Il cimitero dei burci del Parco Naturale del Sile

Il Parco Naturale Regionale del fiume Sile comprende un territorio di circa 4.152 ettari e si distribuisce tra ben undici comuni nelle province di Padova, Treviso e Venezia. Il Sile è un fiume di risorgiva più lungo d’Europa e nasce, attraverso le polle di risorgiva, tra Casacorba di Vedelago nel Trevigiano e Torreselle di Piombino Dese in provincia di Padova, dove è possibile osservare il “fontanasso dea coa longa”, la sorgente principale. Le sue foci attualmente fanno da confine tra il Lido di Jesolo e il Litorale del Cavallino. Secoli addietro, invece, il fiume si buttava nelle acque dell’Adriatico a Portegrandi, frazione del Comune di Quarto d’Altino. Nel 1683, il governo della Serenissima nella sua continua lotta contro l’impaludamento della laguna veneta, fece deviare il corso del fiume, attraverso il canale detto Taglio del Sile, immettendolo nel vecchio alveo del fiume Piave, anch’esso deviato ad oriente. Le sue acque sono sostenute in parte da quelle del fiume Piave, che, insinuandosi al di sotto del terreno ghiaioso a nord del Montello, riemergono alla luce del sole, grazie al terreno argilloso impermeabile. Tra le sorgenti e Treviso il corso del fiume caratterizza il paesaggio in un amalgama di polle sorgive, torbiere e zone umide, e boschetti ripariali. Da qui, lo scenario cambia. Le acque del fiume divagano a mare lungo un percorso sinuoso, attraversando località caratteristiche, ville nobiliari, zone umide, ex cave del tutto soggiogate dalla natura in piccoli laghetti, coltivazioni, pioppeti e vaste aree di boscaglia igrofila. Lungo questo tratto – e fino alle foci – le sue sponde sono state alzate nel passato, le “restere”, permettendo il traino delle grosse imbarcazioni fluviali durante la navigazione contro corrente e arginando l’impetuosità delle sue acque. In prossimità del mare, il fiume si divide nei rami del Silone, del Siloncello e il Taglio del Sile.

Il Sile, come tutti i fiumi, è stato e lo è ancora l’elemento fondante delle vicende umane, che si sono susseguite nel corso del tempo lungo il suo corso ancora mutevole, quale ad esempio il suo ruolo di via di collegamento di rilevanza commerciale o di asse di comunicazione tra il mondo lagunare e quello dell’entroterra, a partire dalla lontana età del Bronzo all’era industriale contemporanea.
Con la Legge Regionale n. 8 del 28.01.1991, si veniva ad istituire il Parco Naturale Regionale del fiume Sile, con l’obiettivo “di regolamentare, tutelare, valorizzare e rilanciare il territorio e le acque prospicienti il fiume Sile”. L’articolo 2, che indica le finalità istituzionali, definisce tra le altre cose che:

La tutela, il mantenimento, il restauro e la valorizzazione dell’ambiente naturale, storico, architettonico e paesaggistico considerato nella sua unitarietà, e il recupero delle parti eventualmente alterate” e “la salvaguardia delle specifiche particolarità antropologiche, idrogeologiche, geomorfologiche, vegetazionali e zoologiche”.

La visita di questo parco, libero e gratuito, rappresenta un’esperienza fuori dal comune. Le tante testimonianze storiche sono immerse in un paesaggio ambientale di grande suggestione, dove è possibile, senza alcuna fatica, osservare numerose specie di uccelli selvatici, liberi di volare o di sguazzare tranquillamente lungo le più calme anse o i piccoli rettilinei del fiume; come è possibile incrociare numerosi altri animali, oltre alla pregiata fauna ittica.

A Casier, località del trevigiano bagnata dal Sile, è possibile accertare il particolare amalgama, che si è venuto a creare lungo il fiume. Lasciata l’auto negli appositi parcheggi, posti in prossimità della chiesa parrocchiale, ci si può addentrare senza alcun problema nel percorso lungo Sile, grazie ai tanti cartelli segnalatori, in particolare per chi ama passare il tempo libero all’aria aperta con la bicicletta. D’altra parte, l’utilizzo della bici è uno dei modi migliori per scoprire il percorso del parco.

 

Dopo un tratto di strada asfaltata e aver imboccato la “sterrata” alberata,

 

che segue il sinuoso corso del fiume, una piccola passeggiata ci porta a scoprire l’ex molino Toso – Stucky, devastato da un incendio il 7 aprile del 2015, facendo naufragare il progetto dell’hotel “Stuckyno”.

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Pochi metri e si giunge ad un ponticello, che immette ad una brevissima sterrata, anch’essa ombreggiata dalla vegetazione circostante.

 

Un piccolo cartello avverte che siamo arrivati al “Cimitero dei burci”.

Il burcio era una grossa imbarcazione armata al terzo dal fondo piatto, adibita al trasporto di grossi carichi all’interno della laguna di Venezia e nei fiumi veneti; e poteva misurare mediamente 20 – 35 metri per una larghezza massima di circa 6.30 metri, con pescaggio massimo di due metri. L’anima viva dello scafo era impregnata di pece, di cui il consueto colore nero, mentre la poppa e la prua, con la punta rialzata, erano decorate con immagini, per lo più religiose, dai colori sgargianti.

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In questa ansa del Sile, a causa dell’utilizzo del nuovo trasporto su gomma, vennero abbandonate alcune imbarcazioni, che per decenni avevano solcato le acque del fiume, trasportando il trasportabile. Le recenti rilevazioni hanno contato ben 19 relitti, alcuni dei quali risalenti alle prime decadi del ‘900: 5 burci, 2 burci per l’escavazione, 2 comacine, 3 batei, 3 gabarre, 1 topo, 1 barchetto e, infine, 2 imbarcazioni di difficile classificazione. Tutti questi relitti, in buona parte decomposti, sono diventati l’oggetto di attenzione di una variegata fauna, che ha deciso di dare una seconda vita ai legni, facendone la propria casa.

 

 

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23 pensieri su “Il cimitero dei burci del Parco Naturale del Sile

    1. Hai ragione. Il lungo Sile è meraviglioso, dalle polle sorgive alle foci. Anche Quarto possiede un suo fascino, spesso sottovalutato, dimenticando la sua storia – la paleoveneta e romana Altinum – e la varietà dell’ambito naturalistico, in particolare a Trepalade e Portegrandi. Grazie per il commento. Alla prossima

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  1. il Sile è un fiume quasi magico e percorrerlo da grandi sensazioni. Post esaustivo e ben documentato come tu sai fare bene.
    O.T. il Montello ha una particolarità. Non è solacato da fiumi o torrenti ma sotto di lui scorrono molti corsi d’acqua.

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  2. Che meravigliosi relitti!!! Sembra un po’ di essere archeologi che trovano per caso una galera romana!!! Guardando il loro stato penso con angoscia alle barche moderne. In caso di abbandono o naufragio, non potranno mai ridursi così in una quantità ragionevole di anni. Pensa se fossero state appunto imbarcazioni recenti. Non ci sarebbe stato nulla di poetico e il tutto sarebbe sembrato una inquietante discarica di ruggine e plastica! Dovremmo pensare più spesso a cosa rimarrà di quel che costruiamo al giorno d’oggi e se in futuro potrà essere soltanto triste e brutto oppure bello e custode di nuova vita, come questi fantastici relitti!

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    1. Grazie per il tuo commento e devo dire che mi trovo d’accordo su ogni cosa che hai scritto, soprattutto laddove arrivi a vaticinare un futuro non propriamente radioso. Tuttavia le tue stesse parole sembrano ricalcare una speranza, che Joseph Eichendorff, mise in strofa: “E il mondo comincia a cantare, se solo trovi la parola magica”. Grazie ancora, Marco.

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