Gaspara Stampa, Rime, CLI, Piangete, donne, e con voi pianga amore

Piangete, donne, e con voi pianga Amore
poi che non piange lui, che m’ha ferita
sì, che l’alma farà tosto partita
da questo corpo tormentato fuore.
E, se mai da pietoso e gentil core
l’estrema voce altrui fu esaudita,
dapoi ch’io sarò morta e sepelita,
scrivete la cagion del mio dolore:
“Per amar molto ed esser poco amata
visse e morì infelice, ed or qui giace
la più fidel amante che sia stata.
Pregale, viator, riposo e pace,
ed impara da lei, sì mal trattata,
a non seguir un cor crudo e fugace”.

Nervesa della Battaglia. L’abbazia di Sant’Eustachio

 

Nel giugno del 1918, sui contrafforti collinari del Montello, a nord di Treviso, nei pressi della stretta del Piave, la località di Nervesa, di probabile origine romana, conobbe la distruzione quasi totale dei suoi edifici civili e religiosi, sotto il bombardamento degli Austro Ungarici e degli Italiani. Furono spezzate migliaia di vite di ragazzi di ambedue le parti, bagnando letteralmente di sangue il suolo collinare. Sotto il Ventennio, all’originario toponimo si aggiunse “della Battaglia”, in ricordo di quei tragici giorni nel corso della Battaglia del Solstizio. Qui, come in tutte le località vicine, sono numerosi i rimandi e le testimonianze di quel bagno di sangue, tra tutti il Sacrario, eretto in epoca fascista, o i resti di quella che era stata uno dei più importanti complessi religiosi del trevigiano, l’abbazia risalente al IX secolo e intitolata a Sant’Eustachio, nobile cavaliere romano che subì il martirio sotto l’imperatore Adriano.

La sua fondazione trova origine nella fede del conte di Treviso Rambaldo III e di sua madre Gisla, assoggettandola alla Santa Sede Apostolica, alla quale versava annualmente un censo simbolico: “Rambaldus comes et eius mater Gisla zelo religionis ferventi spe futurae remunerationis in possessione sua prope castellum quod dicitur Narvisia in comitati Tarvisino construxit atque Apostolicae Sedi devovit…ipsum monasterium sub tutela et defensione Sancte Sedi Apostolice suscipimus” (pontefice Alessandro II, Bolla Suscepti regiminis del 1062).

Rambaldo III, con questo atto fondativo, aveva dimostrato di avere dalla sua della preveggenza politica e i fatti nel futuro non avrebbero tardato a dargli ragione. I Collalto avevano perseguito una politica piuttosto ondivaga negli anni, nei confronti dell’autorità imperiale ed ecclesiastica, almeno fino al 1080, quando nella Lotta dell’Investiture, i conti decisero di appoggiare le istanze del papato, mentre il vescovo di Treviso continuò a sostenere quelle dell’Impero. Il che portò l’abbazia di Nervesa ad assumere un ruolo primario all’interno della diocesi di Treviso.

I privilegi concessi all’abbazia da Alessandro II, e riconfermati in seguito da altri pontefici, di fatto avevano ridimensionato l’espansionismo del vescovo, con la sua esenzione dalla diocesi, il diritto di libera elezione dell’abate e la dispensa delle decime di tutte le parrocchie a lei soggette. Chiunque avesse contravvenuto a quanto stabilito dal pontefice, la pena comminata era la scomunica, allontanando il reo dalla Chiesa e dai sacramenti.

Il conte Rambaldo III dimostrò una certa accortezza anche nella scelta del luogo, dove sarebbe stata costruita l’abbazia. Dalla sommità del colle, i monaci benedettini avrebbero guidato la bonifica dei tanti terreni incolti e boschivi, facendo del cenobio un punto di riferimento di tutta l’area. Senza poi contare la vicinanza del Piave e del guado altrettanto vicino, che indussero nell’immediato la costruzione di numerosi mulini, e la reale possibilità di controllare i flussi commerciali in direzione della laguna veneta.

Nel luglio del 1091, Rambaldo IV e la coniuge Matilda fecero una nuova elargizione all’abbazia, donando “massarias, capellas et ecclesias”. Questo atto probabilmente nascondeva nuovamente una più sottintesa ragione terrena. Le lotte per le “Investiture” erano nel pieno, senza esclusioni di colpi e mezzi, sia materiali che spirituali. Papa Urbano II e l’imperatore Enrico IV non erano disposti a perdere alcuna delle loro prerogative e, come avvenne sotto quasi tutti i campanili, anche a Treviso si vennero a rinfocolarsi le fazioni guelfe e ghibellina, creando l’altalenante e momentanea vittoria per gli uni o per gli altri degli schieramenti. Gli stessi conti di Treviso conobbero il disonore della caduta e l’indulgenza imperiale venne solo in seguito ad una grossa ammenda in denaro, che obbligò i Collalto a vendere molti dei beni più produttivi posseduti dalla famiglia nell’entroterra veneziano.

La prudenza di Rambaldo IV aveva di fatto salvato molti beni di famiglia, facendoli confluire nell’abbazia di Nervesa, un’istituzione che comunque rispondeva agli stessi Collalto. I privilegi concessi dal Laterano all’abbazia furono poi riconfermati da altri pontefici, quali Innocenzo II e Eugenio III. Più tardi, il 2 marzo 1231, papa Gregorio IX, rinnovando la protezione apostolica, confermò all’abbazia di Sant’Eustachio il controllo di 35 chiese, situate dall’area pedemontana fino all’area lagunare, in buona parte all’interno della diocesi di Treviso, avvalorando l’idea che all’interno di uno stesso distretto coesistessero due istituzioni di pari grado.

Liti e lotte non finirono nei secoli successivi, finché nel 1521, papa Leone X, con la Bolla “in supereminentis”, ridusse l’istituzione abbaziale a prepositura commendatizia della famiglia dei Collalto. Tuttavia, la prepositura mantenne molti dei privilegi goduti nel passato, che, in linea di massima, la rendevano autonoma ed indipendente, cosa che, ovviamente, non pose fine ai contrasti con il vescovo di Treviso.

La prepositura superò, quasi indenne, gli anni difficili del dominio francese, grazie alla guida del preposito Vinciguerra VII di Collalto, che vi inserì al suo interno una azienda agricola, nella quale furono applicate le più moderne tecniche agricole. Sebbene fosse sopravvissuta alla soppressione francese e alla relativa confisca dei beni – al contrario della vicina Certosa del Montello, del tutto scomparsa -, delle grosse nubi si erano addensate sopra la sua storia.

Il 4 agosto 1865, il vescovo di Treviso, il veneziano e filoaustriaco Federico Maria Zinelli, riuscì a chiudere i conti con l’antica abbazia, trasferendo lo iuris abbaziale agli ordinari di Treviso. Tuttavia, la pietra tombale sulla storia più che secolare del complesso ecclesiastico, doveva essere apposta sotto papa Pio IX. I beni dell’istituzione furono secolarizzati e trasferiti al vescovo di Treviso e alla famiglia dei Collalto.

L’abbazia non era stata solo un centro spirituale, all’interno del quale riecheggiarono preghiere e salmi cantati, ma accolse anche grandi letterati, che scrissero le loro opere al sicuro delle sue mura o, più semplicemente, alla ricerca di una rinnovata serenità. Tra questi, oltre al tagliente e brillante Pietro Aretino, si ricorda il monsignor Della Casa, che proprio qui compose il “Galateo overo de’ costumi”, il famoso libello sulle buone maniere, e due sonetti: il “Sonno” e la “Selva”. E, piace pensare, che qui avessero trovato eco i versi della poetessa Gaspara Stampa, che, innamorata perdutamente di Collaltino, che li fece avere al fratello Vinciguerra, preposito di Nervesa, con il desiderio di trovare in lui un intermediario del suo amore, della sua intima sofferenza.

Signor, dappoi che l’acqua del mio pianto,
che sì larga e sì spessa versar soglio,
non può rompere il saldo e duro scoglio,
del cor del fratel vostro tanto o quanto;
vedete voi, cui so ch’egli ama tanto,
se, scrivendogli umìle un mezzo foglio,
per vincer l’ostinato e fiero orgoglio
di quel petto poteste avere il vanto.
Illustre Vinciguerra, io non disio
da lui, se non che mi dica in due versi:
-Pena, spera, ed aspetta il tornar mio. –
Se ciò m’aviene, i miei sensi dispersi,
come pianta piantata appresso il rio,
Voi vedrete in un punto riaversi.

(Gaspara Stampa, Rime, CCLVIII)

Ci sono validi motivi che inducono a ritenere che l’abbazia sorse in un sito abitato fin dall’epoca romana, probabilmente una costruzione di carattere militare, data la sua particolare posizione. Per quanto siano stati fatti negli ultimi anni degli scavi archeologici, che hanno contribuito ad offrire nuovi ed interessati dati sul complesso abbaziale, tuttavia della chiesa originaria non si conosce molto, perché è certo che essa è stata più volte modificata e ampliata. L’impianto era a tre navate e nel loro incrocio con il transetto si slanciava il tetto a forma di cupola, sopra del quale trovava posto una torre campanaria. Come di consueto, il chiostro era posto tra la chiesa e gli altri edifici monastici; e la cella dell’abate con una piccola loggetta era posta al di sopra del corpo dello stesso chiostro.

Raggiunta la parrocchiale di San Giovanni Battista a Nervesa,

IMG_5853

si può comodamente parcheggiare l’auto nell’ampio parcheggio e, attraversata la strada, ci si trova davanti ad un cancello, sui cui lati vi sono dei cartelli segnalatori con tutta una serie di indicazioni, informando il visitatore che stanno per entrare in un luogo da rispettare, per la sua storicità e religiosità, anche se inserita in una tenuta privata, la Tenuta Giusti Wine.

 

Percorrendo la sterrata con una leggera pendenza, avvolti da una boscaglia lussureggiante, è possibile prendere il fiato, leggendo le tante targhette con le informazioni sui singoli alberi o sulla fauna; o sedersi sulle panchine, perdendo il proprio sguardo sul panorama.

 

Durante la salita, accompagnati da vigneti e ulivi, un altro cartello ci informa, che accanto vi è un castelliere, un insediamento fortificato protostorico posto su una altura. Si supera l’eremo di San Girolamo, una piccola costruzione di forma ottagonale, restaurata da qualche anno, e, poco dopo, la meta nel suo splendido isolamento.

 

Qui, superato lo stupore, le emozioni sono diverse. Da un lato si prova una sensazione di profonda pace al cospetto delle rovine, dall’altro le stesse rovine sembrano urlare della pazzia dell’uomo.

IMG_5878

IMG_5880

IMG_5882

IMG_5884

 

IMG_5886

IMG_5888

IMG_1788

IMG_1789

IMG_5890

Il dolmen di Montalbano. La tavola dei Paladini

 

Nei pressi di Pisco Marano, piccola località tra Ostuni e Fasano, le rosse terre di Montalbano aprono il filo dell’orizzonte sulle geometrie di muretti a secco e sulle distese senza fine di ulivi, molti dei quali secolari e intonsi dalla peste rappresentata dalla Xylella.

 

Qui, a pochi passi dalla Masseria Ottava Piccola, una delizia per i veri ghiottoni, vale la pena concedersi un breve vagabondaggio alla ricerca di un’antica testimonianza, che i vecchi del luogo ritengono essere una porta d’accesso al mondo degli spiriti della Natura, abitato da fate, gnomi e folletti di varia natura. Altri racconti, invece, ricordano l’imperatore Carlo Magno e i suoi paladini alle prese di luculliani banchetti, in seguito alle loro vittoriose battaglie sui miscredenti saraceni. In realtà, questa porta o tavola che sia non appartiene ai mondi fantastici, raccontati da Tolkien e Lewis, tanto meno trovano corrispondenza con la memoria storica sul re dei Franchi, che, peraltro, si distinse nel distruggere tutte quelle manifestazioni che sapevano di paganesimo.

 

Il protagonista di questi racconti è un monumento megalitico, la cui età, stando agli studi più recenti, dovrebbe risalire alla prima Età del Bronzo, tanto per capirci tra il 1500 e il 2000 a.C.. Il dolmen, di questo si tratta, dal bretone tavola di pietra, è un trilite, che si compone di due pietre verticali, chiamate anche ortostati, e una lastra di copertura, costituenti nel loro insieme una camera di piccole dimensioni. In origine, come buona parte di tutti i dolmen, anche quello di Montalbano era ricoperto da un cumulo di terra o di pietra, probabilmente riutilizzata ai fini edificatori, e possedeva un corridoio d’accesso, dromos, oggi scomparso. Le sue dimensioni sono contenute, rispetto ai dolmen più vicini, come il più famoso di Giovinazzo. Le lastre verticali (2,65 m. x 1,56 m., la lastra a nord; 2,94 m. x 2.13 m., la pietra a sud) e la pietra di copertura (2,20 m. x 2,13 m.) formano una cella di poco inferiore ai tre metri perimetrali.

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

Sulla funzione e lo scopo dei dolmen si è parlato e non tutto è stato chiarito. Tra le molte teorie, elaborate nel corso del tempo e delle mode, si è ipotizzato un loro ruolo magico e religioso, piuttosto che un luogo privilegiato per le osservazioni astronomiche, in particolare collegato agli equinozi e solstizi; nonché una loro destinazione sepolcrale, dato il rinvenimento di alcuni corredi funerari.
La civiltà megalitica, di formazione forse pluricentrica e dotata di “una originalità e una creatività europea indipendente da influenze medio orientali” (C. Renfrew, 1972) – teoria non del tutto condivisa dagli archeologi e dagli storici -, ha lasciato numerose tracce anche in Italia, soprattutto in cinque regioni: la Val d’Aosta, Lazio, Sardegna, Puglia e Sicilia. Stando agli studi, i monumenti megalitici più antichi, collocabili all’Eneolitico, sono ubicati nelle valli valdostane e in Sardegna, mentre i più recenti, ascrivibili ai diversi periodi dell’Età del Bronzo, rappresentate dalle Culture Appenninica e di Castelluccio, sono da annoverare quelli delle rimanenti regioni italiane.

A grandi linee, in Puglia è stato possibile suddividere il fenomeno del megalitismo in tre diverse fasi storiche, per lo più rappresentate dai dolmen di Bari, Gioia del Colle, Lecce e del Salento. Alcuni studi, che sottolineano una generale tipologia megalitica omogenea, hanno rilevato delle curiose costanti, rinvenibili in questi monumenti. Oltre ad essere collocati non lontano dalla costa, le aperture sono sempre rivolte verso il mare.

Il dolmen di Montalbano, conosciuto anche con altri nomi, tra i quali il dolmen di Masseria Ottava, di Ostuni, di Fasano o dell’Angelo, deve la sua visibilità e la sua stessa sopravvivenza alle premurose cure del proprietario del fondo, in quanto privo della tutela statale. Purtroppo, il monumento presenta numerosi acciacchi, dovuti alla sua età e alle diverse azioni meteorologiche. Le tre lastre presentano delle fratture rilevanti, per quanto si sia ovviato al loro consolidamento mediante laterizi di appoggio.

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

Al momento, aspettando un auspicato atto della Soprintendenza locale, rimane alla curiosità dei singoli viaggiatori l’arduo compito della sua stessa salvaguardia, con la speranza che il solito “poareto” di turno non si renda responsabile di qualche imbrattamento, magari lasciandoci la data della visita o qualche frase senza senso, cosa peraltro già avvenuta nel passato; o, peggio, si metta in testa di portarsi a casa il solito souvenirs, fracassando pezzi delle lastre.

Castel del Monte, una fortezza federiciana

Non lontano da Andria c’è un luogo magico, dove riecheggiano le suggestioni della Puglia medioevale, che in gran parte rimandano all’immaginario collettivo su una delle più grandi personalità dell’epoca, ovvero Federico II, re di Sicilia, duca di Svevia, re dei Romani e Imperatore del sacro Romano Impero e re di Gerusalemme.
In seguito al trattato di San Germano del luglio del 1230, che prevedeva la revoca della scomunica dell’imperatore a costo di pesanti condizioni, Federico II poté dare mano al riordino e al consolidamento del suo sistema difensivo, sapendo bene che i suoi problemi non erano finiti con papa Gregorio IX e la sua non sopita politica egemonica. Così buona parte delle sue energie furono impiegate a realizzare e ricostruire numerosi “castra” e “castella”, come il maniero di Lucera e il castello di Gioia del Colle con le sue alte torri quadrangolari.

Ancora oggi, uno di essi, in un paesaggio senza tempo, sospeso e immobile, fa bella mostra di sé sulla spianata sommitale di una collina della Murgia andriese. Il suo nome è Castel del Monte. Delle sue origini si conosce poco nulla. In assenza di vere e proprie evidenze archeologiche, la sua prima fase costruttiva si può assegnare alla prima metà del XIII secolo, attraverso un documento in cui esso viene esplicitamente menzionato, senza però offrire esaustive informazioni, tanto da lasciare ampie lacune di conoscenza, condizionando di fatto le possibilità interpretative sulla fabbrica del castello. La testimonianza è il mandato del 29 gennaio del 1240, attraverso il quale Federico II disponeva che il Giustiziere di Capitanata, Riccardo di Montefuscolo, si adoperasse di reperire tutto il materiale edile necessario per il castello, nei pressi della chiesa intitolata a Santa Maria del Monte, l’antica abbazia benedettina conosciuta anche sotto il nome di “Santa Maria di Monte Balneolo”, della quale si sono perse le tracce.
Il provvedimento ordinava che:

“Item d(e eodem) mandato facto per eumdem scripsit eidem G(ualterius) de Cusencia. Cum pro castro, quod apud Sancyam Mariam de Monte fieri volumus, per te, licet de tua iurisdictione non sit, instanter fieri velimus actractum, fidelitati tue precipiendo mandamus, quatinus actractum ipsum in calce, lapidibus et omnibus aliis (o)portunis fieri facias sine mora; significaturus nobis frequenter quid inde duxeris faciendum; (tale) in hoc studium habiturus, ut, sicut hoc specialiter sollicitudini tue committimus, sic et cetera”.
Registro della Cancelleria di Federico II del 1239-1240, trascrizione 476, datata Gubbio 29 gennaio 1240.

Il suo compilatore materiale, che certamente non voleva lasciare ai posteri una opera storica, ma mettere su carta le parole di Federico, non chiarisce se il materiale edilizio e i lavori fossero volti alla fondazione o al completamento della fortezza. Tuttavia, alcune osservazioni, che meriterebbero una più approfondita analisi archeologica, porterebbero a leggere nel termine “actractum” una copertura, escludendo quindi la fabbrica di fondazione. Peraltro, nello “Statutum de reparatione” (1241-1246), una lista di castelli bisognosi di manutenzione, viene menzionato il nostro castello, dando da pensare che la sua fondazione debba risalire ben prima del 1240.

Come tutte le fortezze medioevali, la struttura di Castel del Monte va letta quale costruzione polivalente adibita a molteplici funzioni; e quella bellica risulta la più evidente. Ubicato su un rilievo e nelle immediate vicinanze delle principali vie di comunicazioni, per lo più sorte in rapporto all’antica Via Traiana, che lo collegavano alle realtà vicine, anch’esse fortificate, il castello si configurò come uno degli anelli di congiunzione di un più ampio sistema di controllo territoriale areale. A causa della sua particolare posizione e la sua stessa forma massiccia, che compromettono in buona misura l’azione delle macchine da guerra o le semplici offensive della fanteria, Castel del Monte non conobbe le soluzioni costruttive tipiche dei castelli, quali il fossato e il relativo ponte levatoio, ma ciò non pregiudicò mai la sua capacità di superare indenne agli assedi a cui fu sottoposto, tanto da superare il bombardamento del 1528 delle truppe francesi.
Nel 1876, ormai ridotto in condizioni precarie, Castel del Monte venne acquistato dallo Stato italiano e, nel 1996, il Comitato del Patrimonio Mondiale Unesco lo ha inserito nella World Heritage List, con la seguente motivazione: “Castel del Monte possiede un valore universale eccezionale per la perfezione delle sue forme, l’armonia e la fusione di elementi culturali venuti dal nord dell’Europa, dal mondo Mussulmano e dall’antichità classica. È un capolavoro unico dell’architettura medioevale, che riflette l’umanesimo del suo fondatore: Federico II di Svevia”.

Castel del Monte non rappresentò solo un presidio tattico e strategico di un nodo territoriale importante, ma ricoprì le consuete funzioni residenziale, economica e amministrativa, per lo più legata all’esercizio dell’ambito fondiario, nonché di rappresentanza e di propaganda, dato che la sua forma architettonica figurò l’emblema stesso del potere federiciano, riproducendo la stessa corona imperiale.

Checché si sia scritto e detto, il castello possiede una pianta ottagonale irregolare, senza alcuna “divina proporzione” e tanto meno presenta una correlazione con il moto solare; e lo spazio interno è costituito da due piani, ambedue caratterizzati da otto stanze trapezoidali, le cui coperture sono tramate da un’ingegnosa soluzione architettonica di volte a campata centrale quadrata e laterali triangolari, mentre le chiavi di volta sono evidenziate da decorazioni antropomorfiche, zoomorfiche e fitomorfiche.

Dagli spigoli della costruzione si staccano otto torri, anch’esse ottagonali irregolari, che evidenziano delle feritoie asimmetriche; e tre di esse nascondono le scale a chiocciola che pongono in relazione i due piani, mentre nelle rimanenti trovavano posto i locali della guarnigione, con tutti i servizi, alcuni dei quali piuttosto all’avanguardia per quell’epoca, come i bagni. Nelle facciate, racchiuse da due torri, si aprono due finestre, di cui una bifora al primo piano – ad eccezione del lato nord, dove si apre una trifora – e l’altra, una monofora, al piano terra, eccetto sui lati occupati dai due ingressi.

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

 

Il grandioso portale dell’ingresso principale, posto sul lato est dell’edificio, è anticipato da una scala con due lati simmetrici e presenta due pilastri scanalati con capitelli, che reggono un architrave ornamentale, dal quale si staglia un timpano cuspidato. Sul lato opposto, ad ovest, si apre l’ingresso secondario, privo di decorazioni di nota.

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

L’interno del castello si dischiude nel cortile ottagonale, ovviamente irregolare, dal quale è possibile osservare il contrasto cromatico, derivante dall’utilizzo di breccia corallina per gli elementi decorativi del piano terra; di pietra calcarea delle mura; e, infine, le lastre di marmo sul piano superiore. Qui, si aprono tre porte finestre, sotto le quali si possono osservare delle piccole strutture, che, forse, una volta reggevano un ballatoio ligneo, attraverso il quale era possibile compiere un percorso anulare.

 

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

DIGITAL CAMERA

La visita al castello è senza dubbio un’occasione per trascorrere delle ore rilassanti all’insegna della cultura e della scoperta delle particolari bellezze naturali del luogo. Ma è anche vero che si tratta di un’occasione per scoprire la sua vera storia, spogliandola da tutte le riletture alternative in un fiorire di fantasie di ogni genere – da quelle occultistiche ai soliti templari -, che saprà raccontare di un prezioso patrimonio storico artistico, frutto del sovrapporsi di diverse culture e stili e voluto da un uomo che la storia ricorda come Stupor Mundi.

La “Stele del pan”. Un vandalismo di carnevale

Anche questo carnevale è ormai alle porte e Venezia si prepara a vivere gli ultimi scampoli della festa più colorata e divertente dell’anno. Le forze dell’ordine presidiano la città, per evitare che possano verificarsi stupidi atti vandalici e danneggiamenti vari. Tuttavia, si devono registrare gesti assurdi e insensati, come la coppia di focosi “amanti”, che non è riuscita proprio a resistere al richiamo della passione ai piedi del ponte di Calatrava, nei pressi di Piazzale Roma. Una scena indecente non nuova, dato che nel passato – anche recente – altre coppie si sono distinte in queste esibizioni degne di biasimo. Comunque sia, incurante del luogo e delle centinaia di persone assiepate attorno, per lo più preoccupate di riprendere l’intero amplesso

coppia_focosa
immagine tratta dal web

e divulgare questo edificante momento via web, la coppietta a malincuore è stata fermata dagli agenti della polizia municipale e denunciata all’Autorità giudiziaria. A quanto pare i due hanno poco meno di quarant’anni: lei veneziana, lui dell’entroterra. Mah! Bel segnale per capire in quale degrado morale e sociale siamo avvolti.

Purtroppo, ci sono stati altri atti assurdi. La tendenza di sporcare le mura dei palazzi e delle chiese con le bombolette spray non è venuta meno, anzi. Si registrano nuove scritte incomprensibili, scarabocchi e parolacce volgari. Inoltre, per non farsi mancare nulla, qualche genio ha ben pensato di lasciare traccia della sua misera esistenza, imbrattando la cosiddetta “Stele del pan”, collocata alla fine della Calle Dolfin, adiacente al Campo dei Santi Apostoli, a pochi passi da Rialto.

Stele_Sottoportego_Falier_Rio_Apostoli_Venezia.jpg

La lastra di pietra d’Istria è una testimonianza unica del suo genere, dato che le altre non sono sopravvissute al tempo e all’incuria, e rimanda al XVIII secolo, precisamente al 27 ottobre 1727, allorché il Governo Veneziano si mise d’impegno nel contrastare un fenomeno piuttosto dilagante in città: il contrabbando del pane. Su di essa è inciso l’editto su ambedue i lati, che vietava di cuocere, trasportare e vendere il pane se non all’interno dei panifici cittadini autorizzati, pena dure sanzioni.

Ecco il testo:

IL SERENISSIMO PRENCIPE
FA SAPER
ET ED ORDINE DELL’ILLVSTRISSIMO ET ECCELLENTISIMO SIGNOR
INQVISITOR SOPRA DATII
CHE ALCVNO COSI HVOMO COME DONNA NON ARDISCA DI FABBRICAR
O FAR FABRICAR VENDER E FAR VENDER PANE DI FARINA DI FORMENTO
IN QVAL SI SIA LVOGO DELLA CITTA’ COSI FORESTO COME CASALINO
NELLE CASE NE IN BARCHE NE PER LE STRADE ALLA PORTA D. GHETO
RIVA DELL’OGLIO SANTI APOSTOLI NEI ALTRI LVOGHI DELLA CITTA’
IN PENA DI CORDA PREGGION GALERA E DE DVCATI VENTICINQVE
PER CADAVNO OGNI VOLTA CHE CONTRAFACESSERO LA METTA DE
QVALI SUBE MINISTRI CHE FACESSERO LE RETENTIONI DELLE REI OLTRE
LA META DEL PANE E DVCATI DINQVE DALL ARTE DE PISTORI NE
POSSINO VSCIR DI PREGGIONE LI RETENTI SE NON HAVERANNO VNA
FEDE DAL GASTALDO SVE..TRO CHE SU STATA REINTEGRATA
ARTE DELLI DVCATI CINQVE ESBORSATI SE SI TROVASERO TRANS..
S DELLI FORNERI CADINO IN PENA DVPLICATA GIA DECRETATA.
…….ETA NON OTTIMA POSSINO ESSER RETENTI E POSTI
PER..V..ZZ SOPRA LE PVBLICE NAVI E S INTENDANO INCORSI E SOT
TOPOSTI A TVTTE LE PENE SPRADETTE QVELLI CHE LI AVESSERO
…NDATI A VENDER DETTO PANE.
E ALCVNO ARDISCE DI TEMERIAMENTE OSTARE ALLE RETENTIONI
…RELO ALL’ASPORTO DEL PANE S INDENDI CADVTO E SOCCOMBENTE
ALLE PENE MEDESIME DE DELINQVENTI POSSINO TANTO GL’VNI
QVANTO OGN ALTRO ESSER RETENTI DA OGNI CAPITANIO
CON LI PREMI SOPRADETTI.
POSSINO PVR ESSER RETENTI LI MAGAZINIERI OSTI E QVEI DELLE
CAMERE LOCANDE CHE TENESSERO PAN FORESTIER O D OGNI ALTRO
LVOGO FVOR DA QVEI PISTORI CHE FVSSERO OGLIGATI A RICEVERLO
SEMPRE SEGNATO E MARCATO GIVSTO ALL OBLIGO DELI STESSI
E NON ESSENDO CON TALI REQVESITI S INTENDI SEMPRE ..ER CONTRA
BANDO E LI MEDESIMI SOGGIETI ALLE SOPRADETTE PENE.
LI BARCAROLI CHE CONDVCESSERO PANE IN QVESTA CITTA’ E L
VASSERO PERSONE CHE NE PORTASSERO CABINO NELLA PENA DE
DVCATI VINTICINQVE E D ESSERLI ABBRVCIATA LA BARCA E S
INTENDINO BANDITI PER ANNI DVE DA QVEL TRAGHETTO IN
CVI ESERCITASSERO LA LIBERTA.
SIA IL PRESENTE PROCLAMA STAMPATO PVBLICATO ET INCISO
IN MARMO ALLA PORTA DEL GHETTO RIVA DELL OGLIO SANTI
APOSTOLI SAN MARTIN ET ALTRI LVOGHI PIV FREQVENTATI DA
CONTRAFACIENTI ACCIO RES.. PRESTAT L’INTERA OBBEDIENZA
ALLO STESO POSSA ESSER ADOTTO PRETESTO D IGNORANZA
PER VENIRE IN LVME DE REI SI ACCETTERANNO DENONCE SECRETE
E SI FORMERA PROCESSO PER VIA D INQVISITIONE CONTRO SIMILI CON
DRADATTORI ONDE SI ESTIRPI VN DISORDINE SI PERNITIOSO NON SOLO
ALL INTERESSE DEL PVBLICO CHE A QVELO DEL ARTE DE PISTORI.
DAT. LI 07 OTTOBRE 1707.
GIO. BATTISTA LIPPOMANO INQVISITOR SOPRA DACII
CANDIDO QVERINI NOD. DELL’INQVISIT.
ADI. 31 OTTOBRE 1727 PVBLICATO SOPRA LE SCALE
DI SAN MARCO E DI RIALTO AT ALTRI LOCHI

 

La stele, già oggetto nel passato di atti vandalici, è stata insudiciata dal “poaretto” di turno con le solite frasi idiote.

Stele del pan

Per fortuna il danno era di lieve entità, tanto che in poche ore si è provveduto a ripulirla con il solvente apposito per la pulizia della pietra e del marmo,

IMG_5645

IMG_5647

IMG_5649

IMG_5651

in attesa del prossimo ebete.

Giuseppina Turrisi Colonna, “Sol Patria spira i più fervidi carmi al petto mio!”. L’addio di Lord Byron all’Italia

Alfin partia. Chi del crudel momento
può narrar le memorie ed il dolore,
e ciò che disse ai monti, all’acque, al vento
di quella terra ove lasciava il core?
Oh come quel dolcissimo lamento
fu travolto per ira o per livore!
Qual menzognero addio sulle divine
labbra pose un Francese, un Lamartine?

Taci! L’italo amor del mio Britanno,
g’itali sensi, oh male, oh mal comprendi:
non all’Italia no; ma frutteranno
onta infame a te stesso i vilipendi.
Italia morta? e innanzi a te non stanno
ancor vivi, temuti, ancor tremendi
Ugo, Alfieri, Canova’ e presso a questi
sì magnanimi Eroi, dinne, che resti?

Quella terra, quel ciel che l’innamora,
pien di mille pensier, di mille affetti,
Giorgio saluta dalla mesta prora
coi sospiri, coll’anima, coi detti:
chi non sogna di te? chi non t’adora,
o bella Patria d’ animosi petti,
bella Patria dell’arti! il viver mio
tu che allegrar potesti, Italia, addio.

Italia! Italia! com’è dolce il suono
della celeste armonica favella!
Nel ciel, nelle odorate aure, nel dono
d’ ogni cosa gentil, come sei bella!
di foco è l’alma dei gagliardi, sono
di foco gli occhi d’ ogni tua donzella;
e da quegli occhi, da quell’alme anch’io
se il bel foco ritrassi, Italia, addio.

Ahi! per le sette cime e per le valli
Dei famosi che avean la terra doma,
più non s’urtan guerrieri, armi, cavalli,
più non suona il trionfo Italia e Roma;
nè più s’avventa ai minacciosi Galli,
sanguinoso gli artigli, irto la chioma,
il gran Leon di Marco, e steso e muto
anco abborre l’Eroe che l’ha venduto.

Venduto! ahi rabbia! qual vergogna è questa,
qual crudo patto, quale iniquo orgoglio!
L’italo sangue avrai sulla tua testa
o snaturato nell’ infame scoglio.
Tu le piaghe sanar d’Italia mesta,
Tu rialzar dovevi il Campidoglio,
Tu di Cammillo erede, il brando e il senno
Vendesti ai figli che scendean di Brenno.

Fioria d’ogni virtù, d’ogni divina
arte di pace questo suol fioria,
e il tuo brando recò fatal ruina,
e libertà peggior di tirannia.
Oh bugiardi Licurghi! oh Cisalpina,
oh congrega di ladri, oh peste ria!
Fu per l’italo suol, fu crudo inganno
se Marengo vincesti e l’Alemanno.

Com’ aquila fra i nembi, o come lampo
terribil passa, egli passò l’invitto;
e copre mesto, solitario campo
il terror dell’Italia e dell’Egitto.
Io, benché tutto alla memoria avvampo
di tanto Eroe, di sì fatal conflitto,
io fremo, e dico: se vittoria il guida,
la comprò col delitto il parricida!

Oh perdona all’ ingrato! oh alfin riposa
dopo tanto dolor, tanto contrasto,
e a più bei studi intenta, o Generosa,
spregia l’armi crudeli e spregia il fasto:
teco, Madre d’Eroi, teco avrò posa
io che a soffrir la vita, ohimè! non basto.
ritornerò più grande; il cener mio
qui dormirà compianto: Italia, addio.

Deh posa, posa: troppo dolce e santo
è d’una pace desiata il raggio;
ma pace bella d’ogni nobil vanto,
non ozio d’infingarde alme retaggio.
Divina Italia! con che amaro pianto
vado altrove a cercar lodi al coraggio;
pur Grecia sogno, e mi vi chiama un Dio…
Addio, Patria mia vera, Italia addio.

Mariannina Coffa, una “dolce armonia che ai cieli aspira”, Psiche

Datemi l’arpa: un’armonia novella
trema sul labbro mio …
Vivo! Dal mio dolor sorgo più bella:
canto l’amore e Dio!

Psiche è il mio nome: in questo nome è chiusa
la storia del creato.
Dell’avvenir l’immago è in me confusa
coi sogni del passato.

Piche è il mio nome: ho l’ale e son fanciulla,
madre ad un tempo e vergine son io.
Patria e gioie non ho, non ebbi culla,
credo all’amore e a Dio!
Psiche, chi mi comprende? Il mio sembiante
Solo ai profani ascondo;
e nei misteri del mio spirto amante
vive racchiuso un mondo.

Nei più splendidi cieli e più secreti
sorvolo col desio:
nata ad amar, sul labbro dei Profeti
cantai l’amore e Dio.

Psiche è il mio nome: un volgo maledetto
pei miracoli miei fu mosso a sdegno,
e menzognera e stolta anco m’han detto,
mentre sui mondi io regno!

Eppur le voci d’una turba ignara
fra i miei concenti oblio:
nello sprezzo dei tristi io m’ergo un’ara
e amor contemplo e Dio.

Psiche! Ogni nato colle ardenti cure
di madre io circondai,
e il supplizio dei roghi e le torture,
figlia del ciel, provai.

Nell’infanzia dei tempi, il gran mistero
d’ogni legge fu servo al genio mio:
di Platone e di Socrate al pensiero
svelai l’amore e Dio!

L’arte, le scienze, le scoperte, i lenti
progressi dell’idea, chi all’uomo offria?
Io sui ciechi m’alzai, fra oppresse genti
schiusi al pensier la via.

Psiche è il mio nome…il raggio della fede
rischiara il nome mio:
e, Umanità, chi al nome mio non crede
rinnega amore e Dio!

Ogni lingua, ogni affetto, ogni credenza
col mio potere sublimar tentai:
serbando illesa la divina essenza,
forma, idioma ed essere mutai.

Or vittoriosa, or vinta, or mito, or nume,
or sobbietto di scherno, or di desio,
col variar di lingua e di costume,
svelai l’amore e Dio!

Pria che fosse la terra, io le nascose
fonti del ver mirai:
vissi immortale fra le morte cose,
me nel creato amai.

Eppure la terra non comprese ancora
le mie leggi, il mio nome, il senso mio:
conosce il mio poter…sol perché ignora
che Psiche è amore e Dio!

Dio, Psiche, Amor! Si vela in tal concetto
il ver, la forza, l’armonia, la vita:
son tre mistiche fiamme e un intelletto
che un nuovo regno addita.

O Umanità! La scola del passato
copri d’eterno oblio, …
quel Bene che finora hai vagheggiato
è Psiche, è Amor, è Dio!