La contessa Paolina Secco Suardo Grismondi. L’arcade Lesbia Cidonia. “Lesbia Cidonia a Palide Lidio” XVIII secolo.

D’alto incendio di guerra arde gran parte
D’Europa, e intorno a lei scorre fremente
Colla orribil quadriga il fiero Marte;

L’Istro e la Neva il sanno, il sa la gente
Che la Vistola beve, e sì vicine
Del crudo Nume le minacce or sente,

Che a lei si avventa, qual per nevi alpine
Torrente altier che giù tra balzi scende,
E mugghiando terror sparge e ruine.

E d’intorno alla Senna oh quai più orrende
Desta empie faci la discordia, oh quale
Onda immensa di fumo al ciel ne ascende!

Cresce il rio foco, incontro a cui non vale
Di leggi schermo, e va di tetto in tetto
Sin che la Reggia furibondo assale.

Oh Reggia, oh mura di piacer ricetto,
Di gloria un dì, come di lutto or siete
E di spavento ahi lagrimoso obbietto!

Ma dove, o carmi miei, che amar dovete
D’umili canne il suon, dove sì audace,
Per sentiero non vostro, il voi stendete?

Ah che in queste ov’io seggio, e dove tace
Ogni strepito d’armi, apriche rive
Miti accenti sol chiede amica pace;

E in dolce ozio tranquillo imbelli e schive
Sempre aborrirò il marzial furore,
Di pace amanti, le Castalie Dive.

Poiché d’ira fremendo e di dolore
Coll’Egizia Regina il Nil raccolse
Nel ceruleo suo sen le frante prore,

E poiché Augusto vincitor si sciolse
Dall’aspro usbergo, e il non più dubbio Impero
Con soavi a bear leggi si volse,

Né più Bellona il sanguinoso e fiero
Suo flagello agitò, né più le genti
Impallidìr di trombe al suon guerriero,

Delle Muse all’invito impazienti
Corsero i vati al Tebro, e non pria uditi
Gl’insegnaro a ridir febei concenti.

Maro gli affanni allora, gl’infiniti
Cantò dal teucro Eroe varcati orrori,
Seguendo il fato, i vènti, i lazj liti.

Narrò Tibullo i suoi teneri ardori,
Dolci note accordando a flebil cetra,
Che amor di propria man spargea di fiori:

E mentre ei Delia e la vezzosa all’etra
Nemesi alzava, i forti inni sciogliea
Il Venosin dalla dircea faretra,

Ond’or bei nomi al tardo oblìo togliea,
Ed or di rose intatte e mirtee fronde
Serti a Glicera e a Lalage tessea.

Chiare in quegl’inni di Blandusia l’onde
Splendono ancor dopo tant’anni, ancora
Il Lucretile amene ombre diffonde.

Oh come a tanti eletti cigni allora
Eco fean lieta i colli e le beate
Rive cui lambe il biondo Tebro e infiora!

Né lungo a quelle rive avventurate
Or men vivace la sua fiamma spira
De’ carmi il Genio a cent’alme bennate.

Roma, superba Roma, abbatter l’ira
Te non poteo del tempo, ancor nudrice
Te dell’arti d’Apollo il mondo ammira.

Vedi qual figlio oggi additar ti lice,
Di Mecenate a un tempo e degli ascrei
Cultor più esperti emulator felice.

Palide egli è. Con piena man gli Dei
Ricchezze in lui versaro e onori e quanti
Pregi ornar ponno un’alma eccelsi e bei.

Chi di cetre le fila auree sonanti
Più dotto a ricercar, chi più gradite
Rime elette a temprar fia che si vanti?

Voi che sovente la sua voce udite,
Campagne amene, e voi, d’Arcadia al Dio
Diletto albergo, ombrose selve, il dite.

Ed oh potessi, o selve, un giorno anch’io
A lui dappresso offrirgli in seno a voi
Di grat’animo in segno il canto mio!

Egli il mio nome co’ begl’inni suoi
Volle fregiar, e a eternità il commise,
Che i nomi ha in guardia de’ più chiari eroi;

E sin dai sette colli amico arrise
Agl’incolti miei carmi, e là talvolta
Intorno intorno a verdi allòr gl’incise.

E quando il fato estremo avrammi tolta
La dolce aura di vita, e fia da questo
Infermo vel l’ignuda alma disciolta,

Né più forse sarà chi sul funesto
Sasso ove l’ossa mie chiuse staranno
Un guardo sol volga pietoso e mesto,

E immemori di me forse ahi! saranno,
Que’ che amici sperai, pur sempre chiara
Vita i miei versi gloriosi avranno,

Poiché, Palide, a te Lesbia fu cara.

La contessa Paolina Secco Suardo Grismondi. L’arcade Lesbia Cidonia. “O rondinella”. 1778

O rondinella che con rauco strido
Sembri farti compagna al mio lamento
Mentre ti aggiri intorno al caro nido
L’antico ripetendo aspro tormento,

Quanto t’invidio! io teco e piango e grido,
Ma non ho al par di te l’ali onde al vento
Franca ti affidi, e d’uno in altro lido
Puoi libera varcare a tuo talento.

Se i vanni avessi anch’io n’andrei felice
Quel dolce a riveder beato suolo
Dove partendo ho abbandonato il core;

E là vorrei… ma lassa a me non lice
Per l’ampie vie del ciel seguirti, e solo
Fatta simile a te son nel dolore.

La contessa Paolina Secco Suardo Grismondi. L’arcade Lesbia Cidonia. “Per amico lontano”. XVIII secolo.

Chiudo le luci al sonno, e indarno spero
Trovar quiete all’agitata mente
Che mentre io dormo avvien ch’anzi più fiero
Stuolo d’affanni contro me si avvente.

Parmi lunge veder sotto straniero
Cielo, e su fragil prora errar dolente
Il mio diletto amico, e l’aere nero
Che il minaccia ravviso, e il mar fremente.

Odo i gemiti suoi, già di sua vita
Vicin veggo il periglio, e grido o Dei
Deh gli porgete, o Dei pietosi aita!

Mi sveglio allor tremante, e la funesta
Immago non mi lascia, e gli occhi miei
D’amaro pianto innondo e pur son desta.

Compiuta Donzella. La prima poetessa della lingua volgare italiana. XIII secolo. “Ornato di gran pregio”

Ornato di gran pregio e di valenza
e risplendente di loda adornata,
forte mi pregio piú, poi v’è in plagenza
d’avermi in vostro core rimembrata
ed invitate a mia poca possenza
per acontarvi, s’eo sono insegnata,
come voi dite, c’agio gran sapienza,
ma certo non ne sono amantata.
Amantata non son como voria
di gran vertute né di placimento;
ma, qual ch’i’ sia, agio buono volere
di servire con buona cortesia
a ciascun ch’ama sanza fallimento:
ché d’Amor sono e vogliolo ubidire.

Compiuta Donzella. La prima poetessa della lingua volgare italiana. XIII secolo.” Lasciar voria lo mondo, e Dio servire”

Lasciar voria lo mondo e Deo servire
e dipartirmi d’ogne vanitate,
però che vegio crescere e salire
matezza e villania e falsitate,
ed ancor senno e cortesia morire
e lo fin pregio e tutta la bontate:
ond’io marito non voria né sire,
né stare al mondo, per mia volontate.
Membrandomi c’ogn’om di mal s’adorna,
di cischedun son forte disdegnosa,
e verso Dio la mia persona torna.
Lo padre mio mi fa stare pensosa,
ca di servire a Cristo mi distorna:
non saccio a cui mi vol dar per isposa.

Compiuta Donzella. La prima poetessa della lingua volgare italiana. XIII secolo.” Alla stagion che il mondo foglia e flora”

A la stagion che ‘l mondo foglia e fiora
acresce gioia a tut[t]i fin’ amanti:
vanno insieme a li giardini alora
che gli auscelletti fanno dolzi canti;

la franca gente tutta s’inamora,
e di servir ciascun trag[g]es’ inanti,
ed ogni damigella in gioia dimora;
e me, n’abondan mar[r]imenti e pianti.

Ca lo mio padre m’ha messa ‘n er[r]ore,
e tenemi sovente in forte doglia:
donar mi vole a mia forza segnore,

ed io di ciò non ho disìo né voglia,
e ‘n gran tormento vivo a tutte l’ore;
però non mi ralegra fior né foglia.

Caterina Franceschi. Una poetessa patriota e la prima donna corrispondente all’Accademia della Crusca. L’esiglio. XIX secolo.

O dolce patria, o sacro
Diletto suol natio,
Agli occhi nostri più gradito assai
Del bel diurno raggio,
Innamorato a te vola il desio;
Ma di tua cara vista
Non potrem l’alma rallegrar giammai.
Fra ghiacci eterni faticosa e trista
Lentamente per noi passa la vita;
E quando ancor c’invita
A ricordar la gloria alta degli avi,
L’armi, le pugne combattute, il santo
Nome di libertade, inermi e schiavi
Non abbiamo a donarti altro che pianto.
Così mesti dicean molti de’ prodi
Sarmati eroi, che, dopo la ruina
Della misera patria, in lungo esiglio
Sotto aspro ciel patiano il cenno e l’ira
Del vincitor severo. Allor che il sole
Debile e fredda la sua luce invia
Su quelle terre, ove giammai non spira
Zefiro lieve, né germoglia un fiore,
Ritornavan que’ forti alle sudate
E non degne fatiche. Altri col duro
Vomere apriva le infeconde zolle,
Altri i massi rompendo, e le secrete
Viscere della terra, iva sdegnoso
Nelle caverne a ricercar le vene
del pallid’oro. Ma, poiché la notte
Placidissima e calma breve oblio
Spargea de’ mali, riduceansi uniti
Sotto povero tetto, ed ivi assisi
Presso lo scarso focolar, piangendo
Ricordavan le madri, i fidi amici,
Le consorti, i figliuoli e la perduta
Soave libertà, più delle spose
Cara, più che la vita. In mezzo a loro
Stavasi un vecchio lagrimoso, a cui
Era solo desio, sola speranza
La pace del sepolcro. E, poich’egli ebbe
Ripetuto più volte il nome amato
Della patria, sì disse a un giovinetto
Che presso gli era: Canta, o dolce figlio,
Deh! canta l’inno del dolor; rinnova
I desir’, le speranze e le dilette
Memorie della patria; e, pria che il sonno
Eterno scenda agli occhi miei già stanchi
Della luce e del pianto, mi consola
Con la mesta armonia de’ tuoi concenti.
Tacque; e l’altro staccò dalla parete
L’arpa compagna dell’esilio; un molle
Suono fuori ne trasse, e sospirando
Aperse il labbro in tai dogliose note:
Poiché nel pianto geme
Il bel paese ov’io sortii la cuna,
Che l’iniqua fortuna
Fa di sua rabbia in noi le prove estreme,
A che spiro vital c’informa ancora?
Si mora omai, si mora!
Ché, se impotenti negli umani petti
Stan la vendetta e l’ire,
Ed i più dolci affetti
Son vana rimembranza e van desire;
Un tormentoso e grave
Pondo è la vita, ed il morir soave.
Qui non mai ci consola
Di primavera il riso;
Né un atto, una parola,
Non il pietoso impallidir d’un viso
Porgono al nostro lagrimar conforto.
Questa non è la terra benedetta,
Che nel suo grembo chiude
Le sacre, venerande ossa paterne:
Qui son gelate, ignude
Piagge, squallidi boschi, atre caverne:
Né mai risponde l’Eco
D’un uom libero al canto;
Ma sol ripete dal percosso speco
Le querimonie e il pianto
Degl’infelici a cui morta è la spene,
Od il cupo fragor delle catene.
E questi ferri, e queste aspre ritorte
Premon le nostre mani?
E noi schiavi sediam: noi, che ai felici
Giorni, del sangue ostile
Tingendo in rosso le riviere e i piani,
Mille e mille nemici
Corpi lasciammo pasto immondo ai cani?
Come vento che porta arbori e biade,
Come leon che atterra,
E addenta, e sbrana il gregge in che si scaglia,
Era il nostro apparir nella battaglia.
Era il grido di guerra
Grido di morte alle nemiche schiere.
Che vòlto il tergo, paurose e vinte
Lasciâr cocchi, cavalli, armi e bandiere!
Oh quanta gioja ci pioveva in seno,
Quando, stanchi dal campo,
Al patrio tetto si facea ritorno!
D’una turba festosa il luogo intorno
Era calcato e pieno:
Venian le madri antiche,
Veniano i vecchi infermi, e le pudiche
Donzellette amorose:
Liete correan le spose,
E, sulle braccia alzati i pargoletti,
Tra le vittrici squadre
Col dito ad essi gían mostrando il padre,
Poi sclamavan concordi: Oh! benedetti
Voi, che questo diletto almo paese
Togliete a fato indegno!
Larga fortuna, e il ciel vi sia cortese:
Qui ponga eterno il regno
Libertà con giustizia, e a voi somigli
La crescente virtù de’ cari figli!
Ahi! desïar fallace,
Ahi, pregar vano! Alfin venne il tremendo
Ultimo giorno, ed al poter del Fato
Nostra virtù soggiace.
Tuona il folgor di guerra, in ogni lato
Rimbomba il suol percosso, e l’aura trema
Delle barbare torme all’urto orrendo:
Indarno a mille a mille
Cadono i forti sulle patrie mura:
Invan le donne inermi,
Di lagrime atteggiate e di paura,
Levan le mani supplicando al cielo.
Ahi, dolorosa sorte!
L’antica gloria una ruina involve;
E per la terra, già devota a morte,
Suona de’ prodi con l’estrema voce
Lo scherno e il grido del guerrier feroce.
Degli anni verdi nel fiorito aprile
Te pur forse di vita
Tolse l’ostil furore e il duol segreto,
Verginella gentile,
Che avesti in man delle mie voglie il freno.
Ma, se l’aure celesti ancor respiri,
Deh! la memoria mia conforta almeno
Di pietose parole,
Di poche lagrimette, e di sospiri.
Io porto invidia al sole,
Che il suo candido raggio
Sopra te piove allor che adduce il giorno;
Io l’aria invidio che ti sta d’intorno;
E da questo selvaggio
Luogo, ove piango, per virtù d’amore,
Cara angioletta, a te vola il mio cuore.
Oh! cento volte e cento
Bëati quei che tomba
Trovâr pugnando nel natìo paese!
Altamente rimbomba
Lor nome; e il suon delle onorate imprese
Per i lidi lontani ancor si spande.
Su quelle pietre, lagrimose e meste,
Spargon le donne a’ mattutini albori
Odorate ghirlande
Di rugiadosi fiori.
E il villanel, tornando alla capanna
Dalle arate campagne,
I sacri avelli ai figliuoletti addita,
E gli alti esempj ad emular gl’invita.
Verrà, verrà quell’ora
In cui dal cener muto
Di tanti prodi sorgeranno arditi
Vendicatori dell’oltraggio indegno.
Raggiando allora del fulgor perduto
Avrai decoro e regno,
Diletta patria, libertade avrai.
Deh! almen, pria che la luce
S’involi eternamente a questi rai,
Io veder possa un sì bëato giorno!
Oh! come dolce mi parrà la morte,
Se, facendo ritorno
A te possente e forte,
Nel tuo grembo mi lice in poca fossa
Lasciar le membra travagliate e l’ossa.