Il parco rupestre di Lama D’Antico, San Giovanni e San Lorenzo

Poco lontano dal borgo marinaro di Savelletri, nel comune di Fasano (Br), si nasconde uno degli insediamenti rupestri più significativi della Puglia. Si tratta del parco rupestre di Lama D’Antico, San Giovanni e San Lorenzo. E’una realtà poco conosciuta o relegata ai margini, se posta in relazione alle splendide vestigia della vicina città romana di Egnatia. Molte guide locali ne tracciano la storia in poche righe, riservando molte pagine alle meraviglie vicine; ma per gli studiosi l’insediamento rupestre di Lama d’Antico è uno dei punti di riferimento imprescindibile per la conoscenza della storia medioevale pugliese.
Per quanto non sia sopravvissuto alcun documento che possa far conoscere fatti, vicissitudini, situazioni che hanno determinato i mutamenti nella vita della comunità di Lama D’Antico, tuttavia, la memoria storica riesce ad ovviare ad una tale assenza documentaria, offrendo ciò che era stato l’insediamento nei tempi andati, al lavoro che vi si svolgeva al suo interno e al trascorrere della vita di ogni giorno, compresa la propria religiosità.

In linea di massima, le sue origini vengono fatte risalire all’abbandono della città di Egnatia, avvenuto tra il X – XI secolo d. C., anche se taluni ritrovamenti sporadici hanno indotto qualche studioso locale a retrodatare le origini alla lontana preistoria. Comunque, a tutt’oggi nessuna evidenza archeologica lo attesterebbe. Il picco lo raggiunse tra il XII e il XIV secolo, allorché la comunità raggiunse poco meno di un migliaio di abitanti: un numero davvero ragguardevole, almeno per quei tempi. Come per altri agglomerati coevi, e non solo pugliesi, trasse la propria fortuna dallo snodarsi di un tracciato stradale di epoca romana, che transitava nel bel mezzo dell’insediamento: la Via Appia Traiana. Lo storico Renato Stopani evidenzia che “tra la fine dell’XI secolo e l’inizio del XII, con le prime Crociate, tutto il sud d’Italia sarà investito da una intensa corrente di transiti e il sistema viario imperniato su quella che è ormai ovunque chiamata via Francesca o via Francigena si consoliderà ulteriormente e la Puglia, per il cospicuo transito di uomini e di merci facenti capo ai suoi porti, andrà assumendo il ruolo di primo intermediario tra l’Occidente e il Levante. Reso sicuro dalla pax normanna, il percorso erede della Appia Traiana diverrà l’itinerario terrestre privilegiato dai contingenti crociati per giungere ai porti pugliesi” (La Via Traiana nel Medioevo). Dopo di che l’insediamento conobbe uno spopolamento, graduale ma inesorabile, fino ad arrivare al totale abbandono nel secolo passato.

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Dopo aver posteggiato l’auto nella area adibita a parcheggio e raggiunto il centro visite, si scende nella lama (sottile e sinuoso crinale che separa delle piccole valli di un versante a calanchi), si superano due grandi grotte adibite ad abitazione

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ed ecco la chiesa rupestre, una delle manifestazioni culturali di estrema importanza, per il sincretismo artistico e architettonico tra motivi greci e latini, nonché per la sua insolita collocazione nel contesto urbano. A differenza delle altre chiese rupestri, per lo più sorte ai margini del centro abitato, quella di Lama D’Antico venne eretta nel nucleo del villaggio, lambendo quasi la via Appia Traiana.

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La chiesa, la cui dedicazione è sconosciuta, si sviluppa in una doppia navata irregolare secondo l’orientamento liturgico, suddivisa in tre campate, la cui centrale – eretta mediante eliminazione della roccia aggettivante superiore – era ricoperta da tegole di terracotta, mentre le altre due laterali sono coperte da volte a botte su base quadrata. All’interno si ammirano numerosi elementi architettonici – tra i quali la cattedra vescovile scavata nel tufo -, che la cingono per il suo intero perimetro, e doveva essere completamente tappezzata di affreschi, sia all’esterno che all’interno. Anche se possiamo farcene in larga misura un’idea, tuttavia, oggi, ricostruire lo svolgersi dei temi e delle sequenze iconografiche è diventato un compito difficile, se non impossibile, dato che le pitture si presentano ormai ad uno stato quasi sinopiale.

 

Ritornati all’esterno, numerose grotte, artificiali e naturali, lasciano il posto ad una grande cavità, utilizzata quale ricovero per gli animali.

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Le grotte adibite ad abitazione presentano ancora i segni interni ed è possibile inquadrare le diverse destinazioni d’uso dei singoli spazi. Così, con un po’ di fantasia, è facile riconoscere il locale per la notte, come è facile intravvedere la dispensa o la vasca per l’acqua o, ancora, i cavicchi sporgenti o incavati dove si depositavano gli oggetti di ogni giorno.
Il villaggio era dotato di un articolato sistema per l’approvvigionamento idrico. Delle canalette raccoglievano l’acqua e la trasportavano nelle cisterne di decantazione, dove avveniva la depurazione, necessaria per renderla potabile.
In fondo alla lama, lontano dalle abitazioni, si trova una grande cavità artificiale, adibita alla lavorazione di pelli e tessuti.
Una serie di canalette trasportavano le acque di scarto della conceria, pezzi di carne animale e pellame, lontano dal sistema idrico che attraversava la città; insomma un sorprendente smaltimento dei rifiuti, almeno per la sensibilità di quell’epoca. La conceria, in seguito, venne riadattata per l’esclusivo uso pastorale.
A qualche chilometro, verso l’interno, in direzione del centro di Fasano, è possibile visitare altri due insediamenti rupestri, anch’essi inseriti nel Parco rupestre: la chiesa e il villaggio rupestre di San Giovanni all’interno della lama Tammurrone e il vicino insediamento di San Lorenzo.
Ne vale la pena, senza dubbio.
Non lontano, sorgono altri insediamenti degni di nota. Sono quelli di Coccaro, di Santa Virgilia, di Lama Cupa, di San Basilio, di Seppannibale, di San Francesco, di San Nicola, di Falcianello e dei Santissimi Andrea e Procopio. Pertanto, al viaggiatore curioso, che si appresta a visitare queste straordinarie terre, non si fermi alle perle – culturali e naturalistiche – più conosciute della costa di Fasano o della più ampia Valle d’Itria, ma dedichi un po’ del proprio tempo, per visitare, facendosene propria, una delle esperienze umane più interessanti del medioevo pugliese.

La Torre di Rai di San Polo di Piave

Tra i molti gioielli che la Marca serba nel suo territorio vi è una torre di epoca medioevale, che si nasconde timidamente nella piccola borgata di Rai nel Comune di San Polo. Gli scarsi e quanto mai bizzarri ruderi della torre si trovano sul ciglio di una strada sterrata a qualche metro da una delle più rinomate aziende vinicole del Veneto – chi non ha gustato un calice dei vini della Cà di Rajo – e a un centinaio di metri dalla parrocchiale, dedicata a Santa Maria Maddalena. Non ne rimangono che due tronconi, abbracciati come un tutt’uno con la boscaglia, che sembra velare la forma originale dell’edificio.

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Quello che rimane della torre si erge sopra una motta di pochi metri, la cui altezza è poco meno di cinque metri, sul piano di campagna. La tradizione erudita locale vorrebbe attribuire alla motta un’origine romana; tuttavia, uno scavo compiuto nel lontano 1935 (Ercolino, 1999, pp. 85-88), ha evidenziato che le basi della torre traggono il proprio fondamento dalla base di campagna, escludendo di fatto l’eventualità che la fortificazione sia stata eretta sopra un manufatto di età antica. Probabilmente, la fondazione risale alla fine del XIII secolo e, forse, la sua particolare conformazione è legata alla vicina presenza degli alvei secondari del fiume Piave, oggi visibili nelle foto da satellite. Il riporto di materiale, che costituisce la motta, trovava una sua giustificazione nel contrasto delle tante esondazioni del reticolo fluviale, proteggendo di fatto i beni del proprietario dell’edificio fortificato.

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La storia della torre racconta di assedi e saccheggi, come ogni altra torre medioevale, ma i tormenti finali e, soprattutto più devastanti, appartengono alla storia più recente. La torre ancora integra nelle sue parti venne fatta brillare dagli austriaci nel novembre del 1918, volendo evitare che divenisse un posto di osservazione per le truppe italiane, quindi il 15 febbraio del 1925 una tormenta violentissima terminò quanto iniziato dai soldati di Carlo I d’Austria.
E’ vero, a vederla oggi, appare una semplice torre medioevale, una delle migliaia che troneggiano sui borghi italiani, ricordandoci “delle donne, dei cavalieri, delle battaglie, degli amori”, ma è anche vero che rappresentò uno dei tanti magli, attraverso i quali i Collalto, la nobile casata di origine longobarda, diede la propria impronta a quella che oggi viene definita la Marca Gioiosa.