Erminia Fuà Fusinato. Venezia alla Polonia. 1863

Qual, se un sonno agitato alfin succeda
A veglia increscïosa,
E perigliar nel sogno ansio si veda
Una diletta cosa,
Si slancia l’alma dal disio compresa
Di porgerle difesa,
Ma invan ché ad essa il vieta
Il grave incarco dell’inerte creta,

Tal io, dal giorno che le geste prime
Del tuo valore appresi,
A te, d’incliti eroi madre sublime
Il cor tratto m’intesi;
E mentre il sangue mio darti vorrei,
Quello de’ figli miei,
Immota ahi! qui mi tiene
L’immane pondo delle mie catene!

Fur distrutte le mie splendide navi
Maraviglia alle genti;
Fin la gloria scontar mi fan degli avi
Quest’invidi potenti!
Or volgono quattr’anni, e le ritorte
Una benigna sorte
Infranse alla mia suora,
E me obblian terra e cielo, e servo ancora!

De’ miei figli la parte ahimè! più eletta
O soccombeva in guerra,
O nel carcere langue, o fu costretta
Migrar da questa terra.
I vetusti palagi, i chiostri, i tempi
M’invasero quest’empi,
Tutto m’han tolto, tutto.
E irridon profanando anco al mio lutto!

Bello è il cadere in un aperto campo,
Mentre l’errante sguardo
Saluta ancora dei moschetti al lampo
Il vincitor stendardo –
Ma servir sempre ed aspettare invano,
Morire a brano a brano,
Oh! quest’angoscia è tale
Che il pensiero non può finger l’eguale.

Pur s’io potessi al tuo reciso crine,
Martire illustre e santa,
Le sparse gemme ricomporre alfine
Della corona infranta,
Pel sublime gioir di quel momento
Saprei senza lamento
Durar per anni ed anni
Fin la verga de’ miei sozzi tiranni.

Ma se tal gioia e gloria tal m’è tolta,
Se nulla offrirti io posso,
Questi poveri canti almeno ascolta
Figli d’un cor commosso:
L’ira dei tristi e l’ironia dei fati
Tarpâr l’ali a’ miei vati,
E i fiori del pensiero
Crescon senza profumo in cimitero.

Ma né l’ira dei tristi o il fato avverso
Farà languir l’affetto,
Ch’io mal tentai significar col verso
Umil tanto e negletto!
E se giorno verrà che il voto mio
Alfin coroni Iddio,
Oh allora sol saprai
Quanto piansi per te, quanto pregai!

Evelina Cattermole Mancini. Versi. 1883

Peggio che al vento, se n’andran dispersi
là giù tra ‘l fango de l’oscura via,
risa, baci, sospiri fatti armonia.
fatti profumo in questi fogli tersi.

Qualche somaro che il sentier traversi
li calcherà ragliando un’omelia;
e tizio ghignerà: la poesia
sta ne’ fogli di banca e non ne’ versi.

La casta dama che fin dietro i letti
bianchi de’ bimbi i frolli amanti cela,
scandalizzar faranno i miei sonetti.

Io sempre, ricca d’alti sensi il core,
avrò ne ‘l canto che il pensier rivela
culto la verità, nume l’amore.

Laura Beatrice Oliva. Alla Toscana. Firenze, ottobre 1859

O di vati e d’eroi diva nutrice,
Terra di Dante e Galileo, ti allieta,
O diletta Fiorenza ed animosa:
La superba cervice
Di chi fida all’Italia esser ti vieta
Prostrasti: forte in tuo diritto or posa.
Ei reo, che allo stranier vendea l’acciaro,
E desiò del tuo sangue fumante
Il conteso sentiero
Al soglio avito aprirsi… Ma più chiaro
Spuntava un astro in ciel vivo e raggiante
Cui l’egual non mirò nostro emisfero:
E mentre il suo splendor sovra i silenti
Spandea campi cruenti
Ove delle sdegnose alme nemiche
S’ode il fremer notturno, a lui volgesti
Cupido il guardo, e in sua luce ti arresti.
L’amor più ardente e le tue glorie antiche
A lui consacri: oh! ben ti affidi, è quello
Il novo astro d’Italia, EMMANUELLO!

E nella tua gentil colta favella,
Nostro soave orgoglio, or vieni innante
Al Prence eletto, e a lui tuoi voti esponi
Che tutta Italia appella,
Che primo in core ne sentiva i pianti,
E a cui l’è gloria e vanto offrir suoi troni.
Ben commetti in sua mano il tuo destino
Ed in te stessa. Ei rinnovò pugnando
Di eccelse glorie etade:
Di Palestro, Magenta e Solferino
Ti è guida il duce: ei fia d’Italia il brando
Finché in lei stanno pellegrine spade.
La voce, onde lo stranio impallidia
Nel passar la tua via,
Di Piero e di Ferruccio ancor si ascolta
Tuonar possente d’ogni Tosco in petto,
Che l’opra forte avrà conforme al detto.
Così ogni possa agli oppressor fia tolta,
E inulta non sarà la rabbia infida
Per cui Perugia alzò l’ultime grida.

Ve’ la grave Bologna erge la testa,
E colla man sull’elsa in calma attende
Il feroce nemico: ei guata intanto
E trepido si arresta…

Ma tenebrose arti segrete imprende,
E cela il ferro sotto il sacro ammanto!
Forse di nove stragi e di rovine,
Pensa, e di donne e vegli e pargoletti
Medita ancor lo scempio!
Ahi! Dell’Elvezia i figli alle rapine
Ebbri corron festosi e maledetti…
Liberi!… e pur di vili schiavi esempio!
N’è alfin sdegnosa la natia lor terra,
E dopo infame guerra
Non fia che più li accolga e al sen li stringa
Di sangue valoroso aspersi ancora,
Mentre di antica libertà si onora!
Né più la spada pei tiranni cinga,
Se pur non vuol che civiltà fremente
Nido la chiami di venduta gente!

Modena e Parma, deste al novo lume,
Fiaccano anch’esse a’ rei signor l’ardire,
E ancor nel solo italo duce han fede.
Ma, il superbo costume
Deposto i re d’Austria vassalli, al Sire
Di Francia il soglio ognun sommesso or chiede.
Oh vana speme! Il popol generoso
Che pel nostro riscatto il sangue sparse
Fia che lor presti aita?…
Anzi il veggio ripor mesto e sdegnoso
L’acciar fumante, e la bell’ira ond’arse
Fremer che l’opra ancor non sia compita.
Né vorria ricalcar l’Alpi nevose
Mentre ancor le pietose
Grida lo seguon di Venezia in lutto…
E se in lei l’ira invendicata sfoga
L’Austro furente e le sue voci affoga,
Francia mirar no ‘l può con ciglio asciutto,
Ella che accorse in armi e combattea
Perché intera trionfi un’alta idea.

Poiché il tuo nome a dir di te m’invita,
Venezia mia, tu nel pensier m’appari
Derelitta ed in pianto, e pur di altera
Maestade vestita,
E il gemer tuo che affidi all’aure e a’ mari
Fino a noi giunge, e sovra ogni alma impera.
Non v’ha per noi gioir di libertade
Se tu, nobil sorella, ahi! gemi avvinta
In più funesti nodi!
Oh! come a’ lampi di nemiche spade
Intrepida sogguardi, e la non vinta
Speme vive immortal nel sen de’ prodi!
Ché ben da forti guerreggiâr con noi
I tuoi giovani eroi;
Né Italia obblia che un dì sulle tue mura
Del morbo e della fame in fra i tormenti
Sola spiegavi il gran vessillo a’ venti.
Piange commosso sulla tua sventura
Intero il mondo, e o Libertà fia morta,
O in te, Venezia, la vedrem risorta.

E la vedrem fin dove il mar più vago
Lambe alla mia Sirena il sen di fiori,
Sì che questa dal sonno alfin si desti,
E la sua propria imago
In mirar si vergogni, e i rei terrori
Deponga, ed alla pugna ardua s’appresti.
Oh sventurata mia! Tu già primiera
Agli alti esempi, all’onta or vivi, e nulla
Dell’imprecar ti cale!
Ed un’orda più rea che la straniera,
Ch’ebbe (oh ludibrio!) nel tuo sen la culla,
A’ forti irride e ti ridusse a tale!
Pur non di te dispero!… il giorno è presso
Che all’Italia è concesso
Mostrarsi una e concorde! Oh allora in armi
Verrai… Se manchi alla suprema lotta,
Ne’ suoi gorghi frementi il mar t’inghiotta.
Ma dove or ma tragge il fervor de’ carmi?
O di martiri madre, il vero intendi.
Sorgi, e te stessa e l’onor tuo difendi.

E tu, popol d’Etruria, un’alta prova
Alle attonite genti
Di mirabil concordia al mondo nova
Porgi, e di nobil temperanza e calma,
Puro di sangue e d’ogni ostile oltraggio.
Così gagliardo e saggio
Su’ tuoi vinti nemici, invan frementi,
Cogli ogni dì la più difficil palma.
Salve, o madre, da cui più folto stuolo
Nacque di grandi che da Europa intera:
Salve, o tempio dell’arte, ove pensoso
Par che Michel divino ancor respiri,
E che nell’acque sue l’Arno orgoglioso
Dal tuo classico suolo
Tante glorie immortal specchiarsi miri!
Tu, che d’Italia insiem colla favella
Serbasti il genio e il cor, duce primiera,
Secura ormai tu stessa
La meta alla meriggia Italia oppressa
Mostra, e l’appella, e a lei porgi la destra
Di antica e nova civiltà maestra.

 

Il Battistero romanico bizantino di Concordia Sagittaria

 

 

Le invasioni barbariche e le alluvioni del V – VI secolo d.C., che stravolsero la morfologia delle campagne e la stessa conformazione urbanistica della città di Concordia, avevano di fatto ridimensionato l’antico abitato, riducendolo a ben poca cosa rispetto al passato e, soprattutto, lo tagliarono fuori dalle maggiori dinamiche storiche areali. Tuttavia, la circoscrizione della sua diocesi ancora si estendeva in buona parte sull’antica circoscrizione del municipio romano: a meridione lambiva la gronda lagunare, a nord le Prealpi Carniche fungevano da confine, mentre i fiumi Livenza e Tagliamento la delimitavano rispettivamente ad occidente e ad oriente.

La ristrettezza delle risorse economiche e l’esiguità della popolazione, decimata dalle guerre, dal dissesto idrogeologico e, infine, dalle pestilenze, indussero le autorità ecclesiastiche a decretare nel 928 l’aggregamento della diocesi al patriarcato aquileiese. Ma la grande distanza da quella sede, la difficoltà di controlli diretti e l’esigenza di una cura pastorale più incisiva, nonché le nuove dinamiche politiche, spinsero il clero concordiese a chiedere il rispristino dell’autonomia della diocesi, sotto il governo di un vescovo locale, che veniva sancito alla fine del X secolo, dopo lunghe trattative con l’Impero e il Patriarca di Aquileia, con Ottone III, il quale concesse nuovi possedimenti territoriali, anche sulla scorta di suggestioni colte, antiquarie e simboliche. Lo sviluppo produttivo dei secoli XI –XII e la ripresa della crescita demografica aprirono gli orizzonti di un nuovo dinamismo urbanistico ed architettonico della cittadina, che si tradusse anche nella costruzione di un singolare edificio religioso: il battistero.

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Il periodo di costruzione del battistero e il nome del committente, e sicuramente l’ispiratore di questa nuova rinascita, sono noti, grazie a due testimonianze coeve che ci sono pervenute del tutto integre. La prima è conservata tra le pagine ingiallite del “Liber anniversariorum”, una sorta di obituario del Capitolo della Cattedrale di Concordia. In esso è possibile leggere che il vescovo Reginpoto, che resse la diocesi tra il 1089 e il 1105, “fecit facere Ecclesia(m) Sancti Iohannis Baptiste et dotavit”. La seconda, sempre di carattere funerario, è correlata alla tomba del vescovo stesso. Posto nell’atrio del battistero da lui voluto, il semplice sarcofago è ornato da un’iscrizione ritmica latina, posta sulla lastra tombale.

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Sotto di me si fa terra e polvere
venuto dalla polvere, Reginpoto
vescovo di nome e non per meriti.
Fissando questo tumulo
alza gli occhi al firmamento
con animo buono e dì
al padrone del cielo:
“Abbi pietà di lui.
Chi si salverà se Tu, Benigno,
di lui non avrai pietà?”
Salva chi hai plasmato
senza calcolare i suoi meriti.
morì otto giorni dopo le
idi di novembre
sperando in colui che salva
quanti confidano in Lui.
Affinché gli sia concesso il
riposo, invoca Giovanni Battista.

(trad. F. Girotto)

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Il Battistero, che sorge in prossimità dell’abside della cattedrale di Santo Stefano, possiede uno schema planimetrico con un corpo rettangolare, precorso da un atrio coperto a capanna quadrangolare di larghezza ridotta, e tre absidi semicircolari, di cui quella frontale, posta ad oriente, risulta più piccola rispetto alle due laterali, collocate sui lati più lunghi. Il rettangolo è coperto da una cupola interna, nella quale si aprono otto finestre, intercalate da sedici archeggiature, poggianti su delle colonnine. La cupola, che prende corpo da quattro arconi, è nascosta all’esterno da un tamburo cilindrico con tetto conico, dove le finestre sono poste in rilievo da piccoli archi concentrici.
In origine la vasca battesimale era collocata al centro dell’edificio, ma in seguito alle disposizioni emanate dal Concilio di Trento (1545 – 1564), che privilegiava tra l’altro il battesimo per infusione dell’acqua sul capo, fu rimpiazzata da quella ancora oggi visibile nell’abside di sinistra. L’originaria vasca fu interrata sul posto, i cui resti furono successivamente rinvenuti nel 1880 dall’archeologo Dario Bertolini, il promotore e l’artefice degli scavi archeologici dell’antica Iulia Concordia.

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Sulla superficie affrescata della cupola è rievocato il registro narrativo e simbolico dello Spirito Santo mentre aleggia sulle acque del fiume Giordano, l’istante decisivo in cui Dio interviene nella storia dell’umanità per salvarla. I contenuti, facilmente percepibili, senza difficoltose mediazioni intellettualistiche anche quando impiegano linguaggi simbolici, si rifanno alla narrazione evangelica (Mt. 3,16; Mc. 1,10; Lc. 3,22) e l’iconografia risulta quella più consueta per quest’epoca: lo Spirito Santo, che scende dal cielo sotto la forma di colomba iridata, aleggia sul capo del Gesù Pantocratore ieratico con la mano sinistra appoggiata su un libro aperto sopra le gambe e benedicente alla greca con la mano destra, racchiuso all’interno di una mandorla, attributo per Colui che è “la via, la verità e la vita” (Gv. 14, 1 – 12).

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La scena narrativa restituisce, inoltre, la figura di un arcangelo colto con labaro e globo, usuali contrassegni del potere temporale, e due figure, che, abitualmente, sono identificate come Serafini, creature angeliche, poste dalla tradizione neotestamentaria nella prima gerarchia angelica, sostanzialmente dal “De coelesti hierarchia” dei Pseudo Dionigi l’Aereopagita. Per certi aspetti, una tale identificazione non è ancora compiutamente risolta. Va, infatti, osservato che, sulla scorta delle citazioni canoniche ed apocrife, l’iconografia utilizzata per le due figure angeliche – benché ritratti con le sei ali (“Vidi il Signore…Sotto di lui stavano i serafini, ognuno con sei ali”, Is., 6, 1-3). – appare non intonarsi con i più consueti elementi caratterizzanti dei Serafini. Anzi, la rappresentazione dei due angeli sembra raffigurare talune caratteristiche dei Cherubini, quali i numerosi occhi disposti sulle ali o i Troni ai loro piedi, terzo dei novi cori angelici, esecutori della giustizia divina e annunciatori della sua misericordia: “12 Tutto il loro corpo, il dorso, le mani, le ali e le ruote erano pieni di occhi tutt’intorno; ognuno dei quattro aveva la propria ruota, 13 Io sentii che le ruote venivano chiamate «Turbine»; Quando quegli esseri Viventi – i Cherubini – si muovevano, anche le ruote si muovevano accanto a loro e, quando gli esseri si alzavano da terra, anche le ruote si alzavano. Dovunque lo spirito le avesse spinte, le ruote andavano e ugualmente si alzavano, perché lo spirito dell’essere vivente era nelle ruote” (Libro di Ezechiele 1, 15 – 21).

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Le otto finestrelle del tamburo sono alternate ad altrettante arcatelle cieche, all’interno delle quali le porzioni di muratura sono affrescate con le raffigurazioni di sette profeti e dell’Agnello. Tre delle sette figure veterotestamentarie sono colte nel mentre indicano con l’indice l’Agnello; tre ancora rivolgono la propria mano in direzione del Cristo; infine, l’ultima, ritratta nell’atto di reggere un rotolo di pergamena. Nel passato ognuno dei profeti era facilmente identificabile attraverso la lettura del nome, scritto nel cartiglio da loro retto. L’agnello è dipinto sopra un monte dal quale sgorga il fiume, che si divide in quattro rami fluviali. La Genesi, al capitolo 2 versetti 8-14, descrive: “Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a Oriente…Un fiume usciva…di lì si divideva e formava quattro corsi. Il primo si chiamava Pison: esso scorre intorno a tutto il paese di Avila, dove c’è l’oro…Il secondo fiume si chiama Ghicon: esso scorre intorno a tutto il paese d’Etiopia. Il terzo fiume si chiama Tigri: esso scorre ad oriente di Assur. Il quarto fiume è l’Eufrate”.

 

 

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Sotto, sui quattro pennacchi d’angolo, sono raffigurati i quattro Evangelisti, ognuno dei quali ritratto con il proprio simbolo e alle prese con i rispettivi vangeli. Al centro dell’intradosso un semicerchio, che doveva contenere la “Manus Dei”. Sul lato sinistro Mosé mentre riceve le Tavole della Legge e, di fronte, forse la figura di Aronne, purtroppo andata del tutto perduta. Sul catino absidale è affrescato il Battesimo di Cristo nel Giordano, con il Battista sulla destra che gli pone la mano sul capo, mentre tre angeli reggono un drappo. Sotto, nel catino dell’abside due nicchie contengono le raffigurazioni di Pietro e Paolo, evocati con i loro simboli caratterizzanti: le chiavi e il rotolo delle lettere. Ai loro lati, altre due figure di dubbia identificazione. Una chiave di lettura, che si compone dell’analisi dell’iconografia dell’area aquileiese, riconoscerebbe nella figura a sinistra di Pietro Sant’Ermagora e l’altra in Fortunato, diacono della chiesa di Aquileia.

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Tra l’arco di accesso e le nicchie più esterne, altre due raffigurazioni: a destra Melchisedech ed Abramo. Il primo è colto nella prefigurazione della profezia dell’Eucarestia: Melchisedech, re di Salem, offrì pane e vino: era sacerdote del Dio Altissimo e benedisse Abramo con queste parole: “Sia benedetto Abramo dal Dio Altissimo, creatore del cielo e della terra e benedetta sia il Dio altissimo, che ti ha messo in mano i tuoi nemici” (Genesi, 14, 18 – 20). I segni del pane e del vino, che Melchisedec presentò al patriarca Abramo, per il cristiano divennero segno del mistero dell’Eucarestia. La seconda narrazione è incentrata su uno degli episodi centrali della vita di Abramo: Dio chiede ad Abramo di sacrificargli il figlio Isacco e, dopo averlo messo alla prova, la mano divina blocca il sacrificio.

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L’angolatura di lettura dell’intero ciclo narrativo vede lo Spirito Santo scendere nel Cristo Pantocratore e nell’Agnello mistico, il quale riconduce al mistero dell’Eucarestia, evidenziato dall’offerta di Melchisedech e il sacrificio di Isacco, che il nuovo cristiano poteva apprendere nel momento in cui accedeva all’altare posto nell’abside.
Nel XIII secolo, l’abside di destra venne interessato da raffigurazioni di carattere devozionale. Sulla parete furono affrescati due riquadri, che ritraggono Santa Maria Maddalena, personificazione della resurrezione, e San Giorgio con i consueti elementi distintivi nella lotta contro il drago.

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Di lì a poco, la vicina Portogruaro ne avrebbe raccolto il testimone …

Concordia Sagittaria. Una città di frontiera

Confinante con Portogruaro, importante centro della provincia orientale di Venezia, e a pochi chilometri dai litorali di Caorle e Bibione vi è una località il cui panorama imperante è un susseguirsi senza soluzione di continuità di campi coltivati e vitigni, che offrono una generosa produzione enologica pregiata, compreso il famoso Lison, la cui storia affonda nella notte dei secoli. Al territorio è connesso un importante assetto fluviale, che ha sempre fornito in abbondanza l’elemento primario della vita e che ha rappresentato per lungo tempo gli assi di penetrazione dal mare verso la terraferma e viceversa; e come tale favorì la mobilità degli abitanti, i trasporti e, infine, i commerci. Di questi fiumi si ricordano il Tagliamento, il Livenza, il Reghena e il Lémene, che, dopo aver lambito il centro abitato,

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sfocia nei pressi della Valle Zignago nella laguna di Caorle.
Il nome della cittadina è Concordia Sagittaria e la sua storia è più che mai millenaria.

 

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Comune

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Il Museo Nazionale Concordiese, inaugurato il 28 ottobre del 1888 a Portogruaro, custodisce alcune iscrizioni che restituiscono il nome della città come Iulia Concordia, quando altre iscrizioni epigrafiche rinvenute in loco, per lo più di carattere funerario, e la storiografia latina la ricordano con il semplice titolo di Concordia. In ogni modo, il toponimo testimonia il momento fondativo della città. Infatti, la deduzione della colonia “civium romanorum Iulia Concordia” si fa risalire all’epoca del secondo triumvirato, dopo la battaglia di Filippi (42 a.C.), allorché il sito venne interessato dall’assegnazione di tremila veterani. A dire il vero, è stata proposta anche una seconda data, il 40 a.C., facendovi collimare l’avvenimento fondativo con la precaria pace di Brindisi tra Ottaviano, Antonio e Lepido.

Tuttavia, i segni del primo popolamento nell’area di Concordia si fanno evidenti in un dosso fluviale, la cui posizione strategica e la stessa morfologia devono aver richiamato e favorito l’insediamento di una comunità, che i dati archeologici inquadrano cronologicamente al Bronzo Recente (XIII – XII secolo a.C.), in piena coerenza, in termini culturali, alla maglia insediativa regionale.

Il geografo d’età augustea Strabone, che utilizza fonti risalenti al II – I secolo a.C., offrendo un quadro prezioso degli abitati veneti congiunti al mare per mezzo di corsi d’acqua, ricorda tra le altre le “oppidola” (piccoli centri) di Adria, Oderzo e Concordia (Strabone, Geogr., V, I, 8), testimoniando di fatto l’insediamento concordiese anteriore alla fondazione della colonia, forse oggetto della romanizzazione tra il 47 a.C. e il 27 a.C.. Probabilmente il successivo intervento augusteo era mirato a rafforzare un “vicus” romano ascritto alla tribù Claudia, il cui nome è rimasto sconosciuto, strategicamente rilevante, rappresentando una cosiddetta prima linea nel controllo del reticolo stradale, tra le quali la Via Postumia (148 a.C.) e la Via Annia (intorno alla seconda metà del II a.C.), che assicurava i collegamenti tra l’Italia e le province transalpino – danubiane. Una politica che verrà ripetuta anche nei secoli seguenti, in particolare nella seconda metà del IV secolo e il V secolo, con l’acquartieramento alternato di “comitatenses”, unità regionali di fanteria pesante, e “la presenza di questi reparti militari di manovra mostra infatti che la città assunse una grande importanza strategica. Proprio la qualifica di truppe mobili, dislocate in un centro stradale di primaria importanza, ne indica anche le loro funzioni di pronto intervento…essa era il nodo centrale dell’imboccatura delle due strade, l’Annia e la Postumia, il che voleva dire accessi alla Valle padana e a Ravenna. Qualcosa di più, quindi, di un semplice appoggio ad Aquileia” (M. Pavan, in AAAd, 31, Rufino di Concordia e il suo tempo, II, Udine, 1987, 7-28), ma un nodo con una funzione di proiezione cisalpina e transalpina, che la rendeva una vera e propria città di frontiera.

La città era retta da due magistrati, i “duoviri iure dicundo”, che amministravano la giustizia, e gli “aediles”, il cui ufficio consisteva nella costruzione degli edifici pubblici e delle strade, nonché della loro manutenzione. L’organizzazione amministrativa e civile era completata, infine, da un consiglio cittadino, diviso in gruppi di dieci membri, le decurie. Il governo cittadino amministrava un esteso territorio, suddiviso nella consueta centuriazione, dove numerosi vicus a vocazione agricola provvedevano al sostentamento di Concordia stessa.

Nel I sec. d.C., Concordia conobbe un primo sviluppo, grazie al quale furono innalzati il foro, il teatro e le mura, che circoscrivevano la città all’interno di un esagono irregolare. La cerchia, eretta su palificazioni tipiche per i terreni paludosi, era alta mediamente sei – otto metri e largo circa due metri, possedeva delle porte fortificate a due torri, ottagonali o quadrangolari. Un piccolo tratto superstite è possibile osservarlo nelle immediate vicinanze del sito delle terme.

Il foro, posto all’incrocio tra il decumano massimo, costituito dalla Via Annia, e il cardine, possedeva delle misure di tutto rispetto (110 m. X 130 m.) ed era in origine pavimentato da semplici ciottoli. In età giulio-claudia l’area forense assunse un tono monumentale, con la sostituzione della originaria pavimentazione con lastroni di pietra calcarea e l’inserimento di nuovi monumenti lapidei, testimoniate dalle basi di colonne, dai basamenti per statue e da un rialzo con doppia fila di colonne, da mettere in relazione con la realizzazione di corsie provvisorie, mediante la tesatura di corse, all’interno delle quali sfilavano gli elettori in occasione dei “comitia” indetti per l’elezione dei magistrati locali e, basamenti per statue. Qui venne rinvenuta la grande statua di donna acefala in marmo di Carrara del I sec. d.C., le cui vesti fluenti ne risaltano il corpo nella sua accesa femminilità. Oggi, la statua è conservata nella sala centrale del Museo di Portogruaro.

Statua femminile_acefala_1

 

Nei pressi dell’area archeologica di Piazza Costantini è visibile un segmento della Via Annia, che si presenta con una larghezza di circa 9 metri e ai lati con dei marciapiedi rialzati rispetto al fondo stradale. La pavimentazione, in trachite euganea, mostra ancora i segni delle ruote dei carri.

 

Poco distante, all’interno delle mura, trovava posto il teatro, la cui capienza di alcune migliaia di persone può solo dare un’idea vaga delle sue dimensioni. Purtroppo, quasi nulla resta delle sue strutture, poiché l’edificio fu depredato delle sue pietre già dal V secolo, per utilizzarle per nuove fondazioni edificatorie. Il ricordo del teatro oggi è assegnato ad una siepe in bosso, collocata sulla sua area, che ripropone il suo originario perimetro semicircolare.

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La presenza fluviale condizionò fortemente l’impianto urbano, costituito da isolati irregolari nelle aree occidentale e, soprattutto, orientale, dove si costruì fuori dalle mura un approdo in diretta dipendenza con il vicino porto alla foce del Lemene (Portus Reatinum) con tanto di infrastrutture, quali un edificio per il ricevimento delle merci e i numerosi magazzini, i cui ambienti erano pavimentati dapprima in assi di legno, poi in cubetti di cotto, dove sono stati rinvenuti materiali fittili e anfore, che testimoniano i commerci con l’Africa, l’Oriente e la Gallia. L’ara dei marinai Batola e Dione, datata al I secolo d.C., ricorda due navi leggere a due ordini di remi, Liburna e Clupeus, evidenziando anche il ruolo militare del porto Reatinum, sempre nell’ottica dell’appoggio di primo intervento alla città di Aquileia.
Il Portus Reatinum forse è da riconoscersi nell’odierno Porto Falconera, testimoniato dalle carte del ‘500 sotto il nome di “porto di Mezo Lido” (A.S.V., SEA, Livenza, dis. 17). Appare, quindi, suggestiva la presenza a 13 miglia dalla costa caorlotta del relitto di una nave oneraria, lunga 23 m. e larga 9 m., affondata con tutto il suo carico di anfore vinarie alla fine del II secolo a.C.. Adagiata su un fondale di 30 metri e quasi del tutto consunta dall’azione delle teredini, nell’estate del 1992 dei subacquei rinvennero casualmente parte del suo carico di anfore.

 

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La città condizionata com’era dalla presenza fluviale e dai diversi corsi d’acqua, naturali e artificiali, era attrezzata con almeno 7 ponti, sei dei quali ancora oggi interrati. La struttura portata alla luce, non distante dalla cinta muraria e in corrispondenza dell’ingresso della Via Annia in città, valicava l’antico alveo del fiume Reghena. Il ponte, rivestito esternamente da blocchi di trachite dei Colli Euganei, si costituiva di tre arcate: la prima, come la terza, era a sesto pieno e misurava m. 1,80; mentre la centrale, a sesto ribassato e sopraelevato, aveva una corda di m. 7,46. Sulle spallette del ponte vi sono due iscrizioni, che ricordano il liberto “seviro Manius Acilius Eudamus”, che lasciò come volontà testamentaria la realizzazione delle spallette o, forse, l’intero ponte.

 

 

Tra le aree funerarie del centro concordiese, la più nota è quella di Levante, situata sulla sponda sinistra del fiume Lemene, ad est della città, tra le attuali via Aquileia e via San Giacomo. Conosciuta sotto la denominazione “dei militi”, per i sarcofagi appartenuti ai soldati per lo più germanici e orientali, appartenenti a 21 reparti, di stanza nella città tra il IV – V secolo d.C., come truppe di primo intervento in appoggio ad Aquileia, sul suo suolo, nei vent’anni di scavi, dal 1873 al 1893, furono rinvenute centinaia di arche, ma a causa delle infiltrazioni d’acqua sull’area di scavo si pensò di tagliare le tabelle con le iscrizioni e lasciare in situ i sarcofagi e interrare tutto quanto, destinando le iscrizioni al Museo nazionale di Portogruaro. Successive indagini archeologiche nell’area della necropoli di Levante hanno appurato che l’utilizzo funerario areale aveva una stratificazione temporale non limitata al IV – V sec. d.C., ma trovava origine nel I sec. d.C. con presenza anche di singolari monumenti funerari, quali mausolei e cippi di singolare fattura.
L’ottica dioclezianea di rendere autosufficienti i diversi tratti limitanei dispose la creazione di una maglia di fabbriche di armi statali, distribuite in centri difendibili e lungo le strade di maggiore percorrenza, grazie alle quali era possibile approvvigionare le unità militari con un equipaggiamento di alta qualità. Le fabbriche d’armi con le sue maestranze specializzate erano sovraintese da un tribunus praepositus, dipendente dal praefectus praetorio e, dal 390 d.C., dai magistri officiorum. La “Notitia Dignitatum”, una fonte preziosa sull’ordinamento dell’impero forse risalente alla fine del IV sec. d.C., riporta in Italia le “fabricae Concordiensia sagitaria” (Not. Dig. Occ., IX, 24); “Veronensia scutaria et armorum”(Not. Dig. Occ., IX, 25); “Mantuana loricaria” (Not. Dig. Occ., IX, 26); “Cremonensia scutaria” (Not. Dig. Occ., IX, 27); “Ticenensia (Pavia) arcuaria” (Not. Dig. Occ., IX, 29); “Lucensia (Lucca) spatharia” (Not. Dig. Occ., IX, 29). Dunque, nel IV secolo, Concordia venne interessata dall’installazione di una fabbrica imperiale, per la realizzazione di frecce, in latino, sagittae, da cui l’appellativo di Sagittaria aggiunto a Concordia nel secolo scorso. La scelta della città cadde non solo per la sua posizione strategica nell’ambito delle diverse vie stradali e, più in generale, della sua valenza militare, ma per la sua possibilità di reperire le risorse minerarie in un raggio piuttosto breve, quali le miniere del Norico.

La datazione tradizionale tramandata nella diocesi concordiese allaccia il primo arrivo del cristianesimo ad una tarda “Passio Martyrum”, nella quale viene riportato, che, dopo l’editto di Diocleziano, nel 304 d.C., 72 cristiani subirono il martirio per la loro fede, finendo decapitati sulla sponda destra del Lemene, vicino alla porta orientale, il cui luogo oggi è ricordato da un sacello. I resti dei martiri furono raccolti e traslati momentaneamente nella “Trichora Martyrium”, piccolo edificio con tre absidi e in seguito ingrandito con un’aula a tre navate e un atrio lastricato, attraverso il quale era possibile entrare in due recinti sepolcrali, con tre nicchie ciascuno, che accolgono dei sarcofagi in pietra, posti in parte sopra su un architrave di recupero del III secolo d.C., posizionato all’uopo due secoli dopo nel complesso paleocristiano.

 

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Nel V secolo, uno di questi recinti divenne la cappella funeraria dedicata alla nobile Faustiniana. Il sarcofago a cassa parallelepipeda della nobildonna è di marmo, le cui facce a vista (parte anteriore e fianco destro) sono scolpite in altorilievo. Al centro della composizione della facciata anteriore vi è la tabella con l’iscrizione, racchiusa ai suoi lati due croci e due archi sorretti da colonne. Gli archetti racchiudono una conchiglia (lato sinistro) e un vaso dal quale fuoriesce una palma (lato destro). Infine, due pilastrini racchiudono l’intera composizione. Sul fianco destro, l’altorilievo raffigura, invece, un vaso con un tralcio di vite.

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Poco distante due tombe a fossa serbavano i resti di due bambini, Marsilla e Aurelio Cirino:
QUI GIACE UNA BAMBINA DI DUE ANNI E VENTI GIORNI
CHE UNA NUOVA LUCE DELL’ANIMA PRESERVA E L’ALMA FEDE.
VEZZOSO IL CORPO, CUI S’ADDICONO PAROLE DOLCISSIME,
LO CONTIENE QUESTO TUMULO,
TUTTO IL RESTO INVIOLABILE LO TIENE IDDIO.
DOLCE FRINGUELLO CHE ANNUNCIA LA PRIMAVERA CON CANTO MELODIOSO,
IL TUO CINQUETTIO PIACQUE SOTTO IL CIELO MAGGIORE.
BENCHE’TU, MARSILLA, NEL NOME PORTASSI IL SEGNO DEL TUO DESTINO.
TUTTAVIA SEI DA CONSIDERARE UNA STELLA ANCHE DAI TUOI COMPAGNI DI FEDE.

CRISTO, ALFA E OMEGA

FU DEPOSTA IL 5 LUGLIO
(trad. G. Lettich)

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e

QUI RIPOSA NEL SIGNORE AURELIO CIRINO, FIGLIO DI EVANGRIO,
ORIGINARIO DEL VILLAGGIO DI SECLA IL QUALE VISSE DUE ANNI E OTTO MESI.

La diffusione cristiana e la formazione della sua stessa gerarchia nell’area concordiese poterono avvenire solo dopo l’editto di Milano, promulgato da Costantino nel 313, con cui cessarono le persecuzioni. Verso la fine del IV d.C., la locale comunità cristiana provvide alla costruzione della Basilica Apostolorum Maior, sull’area in precedenza occupata da edifici adibiti a magazzino e a residenza abitativa risalenti al I sec. d.C., e sulle cui ceneri sarebbe poi sorta la basilica altomedioevale e l’attuale chiesa dedicata a Santo Stefano protomartire. All’interno l’impianto si presentava a tre navate, definite da colonne di marmo greco, ed era impreziosito dalla pavimentazione a mosaico con decorazioni legate alla simbologia cristiana. L’abside, pavimentato a mosaico con decorazioni allegoriche cristiane, avrebbe custodito le reliquie di S. Giovanni Battista, S. Giovanni Evangelista, S. Andrea, S. Tommaso e S. Luca.

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Nel 389 d.C., il vescovo di Aquileia, Cromazio, dopo aver pronunciato il sermone “in dedicatione ecclesiae Concordiensis”, dedicandola ai santi apostoli, e provvide a consacrare il primo vescovo di Concordia, il cui nome non ci è pervenuto: “meruit enim sanctus vir, frater et coepiscopus meus, summo sacerdotio honorari, qui per huiusmodi munera sanctorum, honoravit Ecclesiam Christi sacerdotis aeterni” (Sermones, XXVI). Inoltre, sempre a Concordia, attestando sempre più l’importanza della città, l’11 maggio del 391 d.C., Teodosio e Valentiniano II promulgavano due editti: “De fide Testium” e “De apostatis”, secondo le quali gli apostati erano privati di ogni diritto civile e politico. In quegli anni, Concordia diede i natali al celebre monaco Ruffino Turranio (345 – 411), amico fraterno di Gerolamo fino allo scoppio della crisi origenista e poi da lui trattato come acerrimo nemico, accusandolo fra le altre cose di accostare personaggi dall’ortodossia ineccepibile agli eretici. Probabile autore della “Historia monachorum”, scrisse opere polemiche e storiche, nonché l’opera catechetica Expositio Symboli, illustrando il simbolo apostolico in uso nella chiesa di Aquileia e l’esegesi del capitolo 49 della Genesi.

Concordia conobbe gli anni scuri delle invasioni barbariche, come conobbe l’ira degli elementi naturali, come l’alluvione del 589 d.C., descritta da Paolo Diacono nella sua “Historia Langobardorum”, ma seppe sopravvivere e di ciò sono grande testimonianza i monumenti paleocristiani e altomedievali sul suolo di quella che era stata una città di frontiera.

 

IL RECINTO FORTIFICATO DI GIAON DI LIMANA

Una semplice rotonda, come tante altre costruite negli ultimi anni sulla strada provinciale, che da Belluno conduce a Feltre, nasconde un tesoro nascosto, un luogo dove cultura e natura, antico e moderno si incontrano, armonizzandosi in un paesaggio suggestivo da lasciare senza fiato il visitatore. Lasciato alle spalle il centro di Limana e diretti in Valpiana, ci si immerge nella magia dei “Miracoli di Val Morel”, ed è facile lasciarsi ammaliare dall’atmosfera, creata dalla penna di Dino Buzzati. Il grande scrittore e poeta lasciò detto che “il paese di Valmorel esisteva ancora, tale e quale. Esistevano i colli, le ripe scoscese, le vecchie casere, le modeste rupi affioranti, il Col Visentin, esisteva ancora intatto l’incanto del tempo dei tempi”; intuendo qualcosa che solo le moderne indagine storico archeologiche hanno cominciato a far emergere. La fascia collinare della Valpiana ha conosciuto una lunga frequentazione umana, che affonda le sue radici nelle popolazioni dell’Età del Ferro provenienti dalla pianura, per culminare nei Cavalieri dell’Ordine Teutonico di San Pietro in Tuba.

Tra le testimonianze lasciate dall’uomo vi è quella, che, i cartelli dell’itinerario turistico de “I Miracoli di Val Morel”, ricordano come il “Villaggio fortificato della Madonna di Parè”, situato nella frazione di Giaon, lungo la strada verso la Valpiana. Verso la fine degli anni ’70, a pochissima distanza della chiesetta dedicata alla Madonna di Parè, un piccolo edificio dall’incerta datazione originaria, degli appassionati dell’Associazione “Amici del Museo” di Belluno, i quali si trovarono a perlustrare un’altura, le cui caratteristiche e, soprattutto, i racconti dei locali facevano ben sperare di trovare qualcosa di interessante.

 

 

Dopo una semplice ricerca di superficie furono individuate delle murette, che legavano i massi erratici presenti, creando una sorta di cinta fortificata ovale di circa duecento metri con un’area circoscritta di circa 2400 metri quadri. L’accesso al villaggio era posto a meridione e si costituiva di una rampa ricavata da una sovrapposizione di pietre disomogenee a secco. Difeso dalla scarpata a nord ovest, i lati sud-est, più vulnerabili, il sistema difensivo era costituito da mura in laterizio ancorato da malta; ed era anticipato da una trincea. All’interno si poterono osservare delle murature basamentali, che furono indentificate come fondazioni di abitazioni e di un ambiente di notevoli dimensioni privo di pavimentazione (7 X 15 m.), interpretato come un ricovero per animali o come un edificio di culto. Agli inizi del 1994 venne compiuta una nuova ricognizione, che, in linea di massima, confermò quanto evidenziato nella precedente, compreso la datazione attribuita all’alto medioevo.

 

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Il sito appare provvisto di un sistema fortificatorio – la cui realizzazione risulta piuttosto disomogenea e la stessa esecuzione figura qualitativamente scarsa – che rileva da parte della popolazione circostante l’urgenza di erigerlo in presenza di una minaccia incombente. Inoltre, la planimetria delle murature rilevate non sembra delineare un abitato rurale arroccato, all’interno del quale di norma le dimore e i stallaggi trovavano disposizione sull’intera superficie senza alcun schema preordinato e senza un’ottica di lungo termine. L’insediamento, invece, sembra ricalcare il genere dei “refugia” in altura tardo antichi, che si caratterizzano per la presenza di recinti, coperti o meno, per gli armenti e la quasi assenza di edifici abitativi, dal momento che erano riservati ad alloggiare per un tempo limitato le persone e gli animali, in vista di un pericolo. Le strutture identificate potrebbero delineare dei vani seminterrati, nei quali venivano conservate le granaglie e gli utensili, sopra dei quali vi erano delle capanne di legno. Una struttura del genere presuppone un latente stato d’incertezza vissuto da questa popolazione, il che offrirebbe qualche indizio sulla sua stessa datazione, rimandando al V secolo, al collasso del sistema difensivo imperiale, allorché per la difesa si fece ricorso a soluzioni locali.

 

 

Curiosa a questo proposito la tradizione, non supportata da alcuna evidenza archeologica, sulla fondazione della vicina chiesa della Madonna del Parè, che la farebbe risalire al V secolo.
Comunque sia, ogni proposta interpretativa potrà essere avanzata solo alla luce di un ampliamento delle indagini. Tutto dovrà attendere il vaglio di approfondite campagne di ricerca, ma, data la consonanza cronologica e culturale con altre esperienze similari vicine, non sorprenderebbe molto se il piccolo colle, all’apparenza privo di un significato particolare e lasciato alla vegetazione, rivelerà una storia lunga di secoli, per lo più sconosciuta.

 

Il castello di Cavarzere

Cavarzere è l’ultimo lembo di terra veneziana, confinando con l’antica città di Adria e, più in generale, con la fertile pianura polesana. Oggi il suo territorio è visivamente costituito da distese senza fine di appezzamenti agricoli, coltivati in maniera estensiva. Nel passato, numerosi acquitrini occupavano parte di questi territori, rendendo l’area in buona parte malsana. La costruzione di canali di scolo e la rettificazione degli alvei dei canali, presenti in grande quantità, permisero la bonifica del suolo.
Il centro abitato è attraversato dal fiume Adige, il cui percorso attuale risale al terribile sconvolgimento idrografico, che cambiò il paesaggio fluviale del basso Veneto, tra cui la terribile alluvione del 17 ottobre del 589 d.C., descritta da Paolo Diacono nella sua “Historia Langobardorum”:
“Eo tempore fuit aquae diluvium in finibus Veneciarum et Liguriae seu ceteris regionibus Italiae, quale post Noe tempore creditur non fuisse. Factae sunt lavinae possessionum seu villarum, hominumque pariter et animantium magnus interitus. Destructa sunt itinera, dissipatae viae, tantum tuncque Atesis fluvius excrevit, ut circa basilicam Beati Zenonis martyris, quae extra Veronensis urbis muros sita est, usque ad superiores fenestras aqua pertingeret…Urbis quoque eiusdem Veronensis muri ex parte aliqua eadem sunt inundatione subruti” Historia Lang., III, 23).

“In quel tempo si abbatté sul territorio delle Venezie e della Liguria e su altre regioni d’Italia un diluvio quale si crede non si fosse più verificato dai tempi di Noè. Per le acque smottarono terreni e ville e grande fu la strage di uomini e di animali. Furono cancellati i sentieri, distrutte le strade e il fiume Adige di ingrossò tanto, che l’acqua intorno alla basilica di San Zeno martire, fuori dalle mura di Verona, arrivò all’altezza delle finestre superiori, pure se … Anche le mura di Verona furono in parte abbattute da quella inondazione”
(trad. Lidia Capo)

Le origini della città non sono certe, come incerti sono i legami con la vicina Adria, per quanto verosimili. Alcune testimonianze successive, invece, riescono a sagomare l’età della romanizzazione, grazie, per esempio, all’individuazione di alcuni tratti del reticolo stradale presente nel territorio.
Comunque sia, Cavarzere è ricordata nei più tardi trattati, stipulati tra le autorità lagunari e i Longobardi o gli imperatori del Sacro Romano Impero, quale il “Pactum Lotharii”, sottoscritto il 23 febbraio 840 dal doge Pietro Tradonico e l’imperatore carolingio Lotario I.
Per quanto fortificata, la città subì saccheggi e rovinose devastazioni, a causa delle ostilità che la videro in prima linea nei conflitti tra l’Esarcato di Ravenna e i Longobardi del re Liutprando, durante la guerra tra Venezia e i Franchi di Pipino, nell’809, e, infine, con le razzie dell’IX e X secolo degli Ungheri.
La cerchia muraria, eretta secondo la tradizione dal doge Deusdedit nella prima metà del VIII secolo d.C., era munita di torri e si snodava per una lunghezza di oltre duecento metri. Ubicato in prossimità dell’Adige, non ancora racchiuso da argini, controllava un tratto del fiume, il cui alveo si restringeva molto, permettendo, di fatto, il controllo delle imbarcazioni in navigazione e dei loro carichi.

Sul nome della località, “Caput Aggeris” si è scritto molto. Alcuni storici del passato collimarono il toponimo con le opere di difesa fluviale, tra i quali lo storico chioggiotto Carlo Bullo.
“Vuolsi che il nome di Cavarzere derivi da Caput Aggeris ossia Capo d’Argine detto anche Caputargilis e Caput Argelle nei mezzi tempi e che tale denominazione le venisse dall’esser costruita in capo dell’argine dell’Adige, perocché in quel punto si pretende che anticamente finissero le arginature di quel fiume” (C. Bullo, Cavarzere e il suo territorio, 1864, p. 9).

Altri studiosi, più verosimilmente, individuavano nella funzione militare della città l’origine del nome stesso, dato che l’arginatura nel cavarzerano avvenne secoli dopo, comunque dopo il XVI secolo. Marco Antonio Sabellico, infatti, ricorda “…Caput Aggeris, Venetorum oppidum recipiunt” (Historiae rerum Venetarum ab Urbe condita, 1556, Libri 33, p. 471), o l’Alberti, che riporta “Poscia evvi Capo di Bastiono, fabbricato nel principio della edificazione di Venezia, ai confini di essa, per sicurezza di questo lato”. (L. Alberti, Descrittione di tutta l’Italia, Venezia 1596. In Laguna, a cura di C. Semenzato, Venezia 1992, Tomo II, p.196).

 

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Miniatura del XV, Leone di san Marco con sfondo le mura di Cavarzere

 

Nel 1636, anno in cui si ebbe la consacrazione della nuova chiesa, dedicata a San Giuseppe, la rilevanza militare della fortificazione era ormai venuta a meno e, nel corso di poco tempo, venne smantellata spogliandola dei suoi materiali costitutivi per nuovi fini edificatori, scomparendo del tutto.

 

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Cavarzere in un disegno del XVII secolo

 

Nell’estate del 2011, in occasione di alcuni lavori nell’area tra la via Danielato e via dei Martiri, sono tornate alla luce le tracce della chiesa dedicata alla Maddalena, edificio risalente almeno al XIV secolo, e la vicina area cimiteriale; mentre nella vicina piazza Vittorio Emanuele sono emerse la base di una torre e delle strutture, che sono state identificate nelle mura del castello.

 

 

Effettuati i rilievi del caso, purtroppo è mancato il coraggio di qualificare i resti nel contesto urbano attuale, seppellendoli nuovamente, tranne una piccola porzione resa a vista, con la presenza di alcuni pannelli illustrativi.