il Cantico dei Cantici: Nigra sum, sed formosa (Ct. 1,4). L’opera scultorea è davvero imponente, basti pensare che il suo peso supera i quattro quintali. Dell’autore non si hanno notizie. Forse era un artigiano locale di scuola salisburghese, almeno stando alle dotte disquisizioni dello storico P. Davide da Portogruaro (Il Santuario di Castelmonte nel Friuli, pag. 52).
Decenni dopo, il santuario dovette fronteggiare ancora delle sciagure.
Il 25 febbraio 1511 s’accese la crudele rivolta del “Giovedì Grasso” guidata dalla famiglia nobile dei Savorgnan, che seppe cavalcare il malcontento diffuso dei contadini verso gli occupanti veneziani. La rivolta dilagò in tutto il Friuli e tra i molti episodi di violenza si registrò la decimazione della nobiltà udinese. Giorni dopo, nella notte del 26 marzo, un violento evento sismico – che si ritiene abbia scatenato una forza di magnitudo 7 della scala Richter – colpì una vasta area friulana e slovena. Secondo le stime di allora, morirono sotto le macerie oltre 10.000 persone. A completare un quadro così terrificante, comparve un nuovo flagello: la peste.
Castelmonte registrò pochi danni, ma tutto dava l’idea che le terre che lo cingevano non dovessero trovare pace. Nel maggio dello stesso anno, la Confraternita dei Battuti di Udine organizzò un pellegrinaggio alla Madonna di Castelmonte, implorandone la sua grazia.
Non era finita. Le viscere della terra erano ancora inquiete. Un nuovo terremoto, avvenuto nel 1513, invece danneggiò seriamente il santuario e il borgo fortificato. L’entità dei danni fu notevole, tanto che i lavori di rispristino durarono sino al 1544. In questi anni vi lavorò un celebre artista, Giovanni da Udine, amico e collaboratore di Raffaello. Tra le opere attribuite all’artista friulano vi è la decorazione della cripta di San Michele.
Passata la bufera della Guerra di Gradisca (1615-1617), che coinvolse Venezia e la Casa d’Austria, il castello e il santuario divennero oggetto di notevoli trasformazioni. Il 15 maggio 1744, l’ultimo patriarca di Aquileia, il veneziano Daniele Dolfin, consacrava il santuario in buona parte ricostruito.
Il borgo di Castelmonte superò anche l’epoca napoleonica, anche se dovette sottostare alla confisca degli oggetti preziosi, e tra questi molti ex voto dei pellegrini, e l’incameramento dei beni immobiliari e di alcuni possedimenti terrieri.
L’epoca contemporanea si apre con il 1913, allorché il santuario venne affidato ai cappuccini.
Durante la Grande Guerra, le vicende belliche non coinvolsero direttamente il Santuario, benché si trovasse lungo la linea tra le armate italiane e quelle austriache. Si registrò la profanazione, compiuta da soldati austriaci, del tabernacolo del santuario, che dispersero le Sacre Specie, anche se rispettarono l’immagine della Madonna, forse più per superstizione, che come atto devozionale.
Nel corso del secondo conflitto mondiale, il santuario venne fatto bersaglio delle armate tedesche. Il 6 novembre 1943, il santuario subì un primo bombardamento, poiché si sospettava che al suo interno vi fossero dei reparti della resistenza italiana e titoista. Giorni dopo, il 18 novembre, il locale comando tedesco ordinò un nuovo attacco, ma si risolse in poco tempo. Una culatta di un cannone esplose, uccidendo un artigliere e ferendo molti altri.
A partire dal secondo dopoguerra, il complesso del santuario fu interessato da una nuova attività edificatoria, che si completò negli anni ’80.
Ormai il santuario aveva assunto l’immagine attuale.
Della chiesa è ragguardevole l’altare maggiore del 1684, che fu commissionato a due maestri veneziani, tra i quali l’artista Paolino Tremignon, al quale si attribuiscono le due sculture dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista sull’altare; mentre la statua della Madonna con Bambino, posta nel paliotto della mensa, dovrebbe essere di Andrea Pettarossi da Udine. Sulla volta del presbiterio si osserva “l’Assunta ai piedi della Santissima Trinità”, dipinta nel 1870 da Lorenzo Bianchini. Lungo la navata si vedono numerose opere commissionate dalla Confraternita del Santissimo Sacramento, tra le quali il SS. Antonio e Vito di Francesco Chiarottini, posta nell’altare di sinistra e la SS. Trinità con i SS Gregorio e Girolamo di Francesco Colussi, collocata nell’altare di destra del santuario.
Le pareti della chiesa, almeno fino agli sfoltimenti di Padre Eleteurio (1919) e Padre Anastasio (1954), erano rivestite da catene (portate da cristiani resi schiavi dai turchi o da carcerati), vessilli, tavolette e di cuori, molto spesso, d’argento. Tra i molti ex voto razziati dalle truppe napoleoniche si ricorda una Madonna con il Bambino in argento massiccio, ma, purtroppo, anche in tempi recenti vi fu chi volle emularli. Il 15 settembre 1974 delle mani sacrileghe razziarono cuori e tavolette d’argento. Altri delinquenti sacrileghi rubarono nel 1932 le corone preziose che cingevano il capo del gruppo scultoreo della Vergine e del Bambino. Grazie alla pietà dei devoti della Madonna si posero delle nuove corone preziose, ma, nella notte del 19 settembre del 1969, ancora una volta, delle mani si copersero di sacrilegio. Da quel momento, le due statue sono cinte da due corone a prova di ladri, poiché di nessun valore veniale.
Grazie a due scale è possibile scendere nella chiesa inferiore, dedicata a San Michele Arcangelo, qui, oltre alle testimonianze antiche, si può ammirare il gruppo scultoreo in legno, che rappresenta “San Michele che schiaccia Lucifero”, eseguito da maestri bolzanini nel 1963. Infine due pale, raffiguranti Santa Chiara e San Francesco del maestro Clauco Benito Tiozzo, uno dei grandi artisti che continuano a portare avanti la tradizione della pittura veneta.
Il sisma di magnitudo 6.5 della scala Richter che colpì il Friuli nella sera del 6 maggio del 1976, e le successive scosse dell’11 e il 15 settembre, investirono anche Castelmonte, ma, per fortuna, il Santuario non dovette soffrirne molto, rispetto alla devastazione circostante, che contò oltre 900 morti e 18.000 abitazioni distrutte.
I frati di Castelmonte proposero un pellegrinaggio al santuario, per ingraziarsi la ricostruzione di quelle terre; e da quel momento, ogni 8 settembre, i devoti salgono sulla sommità del santuario per ringraziare la Madre di Dio.