Qualche sera fa, aiutato dai fiocchi di neve che stavano imbiancando il mio paese, mi sono trovato a decidere su come trascorrere le ore prima della fatidica mezzanotte. Uscire, difficile.
Sembra che una buona parte delle persone che non guidano, aspettino con pazienza metodica i rigori più estremi per mettersi al volante. Un vero mistero. Dall’altra, l’atmosfera natalizia prossima ventura mi suggeriva dei momenti di coccolaggine. Si lo so. Non esiste un tale vocabolo nel lessico italiano, ma è quel “neologismo” – con buona pace dell’Accademia della Crusca – che più si avvicina alla descrizione verbale del godimento della casa e delle proprie cose. Così, dopo vari tentennamenti, mi sono ritrovato a guardare la libreria, i tanti dorsi erano invitanti, ma nessuno da costringermi ad alzarmi dal divano.
Poi mi sono ricordato che a breve sarebbe caduta la ricorrenza di Santa Lucia. Bene, sapevo cosa avrei fatto nelle prossime ore. Dopo di che, mi sono messo di buona lena a scartabellare i fascicoli, contenenti un po’ di tutto: dall’esperienze di viaggio, di lavoro e tante bozze, che aspettano pazientemente una prima revisione. Chissà che prima o poi riesca nell’intento.
Trovata la cartella, relativa alla giovane martire siracusana, mi sono capitati tra le mani vecchi articoli di giornali, per lo più locali, che riportavano la notizia del trafugamento delle spoglie, avvenuto il 7 novembre del 1981. Li avevo ritagliati con cura, perché molti degli attori- non i trafugatori, s’intende – che avevano calcato la scena di quei drammatici momenti, li conoscevo. Uno era un familiare, e altri, come se lo fossero stati, data la loro frequentazione della casa del nonno.
Come allora, anche oggi, la vicenda mi incuriosisce, soprattutto per i buchi neri presenti. Per quanto possa apparire assurdo, non si è ancora in possesso di una verità storica – almeno così si dice –; non sono stati identificati gli esecutori, gli organizzatori e i mandanti del trafugamento, come non è del tutto chiaro il modo in cui gli inquirenti siano riusciti a recuperare il corpo.
Era un sabato, quel 7 novembre 1981. Intorno alle otto di sera, il parroco di San Geremia, a Venezia, si era avvicinato ad una coppia, che aveva trascorso molto tempo in preghiera davanti all’urna, contenente le spoglie di santa Lucia. Si trattava di due giovani sposi pugliesi in viaggio di nozze a Venezia. Devoti alla Santa, ne avevano approfittato per renderle i dovuti ringraziamenti per le grazie ottenute.
Don Angelo Manzato, il sacerdote, li avvertì che si era fatto tardi e tutti insieme si avviarono verso l’uscita. Pochi passi, ed un ragazzo comparve dal nulla. Impugnava un’arma da fuoco e, senza alcun scrupolo, la puntò dritta nella faccia spaventata di don Angelo.
Con un tono di voce, che non tradiva alcun dialetto, il ragazzo intimò ai tre di stendersi con la faccia rivolta a terra, minacciandoli di ucciderli se avessero solo mosso un muscolo del corpo. Il sacerdote tentò di intavolare qualche parola, ma ottenne il risultato opposto. Il delinquente inveì contro, dicendogli che se avesse proferita una parola ancora, avrebbe sparato alla donna.
Dei passi tradirono un’altra presenza. Un altro giovane che correva in direzione dell’urna di santa Lucia. Appena gli fu davanti, tentò di spaccare il doppio vetro, che proteggeva la parte posteriore del corpo. Riuscì solo ad incrinarlo. Nulla più. Fece un paio di passi in avanti e infranse con un colpo singolo la parte anteriore, non protetta adeguatamente. Come se fosse un fagotto senza importanza, estrasse il corpo a mani nude, ma nella violenza del gesto la testa, protetta dalla maschera, rotolò nella parte posteriore dell’urna ancora integra. Dopo aver imprecato, il giovane depose in tutta fretta il corpo in un sacco di nylon e, solo allora, i due trafugatori si diedero alla fuga, uscendo dalla porta principale, quella che dà sul Campo San Geremia.
Era bastata una manciata di minuti per trafugare le spoglie di Santa Lucia.
Uno dei parrocchiani, che era solito passare le ore serali con il parroco, vide tutto e appena poté si precipitò in canonica e telefonò alla polizia. Immediatamente, furono istituiti posti di blocco in terraferma, mentre le lance ispezionarono ogni barca in navigazione lungo i canali di Venezia. Tutti gli accorgimenti risultarono inutili. Dei delinquenti si era persa ogni traccia. Sembrava che si fossero volatilizzati nel nulla, malgrado tutti gli sforzi delle forze dell’ordine.
La mattina dopo, la notizia era di dominio pubblico. La chiesa era assediata dalla popolazione attonita e la cappella della Santa era chiusa da un cordone. Su un cartello si leggeva un semplice, quasi laconico messaggio: “Si invitano i fedeli a dire preghiere di riparazione”.
La notizia ebbe grande risalto, attraverso le prime pagine dei quotidiani nazionali ed internazionali. Anche le testate giornalistiche televisive se ne occuparono, dandone ampi spazi nella programmazione giornaliera.
A Siracusa, la città natale della santa, i devoti si assieparono dentro le chiese, dove poterono udire dalle più alte cariche ecclesiastiche l’annuncio ufficiale del furto sacrilego compiuto. Anche il Pontefice fu informato, il quale espresse tutto il suo dolore per un atto così orrendo.
Nell’opinione pubblica si fecero strada molte teorie sul trafugamento, molte delle quali alimentate da alcune testate giornalistiche. Talune cadevano nel ridicolo, oggi diremmo nel complottismo; altre, più o meno serie, non tardavano a dare qualche connotazione politica. Le più qualificate, invece, ritenevano che si fosse di fronte ad una semplice estorsione, per cui non sarebbe tardata la richiesta del riscatto.
A questo riguardo la Curia veneziana prese una decisione estremamente difficile, soprattutto difficile per quanto era in gioco: ovvero, il corpo di santa Lucia. La linea decisa fu quella dura. Il Patriarcato non avrebbe versato nessuna lira in caso di richiesta. Tuttavia, alcuni ambienti cattolici, romani e veneziani – memori delle conseguenze della linea dura seguita alcuni anni addietro – diedero dei segnali conciliativi e, sembra, abbiano imbastito dei canali di ascolto, dove poter arrivare a delle trattative.
Il 20 novembre vi furono le prime telefonate dei rapitori. La somma per il riscatto era di duecento milioni di lire. Nei giorni seguenti vi furono altre telefonate; una in particolare diede l’assicurazione che il corpo era custodito “con la massima cura”. Ufficialmente il Patriarcato, ligio alla linea decisa, non le prese neppure in considerazione; tuttavia, monsignor Fiorin, precedente parroco di San Geremia, e il mediatore della Questura di Venezia chiesero delle garanzie sul reale possesso della reliquia. Qualche giorno dopo un piccolo pezzo del tessuto che copriva il corpo di santa Lucia fu recapitato in Questura.
Il 30 di novembre l’Ansa di Milano ricevette un ultimatum. Alle ore 18 del giorno seguente sarebbe scaduto il tempo per la consegna dei duecento milioni. Se ciò non fosse stato ottemperato il corpo di Lucia sarebbe stato bruciato.
Giorni dopo, il 2 dicembre, la Rai regionale di Milano ricevette una telefonata. L’interlocutore comunicava che “le spoglie di santa Lucia sono state bruciate a tre chilometri da San Donà di Piave”.
Non era finita.
Un’altra telefonata, del 3 dicembre, questa volta all’Ansa di Bologna, comunicava che il corpo era stato lasciato al chilometro 220 della Via Aurelia. Gli investigatori corsi sul luogo trovarono uno scatolone, riempito di carta e cartone, ma del corpo non c’era traccia.
Nel frattempo, a Venezia si programmava la festa della santa, cercando di superare la crescente angoscia. Si pensò di esporre la testa della santa, durante la sua solennità, all’interno di una nuova custodia a prova di qualsiasi trafugatore.
Qualcosa era cambiato. Le solite fughe di notizie, che trovavano posto nella stampa, cominciavano a dare segnali fiduciosi. Addirittura qualche giornale si sbilanciò nello scrivere che le spoglie sarebbero state recuperate in concomitanza della festa.
Il 4 dicembre, il giornalista Giovanni Battista Titta Bianchini annunciava che il corpo era stato recuperato. Nelle stesse ore, la Questura richiedeva al patriarcato la documentazione fotografica della veste, per “determinati accertamenti”.
Il 13 dicembre, festa della martire siracusana, Idilio Cilfone, questore di Venezia – uomo di grande umanità e di profonda cultura – convocò per le otto di mattina i giornalisti per una conferenza stampa. Il corpo di santa Lucia era stato recuperato.
I delinquenti si erano serviti di un barchino, ormeggiato nel vicino canale di Cannaregio, per la fuga. Da qui, avevano navigato lungo costa fino alla riva prospiciente Quarto d’Altino, parallela alla strada statale Triestina e, in zona Montiron – un’area che, soprattutto d’inverno, ricorda molto l’atmosfera creata da David Lynch in un suo sceneggiato – avevano lasciato i resti mortali di Lucia in un capanno di caccia, all’interno di sacchi di plastica.
A Mezzogiorno, un motoscafo della polizia approdò alle fondamenta di Santa Apollonia. Uno degli agenti trasportava, come se fosse una creatura viva, un fagotto. Era Lucia.
Il 17 dicembre, alle ore 17.30, presso la cappella del Palazzo Patriarcale, il professore Carlo Francesco Martelli, primario patologo dell’ospedale al Mare del Lido di Venezia, eseguì il riconoscimento ufficiale. Si evidenziarono delle deformazioni, causate dal trafugamento, e delle chiazze verdi alle gambe e ai piedi, provocate dall’ambiente umido, nel quale era stato deposto il corpo.
Tutto bene quando finisce bene, così recita il buon famoso detto. Eppure qualcosa non torna. Vi ricordate la famosa regola delle 5 W stabilita dai giornalisti statunitensi? Certo abbiamo il What, che cosa; When, Quando; Where; dove; ma ci manca il who: chi e il Why: perché.
Sarà affascinante parlarne ancora.

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5 commenti

  1. Interessante. Non sapevo che anche Santa Lucia era stata vittima di un furto. Per quanto possiamo credere che queste cose succedevano solo nel Medioevo la storia si ripete, a volte senza un motivo apparente. Una cosa simile successe con il trafugamento della reliquia di Sant’Antonio da Padova, (oggetto di uno dei miei articoli https://reliquiosamente.com/2016/05/29/santantonio-di-padova-i-miracoli-le-reliquie-e-la-malavita/).
    Con piacere lo ribloggo. Buon fine settimana

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  2. Non sapevo di questo trafugamento. Sono stato nella meravigliosa Siracusa anni fa e mi sono accorto della devozione dei locali per la Santa. Pare sia molto venerata anche dagli Svedesi, assetati di luce.

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  3. Una nota:

    a Siracusa festeggiano la santa, il 13 dicembre, con un dolce a base di riso bollito ben sapido, crema di ricotta di pecora lavorata con zucchero, cannella, scorza di arancio grattugiata, pezzetti di cioccolato amaro. Il dolce è chiamato “cuccìa” ed è presente, con varianti, anche in altre località dell’isola;

    mentre nel catanese, quando è già abbuiata la sera del 13 dicembre, accendono falò di paglie e minute frasche, intorno ai quali fanno cerchio festoso gli abitanti del quartiere e i bambini più audaci si divertono ad attraversare, con rincorse veloci e salto, le diafane fiamme.

    Ma il modernismo, forse, non ha più queste antiche tradizioni agresti.

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