Il Battistero romanico bizantino di Concordia Sagittaria

 

 

Le invasioni barbariche e le alluvioni del V – VI secolo d.C., che stravolsero la morfologia delle campagne e la stessa conformazione urbanistica della città di Concordia, avevano di fatto ridimensionato l’antico abitato, riducendolo a ben poca cosa rispetto al passato e, soprattutto, lo tagliarono fuori dalle maggiori dinamiche storiche areali. Tuttavia, la circoscrizione della sua diocesi ancora si estendeva in buona parte sull’antica circoscrizione del municipio romano: a meridione lambiva la gronda lagunare, a nord le Prealpi Carniche fungevano da confine, mentre i fiumi Livenza e Tagliamento la delimitavano rispettivamente ad occidente e ad oriente.

La ristrettezza delle risorse economiche e l’esiguità della popolazione, decimata dalle guerre, dal dissesto idrogeologico e, infine, dalle pestilenze, indussero le autorità ecclesiastiche a decretare nel 928 l’aggregamento della diocesi al patriarcato aquileiese. Ma la grande distanza da quella sede, la difficoltà di controlli diretti e l’esigenza di una cura pastorale più incisiva, nonché le nuove dinamiche politiche, spinsero il clero concordiese a chiedere il rispristino dell’autonomia della diocesi, sotto il governo di un vescovo locale, che veniva sancito alla fine del X secolo, dopo lunghe trattative con l’Impero e il Patriarca di Aquileia, con Ottone III, il quale concesse nuovi possedimenti territoriali, anche sulla scorta di suggestioni colte, antiquarie e simboliche. Lo sviluppo produttivo dei secoli XI –XII e la ripresa della crescita demografica aprirono gli orizzonti di un nuovo dinamismo urbanistico ed architettonico della cittadina, che si tradusse anche nella costruzione di un singolare edificio religioso: il battistero.

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Il periodo di costruzione del battistero e il nome del committente, e sicuramente l’ispiratore di questa nuova rinascita, sono noti, grazie a due testimonianze coeve che ci sono pervenute del tutto integre. La prima è conservata tra le pagine ingiallite del “Liber anniversariorum”, una sorta di obituario del Capitolo della Cattedrale di Concordia. In esso è possibile leggere che il vescovo Reginpoto, che resse la diocesi tra il 1089 e il 1105, “fecit facere Ecclesia(m) Sancti Iohannis Baptiste et dotavit”. La seconda, sempre di carattere funerario, è correlata alla tomba del vescovo stesso. Posto nell’atrio del battistero da lui voluto, il semplice sarcofago è ornato da un’iscrizione ritmica latina, posta sulla lastra tombale.

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Sotto di me si fa terra e polvere
venuto dalla polvere, Reginpoto
vescovo di nome e non per meriti.
Fissando questo tumulo
alza gli occhi al firmamento
con animo buono e dì
al padrone del cielo:
“Abbi pietà di lui.
Chi si salverà se Tu, Benigno,
di lui non avrai pietà?”
Salva chi hai plasmato
senza calcolare i suoi meriti.
morì otto giorni dopo le
idi di novembre
sperando in colui che salva
quanti confidano in Lui.
Affinché gli sia concesso il
riposo, invoca Giovanni Battista.

(trad. F. Girotto)

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Il Battistero, che sorge in prossimità dell’abside della cattedrale di Santo Stefano, possiede uno schema planimetrico con un corpo rettangolare, precorso da un atrio coperto a capanna quadrangolare di larghezza ridotta, e tre absidi semicircolari, di cui quella frontale, posta ad oriente, risulta più piccola rispetto alle due laterali, collocate sui lati più lunghi. Il rettangolo è coperto da una cupola interna, nella quale si aprono otto finestre, intercalate da sedici archeggiature, poggianti su delle colonnine. La cupola, che prende corpo da quattro arconi, è nascosta all’esterno da un tamburo cilindrico con tetto conico, dove le finestre sono poste in rilievo da piccoli archi concentrici.
In origine la vasca battesimale era collocata al centro dell’edificio, ma in seguito alle disposizioni emanate dal Concilio di Trento (1545 – 1564), che privilegiava tra l’altro il battesimo per infusione dell’acqua sul capo, fu rimpiazzata da quella ancora oggi visibile nell’abside di sinistra. L’originaria vasca fu interrata sul posto, i cui resti furono successivamente rinvenuti nel 1880 dall’archeologo Dario Bertolini, il promotore e l’artefice degli scavi archeologici dell’antica Iulia Concordia.

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Sulla superficie affrescata della cupola è rievocato il registro narrativo e simbolico dello Spirito Santo mentre aleggia sulle acque del fiume Giordano, l’istante decisivo in cui Dio interviene nella storia dell’umanità per salvarla. I contenuti, facilmente percepibili, senza difficoltose mediazioni intellettualistiche anche quando impiegano linguaggi simbolici, si rifanno alla narrazione evangelica (Mt. 3,16; Mc. 1,10; Lc. 3,22) e l’iconografia risulta quella più consueta per quest’epoca: lo Spirito Santo, che scende dal cielo sotto la forma di colomba iridata, aleggia sul capo del Gesù Pantocratore ieratico con la mano sinistra appoggiata su un libro aperto sopra le gambe e benedicente alla greca con la mano destra, racchiuso all’interno di una mandorla, attributo per Colui che è “la via, la verità e la vita” (Gv. 14, 1 – 12).

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La scena narrativa restituisce, inoltre, la figura di un arcangelo colto con labaro e globo, usuali contrassegni del potere temporale, e due figure, che, abitualmente, sono identificate come Serafini, creature angeliche, poste dalla tradizione neotestamentaria nella prima gerarchia angelica, sostanzialmente dal “De coelesti hierarchia” dei Pseudo Dionigi l’Aereopagita. Per certi aspetti, una tale identificazione non è ancora compiutamente risolta. Va, infatti, osservato che, sulla scorta delle citazioni canoniche ed apocrife, l’iconografia utilizzata per le due figure angeliche – benché ritratti con le sei ali (“Vidi il Signore…Sotto di lui stavano i serafini, ognuno con sei ali”, Is., 6, 1-3). – appare non intonarsi con i più consueti elementi caratterizzanti dei Serafini. Anzi, la rappresentazione dei due angeli sembra raffigurare talune caratteristiche dei Cherubini, quali i numerosi occhi disposti sulle ali o i Troni ai loro piedi, terzo dei novi cori angelici, esecutori della giustizia divina e annunciatori della sua misericordia: “12 Tutto il loro corpo, il dorso, le mani, le ali e le ruote erano pieni di occhi tutt’intorno; ognuno dei quattro aveva la propria ruota, 13 Io sentii che le ruote venivano chiamate «Turbine»; Quando quegli esseri Viventi – i Cherubini – si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano. Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote” (Libro di Ezechiele 1, 15 – 21).

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Le otto finestrelle del tamburo sono alternate ad altrettante arcatelle cieche, all’interno delle quali le porzioni di muratura sono affrescate con le raffigurazioni di sette profeti e dell’Agnello. Tre delle sette figure veterotestamentarie sono colte nel mentre indicano con l’indice l’Agnello; tre ancora rivolgono la propria mano in direzione del Cristo; infine, l’ultima, ritratta nell’atto di reggere un rotolo di pergamena. Nel passato ognuno dei profeti era facilmente identificabile attraverso la lettura del nome, scritto nel cartiglio da loro retto. L’agnello è dipinto sopra un monte dal quale sgorga il fiume, che si divide in quattro rami fluviali. La Genesi, al capitolo 2 versetti 8-14, descrive: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente…Un fiume usciva…di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo si chiamava Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro…Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate”.

 

 

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Sotto, sui quattro pennacchi d’angolo, sono raffigurati i quattro Evangelisti, ognuno dei quali ritratto con il proprio simbolo e alle prese con i rispettivi vangeli. Al centro dell’intradosso un semicerchio, che doveva contenere la “Manus Dei”. Sul lato sinistro Mosé mentre riceve le Tavole della Legge e, di fronte, forse la figura di Aronne, purtroppo andata del tutto perduta. Sul catino absidale è affrescato il Battesimo di Cristo nel Giordano, con il Battista sulla destra che gli pone la mano sul capo, mentre tre angeli reggono un drappo. Sotto, nel catino dell’abside due nicchie contengono le raffigurazioni di Pietro e Paolo, evocati con i loro simboli caratterizzanti: le chiavi e il rotolo delle lettere. Ai loro lati, altre due figure di dubbia identificazione. Una chiave di lettura, che si compone dell’analisi dell’iconografia dell’area aquileiese, riconoscerebbe nella figura a sinistra di Pietro Sant’Ermagora e l’altra in Fortunato, diacono della chiesa di Aquileia.

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Tra l’arco di accesso e le nicchie più esterne, altre due raffigurazioni: a destra Melchisedech ed Abramo. Il primo è colto nella prefigurazione della profezia dell’Eucarestia: Melchisedech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio Altissimo e benedisse Abramo con queste parole: “Sia benedetto Abramo dal Dio Altissimo, creatore del cielo e della terra e benedetta sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici” (Genesi, 14, 18 – 20). I segni del pane e del vino, che Melchisedec presentò al patriarca Abramo, per il cristiano divennero segno del mistero dell’Eucarestia. La seconda narrazione è incentrata su uno degli episodi centrali della vita di Abramo: Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco e, dopo averlo messo alla prova, la mano divina blocca il sacrificio.

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L’angolatura di lettura dell’intero ciclo narrativo vede lo Spirito Santo scendere nel Cristo Pantocratore e nell’Agnello mistico, il quale riconduce al mistero dell’Eucarestia, evidenziato dall’offerta di Melchisedech e il sacrificio di Isacco, che il nuovo cristiano poteva apprendere nel momento in cui accedeva all’altare posto nell’abside.
Nel XIII secolo, l’abside di destra venne interessato da raffigurazioni di carattere devozionale. Sulla parete furono affrescati due riquadri, che ritraggono Santa Maria Maddalena, personificazione della resurrezione, e San Giorgio con i consueti elementi distintivi nella lotta contro il drago.

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Di lì a poco, la vicina Portogruaro ne avrebbe raccolto il testimone …

Concordia Sagittaria. Una città di frontiera

Confinante con Portogruaro, importante centro della provincia orientale di Venezia, e a pochi chilometri dai litorali di Caorle e Bibione vi è una località il cui panorama imperante è un susseguirsi senza soluzione di continuità di campi coltivati e vitigni, che offrono una generosa produzione enologica pregiata, compreso il famoso Lison, la cui storia affonda nella notte dei secoli. Al territorio è connesso un importante assetto fluviale, che ha sempre fornito in abbondanza l’elemento primario della vita e che ha rappresentato per lungo tempo gli assi di penetrazione dal mare verso la terraferma e viceversa; e come tale favorì la mobilità degli abitanti, i trasporti e, infine, i commerci. Di questi fiumi si ricordano il Tagliamento, il Livenza, il Reghena e il Lémene, che, dopo aver lambito il centro abitato,

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sfocia nei pressi della Valle Zignago nella laguna di Caorle.
Il nome della cittadina è Concordia Sagittaria e la sua storia è più che mai millenaria.

 

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Comune

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Il Museo Nazionale Concordiese, inaugurato il 28 ottobre del 1888 a Portogruaro, custodisce alcune iscrizioni che restituiscono il nome della città come Iulia Concordia, quando altre iscrizioni epigrafiche rinvenute in loco, per lo più di carattere funerario, e la storiografia latina la ricordano con il semplice titolo di Concordia. In ogni modo, il toponimo testimonia il momento fondativo della città. Infatti, la deduzione della colonia “civium romanorum Iulia Concordia” si fa risalire all’epoca del secondo triumvirato, dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.), allorché il sito venne interessato dall’assegnazione di tremila veterani. A dire il vero, è stata proposta anche una seconda data, il 40 a.C., facendovi collimare l’avvenimento fondativo con la precaria pace di Brindisi tra Ottaviano, Antonio e Lepido.

Tuttavia, i segni del primo popolamento nell’area di Concordia si fanno evidenti in un dosso fluviale, la cui posizione strategica e la stessa morfologia devono aver richiamato e favorito l’insediamento di una comunità, che i dati archeologici inquadrano cronologicamente al Bronzo Recente (XIII – XII secolo a.C.), in piena coerenza, in termini culturali, alla maglia insediativa regionale.

Il geografo d’età augustea Strabone, che utilizza fonti risalenti al II – I secolo a.C., offrendo un quadro prezioso degli abitati veneti congiunti al mare per mezzo di corsi d’acqua, ricorda tra le altre le “oppidola” (piccoli centri) di Adria, Oderzo e Concordia (Strabone, Geogr., V, I, 8), testimoniando di fatto l’insediamento concordiese anteriore alla fondazione della colonia, forse oggetto della romanizzazione tra il 47 a.C. e il 27 a.C.. Probabilmente il successivo intervento augusteo era mirato a rafforzare un “vicus” romano ascritto alla tribù Claudia, il cui nome è rimasto sconosciuto, strategicamente rilevante, rappresentando una cosiddetta prima linea nel controllo del reticolo stradale, tra le quali la Via Postumia (148 a.C.) e la Via Annia (intorno alla seconda metà del II a.C.), che assicurava i collegamenti tra l’Italia e le province transalpino – danubiane. Una politica che verrà ripetuta anche nei secoli seguenti, in particolare nella seconda metà del IV secolo e il V secolo, con l’acquartieramento alternato di “comitatenses”, unità regionali di fanteria pesante, e “la presenza di questi reparti militari di manovra mostra infatti che la città assunse una grande importanza strategica. Proprio la qualifica di truppe mobili, dislocate in un centro stradale di primaria importanza, ne indica anche le loro funzioni di pronto intervento…essa era il nodo centrale dell’imboccatura delle due strade, l’Annia e la Postumia, il che voleva dire accessi alla Valle padana e a Ravenna. Qualcosa di più, quindi, di un semplice appoggio ad Aquileia” (M. Pavan, in AAAd, 31, Rufino di Concordia e il suo tempo, II, Udine, 1987, 7-28), ma un nodo con una funzione di proiezione cisalpina e transalpina, che la rendeva una vera e propria città di frontiera.

La città era retta da due magistrati, i “duoviri iure dicundo”, che amministravano la giustizia, e gli “aediles”, il cui ufficio consisteva nella costruzione degli edifici pubblici e delle strade, nonché della loro manutenzione. L’organizzazione amministrativa e civile era completata, infine, da un consiglio cittadino, diviso in gruppi di dieci membri, le decurie. Il governo cittadino amministrava un esteso territorio, suddiviso nella consueta centuriazione, dove numerosi vicus a vocazione agricola provvedevano al sostentamento di Concordia stessa.

Nel I sec. d.C., Concordia conobbe un primo sviluppo, grazie al quale furono innalzati il foro, il teatro e le mura, che circoscrivevano la città all’interno di un esagono irregolare. La cerchia, eretta su palificazioni tipiche per i terreni paludosi, era alta mediamente sei – otto metri e largo circa due metri, possedeva delle porte fortificate a due torri, ottagonali o quadrangolari. Un piccolo tratto superstite è possibile osservarlo nelle immediate vicinanze del sito delle terme.

Il foro, posto all’incrocio tra il decumano massimo, costituito dalla Via Annia, e il cardine, possedeva delle misure di tutto rispetto (110 m. X 130 m.) ed era in origine pavimentato da semplici ciottoli. In età giulio-claudia l’area forense assunse un tono monumentale, con la sostituzione della originaria pavimentazione con lastroni di pietra calcarea e l’inserimento di nuovi monumenti lapidei, testimoniate dalle basi di colonne, dai basamenti per statue e da un rialzo con doppia fila di colonne, da mettere in relazione con la realizzazione di corsie provvisorie, mediante la tesatura di corse, all’interno delle quali sfilavano gli elettori in occasione dei “comitia” indetti per l’elezione dei magistrati locali e, basamenti per statue. Qui venne rinvenuta la grande statua di donna acefala in marmo di Carrara del I sec. d.C., le cui vesti fluenti ne risaltano il corpo nella sua accesa femminilità. Oggi, la statua è conservata nella sala centrale del Museo di Portogruaro.

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Nei pressi dell’area archeologica di Piazza Costantini è visibile un segmento della Via Annia, che si presenta con una larghezza di circa 9 metri e ai lati con dei marciapiedi rialzati rispetto al fondo stradale. La pavimentazione, in trachite euganea, mostra ancora i segni delle ruote dei carri.

 

Poco distante, all’interno delle mura, trovava posto il teatro, la cui capienza di alcune migliaia di persone può solo dare un’idea vaga delle sue dimensioni. Purtroppo, quasi nulla resta delle sue strutture, poiché l’edificio fu depredato delle sue pietre già dal V secolo, per utilizzarle per nuove fondazioni edificatorie. Il ricordo del teatro oggi è assegnato ad una siepe in bosso, collocata sulla sua area, che ripropone il suo originario perimetro semicircolare.

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La presenza fluviale condizionò fortemente l’impianto urbano, costituito da isolati irregolari nelle aree occidentale e, soprattutto, orientale, dove si costruì fuori dalle mura un approdo in diretta dipendenza con il vicino porto alla foce del Lemene (Portus Reatinum) con tanto di infrastrutture, quali un edificio per il ricevimento delle merci e i numerosi magazzini, i cui ambienti erano pavimentati dapprima in assi di legno, poi in cubetti di cotto, dove sono stati rinvenuti materiali fittili e anfore, che testimoniano i commerci con l’Africa, l’Oriente e la Gallia. L’ara dei marinai Batola e Dione, datata al I secolo d.C., ricorda due navi leggere a due ordini di remi, Liburna e Clupeus, evidenziando anche il ruolo militare del porto Reatinum, sempre nell’ottica dell’appoggio di primo intervento alla città di Aquileia.
Il Portus Reatinum forse è da riconoscersi nell’odierno Porto Falconera, testimoniato dalle carte del ‘500 sotto il nome di “porto di Mezo Lido” (A.S.V., SEA, Livenza, dis. 17). Appare, quindi, suggestiva la presenza a 13 miglia dalla costa caorlotta del relitto di una nave oneraria, lunga 23 m. e larga 9 m., affondata con tutto il suo carico di anfore vinarie alla fine del II secolo a.C.. Adagiata su un fondale di 30 metri e quasi del tutto consunta dall’azione delle teredini, nell’estate del 1992 dei subacquei rinvennero casualmente parte del suo carico di anfore.

 

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La città condizionata com’era dalla presenza fluviale e dai diversi corsi d’acqua, naturali e artificiali, era attrezzata con almeno 7 ponti, sei dei quali ancora oggi interrati. La struttura portata alla luce, non distante dalla cinta muraria e in corrispondenza dell’ingresso della Via Annia in città, valicava l’antico alveo del fiume Reghena. Il ponte, rivestito esternamente da blocchi di trachite dei Colli Euganei, si costituiva di tre arcate: la prima, come la terza, era a sesto pieno e misurava m. 1,80; mentre la centrale, a sesto ribassato e sopraelevato, aveva una corda di m. 7,46. Sulle spallette del ponte vi sono due iscrizioni, che ricordano il liberto “seviro Manius Acilius Eudamus”, che lasciò come volontà testamentaria la realizzazione delle spallette o, forse, l’intero ponte.

 

 

Tra le aree funerarie del centro concordiese, la più nota è quella di Levante, situata sulla sponda sinistra del fiume Lemene, ad est della città, tra le attuali via Aquileia e via San Giacomo. Conosciuta sotto la denominazione “dei militi”, per i sarcofagi appartenuti ai soldati per lo più germanici e orientali, appartenenti a 21 reparti, di stanza nella città tra il IV – V secolo d.C., come truppe di primo intervento in appoggio ad Aquileia, sul suo suolo, nei vent’anni di scavi, dal 1873 al 1893, furono rinvenute centinaia di arche, ma a causa delle infiltrazioni d’acqua sull’area di scavo si pensò di tagliare le tabelle con le iscrizioni e lasciare in situ i sarcofagi e interrare tutto quanto, destinando le iscrizioni al Museo nazionale di Portogruaro. Successive indagini archeologiche nell’area della necropoli di Levante hanno appurato che l’utilizzo funerario areale aveva una stratificazione temporale non limitata al IV – V sec. d.C., ma trovava origine nel I sec. d.C. con presenza anche di singolari monumenti funerari, quali mausolei e cippi di singolare fattura.
L’ottica dioclezianea di rendere autosufficienti i diversi tratti limitanei dispose la creazione di una maglia di fabbriche di armi statali, distribuite in centri difendibili e lungo le strade di maggiore percorrenza, grazie alle quali era possibile approvvigionare le unità militari con un equipaggiamento di alta qualità. Le fabbriche d’armi con le sue maestranze specializzate erano sovraintese da un tribunus praepositus, dipendente dal praefectus praetorio e, dal 390 d.C., dai magistri officiorum. La “Notitia Dignitatum”, una fonte preziosa sull’ordinamento dell’impero forse risalente alla fine del IV sec. d.C., riporta in Italia le “fabricae Concordiensia sagitaria” (Not. Dig. Occ., IX, 24); “Veronensia scutaria et armorum”(Not. Dig. Occ., IX, 25); “Mantuana loricaria” (Not. Dig. Occ., IX, 26); “Cremonensia scutaria” (Not. Dig. Occ., IX, 27); “Ticenensia (Pavia) arcuaria” (Not. Dig. Occ., IX, 29); “Lucensia (Lucca) spatharia” (Not. Dig. Occ., IX, 29). Dunque, nel IV secolo, Concordia venne interessata dall’installazione di una fabbrica imperiale, per la realizzazione di frecce, in latino, sagittae, da cui l’appellativo di Sagittaria aggiunto a Concordia nel secolo scorso. La scelta della città cadde non solo per la sua posizione strategica nell’ambito delle diverse vie stradali e, più in generale, della sua valenza militare, ma per la sua possibilità di reperire le risorse minerarie in un raggio piuttosto breve, quali le miniere del Norico.

La datazione tradizionale tramandata nella diocesi concordiese allaccia il primo arrivo del cristianesimo ad una tarda “Passio Martyrum”, nella quale viene riportato, che, dopo l’editto di Diocleziano, nel 304 d.C., 72 cristiani subirono il martirio per la loro fede, finendo decapitati sulla sponda destra del Lemene, vicino alla porta orientale, il cui luogo oggi è ricordato da un sacello. I resti dei martiri furono raccolti e traslati momentaneamente nella “Trichora Martyrium”, piccolo edificio con tre absidi e in seguito ingrandito con un’aula a tre navate e un atrio lastricato, attraverso il quale era possibile entrare in due recinti sepolcrali, con tre nicchie ciascuno, che accolgono dei sarcofagi in pietra, posti in parte sopra su un architrave di recupero del III secolo d.C., posizionato all’uopo due secoli dopo nel complesso paleocristiano.

 

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Nel V secolo, uno di questi recinti divenne la cappella funeraria dedicata alla nobile Faustiniana. Il sarcofago a cassa parallelepipeda della nobildonna è di marmo, le cui facce a vista (parte anteriore e fianco destro) sono scolpite in altorilievo. Al centro della composizione della facciata anteriore vi è la tabella con l’iscrizione, racchiusa ai suoi lati due croci e due archi sorretti da colonne. Gli archetti racchiudono una conchiglia (lato sinistro) e un vaso dal quale fuoriesce una palma (lato destro). Infine, due pilastrini racchiudono l’intera composizione. Sul fianco destro, l’altorilievo raffigura, invece, un vaso con un tralcio di vite.

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Poco distante due tombe a fossa serbavano i resti di due bambini, Marsilla e Aurelio Cirino:
QUI GIACE UNA BAMBINA DI DUE ANNI E VENTI GIORNI
CHE UNA NUOVA LUCE DELL’ANIMA PRESERVA E L’ALMA FEDE.
VEZZOSO IL CORPO, CUI S’ADDICONO PAROLE DOLCISSIME,
LO CONTIENE QUESTO TUMULO,
TUTTO IL RESTO INVIOLABILE LO TIENE IDDIO.
DOLCE FRINGUELLO CHE ANNUNCIA LA PRIMAVERA CON CANTO MELODIOSO,
IL TUO CINQUETTIO PIACQUE SOTTO IL CIELO MAGGIORE.
BENCHE’TU, MARSILLA, NEL NOME PORTASSI IL SEGNO DEL TUO DESTINO.
TUTTAVIA SEI DA CONSIDERARE UNA STELLA ANCHE DAI TUOI COMPAGNI DI FEDE.

CRISTO, ALFA E OMEGA

FU DEPOSTA IL 5 LUGLIO
(trad. G. Lettich)

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e

QUI RIPOSA NEL SIGNORE AURELIO CIRINO, FIGLIO DI EVANGRIO,
ORIGINARIO DEL VILLAGGIO DI SECLA IL QUALE VISSE DUE ANNI E OTTO MESI.

La diffusione cristiana e la formazione della sua stessa gerarchia nell’area concordiese poterono avvenire solo dopo l’editto di Milano, promulgato da Costantino nel 313, con cui cessarono le persecuzioni. Verso la fine del IV d.C., la locale comunità cristiana provvide alla costruzione della Basilica Apostolorum Maior, sull’area in precedenza occupata da edifici adibiti a magazzino e a residenza abitativa risalenti al I sec. d.C., e sulle cui ceneri sarebbe poi sorta la basilica altomedioevale e l’attuale chiesa dedicata a Santo Stefano protomartire. All’interno l’impianto si presentava a tre navate, definite da colonne di marmo greco, ed era impreziosito dalla pavimentazione a mosaico con decorazioni legate alla simbologia cristiana. L’abside, pavimentato a mosaico con decorazioni allegoriche cristiane, avrebbe custodito le reliquie di S. Giovanni Battista, S. Giovanni Evangelista, S. Andrea, S. Tommaso e S. Luca.

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Nel 389 d.C., il vescovo di Aquileia, Cromazio, dopo aver pronunciato il sermone “in dedicatione ecclesiae Concordiensis”, dedicandola ai santi apostoli, e provvide a consacrare il primo vescovo di Concordia, il cui nome non ci è pervenuto: “meruit enim sanctus vir, frater et coepiscopus meus, summo sacerdotio honorari, qui per huiusmodi munera sanctorum, honoravit Ecclesiam Christi sacerdotis aeterni” (Sermones, XXVI). Inoltre, sempre a Concordia, attestando sempre più l’importanza della città, l’11 maggio del 391 d.C., Teodosio e Valentiniano II promulgavano due editti: “De fide Testium” e “De apostatis”, secondo le quali gli apostati erano privati di ogni diritto civile e politico. In quegli anni, Concordia diede i natali al celebre monaco Ruffino Turranio (345 – 411), amico fraterno di Gerolamo fino allo scoppio della crisi origenista e poi da lui trattato come acerrimo nemico, accusandolo fra le altre cose di accostare personaggi dall’ortodossia ineccepibile agli eretici. Probabile autore della “Historia monachorum”, scrisse opere polemiche e storiche, nonché l’opera catechetica Expositio Symboli, illustrando il simbolo apostolico in uso nella chiesa di Aquileia e l’esegesi del capitolo 49 della Genesi.

Concordia conobbe gli anni scuri delle invasioni barbariche, come conobbe l’ira degli elementi naturali, come l’alluvione del 589 d.C., descritta da Paolo Diacono nella sua “Historia Langobardorum”, ma seppe sopravvivere e di ciò sono grande testimonianza i monumenti paleocristiani e altomedievali sul suolo di quella che era stata una città di frontiera.