Giuseppina Turrisi Colonna, “Sol Patria spira i più fervidi carmi al petto mio!”. L’addio di Lord Byron all’Italia

Alfin partia. Chi del crudel momento
può narrar le memorie ed il dolore,
e ciò che disse ai monti, all’acque, al vento
di quella terra ove lasciava il core?
Oh come quel dolcissimo lamento
fu travolto per ira o per livore!
Qual menzognero addio sulle divine
labbra pose un Francese, un Lamartine?

Taci! L’italo amor del mio Britanno,
g’itali sensi, oh male, oh mal comprendi:
non all’Italia no; ma frutteranno
onta infame a te stesso i vilipendi.
Italia morta? e innanzi a te non stanno
ancor vivi, temuti, ancor tremendi
Ugo, Alfieri, Canova’ e presso a questi
sì magnanimi Eroi, dinne, che resti?

Quella terra, quel ciel che l’innamora,
pien di mille pensier, di mille affetti,
Giorgio saluta dalla mesta prora
coi sospiri, coll’anima, coi detti:
chi non sogna di te? chi non t’adora,
o bella Patria d’ animosi petti,
bella Patria dell’arti! il viver mio
tu che allegrar potesti, Italia, addio.

Italia! Italia! com’è dolce il suono
della celeste armonica favella!
Nel ciel, nelle odorate aure, nel dono
d’ ogni cosa gentil, come sei bella!
di foco è l’alma dei gagliardi, sono
di foco gli occhi d’ ogni tua donzella;
e da quegli occhi, da quell’alme anch’io
se il bel foco ritrassi, Italia, addio.

Ahi! per le sette cime e per le valli
Dei famosi che avean la terra doma,
più non s’urtan guerrieri, armi, cavalli,
più non suona il trionfo Italia e Roma;
nè più s’avventa ai minacciosi Galli,
sanguinoso gli artigli, irto la chioma,
il gran Leon di Marco, e steso e muto
anco abborre l’Eroe che l’ha venduto.

Venduto! ahi rabbia! qual vergogna è questa,
qual crudo patto, quale iniquo orgoglio!
L’italo sangue avrai sulla tua testa
o snaturato nell’ infame scoglio.
Tu le piaghe sanar d’Italia mesta,
Tu rialzar dovevi il Campidoglio,
Tu di Cammillo erede, il brando e il senno
Vendesti ai figli che scendean di Brenno.

Fioria d’ogni virtù, d’ogni divina
arte di pace questo suol fioria,
e il tuo brando recò fatal ruina,
e libertà peggior di tirannia.
Oh bugiardi Licurghi! oh Cisalpina,
oh congrega di ladri, oh peste ria!
Fu per l’italo suol, fu crudo inganno
se Marengo vincesti e l’Alemanno.

Com’ aquila fra i nembi, o come lampo
terribil passa, egli passò l’invitto;
e copre mesto, solitario campo
il terror dell’Italia e dell’Egitto.
Io, benché tutto alla memoria avvampo
di tanto Eroe, di sì fatal conflitto,
io fremo, e dico: se vittoria il guida,
la comprò col delitto il parricida!

Oh perdona all’ ingrato! oh alfin riposa
dopo tanto dolor, tanto contrasto,
e a più bei studi intenta, o Generosa,
spregia l’armi crudeli e spregia il fasto:
teco, Madre d’Eroi, teco avrò posa
io che a soffrir la vita, ohimè! non basto.
ritornerò più grande; il cener mio
qui dormirà compianto: Italia, addio.

Deh posa, posa: troppo dolce e santo
è d’una pace desiata il raggio;
ma pace bella d’ogni nobil vanto,
non ozio d’infingarde alme retaggio.
Divina Italia! con che amaro pianto
vado altrove a cercar lodi al coraggio;
pur Grecia sogno, e mi vi chiama un Dio…
Addio, Patria mia vera, Italia addio.

Mariannina Coffa, una “dolce armonia che ai cieli aspira”, Psiche

Datemi l’arpa: un’armonia novella
trema sul labbro mio …
Vivo! Dal mio dolor sorgo più bella:
canto l’amore e Dio!

Psiche è il mio nome: in questo nome è chiusa
la storia del creato.
Dell’avvenir l’immago è in me confusa
coi sogni del passato.

Piche è il mio nome: ho l’ale e son fanciulla,
madre ad un tempo e vergine son io.
Patria e gioie non ho, non ebbi culla,
credo all’amore e a Dio!
Psiche, chi mi comprende? Il mio sembiante
Solo ai profani ascondo;
e nei misteri del mio spirto amante
vive racchiuso un mondo.

Nei più splendidi cieli e più secreti
sorvolo col desio:
nata ad amar, sul labbro dei Profeti
cantai l’amore e Dio.

Psiche è il mio nome: un volgo maledetto
pei miracoli miei fu mosso a sdegno,
e menzognera e stolta anco m’han detto,
mentre sui mondi io regno!

Eppur le voci d’una turba ignara
fra i miei concenti oblio:
nello sprezzo dei tristi io m’ergo un’ara
e amor contemplo e Dio.

Psiche! Ogni nato colle ardenti cure
di madre io circondai,
e il supplizio dei roghi e le torture,
figlia del ciel, provai.

Nell’infanzia dei tempi, il gran mistero
d’ogni legge fu servo al genio mio:
di Platone e di Socrate al pensiero
svelai l’amore e Dio!

L’arte, le scienze, le scoperte, i lenti
progressi dell’idea, chi all’uomo offria?
Io sui ciechi m’alzai, fra oppresse genti
schiusi al pensier la via.

Psiche è il mio nome…il raggio della fede
rischiara il nome mio:
e, Umanità, chi al nome mio non crede
rinnega amore e Dio!

Ogni lingua, ogni affetto, ogni credenza
col mio potere sublimar tentai:
serbando illesa la divina essenza,
forma, idioma ed essere mutai.

Or vittoriosa, or vinta, or mito, or nume,
or sobbietto di scherno, or di desio,
col variar di lingua e di costume,
svelai l’amore e Dio!

Pria che fosse la terra, io le nascose
fonti del ver mirai:
vissi immortale fra le morte cose,
me nel creato amai.

Eppure la terra non comprese ancora
le mie leggi, il mio nome, il senso mio:
conosce il mio poter…sol perché ignora
che Psiche è amore e Dio!

Dio, Psiche, Amor! Si vela in tal concetto
il ver, la forza, l’armonia, la vita:
son tre mistiche fiamme e un intelletto
che un nuovo regno addita.

O Umanità! La scola del passato
copri d’eterno oblio, …
quel Bene che finora hai vagheggiato
è Psiche, è Amor, è Dio!

 

 

Un ponte romano sulla Via Annia. Una seconda vita?

Qualche giorno fa, in una delle mie tante peregrinazioni tra le strade secondarie della viabilità veneziana, a causa dell’ennesimo incidente sull’A 4, mi sono trovato a percorrere il tratto della Triestina, che divide la cittadina di Ceggia. Qualche chilometro ancora e mi sono trovato di fronte al crocicchio a me molto caro, dato che una laterale conduce al mio vecchio amico: il ponte romano dell’antica Via Annia. Devo confessare che all’inizio il desiderio di rivederlo non era in cima ai miei pensieri, anzi. Le sue condizioni, come evidenziato in un mio precedente post, mi avevano impietrito. Fare i conti con il degrado che caratterizza molti dei nostri siti archeologici, storici o naturalistici, non è mai semplice, anche se parliamo di un piccolo e marginale ponte, una delle tantissime testimonianze del passato che impreziosiscono il nostro meraviglioso Stivale. Le imprecazioni non servono a nulla, anche se escono naturalmente dal plesso solare. Sono solo delle sterili parole senza senso. Poi, senza un perché, forse un semplice saluto ad un amico in camera caritatis, ha guidato lo sterzo dell’auto e, pochi minuti dopo, la sorpresa.
Capita di rado, ma alle volte i piccoli miracoli accadono, se magari aiutati.

IMG_5598

 

IMG_5597

 

IMG_5583

 

 

IMG_5584

 

IMG_5585

 

IMG_5586

 

IMG_5587

 

IMG_5588

 

 

IMG_5590

 

 

La sfida dell’informazione

GOOD NEWS, il blog di Gianluca Amadori

Mai come oggi il ruolo del giornalismo è decisivo per difendere le nostre libertà, per aiutarci a formare una coscienza critica, per consentire a ciascuno di noi di capire qualche frammento della complessità che ci circonda.

Eppure, in una fase di cambiamenti epocali, il mondo dell’informazione professionale non sembra ancora pronto ad accettare la sfida, ingessato in vecchi modelli, non sempre capace di esercitare pienamente la propria funzione, troppo spesso annacquata in un grande “minestrone” all’insegna del “tutto fa spettacolo”.

Con l’avvento del digitale il giornalismo ha perso il monopolio dell’informazione e l’unica possibilità che gli resta è di alzare il livello qualitativo. Invece assistiamo ad un rincorrersi di volgarità, urla, propaganda e fake news: lo stesso livello del chiacchiericcio isterico e iroso che caratterizza i social.

Invece di puntare su approfondimenti, lavoro di ricerca autonomo, i media professionali troppo spesso preferiscono limitarsi a rilanciare i tweet di qualche politico…

View original post 214 altre parole

Tullia d’Aragona, “Fasseli gratia per poetessa”. Rime. Al Duca di Firenze.

Se gli antichi pastor di rose e fiori
sparsero i tempii, e vaporar gli altari
d’incenso a Pan, sol perché dolci e cari
avea fatto a le Ninfe i loro amori:

quai fior degg’io Signor, quai deggio odori,
sparger al nome vostro, che sian pari
a i merti vostri, e tante, e così rari,
ch’ognor spargete in me grazie e favori?

Nessun per certo tempio, altare, o dono
Trovar si può di così gran valore,
ch’a vostra altra bontà sia pregio eguale.

Sia dunque il petto vostro, u’ tutte sono
Le virtù, tempio; altare, il saggio core;
Vittima, l’alma mia, se tanto vale.

ALVISOPOLI, UN UTOPIA SETTECENTESCA

Sul finire del Settecento, a ridosso del piccolo centro rurale di Fossalta di Portogruaro, sottile cerniera tra la provincia di Venezia e la friulana Pordenone, un uomo, figlio del migliore Illuminismo, ebbe la rara possibilità di vivere la sua utopia idealistica.
Il suo nome era Alvise Mocenigo e nacque a Venezia il 10 aprile 1760 da Alvise V Sebastiano e da Chiara Zen, maggiorenti di un casato tra i più influenti e facoltosi della città lagunare d’allora. Nel 1790, presa in mano – in maniera alquanto disinvolta – la gestione delle proprietà della famiglia, Alvise intraprese un ambizioso progetto urbanistico, attraverso il quale gettò le basi di una città del tutto autosufficiente e funzionale, trasformando un vasto latifondo in un esperimento piuttosto articolato, sia dal punto di vista urbanistico che di significato sociale, nonché dai costi che si presentarono piuttosto elevati. Ma, alla fine, si trasformò in un’esperienza sociale e produttiva di grande rilievo storico.
Il latifondo, conosciuto sotto il nome di Molinat, era un ambiente paludoso, desolato e malsano, attraversato per lunghi tratti da un fiume di risorgiva; una terra nella quale la regina indiscussa era la malaria, l’aria insalubre, e, come lasciò scritto lo stesso Mocenigo, “una settantina di miseri formavano tutta la popolazione, gonfi di ventre, gialli di fisionomia, di cortissima vita”.

Tra le fonti da cui Alvise dedusse l’ispirazione per costruire la sua città notevole peso ebbero le idee di Pietro Giannini e Gaetano Filangieri, in piena sintonia col Secolo dei Lumi. Peraltro, frequentava l’Accademia degli Estravaganti, come era di casa nella più famosa Arcadia. A sua volta prese ad esempio Ferdinandopoli, la Comunità agricolo manifatturiera di San Leucio sorta nei pressi di Caserta, per volontà di Ferdinando di Borbone, re delle Due Sicilie.

San_Leucio
edifici della Comunità di San Leucio

La città di Alvise, che poté chiamarsi Alvisopoli nel 1800 grazie al governo austriaco, era impostata secondo criteri tra i più moderni della scienza agraria del tempo, integrata da una stretta filiera che si occupava della trasformazione dei prodotti e la distribuzione degli stessi sul mercato. Tra le produzioni, ad esempio il Mocenigo, ricordò “sopra l’uva, come sopra diverse altre materie, e con quali maggiori o minori mezzi si potesse estrar lo zucchero…Alle api e al miele dunque si rivolse il pensiero”. A queste si aggiunsero la coltivazione del riso, attraverso le più moderne tecniche piemontesi, la filatura di vari tessuti e la conceria.
Il grande lavoro di bonifica e la stessa città abbisognava di una nuova popolazione; e questa fu trovata nei possedimenti dei Mocenigo sparsi per tutto il Veneto: nuclei familiari di contadini e braccianti arrivarono dal vicentino, dal padovano e dal veneziano, in particolare dai dintorni della località di Cavarzere.

Dopo di che si intraprese la canalizzazione delle acque, attraverso l’escavo di due canali scolatori, il Taglio e il Fossalone, quindi si passò al rimboschimento dell’area, introducendovi diverse specie arboree. Allo stesso tempo si costruirono a villa padronale, le barchesse a loggia in stile dorico, la scuderia, la cantina, che delimitano un grande giardino all’italiana. Poco lontano le case coloniche e gli edifici adibiti alla lavorazione dei prodotti, quale il mulino, la fornace, la filanda, la conceria e per la pilatura del riso; non mancavano i fabbricati per la vita di ogni giorno: la chiesa, le scuole, la farmacia e una locanda.

IMG_2927
La villa padronale
IMG_1496
Le case coloniche
IMG_1494
edificio per la pilatura del riso
IMG_1497
Palazzo dell’amministrazione
IMG_1492.JPG
barchessa di sinistra
IMG_1498.JPG
barchessa di destra e il cantinone

La villa, eretta tra il 1803 e il 1805 su progetto dell’architetto bassanese Giovanni Battista Balestra, sulle fondamenta di un precedente edificio dominicale, era completata da un parco di ben otto ettari, dove un fosso di risorgiva alimenta piccole canalette e uno stagno, ricoperto da splendide ninfee. Il rigoglioso scenario naturale è costituito da un antico bosco di pianura, composto da farnie e roveri, a cui si alternano le betulle, gli aceri, i carpini bianchi, i frassini o alberi centenari non nativi, quali ad esempio, gli ippocastani o i cedri, oltre a numerose specie arbustive ed erbacee. Qui cresce una rosa rara ed unica: la rosa Moceniga. La sua presenza non è sempre vistosa, a volte la si nota appena, seminascosta dalla vegetazione, altre volte spicca fra le altre specie erbacee. Nel corso delle sue fioriture, due volte all’anno – in inverno e in primavera – i suoi petali cambiano colore: da un colore rosso passa al rosa e al candore del bianco.

rosa-MOCENIGA
La rosa Moceniga

Nella tipografia, allestita nel 1810 prima di essere trasferita a Venezia nel 1814, si vennero a pubblicare con il la marca tipografica dell’ape con il motto Utile Dulci, numerose opere di grande spessore letterario e saggistico, tra le quali l’Inno alla Pace di Giovanni Paradisi, che celebrò le nozze di Napoleone con Maria Luisa d’Austria, o le Api Panacridi di Vincenzo Monti.

IMG_0360
chiesa di San Luigi

La chiesetta, sorta sulle preesistenze di un oratorio intitolato a Sant’Antonio, venne edificata sulla base delle considerazioni del Balestra e del Canova. Disposta all’esterno della villa padronale, aperta all’intero complesso, era ed è dedicata a San Alvise e a San Luigi di Gonzaga. Nel 1843, Lucia Memmo, moglie di Alvise, mise mano alla chiesa, realizzando le due navate laterali e il coro. Inoltre, dispose che venissero qui trasferite molte delle opere, in precedenza custodite nell’oratorio di Cà Memmo di Cendon di Silea, in provincia di Treviso. Notevoli, tra questi, i due angeli marmorei, attribuiti a Giusto Le Court. Infine, nel 1907, fu eretto il campanile.

cendon13
oratorio di Cà Memmo

 

IMG_0358
il campanile

Con la morte dell’ultimo discendente della famiglia Mocenigo, Alvisopoli conobbe un processo di trasformazione e di abbandono. Nel 1983, l’intero complesso venne acquistato dall’allora IACP di Venezia, oggi Ater di Venezia, che decise il restauro, destinandolo a residenza, pur realizzando un recupero globale dell’antico centro. Dopo il recupero della villa, delle scuderie, dove si sono ricavati altri alloggi di edilizia popolare, negli ultimi anni sono stati ristrutturate le barchesse e le cantine, creando uffici e spazi per eventi ed esposizioni temporanee, estesi al giardino e al parco.

L’articolato intervento di restauro del complesso monumentale e naturalistico ha permesso la restituzione alla comunità di un bene, con una storia che rischiava di andare perduta.

Oltre al valore storico rappresentato dall’idea moderna e progressista di Alvise Mocenigo, la realizzazione del complesso/borgo da lui ideato, merita una profonda riflessione che, a mio parere, dovrebbero fare molti urbanisti nella ideazione di città moderne. Create sulla base dei bisogni contemporanei dell’urbanizzazione, ma fatti in maniera razionale e non estemporanea. Con l’idea e il presupposto di lasciare qualcosa di utile e duratura per chi sarà dopo di noi.