L’insediamento templare giovannita di Tempio di Ormelle

Il sistema viario romano aveva rappresentato l’ossatura principale della stessa irradiazione di Roma (Caput viarum) nell’orbis terrarum e, nello stesso tempo, aveva garantito l’efficienza dell’organizzazione amministrativa dello stato. Dopo il collasso dell’Impero, la rete stradale ne risentì in larga misura. Alcune vie sparirono per sempre, inghiottite dalla forza della natura; altre si confusero con tracciati di nuova costruzione; altre ancora, invece, sopravvissero alla fine dell’epoca antica. Intorno al Duecento, la ripresa degli scambi commerciali tra il Nord Europa e il meridione, oltre al vasto movimento dei pellegrinaggi, diede nuova linfa ai vecchi percorsi stradali, in particolare a quelli che attraversavano parte dei territori quella che era stata la “Decima Regio”, costituita dalla “Venetia et Histria”.

Nel corso del XII e XIII secolo, migliaia di pellegrini e commercianti attraversavano la pianura veneto friulana, provenendo da tutta Europa, e percorrevano un ordito stradale composto da tragitti principali e secondari, che s’incrociavano in corrispondenza di ponti o guadi sui corsi d’acqua. Buona parte dei viaggiatori si muovevano, orientandosi grazie alle copie degli Itinerari, che riportavano i percorsi, le distanze tra le località di una certa importanza e i luoghi di sosta. Di queste carte stradali ante litteram vi era l’Itinerarium Antonini Augusti (un itinerarium adnotatus, comprendente un elenco di stazioni e di centri stradali con le relative distanze, datato al III-IV secolo d.C.);l’Itinerarium Burdigalense (altro Itinerario adnotato, redatto da un anonimo pellegrino, che, intorno al IV secolo, descrisse il suo viaggio dalla città di Bordeaux alla Terrasanta); e, per ultima, la Tabula Peutingeriana (copia medioevale di un documento geografico sempre del IV secolo, che raffigura il sistema viario romano mediante itinerari disegnati e colorati). A questi si aggiunsero la “Cosmographia” dell’Anonimo Ravennate, databile al VII secolo, e gli “Annales Stadendes auctore Alberto” del XIII secolo. Senza poi contare i diari di viaggio, scritti dai pellegrini, che avevano affrontato con successo il viaggio verso le terre dell’Antico e del Nuovo Testamento. Pertanto, non fu un caso se gli Ordini religiosi, compresi quelli militari, si trovarono a porre dei propri insediamenti in queste terre, atti ad accogliere e rifocillare i pellegrini sempre più numerosi; e, peraltro, capaci di produrre l’eccedenza agricola dal normale fabbisogno, permettendo la trasformazione dei beni in natura in denaro sonante, che largo peso trovava nella logistica nella guerra in Terrasanta.

L’insediamento templare di Tempio di Ormelle può dirsi paradigmatico a questo riguardo. Sorto sulla piana alluvionale del Livenza e della Piave a pochi chilometri dall’antica Opitergium, l’odierna Oderzo in provincia di Treviso, esso si trovava a vista d’occhio sulla via Postumia, l’opera consolare del II secolo a.C. che da Genova conduceva ad Aquileia, e la Via Opitergium Tridentum, attraverso la quale si raggiungeva la Valsugana e, quindi, Trento (Tridentum). Per di più delle vie d’acqua permettevano l’acceso al mare Adriatico.

Le fonti sulla fondazione del nucleo templare non sono del tutto utili per riempire il vuoto delle prove materiali. Di solito, l’horror vacui si suole superare con la “Storia degli Ecelini, Codice Diplomatico Eceliniano” (1779) dell’erudito Giovanni Battista Verci. Nella ricostruzione della vita di Ezzelino I detto il balbo, l’autore afferma che il nobiluomo, di ritorno dalla Seconda Crociata, ricevette dal Patriarca di Aquileia beni e possedimenti nel contado di Villa di radio (l’attuale Rai), piccolo borghetto a pochi chilometri da Ormelle, nella cui giurisdizione territoriale si ricordava una chiesa intitolata a santa Lucia dei Templari.

La cronaca continua, ricordando che il crociato, forse ancora memore della confessione sul Santo sepolcro, ritenne di lasciare questi beni agli ordini monastici del territorio, favorendo di fatto anche gli stessi templari, che eressero il loro insediamento a Tempio. In effetti, Ezzelino I, per meriti acquisiti in Terrasanta, ricevette in feudo i castelli di Mussolente, Oderzo e Maser dai vescovi di Feltre e Belluno, così come ricevette dal patriarca di Aquileia i possedimenti lungo il corso del Piave. Per quanto possa essere suggestiva una tale donazione, tuttavia la notizia va letta con tutte le cautele del caso. Appare alquanto sospetto che il Patriarca di Aquileia potesse disporre delle proprietà dell’Ordine Templare, attestate e definite dalla Chiesa di Santa Lucia dei Templari; peraltro quest’ultima scomparsa senza lasciare alcuna traccia. E, infine, anche se volessimo dare credito alla notizia, allora non si capirebbe l’esigenza di erigere un nuovo insediamento a poca distanza da uno di una certa rilevanza, dato che “la presenza di una cappella segnala l’importanza della casa come capoluogo della commenda” (Demurger A., I Templari, un ordine cavalleresco cristiano nel Medioevo, 2006, p. 165).

L’assenza di fonti primarie impedisce, dunque, di definire con esattezza il periodo in cui i Cavalieri Templari si stabilirono a Tempio. Il primo vero e proprio documento che ne attesta la presenza storica risulta un contratto livellario (forma medioevale di concessione di terreni agricoli a determinate condizioni) del 1178. Per quanto sia una testimonianza documentaria incidentale, tuttavia permette l’abbozzo di un primo ritratto delle origini.

Tra i testimoni del contratto, compare Vitalis da Templo, che indirettamente tramanda il toponimo con il quale era conosciuto l’insediamento (Cagnin G., I Templari e Giovanniti in territorio trevigiano, secoli XII-XIV, 1992, p.13). Ben più significativi risultano i documenti successivi. Nel 1184 si ricorda la “mansionis Templi” (da Masòn luogo di sosta per i pellegrini) o “Domus de Campania” (Cagnin 1992, p. 14 e 86), mentre nel 1304 è ricordato di nome di “Templo de Campanea” (Cagnin 1992, p.86). Infine, documenti coevi, ricordano la dedicazione della chiesa a Santa Maria de Campania.

Altro vuoto documentale si riferisce all’impianto originario dell’insediamento templare. Esistono delle rappresentazioni cartografiche, ma sono piuttosto sommarie. Una prima descrizione analitica è offerta da un Cabreo del 1788, di qualche anno antecedente delle demolizioni effettuate tra il 1810 e il 1841.
Lo stanziamento è rappresentato come un’entità urbanistica ben distinta dall’ambiente circostante. Delle mura lo chiudono su tre lati, mentre il lato sud – est è cinto da due corsi d’acqua, il Lia e il Piavesella. Le strutture architettoniche sono visibili e riconoscibili: la chiesa con il portico e la sacrestia, il cimitero, la stalla e il fienile, la casa Dominicale con il granaio e la cantina, infine gli spazi destinati alla coltivazione; per ultimo, è rappresentato il ponticello che attraversa il Piavesella. Comunque sia, il Cabreo preso in considerazione offre uno spaccato dell’esistente durante il XVIII secolo, quando la precettoria (struttura base dell’organizzazione templare) era del tutto volta alla gestione agricola delle proprietà giovannite.

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Gli scavi archeologici compiuti negli ultimi anni non hanno posto la parola fine al quesito se questi edifici giovanniti siano sorti sopra delle strutture preesistenti, per cui nulla autorizza a pensare che queste strutture trovino un precedente all’epoca templare. Di contro, molti studiosi locali, invece, vi riconoscono l’impianto templare originario, sulla scorta degli studi compiuti sugli insediamenti europei, soprattutto spagnoli e francesi.

Il convento rurale per lo più è una semplice casa fortificata, in cui l’aspetto militare scompare per lasciare spazio alle funzioni religiose ed economiche: le mura, i fossati che talvolta lo circondano hanno la sola funzione di difesa dal brigantaggio e dai pericoli. Talvolta la torre di un castello preesistente è servita come nucleo per il nuovo edificio; in altri casi è una creazione ex nihilo. Il complesso degli edifici è disposto a forma di L o attorno ad una corte alla quale una porta monumentale può consentire l’accesso. Granai, dispense, fienili, alloggi del commendatore e dei fratelli (dormitorio, refettorio), sala capitolare e cappella sono disposti ai lati della corte”. (Demurger A, op. cit. p. 165).

Di certo, si può affermare che all’interno delle sue mura non si ascoltarono il calpestio delle turme di cavalieri in assetto di guerra e neppure si sentì il fragore delle armi in allenamento. Qui i monaci templari, vestiti della sola veste bianca, trascorsero le loro giornate come i più semplici cistercensi, legati alla recita delle ore e alla celebrazione della messa; per quanto, meno legati all’ascesi monastica tradizionale, come ad esempio per i pasti. Durante la settimana mangiavano due volte al giorno, tranne il venerdì, che osservavano il digiuno, ovvero ci si limitava al solo pasto diurno. Nelle ciotole veniva servita la carne per tre volte alla settimana, mentre nei rimanenti giorni le pietanze erano costituite da legumi e farinacei vari.

Un inventario, redatto nel 1310, registrò all’interno della Chiesa un gonfalone con le insegne dell’Ordine. Il che fece pensare che si trattasse del famoso “Beauceant”, lo stendardo di forma rettangolare verticale, suddiviso in due bande, una bianca e una nera. In realtà, il vero e proprio gonfalone era conservato nella residenza del Gran Maestro, per cui il vessillo in questione doveva trattarsi di uno di quelli in dotazione alle case più importanti. Curioso, a questo riguardo, risulta un brano raccolto dall’ecclesiastico Telesforo Bini. Nel suo “De Tempieri e del loro processo in Toscana” (1845), l’autore ricorda Giovanni de Castellarquato, comitatus di Piacenza, precettore di Campanea e comitatus di Treviso. Nel 1296, nel corso del Capitolo generale di Bologna, dei testimoni lo videro adorare il simulacro del Bafometto. A parte la solita accusa, studiata a tavolino, la notizia risulta importante, poiché evidenzia l’importanza della mansione di Tempio di Ormelle, dato che il suo precettore aveva partecipato al Capitolo.

L’economia che caratterizzò la precettoria si basò fin dai primi anni della sua esistenza non solo sull’autoconsumo, ma anche sulla produzione estensiva, tanto che una buona parte poté essere destinata al commercio nelle vicine fiere o nell’ambito delle strette relazioni, che legavano le case templari.
I cerali, per lo più orzo, segale ed avena, erano uniti alla coltivazione delle leguminose e verdure su larga scala, anch’esse coltivate in campo aperto. Per analogia con le altre case templari, è probabile che il territorio agricolo fosse suddiviso in quattro grandi appezzamenti, più o meno ortogonali, ciascuno dei quali destinato alla singola coltivazione. All’interno trovavano, invece, posto gli orti e gli alberi da frutto per la mensa comune. La necessaria irrigazione e l’industria molitoria furono assicurate dalla sistemazione idraulica dei corsi d’acqua vicini.

Il periodo d’amministrazione giovannita coincide con il periodo di decadenza della magione, tanto da registrare un solo prete, pagato dall’Ordine di Malta, per attendere alla Chiesa, che, fra l’altro, perse l’antica intitolazione alla Vergine, assumendo la dedicazione a San Giovanni Battista (1777).
I decreti napoleonici del 1797 disposero la requisizione dei beni di Tempio di Ormelle e furono messi all’asta. Il complesso fu acquistato da un tal Gasparo Moro di Oderzo, assieme a tutte le proprietà del Priorato tra il Piave e il Livenza. Nel 1798, il Governo Austriaco restituì i beni al Priorato, ma fu solo un breve luccichio, poiché qualche anno dopo, nel 1808, fu confermata la vendita al Moro; e con ciò la precettoria templare giovannita concludeva la sua storia.

L’unico edificio che riporta le origini templari è la Chiesa. Il suo impianto è romanico, caratterizzato da un’unica navata con asse longitudinale est ovest, che si conclude con le tre attuali absidiole, la più grande delle quali è la centrale.

L’abside centrale è di recente costruzione (1923), mentre al 1955 risalgono i lavori compiuti sul transetto e sulle absidi laterali, nonché sulla sacrestia. Anche la torre campanaria, eretta su ampia porzione della facciata,  e il porticato, che si sviluppa nei lati sud ed ovest, risalgono a periodi successivi a quella templare. Nel ‘700 furono inseriti nei pilastri del sottoportico sette tondi in pietra con croce giovannita iscritta. Le croci templari, invece, sono visibili tra gli archetti pensili sotto la grondaia dell’aula.

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La Chiesa possiede un piccolo tesoro, per quanto sbiadito dal tempo, ed è rappresentato da un ciclo di affreschi -alcuni dei quali risalenti al periodo templare – che la tappezzavano sia all’esterno che all’interno.
In linea di massima, si distinguono tre distinte fasi esecutive. La prima, la più antica, forse del XII-XIII secolo, occupava tutta la superficie muraria esterna e riportava dei semplici elementi decorativi e testi in rosso su fondo bianco.

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Allo stato attuale delle cose, la lettura appare difficile e si ferma solo su poche lettere. Tra il XIII e il XIV secolo buona parte di questi affreschi fu ricoperta con gli episodi del Nuovo Testamento e dalla “dormitio Virginis”.

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Ad onor del vero, alcuni storici (G. Curzi, la pittura dei Templari, 2002, p. 74) collocano gli affreschi “a una data non anteriore alla metà del XIV secolo, che esclude il riferimento, pure avanzato, ai fondatori dell’edificio”. Infine, il terzo ciclo con il San Cristoforo (XIV-XV secolo) della facciata e successivamente la Madonna in trono (XVI secolo)

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e la Crocifissione con la Maddalena dolente (XVIII secolo).

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L’isola di San Michele. Il cimitero monumentale di Venezia

Di fronte alle Fondamenta Nove, nel tratto di laguna che separa Venezia da Murano, una cortina di mura a mattoni recinge un’isola cara alla pietà dei veneziani. Si tratta di San Michele, il cimitero monumentale di Venezia.
L’isola non è sempre stata adibita a cimitero. I primi cenni, che sanno tanto di leggenda, la fanno affiorare dalla storia e dall’alterno gioco degli specchi d’acqua della laguna veneta, intorno al X secolo. Lo storico Flaminio Cornaro, nel suo “Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello” (1758), ricorda che l’isola era stata così chiamata, poiché due famiglie muranesi avevano eretto una chiesa, intitolandola all’arcangelo.
Parimenti antica, vi è un’altra antica tradizione. Essa racconta che il ravennate Romualdo di Sant’Apollinare, accompagnato dal proprio maestro spirituale Marino, fossero sbarcati “sopra un paluo apreso Muran”, durante un viaggio compiuto a Venezia. Incolta e quasi del tutto disabitata, il piccolo lembo di terra era conosciuta sotto il nome di “Cavana de Muran”, a causa dei ricoveri ricoperti di paglia, simili a capanne, usati per le imbarcazioni.
In mancanza di fatti certi, i chierici in grado di scrivere poterono abbandonarsi alla loro devota fantasia; ed ecco allora che alla mancanza di precise memorie storiche degli accadimenti di quei giorni passati da Romualdo a Venezia, supplirono le tradizioni devozionali che si proponevano di santificare e di dignificare con la presenza del ravennate uno dei più antichi monasteri della laguna. Secondo queste tradizioni, Romualdo, padre dei monaci Camaldolesi, avrebbe dato vita nell’isola ad una prima esperienza della vita eremitica.
In realtà, il racconto potrebbe nascondere un preciso avvenimento. Nella notte tra il 31 agosto e il 1 settembre del 978, il doge Pietro Orseolo I si trovò a prendere una difficile decisione, che avrebbe evitato una dura guerra contro l’imperatore Ottone II. In tutto silenzio e segretezza lasciò Venezia per ripararsi nel monastero di San Michele di Cuxà nella contea di Confluent sui Pirenei. Tra le poche persone che lo accompagnarono in quella notte, vi era Romualdo, il giovane monaco Romualdo, figlio del duca Sergio degli Onesti di Ravenna, e l’eremita Marino.
Di fatto, il primo insediamento religioso si ebbe nel 1212. I vescovi di Torcello e San Pietro di Castello fecero loro dono dell’isoletta disabitata, dove il camaldolese Lorenzo, insieme ad alcuni eremiti, diede inizio alla vita eremitica, vivendo in semplici celle. Papa Innocenzo III, il 25 settembre 1213, convalidò l’erezione canonica dell’insediamento; mentre nel 1221, il cardinale Ugolino di Segni consacrò la chiesa gotica a tre navate. Intorno al 1249, il monastero fu riformato dall’antica forma eremitica a vero e proprio cenobio.
Sotto l’abate Maffeo Gerardo, nel 1456, la struttura monastica venne in buona parte ristrutturata e sorse il campanile, in stile gotico veneziano, con qualche reminiscenza bizantina, oggi visibilmente pendente. Inoltre commissionò la realizzazione della statua, che risalta sul portale di accesso al chiostro. Riproduce l’arcangelo Michele intento a trafiggere il drago.
Anni dopo, nel 1468, l’abate Pietro Donà prese la decisione di restaurare la chiesa, dotandola di forme rinascimentali. Si incaricò il bergamasco Mauro Codussi, detto anche il Moro o Moretto, artista di grande ingegno.
La fabbrica per la parte principale durò un decennio. La facciata è tripartita attraverso quattro lesene e continuano la struttura interna a tre navate. Queste, coperte da un soffitto a cassettoni, conducono alla cappella maggiore e a due minori laterali. La maggiore è sormontata da una cupola. Subito dopo l’ingresso, appare un barco, il coro pensile monastico, che attraversa in lungo la chiesa. Percorrendo il barco si osservano delle sculture di epoca barocca, poste all’interno di nicchie, e raffigurano Santa Margherita e San Girolamo. Arrivati alla cappella maggiore, si vedono un altare barocco con tre statue: l’Arcangelo Michele, San Romualdo e San Benedetto. A fianco, nella cappella di sinistra, un altro altare di fattura barocca con un gruppo “San Romualdo portato in gloria da due angeli”.
Nella cappella della Croce si osserva un altare, barocco, con due “Angeli adoranti”, che reggono un tabernacolo vuoto. Esso conteneva una reliquia della Croce, che si ritiene essere appartenuta a Elena e a Costantino, giunta su queste acque e oggi custodita nel museo di Urbino.
Quindi la cappella Emiliani, realizzata su pianta esagonale e coperta da una cupola bianca di pietra d’Istria. Al suo interno vi sono tre altari con altrettante pale marmoree cinquecentesche ad altorilievo raffiguranti l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei pastori. E così si ebbe l’unico edificio poligonale del rinascimento a Venezia.
Il monastero, con il chiostro più grande, sorse durante il Cinquecento, anch’esso in nobili e sobrie forme.
Non potendo dedicarsi all’opera di bonifica e di messa a coltura di terre paludose, i monaci dell’isola s’indirizzarono agli studi. Nel secolo dell’Umanesimo, questo carattere prese sempre più piede, grazie alle indicazioni degli abati che si succedettero, quali il Traversari e Pietro Delfino. Peraltro, le donazioni e i tanti lasciti, nonché gli introiti diretti, permettevano al monastero una certa agiatezza, tanto che nel 1481 contava una trentina tra sacerdoti, chierici novizi e conversi.
Il monastero fu centro scrittorio, dedicato alla trascrizione dei manoscritti, divenendo un centro di pensiero e di sviluppo culturale di prima importanza. Nei suoi locali, venne realizzata un’opera figurativa tra le più importanti della cartografia veneziana: il mappamondo di Frà Mauro, databile al 1450, che contiene immagini e preziose informazioni sull’Ecumene, prima della scoperta delle Americhe. L’opera, manoscritta su fogli di pergamena e incollati a un supporto ligneo, possiede misure monumentali, dato che raggiunge una circonferenza di quasi due metri di diametro. Attualmente, il planisfero è conservato nella Biblioteca nazionale Marciana.
Nel febbraio 1971gli astronauti Shepad e Mitchell battezzarono una zona della Luna in onore di Frà Mauro.
Il monaco non fu il solo insigne uomo di cultura che San Michele produsse nel corso dei secoli.
Nel 1471, Nicolò Malerbi tradusse la Sacra Scrittura in Volgare e uscì in due volumi presso Vindelino da Spira, che appena tre anni avanti aveva introdotto l’arte tipografica a Venezia.
L’opera di Malerbi ebbe una grande fortuna con più di una trentina di edizioni, e questo, ben sessant’anni prima della versione tedesca di Lutero.
Tra il 1754 e il 1773, i monaci Giambenedetto Mittarelli e Anselmo Costadoni pubblicarono, in nove volumi in folio, gli Annales Camaldulenses Ordinis Benedicti: una storia dal 907 al 1770. Il Mittarelli redasse anche il “Bibliotheca codicum Mss. monasterii St. Michaelis de Murano cum appendice librorum 15, saeculi”, un catalogo dei codici presenti nella biblioteca di San Michele, che attesta l’importanza della raccolta prima delle dispersioni.
Un altro erudito fu Angelo Calogerà, principale compilatore della “Biblioteca universale”, compendio di molte gazzette letterarie e bibliografiche. Tuttavia, la sua opera è ricordata soprattutto per una collezione di testi, inediti e rari, di autori italiani in varie lingue: la “Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici”, pubblicata tra il 1728 e il 1757, in cinquanta tometti; e continuata poi con la “Nuova Raccolta”, che egli diresse fino al 1765. Un esplicito riconoscimento della cultura moderna.
Purtroppo, quest’ultimi rappresentarono l’ultima fioritura culturale di San Michele, prima della tempesta che si sarebbe abbattuta a breve, impersonata soprattutto dall’invasione delle truppe rivoluzionarie francesi. Ormai i giorni per il monastero camaldolese di San Michele erano contati.
Gli ultimi monaci, tra i quali il bellunese Mauro Cappellari (il futuro Gregorio XVI) e Placido Zurla, contesero con tutti i mezzi legali, per protrarre l’inevitabile. Riuscirono a salvare la Chiesa e il Monastero dalla demolizione, ma nulla poterono per contenere la depredazione del grande tesoro custodito dalla biblioteca. Dei 180.000 volumi e 36.000 codici manoscritti pochi si salvarono.
Parte di essi sono nella biblioteca di San Francesco della Vigna a Venezia. Il resto si disperse. Molti dei codici sono nelle biblioteche Nazionali di Parigi e Berlino, nella Bodleiana di Oxford, nel British Museum di Londra, a New York, a Chicago, a Leningrado.
Il complesso divenne per breve tempo un collegio per i giovani nobili veneziani. La vita del collegio, intitolato Dei Nobili, è rievocata da un poemetto, scritto da uno degli alunni, che diverrà un erudito archivista: Fabio Mutinelli.
Durante il giorno i ragazzi trascorrevano le ore tra studi e giochi, ma, alla sera, soprattutto durante le lunghe notti invernali, si radunavano nelle camerate, dove ascoltavano i rintocchi della campana, che suonava lugubremente per gli sperduti nella laguna.
Purtroppo, l’antico monastero divenne un carcere politico, probabilmente per la sua posizione in laguna, che rendeva difficile ogni evasione. I primi detenuti furono cinque bellunesi, poi le celle ospitarono i numerosi Carbonari processati a Venezia, nel 1821. Dopo essere stati inquisiti dall’Imperiale Regia Commissione Speciale, passarono da qui Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Fortunato Oroboni e altri famosi patrioti. L’ultimo prigioniero politico, nel 1859, fu don Giuseppe Fogazzaro, il prete patriota che sarà trasfigurato dal nipote Antonio Fogazzaro nel personaggio di don Flores nel romanzo Piccolo mondo moderno.
Ma a quel tempo, già da mezzo secolo, questo tratto di laguna era diventato il camposanto dei veneziani.
Il decreto napoleonico del 12 giugno 1804 aveva destinato la vicina isola di San Cristoforo della Pace, quale luogo per edificarvi il cimitero. La scelta comportò la demolizione della Chiesa e del Monastero, che avevano ospitato, prima i Bridigini, e poi gli Agostiniani. Presto, però, ci si rese conto che lo spazio era esiguo, per cui l’imperatore Francesco I ordinò di interrare il canale separante l’isola di San Cristoforo dall’isola di San Michele. Il 2 agosto 1839 ci fu la benedizione del patriarca.
Per il nuovo camposanto venne bandito un concorso: lo vinse il trevigiano Annibale Forcellini, che fece un progetto con molti punti in comune con quello di Milano. I lavori si conclusero nel 1876. A volo d’uccello è ora un grande quadrilatero, a riquadri, con una coda poco estesa, che difficilmente potrà avere ampliamenti futuri.
Oggi i cipressi dell’isola accompagnano il riposo: non solo dei veneziani, ma anche di molte persone che finirono di amare Venezia e vollero rimanervi per sempre.
Qui, infatti, vi riposano il musicista Luigi Nono, gli storici Giulio Lorenzetti e Pompeo Molmenti; gli scrittori Carlo e Gasparo Gozzi; l’attore Cesco Baseggio; i pittori Virgilio Guidi, Emilio Vedova e Mario De Luigi; i compositori Ermanno Wolf Ferrari e Igor Stravinskij; i poeti Josif A. Bodskij e Ezra L. Pound, lo scienziato Christian Doppler.
Anche la loro presenza aiuta a perpetrarne l’eternità.
Interessante risulta essere una visita accurata per scoprire, passo dopo passo, dove questi personaggi famosi sono stati collocati e riposano per l’eternità.

La peste nera del 1630 a Venezia e la Chiesa della Madonna della Salute

Un albero può dar vita a dei magnifici frutti solo se le sue radici sono ben salde e in profondità su un terreno ricco di sostanze nutritive. Per analogia, la stessa cosa la possiamo affermare per un popolo. Più è profonda la memoria della sua storia, più la sua vitalità ne avrà da giovarsi, soprattutto se la storia si è alternata in una serie cadenzata di eventi, molti dei quali hanno seriamente lambito la sua stessa sopravvivenza.

In questa ottica cade la tradizionale festa della Madonna della Salute, che si celebra il 21 novembre a Venezia. I devoti veneziani – ma non mancano i turisti anche stranieri e sempre più numerosi – percorrono il ponte votivo di barche, allestito dal Comune di Venezia, che consente di attraversare il Canal Grande da Santa Maria del Giglio fino alla chiesa consacrata alla Madonna della Salute.

Sul sagrato, affollato all’inverosimile da persone di ogni età, lunghe file disordinate si appiattiscono attorno ai banchetti, che vendono candele liturgiche e ceri votivi dalle misure più disparate. All’improvviso, le fiumane umane sembrano riprendere un ordine e risalgono la scalinata del maestoso tempio.

Il vociare si acquieta, lasciando posto all’intimità delle preghiere e alle sante messe celebrate quasi di continuo nei sei altari.

Si legge, nei volti dei bambini, di adulti, anziani, ricchi e poveri tanta devozione, ma soprattutto tanta speranza; ognuno sembra portare una croce, piccola o grande che sia, per la quale sente il bisogno di chiedere una Grazia o di dire solo “grazie” alla loro Madonna.

All’uscita, gli animi sono cambiati, rassicurati per i giorni a venire, confidando di superare le avversità che si presenteranno. Profonda è la loro fede e ancor più profonda è la venerazione nella loro Madonna. Quante volte l’hanno invocata e chissà quante volte ha esaudito le loro richieste, guarendo i dolori dello spirito e del corpo o, più semplicemente, rendendoli più sopportabili.

Uscendo, appena varcato uno dei portoni, l’odore di incenso e di cera e il silenzio mistico, lentamente si dissolvono per lasciare spazio alla profanità inebriante dei profumi di frittelle e zucchero filato, mentre nelle cucine di casa e nelle sempre più rare trattorie tipiche si cucina la “castradina”, una succulenta zuppa a base di montone castrato con le verze sofegae.

La solennità, tra le più sentite nella città lagunare, è la ricorrenza del voto compiuto dalla città alla Vergine, affinché il terribile morbo della peste nera divenisse solo un orrido ricordo. Quei terribili momenti ci sono pervenuti in tutta la loro crudezza grazie ad una testimonianza di un medico, che tentò di affrontare razionalmente l’epidemia. Il testimone della tragedia era Alvise Zen.

Eccellentissimo monsieur D’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune. E poiché, dopo l’orrore, quella vicenda si trasformò in una festa, anzi in una delle feste più amate dai veneziani, mi è meno gravoso ricordarla. Ma veniamo ai fatti.

Per secoli non ci fu calamità più spaventosa della peste. Il morbo veniva dall’oriente e dunque tutte le strade del commercio, che era per Venezia la principale fonte di ricchezza, si trasformarono in vie di contagio. Era il 1630. Assieme alle spezie e alle stoffe preziose, le navi della Serenissima trasportarono anche la morte nera.

Ah! Mio caro amico, nemmeno le guerra e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l’epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese… potevamo circolare liberamente solo noi medici… indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole…uomini e donne malati venivano portati nell’isola del Lazzaretto vecchio; le persone che erano state in contatto con gli appestati erano invece trasferite in quella del Lazzaretto Nuovo…Su una nave era stata issata una forca per giustiziare i trasgressori delle ordinanze igieniche e alimentari. La peste straziava i corpi che erano ricoperti da “fignoli, pustole, smanie” e mandavano un odore fetido. I ricchi morivano come i poveri.

Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “chi gà morti in casa li buta zoso in barca”…guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calata in Venezia…”.

In realtà, altre cronache coeve riferiscono che l’epidemia fu causata da una falla del cordone sanitario, messo in piedi dallo stato veneziano, dopo le ultime ondate pandemiche.

Dilagata in tutto il nord Italia – come non ricordare il brano del Manzoni nei suoi “Promessi Sposi” – la peste nera arrivò a Venezia l’otto giugno 1630 con l’ambasciatore del duca Carlo I Gonzaga Nevers, proveniente da Mantova. Il marchese dè Strigis e i suoi cinque servitori furono posti in quarantena sull’isola del Lazzaretto Vecchio e poi furono trasferiti nell’isola di San Clemente, dato l’alto lignaggio dell’emissario mantovano. In questa circostanza un falegname, incaricato di rendere più dignitosi i locali, venne in contatto con i pazienti. Dopo il suo ritorno in città, si ammalò e, a partire dal Campo di San Lio, l’epidemia dilagò in tutta la sua virulenza tra le isole veneziane e nel suo retroterra. In poco tempo si contarono quasi 50.000 morti su una popolazione cittadina di circa 140.000 persone.

Come nel passato, il doge e il senato fecero il voto di erigere un nuovo tempio. La scelta cadde su un determinato luogo, all’imbocco del Canal Grande, in prossimità della Punta da Mar, occupato da un complesso religioso vecchio di secoli, ormai mezzo diroccato. Esso era stato il monastero del famoso Ordine dei Cavalieri Teutonici ed era intitolato alla Santissima Trinità. Era stato eretto in segno di gratitudine per l’attività svolta dai cavalieri nella guerra di San Saba contro Genova. Addirittura divenne la sede del Gran Maestro nel 1298, dopo la caduta di Acri; e così rimase fino a quando il Gran Maestro Siegfried von Feuchtwangen trasferì nel 1309 la sede dell’Ordine Teutonico a Marienburg (oggi Malbork in Polonia).

Abbandonato dai cavalieri, il complesso passò di mano in mano a diversi ordini religiosi, fino a diventare un seminario, ma ormai le crepe del tempo si erano insinuate in tutte le mura. Molti locali avevano già avuto dei cedimenti strutturali e bastava una semplice occhiata per presagire il crollo dell’intera struttura.

Dopo un concorso, l’incarico venne affidato all’architetto Baldassarre Longhena, che definì il suo progetto “una rotonda macchina che mai s’è veduta né mai inventata”.

Longhena non poté assistere alla conclusione della sua opera. Morì nel 1682 e i lavori furono portati a termine da Antonio Gasperi, un suo stretto collaboratore. La cerimonia della posa della prima pietra si svolse il 25 marzo 1631 e non a caso. Cadeva l’anniversario della fondazione di Venezia, oltre della Creazione, dell’Annunciazione, nonché della Crocifissione.

In quel giorno venne disteso un ponte di barche, che fu percorso da una solenne processione, preceduta dalle immagini della Madonna Nicopeia (Vittoriosa). Sotto la prima pietra furono interrate una medaglia d’oro, dieci d’argento e dieci di rame.

La chiesa venne consacrata il 9 novembre 1687 e si stabilì il 21 novembre, quale giorno ufficiale della fine dell’epidemia.

Il corpo centrale della chiesa possiede una pianta ottagonale ed è sormontato da una cupola, che poggia su otto pilastri e si conclude con la lanterna, attorniata da una balaustra e otto obelischi con globo. Sopra ancora la Madonna Immacolata, che sostiene il bastone di “Capitana da Mar”. Anche la lanterna della cupola minore, che sovrasta il presbiterio, è attorniata da otto elementi simbolici. Sul lato meridionale della chiesa si ergono i due campanili squadrati, alti 46,40 metri.

La facciata principale, di ispirazione palladiana, evidenzia delle mezze colonne corinzie su piedistalli, mentre la gradinata si sviluppa anche sui prospetti adiacenti. Ai lati dell’ingresso, tra le nicchie inquadrate dalle colonne, quattro sculture raffigurano gli Evangelisti; mentre sopra il portale prende corpo un florilegio scultoreo di angeli e della Vergine da togliere il fiato, in massima parte attribuibili allo scultore Tommaso Rues.

Fino al 1797, sull’arco dell’ingresso si mostrava un leone marciano, ma fu distrutto dai soldati francesi, dopo la caduta della Repubblica.

Anche gli ingressi secondari sono dotati di una importante presenza plastica, tra cui due splendide sculture raffiguranti San Giovanni Battista e Sant’Andrea Apostolo. La crestomazia scultorea della facciata principale trova una sua linea narrativa nei timpani delle sei facciate laterali, ciascuno dei quali esibiscono ai lati due angeli e una figura mariana dell’Antico Testamento. Le stesse facciate non sono esenti dal contesto plastico generale.

Sul timpano della prima facciata di sinistra spiccano Eva, anche se si tratta di una copia dell’originale franato a terra, dopo la tempesta del 4 novembre del 1966; e i due angeli. Il prospetto, invece, presenta San Michele Arcangelo in lotta con Lucifero, affiancato da due virtù, Fortezza e Prudenza. La successiva facciata di sinistra è sormontata da Ruth e dai due soliti angeli; infine la terza. Essa è caratterizzata da Giaele e da un solo angelo. Percorrendo il lato destro, la prima facciata evidenzia sulla parete San Teodoro, l’antico patrono di Venezia, e tre angeli; sopra, sul timpano, la statua di Giuditta e due angeli. Sulla seconda e terza facciata si esibiscono rispettivamente le sculture di Rebecca ed Ester, anch’esse inquadrate da due angeli.

Altro complesso plastico di notevole impatto è collocato sui modiglioni. Si tratta di 14 statue, alte 2,75 metri, che raffigurano i profeti dell’Antico Testamento.

La decorazione interna rappresenta un’esperienza visiva emozionale come poche e la sua descrizione risulta improba trascriverla in poche righe, per cui solo una reale visita potrà appagare ogni curiosità e, soprattutto, assaporare il bello, nonché ascoltare e respirare i loro profondi messaggi.

Sotto la cupola maggiore, la pavimentazione è contraddistinta da un enorme rosario, costituito da 32 cerchi di varia misura e da una fascia di 32 rose, che rappresentano i Misteri del Rosario.

L’altare maggiore, disegnato dallo stesso Longhena, è collocato al centro di quattro colonne enormi, fatte venire dal teatro romano di Pola. Esso è incoronato da statue, per lo più attribuite allo scultore fiammingo Le Court (Ypres 1627 – Venezia 1679). Tra queste, splendida “La Vergine con il putto in gloria innanzi a cui Venezia inginocchiata chiede protezione contro la peste”.

L’altare, inoltre, contiene il cuore pulsante della chiesa, l’immagine della Vergine Nicopeia. Portata a Venezia da Francesco Morosini nel 1672, l’icona di scuola greco bizantina era stata custodita per secoli nella chiesa candiota di San Tito. Secondo la tradizione, la sacra immagine sarebbe stata dipinta addirittura da san Luca e consegnata dallo stesso evangelista ai fedeli, affinché la venerassero come una vera e propria reliquia mariana. Oltre all’appellativo di Nicopeia, è conosciuta sotto il nome di Mesopanditissa, ovvero Mediatrice di Pace, volendo così ricordare il suo ruolo di “testimone” della pace tra i veneziani e i candiotti nel 1264, dopo la lunga guerra durata ben sessanta anni.

San Basilio di Ariano nel Polesine. Frammenti di storia

In un angolo del Veneto meridionale, che si allarga all’interno del Parco del Delta del Po, è ancora possibile percorrere delle stradine, lastricate dai filamenti di una fitta tessitura storica.

Il viandante curioso che si lascia guidare dalla bellezza di questi sentieri può imbattersi in qualcosa di inaspettato, celato dai campi coltivati e dalle distese di frutteti e pioppeti.

L’inatteso è una piccola località di nome San Basilio, nel comune di Ariano nel Polesine, il cui nome deriva dall’intestazione di un oratorio, che svetta sopra una duna, testimonianza fossile dell’originaria linea di costa di un migliaio di anni fa.

La dedicazione dell’edificio religioso rimanda a Basilio di Cesarea, santo del IV secolo che “fu detto Magno per dottrina e sapienza, insegnò ai suoi monaci la meditazione delle Scritture e il lavoro nell’obbedienza e nella carità fraterna e ne disciplinò la vita con regole da lui stesso composte” (dal Martirologio Romano, 2 gennaio).

La chiesetta e la sua borgata sono sorte in un’area che ha restituito negli ultimi decenni numerose testimonianze archeologiche, attestandovi un fiorente insediamento commerciale, frequentato fin dal VI secolo a.C. da Etruschi, Venetici e Greci.

Con la progressiva romanizzazione delle terre venetiche del II secolo a.C., si impiantò un circuito viario, che collegò le maggiori entità urbane del Nord-Est. Tra queste la Via Popillia, stesa nel 132 a.C. dal console Publio Popillio Lenate, che costeggiava la costa adriatica dalla colonia romana di Rimini e conduceva alla città di Aquileia.

In corrispondenza di San Basilio venne fondata una mansio, una stazione che la Tabula Peutingeriana, ricorda come Mansio Hadriani.

La Tabula è una copia medioevale di un Itinerarium risalente alla metà del IV secolo d.C.. Si compone di 11 segmenti che si ordinano in un rotolo in pergamena sul quale erano indicate tutte le strade, le stazioni intermedie, i toponimi dei luoghi e le distanze misurate in miglia.

All’interno di questa stazione si svilupparono intorno altre infrastrutture, atte ad offrire quei servizi richiesti dai viaggiatori e differenti da quelli postali, fiscali ed amministrativi, come il pernottamento e la custodia dei carri e cavalli; il che facilitò l’edificazione  di alcune ville rustiche, come quella evidenziata negli scavi nella Tenuta Forzello.

In età imperiale, intorno al I secolo d. C., da San Basilio si distese un nuovo asse viario, che incrociava le attuali località di Porto Viro, Loreo e Cavarzere e si congiungeva con la Via Annia nei pressi di Mestre.

La sempre maggiore presa che il Cristianesimo veniva ad avere sulla popolazione, in particolare rurale, qui si manifestò verso la fine dell’Impero con la costruzione di un complesso battesimale, tra i più antichi dell’intera provincia.

I reperti delle ultime campagne di scavo sono oggi custoditi in parte nel Centro Turistico Culturale di San Basilio, inaugurato negli anni ’90, dove è possibile anche farsi un’idea precisa del fenomeno delle dune fossili e l’evoluzione del delta del Po nel corso dei secoli mediante l’uso di plastici e postazioni multimediali.

Come detto, il paesotto deve il suo nome dall’intestazione della chiesetta al santo orientale, suggerendo una fondazione molto antica.

Tuttavia, al di là di questa dedicazione, e volendo attenerci ai documenti, il primo riferimento della chiesa risale al 1540, quando il vescovo Ferretti la menzionò nel suo resoconto delle condizioni in cui versava la diocesi di Adria.

Plebs et ecclesia antiquissima Sancti Basilii inter silvas nunc a populo derelicta.

L’edificio è di piccole dimensioni e si osservano numerose manomissioni, operate nel corso del tempo. L’unica navata raggiunge i 16,80 metri e una larghezza di 7,05 metri, mentre l’abside, semicircolare, presenta un raggio di metri 4,60. La tessitura muraria della facciata è impreziosita da una bifora con una colonnina centrale in legno.

In bella vista, appena fuori dalla chiesa, una chicca: un sarcofago in pietra.

Le fantasie popolari vollero che al suo interno vi fossero le ossa dei paladini di Francia, forse un ricordo, nel quale sono confluiti eventi lontani e reali, quale la guerra dei Franchi di Pipino contro i Veneziani nel IX secolo.

L’episodio si fissò nel toponimo, che designò per lungo tempo le dune costiere, ricordate come le Tombe di Pipino.

Ma si sa, che ogni leggenda è come un fiume in piena capace di trovare sempre nuove foci.

Nel 1603, il visitatore pastorale Flavio Perotti volle vedere da vicino il sarcofago e gli si avvicinò tanto da toccarlo. L’osservò con attenzione e, con sua sorpresa, intravvide un’iscrizione antica.

Per quanto logorata dal tempo e dall’incuria, l’ecclesiastico riuscì a leggerla:

Hic divi Tunini ossa quiescunt frangere qui vult sicut Judas anathema sepulchri.

Purtroppo, l’iscrizione, dopo il suo rinvenimento, scomparve. Pertanto l’unico supporto rimane la testimonianza del religioso.

All’ombra della chiesa si tramandano leggende non soltanto relative al sarcofago, ma anche racconti tradizionali di avvenimenti sul filo dell’irreale, neppure molto lontani nel tempo, arricchiti o alterati dalla fantasia popolare. E’ il caso di una mezza colonnina dai presunti poteri taumaturgici.

Viene citata per la prima volta nel 1635 dal vescovo Germanico Mantico, in seguito ad una sua visita pastorale:

In un cantone della detta chiesa si ritrova una mezza colonna di marmo mischio con un capitelletto rotto, e sopra una crocetta: questa si dice essere miracolosa per quelli che hanno dolor di capo.

Per un centinaio di anni, parrebbe che le presunte virtù miracolose non siano mutate nel corso del tempo, tanto che nel 1718 il vescovo Varia constatò che la colonna trasudava olio miracoloso.

Malauguratamente, decenni dopo, il nuovo vescovo Soffietti scrisse che l’unguento miracoloso non stillava più come una volta.

L’alto prelato volle far trascrivere dei versi, che ricavò da un’antica pergamena, che, tanto per cambiare, andò perduta:

Transmissum hic nobis oleum polluta negavit causavit tantum foemina sola malum (profanata, cessò di fornire in questo luogo, una sola femmina causò un male così grande).

Variante più recente racconta che una volta le puerpere con problemi di allattamento fossero solite recarsi di notte all’interno della chiesa. Si scioglievano le trecce dei capelli e intingevano le ciocche nell’umore che trasudava dalla colonna, implorando il ritorno del latte.