il santuario di Castelmonte

Il santuario di Castelmonte, dedicato alla Vergine, è un celebre luogo di culto del Friuli Venezia Giulia. Sorge nel comune di Prepotto, non lontano da Cividale del Friuli.
Appollaiato su una cima delle Prealpi Giulie a circa 618 metri s.l.m., il santuario rappresenta una delle manifestazioni cristiane più antiche della regione.
Sebbene le antiche tradizioni locali rimandavano l’origine dell’insediamento al V secolo, all’indomani del Concilio di Efeso (431 d.C.), nel quale venne stabilito a maggioranza che il titolo di Maria fosse Theotokos, “Colei che ha dato la vita a Dio”, tuttavia, fino a qualche decennio fa, non vi era alcun documento che lo attestasse. Senonché, nel 1963, in occasione dell’ultimazione della chiesa inferiore dedicata a San Michele Arcangelo, su disegno dell’architetto Alpago Novello, che traeva spazio sulla precedente cripta del santuario, emersero delle evidenze di due vani con pavimentazione in cocciopesto, che furono identificati come lacerti risalenti all’epoca romana o romano bizantina, comunque non successivi al V secolo.
La continuità architettonica del sito rese difficoltosa ogni successiva ricognizione archeologica. Ma una cosa era ormai chiara. La pavimentazione rappresentava qualcosa di più di un semplice indizio, per quanto evanescente, di una indubbia antichità di origine. A questi resti materiali corse in aiuto una testimonianza preziosa e allo stesso tempo ambigua.
Le popolazioni di etnia slava, insediatesi a partire dal VII secolo, denominarono Castelmonte “Monte Antico” (Staragora), volendo specificare con questo toponimo che l’insediamento era abitato ben prima del loro arrivo. Peraltro, la stessa Vergine era venerata anche sotto il titolo di “Madonna antica”, tanto da pretendere che una delle sue immagini presenti nel santuario fosse un ritratto eseguito dalle mani dell’Evangelista Luca, che, secondo un’antica tradizione cristiana, dipinse alcune immagini della Madonna, nonché di alcuni santi.
Inoltre, nei pressi di uno dei tre colli del santuario, vi è una località, che nelle carte antiche si ricorda come “Malbergium”. Il toponimo di origine franca soleva indicare una determinata area, nella quale si amministravano la giustizia e le feste popolari. Non è stato un gioco del caso, quindi, se il luogo assunse più tardi il nome di Monte dei Placiti. Sempre negli immediati dintorni, in zona Porchie, è testimoniata una “Arimannia” longobarda. Essa altro non era che uno stanziamento di uomini liberi, che trovavano la garanzia della propria libertà in un rapporto diretto con il re.
Dunque, l’insediamento di Castelmonte si inserisce in una continuità insediativa che affondava le sue origini più lontane in epoca romana. Tale realtà antropica, collegata da vicine direttrici viarie, si trovava in una vera e propria cerniera tra montagna e pianura.
Un monte vicino, conosciuto come Monte Guardia, ha fatto ipotizzare agli studiosi locali l’esistenza di presidi militari fortificati a poca distanza l’uno dall’altro; e fra questi vi sarebbe da annoverare lo stesso Castelmonte.
Una curiosa leggenda, tramandata in queste valli, potrebbe nascondere in effetti questa sua primigenia funzione.
Secoli e secoli fa, Cividale del Friuli fu testimone di una sfida, che vide fronteggiare la Vergine e il demonio. Sopra un ponte sul Natisone, che sarebbe stato ricordato come il ponte del diavolo (puint del Diàul), fu decisa la sorte della città: sarebbe divenuta proprietà del primo che avesse raggiunto la cima di Castelmonte.
La Vergine ascese al cielo e toccò con un piede la cima del Monte Guardia, dove lasciò l’impronta del suo piede su una pietra, per poi fermarsi sulla sommità di Castelmonte.
La pietra con l’impronta, o meglio quella che sembra l’orma del piede della Madonna, è oggi custodita in una nuova cappellina lungo il percorso verso il santuario.
Il demonio, invece, tratto in inganno dalla ridda di cime e valli, tardò e si ritrovò la Madonna ad aspettarlo. Furioso di ciò compì un nuovo balzo e si ritrovò sulla cima del monte Spich, dalla quale poi cadde in una profonda voragine, la “bùse del Diaul”.
Alcuni studiosi videro in questa leggenda la traslitterazione di alcune battaglie, che si combatterono nelle valli attorno a Castelmonte, durante le terribili invasioni barbariche. L’eco di questi combattimenti vengono peraltro ricordati da un culto antichissimo all’arcangelo Michele, l’uccisore di draghi
Al di là delle evidenze archeologiche e delle supposizioni di carattere linguistico, il primo documento relativo a Castelmonte rimanda al 1175 e riporta delle scarne indicazioni di carattere confinario. Di più ampia sostanza i documenti successivi. Tra il 1244 e il 1247, le testimonianze descrivono il Santuario tra i luoghi di grandi introiti reddituali e fra le chiese più importanti del Patriarcato di Aquileia. Anni dopo, nel 1253, il santuario passò sotto il governo del Capitolo Collegiato di Santa Maria di Cividale.
Da questo momento si intraprese la costruzione dei ricoveri per i sempre più numerosi pellegrini, che giungevano dalle terre istriane, dalla Carinzia e dal Veneto, nonché, ovviamente, dalle lande del Friuli Venezia Giulia.
Il cammino a Castelmonte non era una cosa facile. Sentieri ripidi e spesso pericolosi rendevano la loro percorrenza difficoltosa. Peraltro, le condizioni meteorologiche, spesso contrassegnate da nubi basse, nebbia e pioggia, peggioravano una già difficile salita al santuario. Si pensò, quindi, di collocare lungo l’itinerario a Castelmonte delle sculture in pietra, raffiguranti le Madonne odigitrie. Collocate in quattro punti del percorso, esse guidarono i pellegrini, i quali presero a formare delle croci con i cespugli, ponendole dapprima intorno alle statue, poi sui capitelli, edificati successivamente.
Nel settembre del 1469 il santuario si trovò a fare i conti con la propria esistenza. Un fulmine causò un furioso incendio, che ridusse a cenere buona parte degli edifici. Nello spaventoso rogo, che durò giorni, andò persa per sempre l’antica effigie della Vergine.
I Canonici di Cividale, aiutati dalle popolazioni vicine, intrapresero subito la ricostruzione e la completarono nel 1479, istituendo in loco una Confraternita di Santa Maria. Tra l’altro cadeva la pace tra l’Impero Ottomano e Venezia, che avrebbe permesso una più ampia affluenza di pellegrini al santuario.
L’8 settembre ben cinquantamila pellegrini resero testimonianza della propria fede dinanzi alla statua della Vergine col Bambino, che l’artista volle incarnarla scura, probabilmente seguendo il Cantico dei Cantici: Nigra sum, sed formosa (Ct. 1,4). L’opera scultorea è davvero imponente, basti pensare che il suo peso supera i quattro quintali. Dell’autore non si hanno notizie. Forse era un artigiano locale di scuola salisburghese, almeno stando alle dotte disquisizioni dello storico P. Davide da Portogruaro (Il Santuario di Castelmonte nel Friuli, pag. 52).
Decenni dopo, il santuario dovette fronteggiare ancora delle sciagure.
Il 25 febbraio 1511 s’accese la crudele rivolta del “Giovedì Grasso” guidata dalla famiglia nobile dei Savorgnan, che seppe cavalcare il malcontento diffuso dei contadini verso gli occupanti veneziani. La rivolta dilagò in tutto il Friuli e tra i molti episodi di violenza si registrò la decimazione della nobiltà udinese. Giorni dopo, nella notte del 26 marzo, un violento evento sismico – che si ritiene abbia scatenato una forza di magnitudo 7 della scala Richter – colpì una vasta area friulana e slovena. Secondo le stime di allora, morirono sotto le macerie oltre 10.000 persone. A completare un quadro così terrificante, comparve un nuovo flagello: la peste.
Castelmonte registrò pochi danni, ma tutto dava l’idea che le terre che lo cingevano non dovessero trovare pace. Nel maggio dello stesso anno, la Confraternita dei Battuti di Udine organizzò un pellegrinaggio alla Madonna di Castelmonte, implorandone la sua grazia.
Non era finita. Le viscere della terra erano ancora inquiete. Un nuovo terremoto, avvenuto nel 1513, invece danneggiò seriamente il santuario e il borgo fortificato. L’entità dei danni fu notevole, tanto che i lavori di rispristino durarono sino al 1544. In questi anni vi lavorò un celebre artista, Giovanni da Udine, amico e collaboratore di Raffaello. Tra le opere attribuite all’artista friulano vi è la decorazione della cripta di San Michele.
Passata la bufera della Guerra di Gradisca (1615-1617), che coinvolse Venezia e la Casa d’Austria, il castello e il santuario divennero oggetto di notevoli trasformazioni. Il 15 maggio 1744, l’ultimo patriarca di Aquileia, il veneziano Daniele Dolfin, consacrava il santuario in buona parte ricostruito.
Il borgo di Castelmonte superò anche l’epoca napoleonica, anche se dovette sottostare alla confisca degli oggetti preziosi, e tra questi molti ex voto dei pellegrini, e l’incameramento dei beni immobiliari e di alcuni possedimenti terrieri.
L’epoca contemporanea si apre con il 1913, allorché il santuario venne affidato ai cappuccini.
Durante la Grande Guerra, le vicende belliche non coinvolsero direttamente il Santuario, benché si trovasse lungo la linea tra le armate italiane e quelle austriache. Si registrò la profanazione, compiuta da soldati austriaci, del tabernacolo del santuario, che dispersero le Sacre Specie, anche se rispettarono l’immagine della Madonna, forse più per superstizione, che come atto devozionale.
Nel corso del secondo conflitto mondiale, il santuario venne fatto bersaglio delle armate tedesche. Il 6 novembre 1943, il santuario subì un primo bombardamento, poiché si sospettava che al suo interno vi fossero dei reparti della resistenza italiana e titoista. Giorni dopo, il 18 novembre, il locale comando tedesco ordinò un nuovo attacco, ma si risolse in poco tempo. Una culatta di un cannone esplose, uccidendo un artigliere e ferendo molti altri.
A partire dal secondo dopoguerra, il complesso del santuario fu interessato da una nuova attività edificatoria, che si completò negli anni ’80.
Ormai il santuario aveva assunto l’immagine attuale.
Della chiesa è ragguardevole l’altare maggiore del 1684, che fu commissionato a due maestri veneziani, tra i quali l’artista Paolino Tremignon, al quale si attribuiscono le due sculture dei SS. Giovanni Battista ed Evangelista sull’altare; mentre la statua della Madonna con Bambino, posta nel paliotto della mensa, dovrebbe essere di Andrea Pettarossi da Udine. Sulla volta del presbiterio si osserva “l’Assunta ai piedi della Santissima Trinità”, dipinta nel 1870 da Lorenzo Bianchini. Lungo la navata si vedono numerose opere commissionate dalla Confraternita del Santissimo Sacramento, tra le quali il SS. Antonio e Vito di Francesco Chiarottini, posta nell’altare di sinistra e la SS. Trinità con i SS Gregorio e Girolamo di Francesco Colussi, collocata nell’altare di destra del santuario.
Le pareti della chiesa, almeno fino agli sfoltimenti di Padre Eleteurio (1919) e Padre Anastasio (1954), erano rivestite da catene (portate da cristiani resi schiavi dai turchi o da carcerati), vessilli, tavolette e di cuori, molto spesso, d’argento. Tra i molti ex voto razziati dalle truppe napoleoniche si ricorda una Madonna con il Bambino in argento massiccio, ma, purtroppo, anche in tempi recenti vi fu chi volle emularli. Il 15 settembre 1974 delle mani sacrileghe razziarono cuori e tavolette d’argento. Altri delinquenti sacrileghi rubarono nel 1932 le corone preziose che cingevano il capo del gruppo scultoreo della Vergine e del Bambino. Grazie alla pietà dei devoti della Madonna si posero delle nuove corone preziose, ma, nella notte del 19 settembre del 1969, ancora una volta, delle mani si copersero di sacrilegio. Da quel momento, le due statue sono cinte da due corone a prova di ladri, poiché di nessun valore veniale.
Grazie a due scale è possibile scendere nella chiesa inferiore, dedicata a San Michele Arcangelo, qui, oltre alle testimonianze antiche, si può ammirare il gruppo scultoreo in legno, che rappresenta “San Michele che schiaccia Lucifero”, eseguito da maestri bolzanini nel 1963. Infine due pale, raffiguranti Santa Chiara e San Francesco del maestro Clauco Benito Tiozzo, uno dei grandi artisti che continuano a portare avanti la tradizione della pittura veneta.
Il sisma di magnitudo 6.5 della scala Richter che colpì il Friuli nella sera del 6 maggio del 1976, e le successive scosse dell’11 e il 15 settembre, investirono anche Castelmonte, ma, per fortuna, il Santuario non dovette soffrirne molto, rispetto alla devastazione circostante, che contò oltre 900 morti e 18.000 abitazioni distrutte.
I frati di Castelmonte proposero un pellegrinaggio al santuario, per ingraziarsi la ricostruzione di quelle terre; e da quel momento, ogni 8 settembre, i devoti salgono sulla sommità del santuario per ringraziare la Madre di Dio.

L’isola di San Michele. Il cimitero monumentale di Venezia

Di fronte alle Fondamenta Nove, nel tratto di laguna che separa Venezia da Murano, una cortina di mura a mattoni recinge un’isola cara alla pietà dei veneziani. Si tratta di San Michele, il cimitero monumentale di Venezia.
L’isola non è sempre stata adibita a cimitero. I primi cenni, che sanno tanto di leggenda, la fanno affiorare dalla storia e dall’alterno gioco degli specchi d’acqua della laguna veneta, intorno al X secolo. Lo storico Flaminio Cornaro, nel suo “Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia, e di Torcello” (1758), ricorda che l’isola era stata così chiamata, poiché due famiglie muranesi avevano eretto una chiesa, intitolandola all’arcangelo.
Parimenti antica, vi è un’altra antica tradizione. Essa racconta che il ravennate Romualdo di Sant’Apollinare, accompagnato dal proprio maestro spirituale Marino, fossero sbarcati “sopra un paluo apreso Muran”, durante un viaggio compiuto a Venezia. Incolta e quasi del tutto disabitata, il piccolo lembo di terra era conosciuta sotto il nome di “Cavana de Muran”, a causa dei ricoveri ricoperti di paglia, simili a capanne, usati per le imbarcazioni.
In mancanza di fatti certi, i chierici in grado di scrivere poterono abbandonarsi alla loro devota fantasia; ed ecco allora che alla mancanza di precise memorie storiche degli accadimenti di quei giorni passati da Romualdo a Venezia, supplirono le tradizioni devozionali che si proponevano di santificare e di dignificare con la presenza del ravennate uno dei più antichi monasteri della laguna. Secondo queste tradizioni, Romualdo, padre dei monaci Camaldolesi, avrebbe dato vita nell’isola ad una prima esperienza della vita eremitica.
In realtà, il racconto potrebbe nascondere un preciso avvenimento. Nella notte tra il 31 agosto e il 1 settembre del 978, il doge Pietro Orseolo I si trovò a prendere una difficile decisione, che avrebbe evitato una dura guerra contro l’imperatore Ottone II. In tutto silenzio e segretezza lasciò Venezia per ripararsi nel monastero di San Michele di Cuxà nella contea di Confluent sui Pirenei. Tra le poche persone che lo accompagnarono in quella notte, vi era Romualdo, il giovane monaco Romualdo, figlio del duca Sergio degli Onesti di Ravenna, e l’eremita Marino.
Di fatto, il primo insediamento religioso si ebbe nel 1212. I vescovi di Torcello e San Pietro di Castello fecero loro dono dell’isoletta disabitata, dove il camaldolese Lorenzo, insieme ad alcuni eremiti, diede inizio alla vita eremitica, vivendo in semplici celle. Papa Innocenzo III, il 25 settembre 1213, convalidò l’erezione canonica dell’insediamento; mentre nel 1221, il cardinale Ugolino di Segni consacrò la chiesa gotica a tre navate. Intorno al 1249, il monastero fu riformato dall’antica forma eremitica a vero e proprio cenobio.
Sotto l’abate Maffeo Gerardo, nel 1456, la struttura monastica venne in buona parte ristrutturata e sorse il campanile, in stile gotico veneziano, con qualche reminiscenza bizantina, oggi visibilmente pendente. Inoltre commissionò la realizzazione della statua, che risalta sul portale di accesso al chiostro. Riproduce l’arcangelo Michele intento a trafiggere il drago.
Anni dopo, nel 1468, l’abate Pietro Donà prese la decisione di restaurare la chiesa, dotandola di forme rinascimentali. Si incaricò il bergamasco Mauro Codussi, detto anche il Moro o Moretto, artista di grande ingegno.
La fabbrica per la parte principale durò un decennio. La facciata è tripartita attraverso quattro lesene e continuano la struttura interna a tre navate. Queste, coperte da un soffitto a cassettoni, conducono alla cappella maggiore e a due minori laterali. La maggiore è sormontata da una cupola. Subito dopo l’ingresso, appare un barco, il coro pensile monastico, che attraversa in lungo la chiesa. Percorrendo il barco si osservano delle sculture di epoca barocca, poste all’interno di nicchie, e raffigurano Santa Margherita e San Girolamo. Arrivati alla cappella maggiore, si vedono un altare barocco con tre statue: l’Arcangelo Michele, San Romualdo e San Benedetto. A fianco, nella cappella di sinistra, un altro altare di fattura barocca con un gruppo “San Romualdo portato in gloria da due angeli”.
Nella cappella della Croce si osserva un altare, barocco, con due “Angeli adoranti”, che reggono un tabernacolo vuoto. Esso conteneva una reliquia della Croce, che si ritiene essere appartenuta a Elena e a Costantino, giunta su queste acque e oggi custodita nel museo di Urbino.
Quindi la cappella Emiliani, realizzata su pianta esagonale e coperta da una cupola bianca di pietra d’Istria. Al suo interno vi sono tre altari con altrettante pale marmoree cinquecentesche ad altorilievo raffiguranti l’Annunciazione, l’Adorazione dei Magi e l’Adorazione dei pastori. E così si ebbe l’unico edificio poligonale del rinascimento a Venezia.
Il monastero, con il chiostro più grande, sorse durante il Cinquecento, anch’esso in nobili e sobrie forme.
Non potendo dedicarsi all’opera di bonifica e di messa a coltura di terre paludose, i monaci dell’isola s’indirizzarono agli studi. Nel secolo dell’Umanesimo, questo carattere prese sempre più piede, grazie alle indicazioni degli abati che si succedettero, quali il Traversari e Pietro Delfino. Peraltro, le donazioni e i tanti lasciti, nonché gli introiti diretti, permettevano al monastero una certa agiatezza, tanto che nel 1481 contava una trentina tra sacerdoti, chierici novizi e conversi.
Il monastero fu centro scrittorio, dedicato alla trascrizione dei manoscritti, divenendo un centro di pensiero e di sviluppo culturale di prima importanza. Nei suoi locali, venne realizzata un’opera figurativa tra le più importanti della cartografia veneziana: il mappamondo di Frà Mauro, databile al 1450, che contiene immagini e preziose informazioni sull’Ecumene, prima della scoperta delle Americhe. L’opera, manoscritta su fogli di pergamena e incollati a un supporto ligneo, possiede misure monumentali, dato che raggiunge una circonferenza di quasi due metri di diametro. Attualmente, il planisfero è conservato nella Biblioteca nazionale Marciana.
Nel febbraio 1971gli astronauti Shepad e Mitchell battezzarono una zona della Luna in onore di Frà Mauro.
Il monaco non fu il solo insigne uomo di cultura che San Michele produsse nel corso dei secoli.
Nel 1471, Nicolò Malerbi tradusse la Sacra Scrittura in Volgare e uscì in due volumi presso Vindelino da Spira, che appena tre anni avanti aveva introdotto l’arte tipografica a Venezia.
L’opera di Malerbi ebbe una grande fortuna con più di una trentina di edizioni, e questo, ben sessant’anni prima della versione tedesca di Lutero.
Tra il 1754 e il 1773, i monaci Giambenedetto Mittarelli e Anselmo Costadoni pubblicarono, in nove volumi in folio, gli Annales Camaldulenses Ordinis Benedicti: una storia dal 907 al 1770. Il Mittarelli redasse anche il “Bibliotheca codicum Mss. monasterii St. Michaelis de Murano cum appendice librorum 15, saeculi”, un catalogo dei codici presenti nella biblioteca di San Michele, che attesta l’importanza della raccolta prima delle dispersioni.
Un altro erudito fu Angelo Calogerà, principale compilatore della “Biblioteca universale”, compendio di molte gazzette letterarie e bibliografiche. Tuttavia, la sua opera è ricordata soprattutto per una collezione di testi, inediti e rari, di autori italiani in varie lingue: la “Raccolta d’opuscoli scientifici e filologici”, pubblicata tra il 1728 e il 1757, in cinquanta tometti; e continuata poi con la “Nuova Raccolta”, che egli diresse fino al 1765. Un esplicito riconoscimento della cultura moderna.
Purtroppo, quest’ultimi rappresentarono l’ultima fioritura culturale di San Michele, prima della tempesta che si sarebbe abbattuta a breve, impersonata soprattutto dall’invasione delle truppe rivoluzionarie francesi. Ormai i giorni per il monastero camaldolese di San Michele erano contati.
Gli ultimi monaci, tra i quali il bellunese Mauro Cappellari (il futuro Gregorio XVI) e Placido Zurla, contesero con tutti i mezzi legali, per protrarre l’inevitabile. Riuscirono a salvare la Chiesa e il Monastero dalla demolizione, ma nulla poterono per contenere la depredazione del grande tesoro custodito dalla biblioteca. Dei 180.000 volumi e 36.000 codici manoscritti pochi si salvarono.
Parte di essi sono nella biblioteca di San Francesco della Vigna a Venezia. Il resto si disperse. Molti dei codici sono nelle biblioteche Nazionali di Parigi e Berlino, nella Bodleiana di Oxford, nel British Museum di Londra, a New York, a Chicago, a Leningrado.
Il complesso divenne per breve tempo un collegio per i giovani nobili veneziani. La vita del collegio, intitolato Dei Nobili, è rievocata da un poemetto, scritto da uno degli alunni, che diverrà un erudito archivista: Fabio Mutinelli.
Durante il giorno i ragazzi trascorrevano le ore tra studi e giochi, ma, alla sera, soprattutto durante le lunghe notti invernali, si radunavano nelle camerate, dove ascoltavano i rintocchi della campana, che suonava lugubremente per gli sperduti nella laguna.
Purtroppo, l’antico monastero divenne un carcere politico, probabilmente per la sua posizione in laguna, che rendeva difficile ogni evasione. I primi detenuti furono cinque bellunesi, poi le celle ospitarono i numerosi Carbonari processati a Venezia, nel 1821. Dopo essere stati inquisiti dall’Imperiale Regia Commissione Speciale, passarono da qui Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Fortunato Oroboni e altri famosi patrioti. L’ultimo prigioniero politico, nel 1859, fu don Giuseppe Fogazzaro, il prete patriota che sarà trasfigurato dal nipote Antonio Fogazzaro nel personaggio di don Flores nel romanzo Piccolo mondo moderno.
Ma a quel tempo, già da mezzo secolo, questo tratto di laguna era diventato il camposanto dei veneziani.
Il decreto napoleonico del 12 giugno 1804 aveva destinato la vicina isola di San Cristoforo della Pace, quale luogo per edificarvi il cimitero. La scelta comportò la demolizione della Chiesa e del Monastero, che avevano ospitato, prima i Bridigini, e poi gli Agostiniani. Presto, però, ci si rese conto che lo spazio era esiguo, per cui l’imperatore Francesco I ordinò di interrare il canale separante l’isola di San Cristoforo dall’isola di San Michele. Il 2 agosto 1839 ci fu la benedizione del patriarca.
Per il nuovo camposanto venne bandito un concorso: lo vinse il trevigiano Annibale Forcellini, che fece un progetto con molti punti in comune con quello di Milano. I lavori si conclusero nel 1876. A volo d’uccello è ora un grande quadrilatero, a riquadri, con una coda poco estesa, che difficilmente potrà avere ampliamenti futuri.
Oggi i cipressi dell’isola accompagnano il riposo: non solo dei veneziani, ma anche di molte persone che finirono di amare Venezia e vollero rimanervi per sempre.
Qui, infatti, vi riposano il musicista Luigi Nono, gli storici Giulio Lorenzetti e Pompeo Molmenti; gli scrittori Carlo e Gasparo Gozzi; l’attore Cesco Baseggio; i pittori Virgilio Guidi, Emilio Vedova e Mario De Luigi; i compositori Ermanno Wolf Ferrari e Igor Stravinskij; i poeti Josif A. Bodskij e Ezra L. Pound, lo scienziato Christian Doppler.
Anche la loro presenza aiuta a perpetrarne l’eternità.
Interessante risulta essere una visita accurata per scoprire, passo dopo passo, dove questi personaggi famosi sono stati collocati e riposano per l’eternità.

I Re Magi

Una luce vermiglia
risplende nella pia
notte e si spande via
per miglia e miglia e miglia
O nova meraviglia!
O fiore di Maria!
Passa la melodia
e la terra s’ingiglia.
Cantano tra lo fischiare
del vento per le forre,
i biondi angeli in coro;
ed ecco Baldassarre
Gaspare e Melchiorre,
con mirra, incenso ed oro.
(I Re Magi di Gabriele D’Annunzio).
Il noto componimento di D’Annunzio, i Re Magi, celebra un’atmosfera di mistica dolcezza nel rievocare la visita dei Re Magi al Bambino Gesù nella notte tra il 5 e il 6 gennaio, facendo proprie le tradizioni legate a questi personaggi accorsi ad adorare l’Infante. Le stesse tradizioni ricordano i loro nomi. In ebraico si ricordano come Galaat, Malgalath e Saratin; in greco, invece, si citano come Apellio, Amelio e Damasco; e, infine, in latino assumono il nome di Gaspare, Baldassarre e Melchiorre.

Le testimonianze antiche sui Re Magi sono numerose e provengono, per lo più, dai vangeli apocrifi. In un frammento del vangelo degli Ebrei (II secolo), i Magi accorsi sono numerosi, anche se alla loro guida vi sono tre, chiamati “Melco, Caspare, e Fadizarda”.
Un altro apocrifo, il vangelo dello Pseudo Matteo, che diverrà la fonte principale degli artisti medioevali per le loro raffigurazioni, riferisce che “I Magi offrirono ciascuno una moneta d’oro” a Gesù. Dopo di che ciascuno di loro porse un dono personale: Gaspare la mirra, Melchiorre l’incenso, Baldassarre l’oro.
Ancora, il vangelo apocrifo dell’Infanzia del Salvatore riporta il momento quando Giuseppe vede arrivare i Magi: “Mi pare siano auguri: non stanno fermi un attimo, osservano e discutono tra loro. Sono forestieri: il vestito è diverso dal nostro vestito, la veste è amplissima e scura, hanno berretti frigi e alle gambe portano sarabare orientali”.
Il Vangelo arabo dell’infanzia, apocrifo del V-VI secolo, precisa che i Magi sono discepoli di Zaratustra, il profeta della religione iranica: “Allora santa Maria prese una delle fasce del bambino e come in contraccambio la diede loro, che l’accettarono da lei con grande riconoscenza”. Quando fecero ritorno in patria “mostrarono quella fascia che santa Maria aveva loro regalata. Perciò celebrarono una festa: accesero il fuoco, secondo la loro usanza, lo adorarono, e vi gettarono sopra quella fascia. Il fuoco l’avvolse e l’accartocciò; ma, spentosi il fuoco, estrassero la fascia tale quale era prima, come se il fuoco non l’avesse mai toccata. Perciò essi si misero a baciarla, a mettersela sugli occhi e sul capo”.

Lo stesso apocrifo ricorda che: “Un angelo del Signore si affrettò di andare al paese dei persiani per prevenire i Re Magi ed ordinare loro di andare ad adorare il Bambino appena nato. Costoro, dopo aver camminato per nove mesi avendo come guida la stella, giunsero alla meta proprio nel momento in cui Maria era appena diventata madre…I Re Magi erano tre fratelli: Melchiorre, che regnava sui persiani, poi Baldassarre, che regnava sugli indiani, ed il terzo Gaspare che dominava sul paese degli arabi”.
Il quadro si complica se ci poniamo nell’ottica delle fonti cristiane canoniche. Dei Quattro Vangeli, due iniziano con il battesimo di Gesù (Marco e Giovanni) e due con la sua nascita (Matteo e Luca). Degli ultimi due, solo un Vangelo riporta dei Magi, catturando la immaginazione e a suscitare la meraviglia su questi “gentili”. In esso (Mt,2) viene descritto l’episodio del loro arrivo a Gerusalemme alla corte di Erode, il re di Giudea.
Gesù nacque a Betlemme di Giudea, al tempo di re Erode. Alcuni Magi giunsero da Oriente a Gerusalemme e domandavano: Dov’è il re dei Giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella, e siamo venuti per adorarlo? All’udire queste parole, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i sommi sacerdoti e gli scribi del popolo, s’informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Messia. Gli risposero: A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: E tu Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero il più piccolo capoluogo di Giuda; da te uscirà infatti un capo che pascerà il mio popolo, Israele. Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire con esattezza da loro il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme esortandoli: Andate e informatevi accuratamente del bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo. Udite le parole del re, essi partirono. Ed ecco la stella, che avevano visto nel suo sorgere, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, essi provarono una grandissima gioia. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, e prostratisi lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti poi in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese”.
Come si vede, Matteo non fa alcun cenno sul numero dei Magi. Riporta un generico “alcuni Magi dell’Oriente”. Peraltro, il fatto che le altre fonti canoniche non abbiamo riportato nessun cenno su questo episodio ha fatto storcere il naso a molti esegeti moderni. Altri studiosi, invece, credono di leggere due brani dell’Antico Testamento.
Nel libro dei Numeri (24,17), si ricorda il mago Balaam, che pronuncia un oracolo: “Io lo vedo, ma non ora, io lo contemplo, ma non da vicino; una stella spunta da Giacobbe e uno scettro da Israele”. Potrebbe essere anche una coincidenza, ma è curiosa l’analogia. Un mago predice una stella, che simboleggia il sorgere del Messia. Pertanto non appare un’idea peregrina immaginare l’Evangelista intento a costruire la vicenda con un preciso intento didascalico: la stella raffigura il re Davide, che attesta la venuta al mondo del Messia, discendente della stirpe di Davide, tra l’altro nato nella città di Davide.
Il secondo brano dell’Antico testamento (Libro dei Salmi, LXXI, 10) sembra offrire le caratteristiche, che si manterranno fino ai giorni nostri: “Il re Tarsis e delle Isole porteranno offerte, i re degli Arabi e di Saba offriranno tributi”.
La denominazione di Magi è qualcosa di molto antico. Erodoto (485 a.C.-425 a.C.), il padre della storia, li ricorda come appartenenti ad una delle sei tribù della Media. Erano sacerdoti e venivano chiamati astrologi, indovini, filosofi. Il vocabolo deriva dal greco e sta ad indicare in primo luogo i membri di una casta sacerdotale persiana, piuttosto chiusa, che si interessava di astronomia e astrologia.
Nell’antica tradizione persiana, i Magi erano discepoli di Zoroastro e custodi della sua dottrina, legata al mazdeismo. Esso prevedeva un’idea del tempo ciclico, all’interno del quale agiva un “Soccorritore divino”, che apriva l’era di rinnovamento e di rigenerazione, dopo la fase di decadenza preesistente. Questa particolare attesa messianica era costituita da tre misteriose figure di salvatori e rigeneratori del tempo futuro. Dopo le prime due ere di transizione, rigenerate dai primi soccorritori, la terza era si sarebbe aperta grazie al bimbo di una vergine, discendente di Zaratustra. Il bambino era destinato a portare l’immortalità agli esseri umani di buona volontà. Per di più, questo atteso messianico sarebbe stato annunciato da una stella.
Interessante a questo proposito, l’apocrifo dell’infanzia arabo siriaco: “Ora avvenne che, quando il Signore Gesù nacque a Betlemme di Giudea, ai tempi di re Erode, dall’Oriente vennero a Gerusalemme dei Magi, come aveva predetto Zaratustra, e avevano con sé, come doni, oro, incenso e mirra; ed essi lo adorarono e gli offrirono dei doni”.
Secondo altre teorie, invece, i Magi sarebbero appartenuti alla setta dei “Sabiani Harran”, una setta che si dedicava allo studio degli astri intorno al VII secolo a.C.; altre ancora li identificano negli arabi del deserto, le cui carovane commerciavano in incenso e oro con le terre israelitiche sin dal tempo del re Salomone.
Infine, un’ultima teoria li vedrebbe appartenere alla comunità degli esseni, una comunità giudaica che viveva a Qumram, una località sulla riva occidentale del Mar Morto. Stando a quanto consta, i cenobiti di Qumram erano esperti osservatori dei fenomeni celesti e in alcuni testi a loro ascrivibili è citata la stella messianica, associata all’oro, l’incenso e la mirra.
Anche i tre doni sono stati oggetto di esegesi, ovviamente. Tra le innumerevoli interpretazioni vi è la traslazione simbolica dei doni: il Bambin Gesù è il più prezioso, come l’oro, il più pregiato tra i metalli; la sua anima devotissima, dato che l’incenso è il simbolo della devozione; e il suo corpo è incorruttibile, perché la mirra preserva la carne dalla corruzione.
I Re Magi, tornati in Oriente, vissero ancora qualche anno. Alla loro morte, i loro corpi furono custoditi con cura, tanto che Elena, madre dell’imperatore Costantino, ebbe modo di recuperarli e portarli al sicuro all’interno della chiesa di Santa Sofia a Costantinopoli.
Secondo una leggenda, intorno al IV, il vescovo milanese Eustorgio, ebbe in dono dall’imperatore d’Oriente le spoglie dei Magi. La tradizione vuole che Eustorgio le fece trasportare all’interno di un colossale sarcofago di età romana con la scritta “Sepulchrum Trium Magorum”, che si trova ancora oggi nella Cappella dei Re Magi nella basilica milanese a lui dedicata.
Le reliquie rimasero a Milano fino al 1164, quando Federico il Barbarossa, che era stato scomunicato da papa Alessandro III, sconfisse i Milanesi. Fu allora che l’imperatore prese le reliquie come bottino di guerra e le donò all’arcivescovo di Colonia, Rainaldo di Dassel. Il quale, tranne tre dita date in regalo alla vicina città di Hildesheim, le depose nella cattedrale della città tedesca, dove sono ancora custodite, all’interno di un sarcofago in argento dorato, lungo oltre due metri e alto poco più di un metro e mezzo.
Durante il trafugamento di Federico, i milanesi riuscirono a nascondere una medaglia fatta – stando alla tradizione – con una parte dell’oro donato a Gesù Bambino, che, in occasione dell’Epifania, viene esposta vicino al sarcofago vuoto nella Cappella dei Magi, situata nel transetto della basilica di Sant’Eustorgio.
Il 3 gennaio 1904, l’arcivescovo di Milano, Andrea Carlo Ferrari, riuscì ad ottenere dei frammenti ossei delle spoglie dei Magi, che furono deposti nella chiesa di sant’Eustorgio, all’interno di un’urna di bronzo, posta a lato del sacello vuoto nella Cappella dei Magi.
In Lombardia vi è un altro luogo che custodisce delle reliquie dei Re Magi. Esse – tre falangi – sono nella chiesa di Sant’Ambrogio a Brugherio, in provincia di Monza. Anch’esse vengono esposte nel giorno dell’Epifania.