Contagio. Parte seconda

All’imbrunire, il cielo sopra Belluno si presentava sotto la parvenza di una tavolozza dipinta da un intenso indaco. Il vento della sera soffiava, sferzando la nebbiolina che si alzava dalla cresposa superficie del Piave.

La città stava cambiando abito, come le stesse montagne, che l’avvolgevano come una corona regale.

I versanti più alti si mostravano come abbagli evanescenti sull’orizzonte. Gli unici indizi di una realtà sottostante erano le luci tremule delle malghe in alta quota.

Il chiarore della città abbozzava lunghe parabole di luci, bianche e gialle, che guidavano nella Piazza Martiri, il salotto della città.

Stravaccato sulla poltrona, Francesco De Paradisi sorseggiava un bicchiere di whisky irlandese.

Sognava ad occhi aperti. Una grande vetrata gli concedeva un colpo d’occhio della vallata solcata dal Piave. Un vero toccasana per i suoi nervi e ne aveva bisogno.

Qualche settimana prima si trovava a Roma, nel cuore della Cristianità, dove trascorse le ore più frenetiche della sua vita.

Il destino lo aveva condotto a pochi centimetri da uno dei maggiori tesori dell’umanità: l’Arca dell’Alleanza. La sua ricerca lo aveva sfibrato nel profondo del suo animo. Aveva risalito i gradini dei gironi dell’inferno, ciascuno dei quali gli aveva sbattuto in faccia i gradi della malvagità umana. Però, il fatto di essergli stato così vicino lo aveva appagato di ogni sforzo e di tutte le sofferenze.

Nei giorni successivi dovette fare i conti con la coscienza per non aver rivelato ai propri compagni d’avventura il luogo dove si celasse la reliquia. Riuscì sempre ad azzittirla. Sapeva di aver fatto la cosa giusta. L’Arca si trovava al sicuro. Nessuno si sarebbe arrogato la sua proprietà.

L’assassinio di padre Dorsone lo aveva posto al cospetto degli spettri che lo avevano accompagnato per tutta la vita. La morte dei familiari non era stata una tragica fatalità, ma un vero e proprio assassinio, ideato a tavolino. Lo sconvolse scoprire il nome di chi armò la mano omicida. Il suo dolore si trasformò in rabbia e da qui in odio e disprezzo.

Il sangue del suo sangue si era macchiato di crimini orrendi. I terribili attentati che avevano sconvolto l’Italia nelle ultime settimane erano riconducibili alla stessa mano. Le vittime si contavano a decine e altrettante le persone ferite, molte delle quali versavano tuttora in gravissime condizioni.

L’unica nota di sollievo proveniva da Milano. Le condizioni del duomo non erano così gravi, come erano apparse in un primo momento.

Non gli rimaneva altro che riprendere in mano i cocci della sua vita. Alzarsi in piedi e pareggiare i conti. Non poteva avere scrupoli. Si trattava di belve assetate di potere, capaci di ogni efferatezza; e come ogni bestia assassina, vi era una sola cura: la soppressione.

Tutto a tempo debito.

Ritornato a Belluno, i primi giorni li trascorse vegetando tra il giardino e la casa. Solo con il passare del tempo riuscì a recuperare parte del suo equilibrio.

Nel pieno di una notte, si svegliò con le coperte tutte arrotolate. Ci volle qualche secondo prima di capire dove si trovasse. Si sdraiò nuovamente, tentando di riprendere sonno, ma fu solo tempo perso.

Tanto valeva alzarsi. Salì al piano superiore e si lasciò andare su uno dei divani. I suoi occhi spaziarono sulle librerie, soffermandosi sui dorsi dei libri. Non sapendo quale scegliere, si guardò attorno.

In un angolo della stanza giacevano degli scatoloni, che contenevano le carte del precedente proprietario della villa, l’architetto Robert Moray.

In cima al mucchio di carte, due grosse cartelle colorate di rosso oscillavano, sfidando la legge di gravità.

Le afferrò, ma fece un movimento goffo e le caddero di mano, finendo a terra in un rivolo di fogli dattiloscritti e vari appunti scritti a mano. Comparvero delle fotografie, molte delle quali ingiallite dal tempo. Non senza aver tirato giù tutti i santi del paradiso, raccolse il marasma e lo depose in un’unica pila sopra la scrivania.

Sulla prima cartella la targhetta adesiva riportava Valdenogher, la Casa dell’Alchimista. La seconda, invece, la Valle dell’Ansiei, la mitica città di Agònia.

Diede una rapida sbirciata. Storse il naso e le ripose sulla scrivania. L’idea di imbattersi nuovamente su misteri, che sapevano di società segrete o di conoscenze iniziatiche non lo stuzzicava per niente. Tanto meno era nell’animo di mettersi alla caccia di un nuovo tesoro. Al momento si sentiva di affrontare temi che avessero i piedi ben piantati a terra. Certo, il suo desiderio di avventura non era del tutto sopito. Lo avrebbe appagato con un’idea che gli frullava in testa da qualche tempo. Avventura a rischio zero. Ma era ancora in uno stato embrionale.

 

 

Raffaele Viciglione aveva trascorso l’intera notte in bianco, camminando tra un ufficio e l’altro del Comando Centrale dei Carabinieri a Roma.

La sera precedente era scattato il blitz del nucleo speciale dei Ros nei confronti di sette persone accusate a vario titolo di appartenere ad una delle tante cellule della galassia del fondamentalismo islamico.

Gli uomini dell’Arma li avevano sorvegliati per settimane, avvalendosi delle più moderne tecnologie. Le intercettazioni ambientali si erano dimostrate fondamentali per le indagini. Nel fascicolo di indagine della Procura Distrettuale l’ipotesi di reato consisteva nell’arruolamento con finalità di terrorismo e di associazione sovversiva. Quando il giudice ebbe tutto in mano ritenne di non dover perdere del tempo e diede il via all’operazione, che portò al loro arresto cautelativo.

L’irruzione nelle abitazioni degli indagati permise di sequestrare dei computer una montagna di carte in grado di chiarire i rapporti intercorsi con un predicatore islamico ricercato in tutt’Europa, per aver inneggiato alla guerra santa e arruolato volontari per la guerra civile, che stava insanguinando i paesi ex sovietici a maggioranza islamica.

Del fermo venne avvertito anche Raffaele. Lavorava per l’Aise, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna, il servizio segreto italiano che aveva sostituito il vecchio e chiacchierato Sismi.

Raffaele aveva superato da poco i quarant’anni ed era a capo della Sezione K. Il pool contava sedici persone operative, tra uomini e donne, e provenivano dalle diverse Armi, dopo aver dimostrato di possedere attitudini e doti fuori del comune. Non bastava essere stati selezionati. Ogni recluta doveva sottoporsi ad un tour de force sulle discipline scientifiche ed economiche, al fine di saper maneggiare le più moderne tecnologie e masticare le nozioni del mondo delle grandi transizioni finanziarie, che facevano girare i motori del mondo.

Oltre agli operativi si contavano altri agenti, reclutati nelle aule universitarie; dei piccoli geni del proprio settore.

Ufficialmente la Sezione K non esisteva. Di facciata, gli agenti si occupavano di terrorismo globale. In realtà, come altre strutture similari straniere, le attività erano rivolte a contrastare la cospirazione ordita dall’Ordine Nero.

I due vocaboli identificavano l’organismo che condizionava le decisioni prese nel corso del tempo sui destini del mondo, grazie ai rapporti e all’influenza dei suoi membri nello scacchiere internazionale della politica e dell’economia.

Gli occhi di Raffaele scrutavano le singole dichiarazioni degli arrestati, cercando una relazione con le cellule sotto controllo del nord Italia, quando il cellulare prese a vibrare. Il numero che compariva sul piccolo schermo lo conosceva bene.

Una vettura lo stava aspettando in strada.

L’auto si fermò davanti alla prima cinta di guardia presidiata dagli uomini del RUD, il Raggruppamento Unità Difesa, con il compito di garantire la sicurezza delle basi dell’Intelligence italiana.

Davanti a sé la caserma Calipari di Forte Braschi.

La struttura originaria risaliva alla fine dell’Ottocento. La collocazione, defilata dagli occhi della città, e le dimensioni determinarono la sua scelta quale sede centrale dei servizi segreti.

Messi i piedi a terra, raggiunse l’ufficio dell’ammiraglio Guido Porciatti, il comandante dell’Aise.

La stanza era ammobiliata con pezzi moderni, tranne la scrivania, un pezzo del Seicento romano. Seduto in un poltrona di pelle vi era l’ammiraglio.

L’alto ufficiale si alzò e allungò il braccio per stringergli la mano.

Porciatti aveva alle spalle una carriera di tutto rispetto. Si era distinto nei comandi delle maggiori unità di superficie della Marina Militare; altrettanto bene guidò la Prima Divisione Navale. Le sue qualità e delle buone conoscenze in alto loco gli fecero avere il comando dell’Agenzia.

Mi dispiace averti fatto chiamare, ma vi sono delle novità. Due giorni fa mi è stata consegnata una nota informativa, che mi ha costretto ad aumentare le dosi contro il mal di stomaco. Da un po’ di tempo tampiniamo due biologi nord coreani. Sul conto di questi due tomi pendono numerose accuse, ma sono stati sempre abili a non lasciare tracce compromettenti sul loro lavoro. Fonti ben informate riferiscono che siano da imputare a costoro le stragi di poco tempo fa nel sud est asiatico. Sono dei mercenari in camice bianco, specializzati nelle armi di distruzione di massa. Nello specifico, le loro armi sono i virus e i batteri che modificano nei loro laboratori. Ti ricordi dell’epidemia di vaiolo che scoppiò in Centrafrica qualche anno fa? Vi furono numerosi decessi nelle popolazioni urbane. Le autorità sanitarie dell’Organizzazione Sanitaria Mondiale non esitarono a parlare di pandemia. Ebbene, il sospetto di una possibile mano dell’uomo sull’infezione prese corpo in larghi strati non solo dell’opinione pubblica, ma anche tra gli accademici. L’epidemia si mostrava troppo virulenta, fuori da ogni schema, da considerarla di origine naturale. Le autopsie e le analisi biologiche rilevarono delle anomalie sul ceppo virale. Ancora oggi non tutte le domande hanno avuto delle risposte soddisfacenti.

L’ammiraglio s’interruppe e stette in silenzio per qualche attimo. Aprì un cassetto e fece scivolare fuori un sigaro toscano. Tagliò il cappello con una piccola ghigliottina a lama singola e se lo accese. Trattenne il fumo per una manciata di secondi e lo sbuffò fuori in una nuvola bianca.

Li abbiamo tallonati fino a Milano, senonché il colpo di scena. I due galantuomini sono stati avvicinati da qualcuno che tu conosci molto bene.

Raffaele aggrottò la fronte. Cominciava a presagire la mal parata e non ci voleva una fervida immaginazione per capire di chi stesse parlando. I suoi timori divennero una certezza, allorché l’ammiraglio riprese a parlare.

Queste vecchie conoscenze, che il nostro database ha identificato come delle mezze tacche dell’Ordine Nero, li hanno presi in consegna e si sono preoccupati di trasportarli fuori città. Si sono fermati all’interno di uno stabilimento, dove li stava aspettando un elicottero.

L’ammiraglio diede una nuova boccata al sigaro e riprese.

La traccia radar del velivolo ci ha condotto all’aeroporto di Belluno. Da qui, sono ripartiti a bordo di un paio di automobili, prese a noleggio. I nostri uomini non li hanno mai persi di vista. La meta è stata individuata in una azienda di trasporti a Fonzaso. Da quel momento abbiamo intensificato la sorveglianza. I rapporti hanno dell’incredibile. Ogni mattino si mettevano in macchina e raggiungevano il vicino paese di Lamon. Ci stavano per qualche ora, gironzolando per le viuzze. Non si sono fatti mancare nulla. Hanno visitato il locale museo archeologico, come sono andati a vedere la ricostruzione di un orso preistorico nell’esposizione permanente nell’atrio del Municipio. Alle prime ore del pomeriggio facevano ritorno a Fonzaso. Il trantran si è ripetuto per giorni. Unica variante di rilievo è stata quella di San Donato, una frazione di Lamon. Per tutto il tempo si sono comportati come dei normali turisti. Roba da pazzi.

Porciatti colse il disagio di Raffaele e puntualizzò.

Lamon è un paesotto delle dolomiti bellunesi ai confini con il Trentino. Non ci sono le piste da sci o gli impianti di risalita delle vallate vicine. Possiede altre caratteristiche da renderlo unico. Le proprietà organolettiche della terra sono singolari, che permettono la coltivazione di alcuni prodotti a dir poco pregiati.

Il chiarimento dell’ammiraglio confuse ancor più Raffaele. Cosa accidenti ci facevano degli agenti dell’Ordine Nero tra i cucuzzoli delle dolomiti in compagnia di due specialisti della guerra biologica? La vicenda non aveva senso. Da un lato Lamon non poteva definirsi un bersaglio, capace di fare da cassa di risonanza; dall’altra non era neppure un paese sperduto in chissà quale valle selvaggia. La prima idea che gli balenò in testa fu quella che volevano impiantare un laboratorio. Però un’ipotesi del genere non reggeva alla logica delle cose. Una struttura di quel tipo necessitava di una logistica che non sarebbe passata inosservata. Eppure, Lamon era divenuto un obiettivo dell’Ordine Nero.

L’ammiraglio condivise le sue preoccupazioni, come le sue perplessità, tanto da firmare una nota d’allerta al distaccamento operativo più vicino a Lamon. La patata bollente passava al reparto operativo di San Donà di Piave, che si era distinto nelle ultime missioni.

Uscito dalla Calipari, Raffaele si ritrovò a pensare all’Ordine Nero. Impersonava una delle facce più terribili del potere. Molti ne avevano ipotizzato la sua esistenza, ma si erano ben guardati dal nominarla.

Bastava farne un semplice cenno, per fare una brutta fine. Nella migliore delle ipotesi, ci si circondava di ridicolo. Eccolo là, il complottista, incapace di distinguere la realtà dalla finzione. Qualcuno di questi si trovava a suo malgrado a passare le giornate in una cella imbottita, ma non era il peggio che poteva accadere. Una mattina uscivi da casa e non facevi più ritorno. Le stagioni di violenza che insanguinarono le regioni della terra non si trattavano di episodi slegati tra loro. Tutto trovava una spiegazione nell’Ordine stesso. La nascita del mostro si perdeva nelle nebbie del tempo ed aveva condizionato a suo piacimento le linee politiche ed economiche mondiali.

Il fine era la radicalizzazione dello scontro sociale nel senso più ampio del termine e l’ampliamento della visibilità dei gruppi più intransigenti e meno inclini al dialogo. Alla lunga, le classi politiche sarebbero collassate su sé stesse, il che avrebbe aperto le porte alla tirannia dell’Ordine Nero.

 

 

Che pace. Siamo in paradiso. Non ho sentito un rumore che sia uno nelle ultime ore. Solo il fruscio del vento e il canticchiare degli uccelli. Una boccata di quest’aria e ti liberi i polmoni dallo smog della città. C’è da perdere la testa. Chi l’avrebbe mai detto. Una location fuori di melone e un lavoro da sballo. Riportare alla luce gli oggetti che erano appartenuti a delle persone vissute un migliaio di anni fa è decisamente più interessante dal vederli in bella mostra in una teca di un museo. Qui, sono vivi. Mi pare persino di vederli, mentre facevano gli ultimi passi della loro vita. 

Le parole del ragazzo distolsero Giovanna Fantini dal lavoro. Lasciò cadere la piccola cazzuola e anche lei si mise ad osservare il panorama che gli si stagliava davanti.

Delle righe di sudore gli coprivano la fronte fino a raggiungere le guance abbronzate. La t-shirt rosa era madida, una seconda pelle che evidenziava le sue forme mediterranee. Indossava un cappellino kaki e degli occhiali sgargianti. Aveva compiuto da poco i trent’anni. Non superava il metro e sessanta di altezza. I capelli, lisci e neri come il carbone, erano spettinati e trattenuti da una matita che fungeva da mollettone. Il viso era abbronzato, occhi blu cobalto, labbra piene e un arcipelago di lentiggini caffelatte. Il destino gli aveva riservato più gioie che dolori. Un posto sicuro da assistente di cattedra all’università e un ragazzo in carriera.

Giovanna fece un respiro a pieni polmoni, facendo sobbalzare gli occhi del ragazzo sulle sue forme.

Sarà il tepore del sole, il venticello sul viso , insomma, un’atmosfera da mille e una notte. Per completare il tutto, ci manca solo un lettino da campo. Il relax come massimo sistema.

Andrea Boscolo si era trovato quasi per caso sopra quella altura. Frequentava l’ultimo anno all’università di Padova con risultati altalenanti. Il suo professore di Topografia Antica gli aveva caldamente suggerito di frequentare un campo archeologico. Questo gli avrebbe permesso di intascare una discreta quantità di crediti formativi; dell’ossigeno, se voleva arrivare alla laurea. All’inizio la sua scelta cadde su un sito ai bordi della laguna veneta, la cui scoperta casuale si doveva agli sbancamenti del progetto faraonico ideato per salvare Venezia dalle acque alte.

Stava per consegnare il modulo in segreteria, quando i suoi occhi caddero sulla giovane dottoressa Fantini. Ne era cotto. Anni e cuori lo separavano, ma per lui tutto ciò non contava un fico secco. La sola idea di poterle stare vicino, gomito a gomito per tutto il tempo degli scavi, lo solleticò a tal punto da cambiare di punto in bianco la scelta. E così si ritrovò a Lamon.

Al tuo palcoscenico bucolico mancano due componenti fondamentali, che, secondo me, hai omesso e non a caso. Partiamo dal pranzo. Giuro, mai visto in vita mia qualcuno mangiare come te. E poi? Dove caspiterina cacci tutta quella roba? Sei magro come un chiodo, eppure mangi come uno squalo. I giri di grappa? Avrebbero steso a terra un intero plotone dell’Armata Rossa. Sei davvero uno spasso, ma per il resto, lasciamo perdere, replicò Giovanna con delle sonore risate.

Andrea rispose con una linguaccia e ritornò alla sua postazione, borbottando qualcosa in dialetto stretto. Riprese in mano il piccolo utensile con il quale stava sfogliando la superficie del terreno, toccando strati sempre più antichi. Muovendo la mano, il dorso strisciò con del metallo. La alzò di scatto, assicurandosi di non essersi tagliato. Si era procurato una semplice graffiatura. Appoggiò ambedue le mani nella torba fino al polso, volendo trovare l’oggetto che gli aveva provocato l’abrasione. Sentì pungere la mano. Prese un bisturi e incise lo spazio intorno.

Giovanna, corri. Penso che ci sia qualcosa qua sotto.

Andrea si scostò, lasciandogli il posto. La ragazza sollevò delicatamente il cubo di terriccio e, dopo averci versato sopra dell’acqua, lo libero dai residui di torba. Venne fuori una lama di un lungo coltello, anche se la forma e le dimensioni non erano quelle consuete. Gli attaccò un cartellino e vi scrisse la data e lo strato nel quale era stato rinvenuto.

Il fiuto della giovane archeologa aveva visto giusto. Il tappeto verde e rosso bruno di muschi e sfagni forse nascondeva una tomba. Esso si trovava in un punto del pianoro, dove il profilo del monte digradava in una depressione, ricolma di tratti rocciosi, che seguiva la balza naturale di un ciglio sul vuoto.

La consistenza del terreno aveva stuzzicato il suo interesse. A differenza del resto del pianoro, qui la natura si era divertita a giocare con sé stessa. La coltre superficiale presentava un coagulo di terriccio grossolano e spugnoso, per lo più di residui vegetali solo in parte decomposti.

Individuato il perimetro dell’area torbosa, si era proceduto a suddividerla in una serie di quadrati, il che avrebbe permesso di non perdere l’ordine e il posizionamento degli eventuali reperti.

Lo scavo si era fatto largo attraverso uno strato poco degradato. Sotto la consistenza della materia organica si presentava erosa e con un colore bruno scuro, tipico di un ambiente acidulo.

Migliaia di anni addietro il tratto di pianoro doveva apparire come un avvallo percorso da un velo d’acqua. Un moto franoso fece precipitare del materiale vegetale, riempiendolo del tutto. Le basse temperature, l’assenza di batteri e di altri organismi decompositivi fecero il resto. Si trattava di un relitto del passato che aveva attraversato l’oceano del tempo.

L’area era conosciuta con il nome Piasentot e copriva parte del versante, che s’affacciava sulla valle del Senaiga.

Alla fine del XIX secolo, le voci del paese che raccontavano di monete affioranti e di cocci frammisti alla terra incuriosirono un sacerdote, che si premunì di compiere una prima ricognizione del sito. Gli bastarono poche ore per accertare che non erano delle semplici chiacchiere, ma descrivevano uno stato di fatto. Occorreva avere un po’ di fortuna e scrutare con attenzione la superficie del campo per riconoscere una moneta patinata dai secoli o dei frammenti di ceramica millenaria. In tempi recenti la Soprintendenza intraprese degli scavi. Le indagini portarono alla luce un’ottantina di sepolture e, cosa singolare, una fossa che conteneva uno scheletro di un bue. Il sondaggio stratigrafico e l’analisi degli oggetti inquadrarono la necropoli all’epoca romana.

Le giornate si erano accorciate da quando gli archeologi avevano piantato le tende, ma l’adrenalina della nuova scoperta fece passare in secondo piano ogni cosa. Si ovviò alla luce del tramonto con dei fari alogeni, che furono collocati sopra delle barre metalliche ai bordi della fossa.

Gli archeologi erano elettrizzati. Per quanto ogni ipotesi poteva dirsi prematura, tuttavia si era fatta strada la certezza che sotto di loro vi fosse qualcosa.

Ogni centimetro di torba veniva asportato con il fiato sospeso.

Un sussulto.

Una testa semi scheletrica ancora saldamente ancorata al tronco. Le emozioni per i ricercatori non erano finite. Emersero altri due corpi. Erano in parte composti, come sospesi tra la vita e la morte. La terra torbosa aveva conservato la pelle e i tessuti, conciandoli come cuoio nero bluastro.

Il primo esame visivo identificò nei primi due come giovani individui, mentre il terzo sconcertò i presenti. Le mani erano rinserrate ad artiglio e presentava delle evidenti alterazioni fisiche.

Giovanna vi stette sopra con lo sguardo pochi istanti. Seminascosta dalla testa del corpo deforme una lastra di pietra, sulla quale era possibile osservare dei segni, forse delle lettere. Di primo istinto, Giovanna si sarebbe buttata a capofitto per estrarla, ma il suo buon senso e la sua professionalità ebbero la meglio. Non si poteva rischiare di danneggiare la mummia. Peraltro i corpi dovevano essere fotografati e posizionati nella pianta del diario di scavo.

I ragazzi lavorarono per tutta la serata. Il responsabile della missione, il professore Luigi Carlini, faticò non poco per piegarli al buon senso. L’uomo era sulla sessantina, non molto alto e una fluente barba grigia; ed aveva alle spalle decine di missioni archeologiche lungo le coste del Mediterraneo. Da qualche anno il suo interesse si era concentrato sulle popolazioni preromane vissute sulle Alpi.

Intorno alle due del mattino, la necropoli ritornò ad essere il luogo privilegiato del silenzio. Le uniche luci rimasero i fari alogeni e le poche lampadine sparse nel campo.

 

 

Quando la luna scomparve dietro la linea d’orizzonte, il frusciare del vento tra fronde degli alberi nascose dei rumori quasi  impercettibili di scalpiccio tra i cespugli ai margini della boscaglia.

Avvolti dall’oscurità della notte, un gruppo di uomini si apprestava ad entrare in azione. Attendevano il segnale convenuto.

Erano giorni che tenevano sott’occhio la vita del campo e condivisero l’euforia della scoperta della nuova tomba, con l’unica eccezione che per loro non si era trattata di una sorpresa.

 

 

Alle prime luci dell’alba, gli archeologi si riunirono nella tenda più grande, dove tennero il primo briefing. I pareri furono concordi nel fermare i lavori nella necropoli e concentrarsi sulla nuova fossa.

La rimozione dei corpi e del corredo diede loro filo da torcere. Impiegarono delle ore, ma i loro sforzi furono premiati.

Le mummie furono deposte su grandi teli, ancora intorbate, e portate nella tenda adibita a magazzino. Andrea e Giovanna si sarebbero occupati della prima ricognizione.

Carlini era emozionato come se fosse un novellino alle prime armi, sebbene nel passato fosse stato l’autore di molti rinvenimenti, alcuni dei quali trovarono titoloni nelle pagine culturali delle maggiori testate italiane ed internazionali.

La sepoltura era una finestra spalancata su un passato la cui comprensione appariva per niente semplice. Poneva nuovi interrogativi e le risposte sembravano sottrarsi alla logica storiografica. Forse la soluzione era sepolta tra le pagine ammuffite di un libro. Spesso gli archeologi peccavano di superficialità, guardando con sufficienza le pubblicazioni del passato. Le critiche più ingenerose cadevano sui lavori dell’Ottocento, criticati di appartenere al folclore, dei frutti dei mille campanili italiani.

Carlini pensò che la cosa migliore da farsi fosse di scendere a valle e fiondarsi nell’archivio locale. Con un pizzico di fortuna, che non guasta mai, avrebbe trovato la traccia che cercava. Lasciò detto al suo secondo le direttive sullo scavo. Era fondamentale analizzare le evidenze stratigrafiche della tomba, come non si dovevano tralasciare dei saggi esplorativi intorno alla fossa in un raggio non superiore ai quattro metri.

I giovani ricercatori si misero al lavoro, speranzosi di trovare nuove tracce. Quando impugnarono le cazzuole, ognuno di loro sognava una nuova tomba da riportare alla luce.

Il tempo spense le loro attese. Il terriccio si presentava vergine e privo di riscontri antropici.

Andrea e Giovanna completarono la schedatura degli oggetti del corredo e ripulirono la lastra dal terriccio. Vi erano delle iscrizioni, anche se la lettura non era facile. L’ambiente acido della fossa e delle vistose ammaccature interrompevano la progressione delle lettere.

Carlini fece ritorno al campo all’ora di cena. Aveva passato l’intero giorno in una stanzetta, leggendo di tutto. Si era soffermato sui resoconti di un prete, un certo Pietro Tiziani, l’uomo a cui si doveva la scoperta della necropoli.

Nato a San Donato nel 1851, Pietro Tiziani sentì la chiamata in tarda età, ma questo non gli impedì di assumere degli incarichi importanti e, nel contempo, di continuare a coltivare la sua passione: le ricerche storiche nel feltrino. Il suo zelo e il fervore religioso lo portarono a dedicarsi agli ammalati dell’ospedale civile di Feltre.

Carlini non vi trovò nulla che non sapesse già. Si rammaricò di non aver potuto consultare le sue memorie. Il manoscritto andò perso a causa di un incendio che devastò parte della sua casa.

Lo incuriosì la coincidenza temporale tra l’assunzione del ruolo di cappellano a Feltre e la scoperta della necropoli. Al di là di questa curiosità, non fece un passo in avanti. Si persuase di aver perso solo del tempo e lasciò il silenzio dell’archivio, per raggiungere i suoi ragazzi.

Arrivò al momento giusto. Lo stavano aspettando per scolare la pasta. In quattro e quattr’otto, una pignatta traboccante di spaghetti fumanti fece la sua apparizione, profumando la tenda di ragù alla bolognese.

La platea di rigorosi studiosi si trasformò in una mensa scolastica di adolescenti. L’euforia era tale che nessuno si accorse dell’assenza dei due fortunati scopritori delle mummie, eccetto Carlini.

Chiese di loro. Nessuno li aveva visti nelle ultime ore. Di sicuro si erano attardati nella tenda. Non si sorprese. Ripensò ai suoi giorni da studente, alle prime scoperte che fece. Ricordava le emozioni di quei momenti, per cui sapeva che cosa stavano provando i due ragazzi. I suoi pensieri andarono ad Andrea. Il giovane era il prodotto dei tempi. Intelligente, preparato quanto basta, ma incapace di superare la soglia della mediocrità. Eppure, bastava poco a far rinascere nella gioventù la fiducia in sé stessa, insegnando che la vita ama i cambiamenti, anche quando si presentano in maniera caotica.

(continua)

 

 

Contagio. Parte prima

La notte era arrivata alla sua fine, quando apparve una palla di fuoco, che lasciava dietro di sé una scia di vapori e alabastro lunga centinaia e centinaia di braccia.

Un tuono.

Il bagliore del segno esplose, dando vita ad una tempesta di lampi e luci.

Il segno oltrepassò la valle e precipitò dietro una montagna.

Un boato.

Una nube di fuoco e fiamme si fece alta sul cielo e la terra tremò.

Il frastuono sembrò non finire mai e fu accompagnato da un vento caldo, carico di resina bruciata.

Il buio.

L’altopiano s’accese di pire, piccolo aiuto per il figlio di Merope a dominare il mondo delle anime perse, che imperava sui versanti di roccia, ricoperti da una coltre senza fine di boschi. Solo le guglie verticali e i picchi solitari svelavano la loro identità di nuda pietra senza vita.

Da uno dei versanti risuonò una voce. Delle parole, un paio di sillabe echeggiarono a lungo, e rimasero senza seguito, come se non le avesse pronunciate anima viva. Eppure tutt’intorno al bagliore delle lingue di fuoco si scorgevano delle sagome umane sotto forma di chimere fluttuanti.

Dei ciottoli tradirono il passo maldestro di una di queste illusioni. Risaliva a fatica un sentiero scosceso sui fianchi del monte.

Era un vecchio senza età, la cui vista incuteva paura o pietà.

Di bassa statura, due gobbe prominenti sulla schiena; anche il suo modo di camminare aveva un che di mostruoso, con le ginocchia che si piegavano sotto il suo stesso peso.

Il suo volto possedeva solo una parvenza d’umano.

La natura gli aveva concesso un solo occhio, del tutto asimmetrico ai lineamenti del volto. Dell’altro, nulla: un buio foro d’osso. Il dorso del naso era fortemente concavo e la punta all’insù, tanto da ricordare le corna degli animali che vivevano sulle cime più alte. Le labbra erano sottili ed erano bianche lattiginose, come la pelle. Le orecchie, due grumi di carne e cartilagine, erano nascoste da una lunga capigliatura, che non nascondeva delle cicatrici purulente del cranio.

Il suo nome era Arus’nas e la storia della sua famiglia si perdeva nella memoria degli uomini.

I genitori, come i più lontani avi, avevano vissuto i loro giorni in una valle lontana nei pressi del vico di Sabase.

La valle era baciata dal calore di Fetonte e vi scorrevano delle acque, che si gettavano in un laghetto dello stesso colore del cielo. Sulle sue rive era stato eretto un recinto sacro. Esso impediva la vista del sacro e le molestie delle ninfee acquatiche.

Conosciute con il nome di Lagane, le ninfee tentavano, nel corso del plenilunio di primavera, di entrare nel tempio della Icatei Trumusjate e carpire i segreti delle guarigioni miracolose.

Invano.

Grazie alla dea, i malati arrivavano numerosi e da sempre più lontano, cercando il conforto per le loro sofferenze che tormentavano i loro corpi e vi restavano fino alla guarigione.

La famiglia di Arus’nas si occupava delle necessità della dea.

Il suo primo vagito avvenne nel corso della notte che precedeva il dies natalis Solis invicti.

Il travaglio della madre iniziò al calare delle ombre e sembrò essere senza fine.

Il suo corpo era madido di sudore e ogni muscolo era allo spasmo per le continue convulsioni. Il viso si era ridotto ad una maschera di dolore.

La donna aveva avuto altre gravidanze nel passato, tutte finite bene. Era stata una sorpresa scoprire che alla sua età avrebbe messo al mondo un altro figlio. Pensò alla benevolenza della Icatei. Se era un dono della dea, il bambino sarebbe stato speciale.

La vecchia levatrice non si era allontanata un attimo dalla donna in travaglio. L’aveva sorretta nei momenti di sconforto, trattandola amorevolmente come se fosse una figlia, che il destino gli aveva negato. Di tanto, in tanto, le faceva bere un infuso di erbe dal gusto amaro, che gli attenuava il dolore delle contrazioni.

Le urla della madre avvertirono che era giunto il momento. La vecchia si alzò e raggiunse uno dei bracieri e vi depose una lama d’argento tra i tizzoni infuocati. Raccolse un vello d’agnello e lo depose a terra. Si girò su sé stessa e diede alla donna un panno da mettere tra i denti. Minuti dopo, il pianto del bambino si fece sentire per tutta la casa.

La levatrice ebbe un attimo di smarrimento, ma tentò di non darlo a vedere. Lo avvolse nel telo e con il coltello tagliò il cordone ombelicale. Deposto sopra il vello, venne offerto alla dea madre che dona alla vita ad ogni creatura ed alla quale tutto ritornava con la morte.

I familiari inorridirono a vederlo. Tutte le precauzioni contro gli spiriti della foresta si erano dimostrate insufficienti o, forse, la gravidanza non era passata inosservata alle creature della notte. Il neonato sano era stato rapito e, al suo posto, giaceva un mostro.

Solo la madre ebbe parole di pietà per la creatura.

Nello sconcerto generale, le opinioni furono molte. Alla fine si pensò di strangolare l’empietà e di seppellirla in una buca ai bordi della foresta, ma i gemiti e i pianti del neonato straziarono la madre, che non volle sentire ragioni. Nessuno avrebbe fatto del male al suo bambino.

Il marito capì che non c’era nulla da fare. Fece finta di assecondare il suo volere e aspettò che si assopisse, stremata dal parto.

Il bimbo venne avvolto in una pelliccia bianca e affidato a due cacciatori. Camminarono con il fagottino per ore e ore con la sola luce delle torce.

All’apparire delle prime luci dell’alba, la meta si apriva davanti ai loro occhi. Avevano raggiunto la valle degli spiriti. Deposero il fagotto sotto un grande albero e fecero ritorno al villaggio.

Contro ogni aspettativa, il neonato riuscì a sopravvivere, grazie alla pietà delle creature del bosco. Divenne grande e imparò la lingua dello spirito. Sapeva ascoltare e comprendere le parole degli alberi, delle piante e degli animali; e condivideva l’armonia e l’equilibrio della madre terra.

Un giorno si perse in un folto bosco. Vide qualcosa che poteva sembrare un sentiero. Si fece strada districandosi tra i rami e il sottobosco, che tentavano di sbarrargli il passo, quando colse una luminescenza proveniente da una delle cime che aveva di fronte.

Il suo primo istinto fu quello di fuggire, ma una voce gli parlò direttamente al cuore, convincendolo a salire. Non doveva dare ascolto alla paura.

Camminò per un bel tratto e attraversò parte del bosco. Da lì risalì un ripido ghiaione e s’inerpicò lungo uno stretto sentiero, una cengia che alle volte si dimostrò un tutt’uno con l’orrido sottostante. A mezzacosta venne avvolto da una nebbiolina azzurrognola. Si scoprì la pelle d’oca su tutto il corpo. Non erano tremolii di freddo, ma non si perse d’animo e continuò a camminare, benché ogni passo fosse sempre più difficile.

In prossimità della cima, vide una grotta. Entrò e fu rapito da una sensazione di serenità e gioia.

Sul tardo pomeriggio, prese la via del ritorno. Si fermò nei pressi di una vecchia casa di pietra, forse appartenuta ad un pastore.

Le fatiche e le emozioni della giornata si facevano sentire e tutti i suoi muscoli dolevano per la tensione.

Si rincantucciò in un angolo della bicocca e si addormentò.

La mattina dopo, al suo risveglio, perlustrò stanza per stanza. Rimase sconvolto da quanto trovò.

Non fece ritorno ai suoi boschi e ai suoi prati. Riparò la casa e vi rimase per lungo tempo. Anni dopo, capì che era giunto il momento di far rientro nella comunità degli uomini. Non fu facile; e dovette imparare l’asprezza della loro lingua e la durezza dei cuori.

I bambini lo deridevano, come solo loro sanno fare, mentre gli adulti lo dipingevano come un corpo maledetto, strappato alla morte da un potente maleficio di una divinità degli inferi.

Una volta rischiò la vita. Un bimbo lo aveva avvicinato con il coraggio dell’ingenuità e lo aveva tempestato di domande. La voce del bambino fece uscire i genitori da una capanna. Le urla radunarono un gruppetto di uomini armati di bastoni.

Arus’nas tentò di spiegare di non aver fatto nulla di male, ma non ci fu verso. Fu percosso violentemente. La furia cieca si fermò solo quando pensarono di averlo ucciso.

Il suo corpo fu trascinato nella foresta, dove i lupi e gli orsi avrebbero fatto il resto. Ore dopo, nel pieno della notte, la pioggia gelata lo aiutò a riprendere conoscenza. Diede fondo a tutte le sue forze per strisciare fino al tronco di un grosso abete bianco. Esausto, svenne.

Lo risvegliò un conato di sangue, che lo stava per asfissiare. Aveva il corpo in fiamme, ma lo era ancor più il suo cuore, persuaso com’era della propria condizione. Solo, abbandonato da tutti, e lo sarebbe stato per tutta la vita. Ma non gli importò. Aveva una missione da svolgere e l’avrebbe portata a compimento, a costo della sua stessa vita.

Benché dovette soffrire dell’ignoranza degli uomini, che lo resero ancor più timido e schivo, le cose cambiarono con il tempo. Gli abitanti delle valli presero a ricercarlo per la sua capacità di comunicare con gli spiriti e di guarire le malattie.

Ciò nonostante niente della sua vita era stato così doloroso, da paragonarsi alle sofferenze che ora stava vivendo. Nelle ultime giornate si era dedicato agli ammalati, passando ore al loro capezzale.

La paura era palpabile, visibile.

Una folata di vento gli scosse i capelli.

Le greggi pascolavano ancora sui pendii più alti e, durante il giorno, l’astro di fuoco faceva sentire tutto il suo calore, ma l’umidità del bosco, resa gelida dall’altezza sembrava voler anticipare i rigori dell’inverno.

Arus’nas indossava una tunica di lana grezza inzaccherata, mentre ai piedi calzava delle sottili strisce di vello, ma non dava l’idea di dolersene.

I suoi passi si trascinavano con l’aiuto di un bastone di quercia. Due ragazzi, poco più che adolescenti, lo seguivano a debita distanza, stringendo due fiaccole accese.

Il vecchio incespicò per tutto il tempo. Ogni due, tre passi alzava la testa e biascicava al cielo delle parole senza senso, rese ancor più indecifrabili dai rivoli di bava biancastra ai bordi della bocca.

Lui era l’uomo che parlava al grande spirito. Lo stesso che lo aveva protetto per tutta la vita. Gli era ignoto il suo nome. Dei suoni incomprensibili nell’aria, ma gli aveva concesso il dono di percepirlo, di intendere i suoi voleri e di vedere nell’oscurità degli animi.

La brezza del fondovalle lo fermò.  Aspirò a pieni polmoni le fragranze che aveva raccolto nella sua corsa, creandogli dei brividi su tutto il corpo.

L’attesa era finita.

Sollevò le braccia al cielo e, con un tono di voce ruvido come la roccia, ordinò alle chimere di accompagnarlo nel canto.

Un suono monotono e ritmico dei tamburi diede inizio ad una trama di voci, invocanti il perdono del grande spirito.

Arus’nas ciondolò la testa, assecondando il ritmo, fino a quando il battito si spense nell’aria. Si volse al giovane che aveva accanto. Lo prese a sé e gli sussurrò delle parole all’orecchio, scuotendolo non poco.

Il vecchio era traboccante di nuovo vigore e riprese a camminare.

Da solo.

Raggiunse uno sperone di roccia, che si protendeva sopra il vuoto.

Lasciò cadere a terra il bastone. Si fece forza sulle gambe e vi salì sopra. Il passo era incerto, come precario era il suo equilibrio. Quando le dita dei piedi sentirono venire meno la superficie della roccia, si fermò.

In bilico tra la terra e il cielo, divaricò gambe e braccia.

Un raggio di sole, che si era fatto strada tra i pendii, lo colpì inondandolo di luce.

I due ragazzi lo raggiunsero e gli consegnarono le torce.

Strinse con tutte le sue forze i manici di legno. Prestò una solenne promessa e le lasciò cadere nel vuoto, seguendole con lo sguardo per qualche istante. Chiuse le mani a pugno e le volse al cielo, in segno di speranza.

Discese dal masso e risalì il declivio. Si fermò davanti ad una fossa.

L’odore della terra fresca indicava che era stata scavata da poco. La profondità non superava le tre braccia.

Degli uomini, emaciati, trattenevano a fatica un bue, la cui disperazione metteva a dura prova la solidità delle corde di nervo.

Il collo della bestia venne premuto a forza sopra una lastra di pietra. Di fianco vi era una ciotola di terracotta grossolana.

Arus’nas  infilò le dita della mano sinistra nelle narici del bue, bagnandosi della disperazione dell’animale; gli sollevò il muso e sull’altra mano comparve una spada corta. La fece scivolare lungo il palmo sino a quando il filo della lama gli lacerò la pelle in profondità. Pronunciò delle parole oscure e squarciò con un colpo netto la carotide dell’animale, che stramazzò a terra, dopo aver emesso un muggito orrendo che si perse negli echi delle montagne.

Dalla gola del bue sgorgò un fiume di sangue zampillante, che si riversò nella coppa.

Arus’nas invocò nuovamente il grande spirito, affinché la luce rigeneratrice illuminasse con tutto il suo calore quella valle, resa maledetta dalle ombre degli inferi.

Molte lune addietro, le porte dell’Ade si erano spalancate nel villaggio, riversandovi fuori il male, che corrompeva i corpi e le anime.

L’orrore degli ultimi giorni aveva lasciato un profondo segno anche su di lui, azzannandogli non solo il corpo. Sapeva che non avrebbe visto la prima neve cadere dal cielo, ma albergava in lui una certezza che lo sorreggeva nei tanti momenti di sbandamento. A breve avrebbe conosciuto la vera luce.

Chiamò a sé tutte le sue energie e, sputando sangue di continuo, si mosse alla volta di un drappello di uomini appena arrivati. Provenivano dal laghetto, dove era caduto il pezzo più grosso del segno.

Non era stato facile portarlo in superficie. Le acque ribollivano in vortici di spuma fumanti e il suo peso era tale che dovettero impiegare un paio di buoi.

Il segno era di color nero, come il carbone. Nel tirarlo fuori si era spezzato in due tronconi e poterono vedere com’erano fatti. L’interno appariva di cenere e vi brillava un cielo di piccole stelle luccicanti.

Arus’nas ordinò di deporre delle erbe essiccate in una decina di giare. Le colmarono con l’acqua fumante del laghetto e, infine, lasciarono cadere dei pezzetti del segno, dopo averlo sgretolato con delle mazze di metallo. Dopo di che, furono sigillate.

L’infuso doveva macerare fino alle prime ombre della notte. Trascorso il tempo, sarebbe stato filtrato con un telo leggero e consegnato a tutti i superstiti del villaggio.

Era tempo di deporre i morti nel ventre della madre terra. Il grande spirito aveva donato loro l’immortalità. Un giorno, alla fine dei tempi, i corpi si sarebbero rialzati dalla polvere.

Tutti raccolsero degli attrezzi e presero a scavare delle fosse, di forma ovale. All’interno vi adagiarono i corpi maleodoranti, ancora avvolti nei loro sudari, del tutto grondanti di sangue e altri fluidi corporali. Li deposero con la schiena addossata alla parete, affinché i volti si appagassero della sempre nuova rinascita dell’astro di fuoco, nella certezza di un prossimo risveglio.

Non si depose una sola arma, ma gli oggetti di una vita trascorsa in pace, tra campi e i boschi.

I corpi delle donne, forse un estremo atto di pietà per ricordarne la bellezza deturpata dal male, furono abbelliti con i loro gioielli, compresi gli orecchini d’oro, creazioni di un maestro locale, inumato anch’esso a poca distanza.

Ora dovevano ricominciare tutto da daccapo, tentando di dimenticare tutto il male che si era abbattuto sulla comunità. Le cicatrici erano tante e le lacrime avevano scavato dei solchi impossibili a riempirsi, però, avrebbero fatto tutto ciò che era possibile, affinché quei giorni divenissero dei dolorosi ricordi.

(continua)