Il regno dei Fanes

Molti anni fa, ero ancora piccolo, degli alpinisti chioggiotti, dei grandi con la “g” maiuscola, mi fecero un grande regalo, portandomi con loro in un luogo magico delle dolomiti. Da quel momento una parte di me non ha più abbandonato quell’altopiano adombrato dai colossi delle Conturines e delle Tofane.

Oggi, molti di quei compagni non ci sono più, ma è ancora possibile vederli discendere nella neve fresca tra le cime più alte o ascoltare, nel silenzio delle montagne, le loro peripezie sul Piz Lavarella o sulla lontana Forcella Medesc.

Il momento peggiore era il ritorno.  Max, il proprietario del vicino rifugio, si avvicinava ad una piccola campana e tirava ritmicamente la corda del batocchio,  provocando dei piacevoli suoni acuti, con il fine di augurarci un buon viaggio, senza sapere che, in realtà, faceva nascere in noi un magone grande quanto una delle montagne vicine.

Un anno dopo, quando in pianura germogliavano i primi segni dell’imminente primavera, quattro o cinque autovetture partivano da Chioggia alla volta del Fanes; e così andò avanti per decenni, finché le pieghe della vita decisero per tutti noi, caricandoci di molte cicatrici.

Tra le molte escursioni, di una serbo un ricordo particolare. Eravamo di ritorno dal Col Bechei, quando incrociammo un gruppo di scialpinisti bavaresi di nostra conoscenza. Percorremmo, si e no, una cinquantina di metri, quando sentimmo echeggiare dei boati. Pensai subito al peggio. Una valanga si era staccata in qualche pendio non lontano. Invece uno dei tedeschi, che aveva combattuto la Grande Guerra su queste montagne, volse lo sguardo verso il Vallon Bianco e, con un italiano stentato, mi rispose di non preoccuparmi. Forse, i boati che sentivo erano i lamenti delle trombe d’argento, che una regina aspettava da secoli. Poi, alzò lo sguardo e scrutò il cielo. Sarebbe stata una notte fantastica, con una luna piena come poche. La regina dei Fanes e sua figlia Lujanta sarebbero uscite dal loro nascondiglio, per solcare le acque del vicino lago di Braies.

Ritornati al rifugio, lasciai sci e pelli di foca all’ingresso e cercai il tedesco, che mi aveva gonfiato l’animo con una storia che sapeva di fantastici duelli e misteriosi animali. Lo trovai mentre sorseggiava una pinta di birra, tra una pipata e l’altra.

Ricopiai su un quadernetto da scuola quanto mi raccontò, anche se le pagine bianche si colorarono di disegni, piuttosto che di frasi elementari e zeppe di errori da matita rossa.

Il destino volle che anni dopo mi trovai in un aula universitaria a disquisire proprio su questo argomento di fronte a due arcigne professoresse.

Secoli e secoli fa, una vecchia ongana, che viveva in una grotta alle pendici della Croda Rossa, si ritrovò davanti una giovane donna con in braccio una bambina. La riconobbe, era una del posto, di nome Molta, scappata per amore in terre lontane. La ragazza fece tempo solo a sedersi sopra una grossa roccia che esalò l’ultimo respiro, lasciando tra le braccia dell’ongana la sua piccola creatura.

Il corpo esanime della donna fu trasportato via dalle marmotte e nascosto alla vista del genere umano in un profondo anfratto della montagna; mentre la piccolina, cui fu dato il nome di Moltina, in onore della mamma, venne adottata dalla vecchia ongana.

Come si sa, il tempo trascorre velocemente, e la bambina crebbe, passando il proprio tempo con l’ongana e, in parte, con le marmotte. Una volta Moltina assunse addirittura le sembianze di una marmotta. Anni dopo, Moltina andò in sposa al principe dei Landrines, che vivevano in Val Popea.

Un giorno, ebbe luogo una grande festa nel castello. Tra gli invitati, vi era la regina dei Bedoyeres, la più orgogliosa tra le dame presenti. Conoscendo le umili origini di Moltina, propose sadicamente che ciascuna delle dame presenti raccontasse dei propri avi, delle loro gesta, nonché dei loro averi.

Moltina era disperata e quando toccò a lei a parlare, ebbe la sensazione che il mondo gli cadesse addosso. Non riusciva a spiaccicare una parola e il rossore del viso tradiva il suo imbarazzo.

In quel momento il ciambellano di corte entrò nella stanza del tutto infervorato. La montagna era diventata rossa come il fuoco. Le dame si precipitarono alle finestre e rimasero meravigliate dal fenomeno mai visto.

Moltina approfittò del momento di confusione per uscire dalla stanza e corse verso l’uscita del castello. Da qui prese la via dei suoi monti e, non volendo essere riconosciuta dagli uomini, si trasformò in una marmotta.

Il principe la inseguì per i boschi e i versanti scoscesi, finché la ritrovò; ed esaudì il suo desiderio di non tornare più tra le mura del castello, lontano dalle malignità e dai pettegolezzi delle dame di corte.

La vecchia ongana quando seppe della sua scelta decise che la loro montagna rimanesse rossa per sempre.

Una notte furono svegliati dal fragore di armi. Il principe si avvicinò alla fonte del rumore. Un accampamento di fanti e cavalieri era in pieno fermento, ma era facile osservare che tutti quegli uomini non fossero avvezzi all’arte della guerra.

Era il popolo di Fanes e si stava preparando alla guerra, poiché aveva avuto notizia di un imminente attacco di un popolo vicino.

Il principe acconsentì  al loro desiderio di prepararli alla guerra e li condusse nelle singole battaglie, dalle quali ritornarono sempre vincitori.

Il giovane, divenuto re dei Fanes, ordinò di costruire un castello, sulle cui mura fece dipingere l’emblema della marmotta. Il regno dei Fanes divenne presto potente.

Un centinaio di anni dopo, una giovane nipote sposò un principe di un regno vicino. dalla loro unione nacquero due gemelle, Dolasilla e Lujanta.

Il re, salendo verso una delle cime del suo regno, incontra una grande aquila, che altro non è che il re di una lontana isola abitata da uomini con un braccio solo. I due concludono un alleanza, che ha come clausola finale lo scambio dei gemelli.

Lujanta riesce a sfuggire, nascondendosi tra le marmotte, mentre Dolasilla cresce tranquilla, divenendo giorno dopo giorno sempre più forte. Per di più il regno viene allietato dalla notizia della nascita del principino con un braccio solo.

Il re, in segno di ringraziamento, fa sostituire l’emblema della marmotta con quello dell’aquila.

In quei giorni, un giovane principe dei Duranni si trovò ad affrontare un terribile stregone di nome Spina De Mul.

Lo stregone dall’aspetto di uno scheletro di un mulo mezzo putrefatto, aveva assalito la giovane Dolasilla e  un suo scudiero. Il principino non si perse d’animo e lo affrontò a colpi di pietra, sebbene fossero in piena notte. Lo stregone, ormai quasi agonizzante, gli assegnò il nome di Ey de Net (occhio della notte). Nella lotta furibonda, lo stregone perde una pietra magica, la Raietta, che viene trovata da Ey de Net, che la regala a Dolasilla.

Il re dei Fanes era bramoso di ricchezze e di gloria; e guida una spedizione verso Canazei alla ricerca di un tesoro nascosto sul fondo del lago d’argento. Ma qui non trovò nessuna ricchezza; senonché entrano in una grotta, dove rinvengono delle verghe d’argento e una scatola con lembi di pelle bianca, contenente della polvere grigia. Dei nani fanno la loro apparizione e reclamano il contenuto della scatola.  Dolasilla la restituisce ai nani, i quali gettano la polvere in fondo al lago.  Dopo di che restituiscono la scatola e la pelle perché se ne faccia una corazza impenetrabile.  Uno dei nani, inoltre, gli fa una predizione.  Diverrà una guerriera invincibile, ma non dovrà mai sposarsi.  Con le verghe si fa costruire un arco e delle trombe dal suono meraviglioso.  Di ritorno i Fanes trovano il lago coperto di canne d’argento, con le quali fabbricano le frecce per Dolasilla.

Un giorno Dolasilla regalò tredici frecce a dei Salvan, ignorando che fossero stati inviati dallo stregone Spina del Mul, bramoso di riavere la sua pietra.  Non solo; il malvagio stregone aveva riunito una coalizione di popoli contro i Fanes; e tra essi vi era un contingente di Durani guidati da Ey de Net.  La battaglia avviene nella pianura di Fiammes e alla fine i Fanes riescono a spuntarla, a costo di grandi perdite.  La stessa Dolasilla è rimasta ferita a causa di una freccia magica.

Ey de Net vuole vederla e chiede consiglio alla Tsicuta, sorella dello stregone.  Questa, gli suggerisce di far costruire dai nani del Monte Latemar uno scudo così pesante, che nessuno possa trasportarlo, tranne lui.  Ma deve anche sapere che Dolasilla farà una profezia che non potrà mantenere.  La vita della giovane ragazza era segnata dalla bramosia del padre.  Lo stratagemma diede i risultati sperati; e il principe Durano in incognito, divenne il compagno d’arme di Dolasilla.  La giovane principessa, alla testa dei suoi guerrieri, riprende le armi contro i popoli vicini.

Un giorno Ey de Net e Dolasilla dichiarano il proprio amore e il desiderio di sposarsi.  Non solo, i due amanti promettono che non scenderanno in battaglia da soli.

Il re bandisce dal regno Ey de Net e, sapendo che Dolasilla non sarebbe scesa in battaglia senza il suo amato, tradì il suo stesso regno, con l’unica condizione di essere ricompensato con il regno di Aurona, un paese tutto d’oro, poco sopra Livinallongo.

La guerra ha inizio e Dolasilla è costretta a riprendere le armi, malgrado la promessa fatta al suo amato.  Durante la battaglia la principessa viene colpita dalla tredici frecce che aveva regalato e muore.

Il re dei Fanes viene schernito da Spina de Mul e viene trasformato in pietra, sulla cima del Nuvolao.  Ancora oggi il suo volto è visibile sul Falzarego (da Falzares il falso re).

La disperata situazione dei Fanes, costringe ad ordinare un ripiegamento nel castello.  Qui le marmotte inviano in loro aiuto Lujanta.  Presa per la gemella Dolasilla, mette in fuga i nemici, ma è solo questione di tempo, di poche ore.  I Fanes hanno perso la battaglia.

Le marmotte conducono i Fanes nel loro regno sotterraneo, ma vengono inseguite dai nemici.  In loro aiuto corrono i nani, che deviano una cascata, che blocca gli inseguitori assetati di sangue.  Sette anni dopo i Fanes erano riusciti a riprendersi territori appartenenti e gli stessi popoli nemici erano stanchi di combattere e chiesero la pace.

Il principe dei Fanes non volle sentire ragioni e si arrivò ad una nuova guerra.  Fu una carneficina, la maggior parte dei Fanes morì nel campo di battaglia.  I superstiti si ritirarono con la regina e Lujanta sotto la croda del becco.

C’è chi dice che ogni anno, e chi cento anni, la Regina e la Principessa escono fuori e, a bordo di una barchetta, navigano le scure acque del lago di Braies, sperando di udire le trombe d’argento, che segnalano la rinascita del regno, come profetizzato dal Re Aquila.

Tutta la materia narrata è fiorita in un’estesa regione geografica, che comprende la Val Badia, la Conca di Cortina d’Ampezzo e tratti della Val Pusteria.  Questa è una regione particolare; una sorta di cerniera tra l’etnia ladina e quella tedesca.

Oggi i ladini sono una piccola minoranza etnica, che si ritiene discendente di un’antica popolazione, un tempo ben presente sulle Alpi.

Su queste valli e montagne, i ladini tramandarono il ricordo di un regno, abitato dai Fanes in piena sintonia con le marmotte.  In realtà, il tempo e le tragedie della storia cancellarono molti di questi ricordi.  Tanto che la saga dei Fanes rischiò seriamente di andare perduta per sempre.  Per fortuna, la curiosità di un uomo per le tradizioni popolari ladine la salvò dall’oblio.

L’uomo era Karl Felix Wolff (21.05.1879-25.11.1966).

Dopo averla raccolta, non senza difficoltà, la diede alle stampe per la prima volta nel 1932.

Wolff non ci mise molto tempo ad accorgersi che ci voleva quasi una bacchetta magica per risvegliarla dal suo letargo secolare.

I singoli episodi erano spesso confusi, se non addirittura contraddittori.  Wolff non si perse d’animo; cercò di dare una tramatura ciclica, basandosi sui filoni principali: quello badiota, l’ampezzano e il fassano.

Certo la fantasia gli giocò qualche brutto scherzo, inserendovi dei fili della tradizione tedesca; ma è anche vero che sarebbe stato difficile ordinare una versione princeps di una tradizione che, a seconda del momento e delle circostanze, il bardo modificava il racconto, stravolgendolo.

Fatto sta che oggi il ricordo del popolo dei Fanes è più vivo che mai.

E questo lo dobbiamo a Karl Felix Wolff.

L’ongana del focolare

Nella conca ampezzana, durante le lunghe ed innevate notti d’inverno, le ore volavano veloci intorno al larin, ascoltando i racconti degli anziani di casa, che, a loro volta, li avevano uditi dai loro nonni.

Le parole e i gesti narravano le imprese straordinarie di esseri fantastici, di streghe, di demoni, nonché di uomini e donne che non vollero arrendersi alle asprezze della montagna.

Qualche tempo fa mi trovavo a Belluno per lavoro. Un giorno ebbi modo di conoscere un signore. Tra i settant’anni e gli ottanta, vestiva l’abito tradizionale ampezzano. Il suo volto, me lo ricordo ancora, era rubicondo e il mento ricoperto di una folta barba grigio pepe. Non era molto alto e ansimava di continuo, forse per l’evidente sovrappeso o per i primi caldi di una stagione che si sarebbe rivelata torrida. Lo feci accomodare sulla poltroncina che avevo di fronte. Si parlò del più e del meno, poi all’improvviso senza un perché se ne uscì fuori dicendomi che molti, moltissimi dei veri racconti delle vere montagne erano morti con i loro bardi improvvisati. Per fortuna alcuni di essi erano sopravvissuti ai loro cantori.

Mi chiese se avevo del tempo per i ricordi di un vecchio. Dopo di che iniziò a raccontarmi un’antica storia, che mi affrettai a metterla su carta. Qualche giorno dopo volli verificarne la veridicità. In effetti nella tradizione ampezzana, quanto avevo ascoltato e trascritto, esisteva per davvero. Si segnalavano delle varianti, ma non così importanti da stravolgere l’impianto generale.

Tanto tempo fa, un contadino di Alverà scendeva a valle, dopo aver lavorato di buona lena per tutto il giorno, falciando l’erba sui prati alti. Le braccia gli dolevano, come ogni altro muscolo del corpo. Sapeva che la notte scende presto in montagna. La strada di ritorno non era semplice da farsi con la luce del sole, figuriamoci al buio. Avrebbe lavorato di rastrello il giorno dopo.

Non vedeva l’ora di riabbracciare i suoi cinque figli e la sua brava moglie.

Sopraggiunto al lago di Scin, ebbe un sussulto. I prati intorno alle rive del laghetto erano coperti dai vestiti delle ongane e da dietro delle Tofane si intravvedevano già delle nubi minacciose.

Preso dal panico di vedere il lavoro di una giornata andare in fumo, cominciò ad imprecare contro le ongane. Prese in mano il rastrello e ributtò nelle acque del lago i loro abiti. Come d’incanto, le nuvole cariche di acqua si dissolsero, lasciando che gli ultimi raggi del sole si riprendessero il cielo.

Soddisfatto di aver salvato il fieno riprese il cammino verso casa.

Quando vi giunse trovò la moglie stesa a terra dolorante e i bimbi con le lacrime che rigavano i loro volti. Giorni dopo la donna era ridotta come uno scheletro e ripeteva tremante che sarebbe morta di lì a poco. L’uomo era disperato. Non sapeva cosa fare, finché si ricordò di un vecchio pastore, che passava per essere un saggio.

Il pastore mugugnò un attimo quando gli fu detto del lago. Non c’erano dubbi erano state le ninfe a scagliare il potente maleficio sulla sua casa. Per spezzarlo avrebbe dovuto offrire in sacrificio un capretto nero nella prima notte di temporale.

All’improvviso vi fu un boato. Il cielo sopra la Val di Fanes era illuminata da lampi e tuoni, che preannunciavano una violenta tempesta di lì a poco. Il contadino si fece coraggio. Prese il capretto e risalì il sentiero, che lo avrebbe condotto al lago di Scin. Tempo dopo le vide. Raccoglievano i loro abiti infradiciati, saltellando con i loro piedi caprini. Il suo arrivo non passò inosservato.

Le ongane si fermarono all’istante e si chiesero cosa volesse quell’uomo da loro. Il contadino si avvicinò alla più vecchia di loro e gli gettò ai suoi piedi il capretto nero, implorandola di rompere la maledizione e guarire sua moglie. Tutte si misero a ridere selvaggiamente e, senza dire altro, si tuffarono in acqua.

Il contadino venne travolto da un vortice di disperazione. Le chiamò una, due, mille volte, urlando tutto il suo dolore, ma era tutto inutile. Con la morte nel cuore, ritornò sui suoi passi, non accorgendosi di una giovane ongana, che si era nascosta per poterlo osservare. Qualcosa di quell’uomo l’aveva colpito e prese la decisione di seguirlo, saltellando da un albero all’altro.

Quando l’uomo fece il suo ingresso in casa capì che qualcosa di tragico fosse accaduto tra quelle mura. I bambini, sporchi ed arruffati, piangevano a dirotto e straziati chiamavano la mamma. La moglie era morta.

Mesto, l’uomo prese in braccio il corpo senza vita della moglie e lo portò nella camera da letto, per prepararlo per il funerale. Nel frattempo, la giovane ongana era entrata in cucina, trovandovi i bambini intorno al larin. I volti erano neri di cenere e lacrime. I più piccoli, stremati, si erano appena addormentati, mentre i due più grandicelli furono presi da un tale spavento che non riuscirono ad aprire bocca.

L’ongana abbozzò loro un sorriso. Tirò fuori un pettine d’oro e cominciò a pettinarli uno dopo l’altro, dai più piccoli ai più grandi. Scaldò dell’acqua e si prese cura di loro, lavandoli come se fosse la loro mamma. Alla fine si nascose sotto il larin.

Con lo spuntare del sole, dopo che il contadino se ne era andato a lavorare sui campi, la giovane ongana usciva fuori e provvedeva a tutte le necessità dei bambini. Infine preparava il pranzo e metteva in ordine la casa. Solo una cosa chiese alla bimba più grande. Il papà non doveva sapere di lei, come non doveva sapere chi fosse la vera artefice della cura della famiglia e della casa. Il merito di tutte quelle attenzioni sarebbe ricaduto sulla stessa bambina.

Gli anni passarono velocemente, ma l’ongana non abbandonò più quella casa. Amava i bambini, come se fossero suoi, e nutriva dei sentimenti per il contadino. non aveva mai avuto il coraggio di farsi vedere dall’uomo. Si vergognava. Si vedeva brutta, ripugnante e temeva le reazioni dell’uomo.

La più grande dei bimbi si era trasformata in una bella ragazza e, presto, un giovanotto del paese la chiese in moglie. Da quel momento l’ongana non si fece più vedere. Il giovane fidanzato non avrebbe mai sposato la figliastra di uno spirito acquatico, ma il suo cuore di mamma gli impose di rimanere a vegliare sulle sue creature.

In seguito, la ragazza si convinse che l’ongana avesse lasciato la casa, ritornando nel lago dei prati alti.

Una sera, il fidanzato si presentò a casa della ragazza con cazzuola e malta. Il vecchio larin necessitava di cure energiche. Anche in quel caso l’ongana non uscì fuori. La sua bimba era troppo importante per lei. Rimase dentro, in silenzio. Si ripiegò su se stessa come un gomitolo e vide ogni spiraglio chiudersi dalla malta. Murata viva nella pietra calda, il calore la tormentava, affliggendole dolori senza fine. Alle volte la sofferenza era tale che non riusciva a trattenere le lacrime e piangeva a dirotto, ma il suo pianto si confondeva con lo sfrigolio della legna verde.

Molti anni dopo i nipoti presero la decisione di demolire l’antico larin e mettervi una moderna cucina economica. Alla base trovarono un ammasso di color verde e della polvere grigia. Con un bastoncino smossero questi resti. Venne fuori un pettine d’oro.

Una nonnina si fece avanti e raccontò una strana storia con la voce rotta dall’emozione: la storia della buona ongana del larin. I nipoti non la credettero. Presero il pettine e lo vendettero ad un rigattiere della zona. Con i soldi organizzarono una festa, che durò fino all’alba, non sapendo quanto amore avesse donato a quella famiglia  la proprietaria di quel piccolo pettine d’oro.