La peste nera del 1630 a Venezia e la Chiesa della Madonna della Salute

Un albero può dar vita a dei magnifici frutti solo se le sue radici sono ben salde e in profondità su un terreno ricco di sostanze nutritive. Per analogia, la stessa cosa la possiamo affermare per un popolo. Più è profonda la memoria della sua storia, più la sua vitalità ne avrà da giovarsi, soprattutto se la storia si è alternata in una serie cadenzata di eventi, molti dei quali hanno seriamente lambito la sua stessa sopravvivenza.

In questa ottica cade la tradizionale festa della Madonna della Salute, che si celebra il 21 novembre a Venezia. I devoti veneziani – ma non mancano i turisti anche stranieri e sempre più numerosi – percorrono il ponte votivo di barche, allestito dal Comune di Venezia, che consente di attraversare il Canal Grande da Santa Maria del Giglio fino alla chiesa consacrata alla Madonna della Salute.

Sul sagrato, affollato all’inverosimile da persone di ogni età, lunghe file disordinate si appiattiscono attorno ai banchetti, che vendono candele liturgiche e ceri votivi dalle misure più disparate. All’improvviso, le fiumane umane sembrano riprendere un ordine e risalgono la scalinata del maestoso tempio.

Il vociare si acquieta, lasciando posto all’intimità delle preghiere e alle sante messe celebrate quasi di continuo nei sei altari.

Si legge, nei volti dei bambini, di adulti, anziani, ricchi e poveri tanta devozione, ma soprattutto tanta speranza; ognuno sembra portare una croce, piccola o grande che sia, per la quale sente il bisogno di chiedere una Grazia o di dire solo “grazie” alla loro Madonna.

All’uscita, gli animi sono cambiati, rassicurati per i giorni a venire, confidando di superare le avversità che si presenteranno. Profonda è la loro fede e ancor più profonda è la venerazione nella loro Madonna. Quante volte l’hanno invocata e chissà quante volte ha esaudito le loro richieste, guarendo i dolori dello spirito e del corpo o, più semplicemente, rendendoli più sopportabili.

Uscendo, appena varcato uno dei portoni, l’odore di incenso e di cera e il silenzio mistico, lentamente si dissolvono per lasciare spazio alla profanità inebriante dei profumi di frittelle e zucchero filato, mentre nelle cucine di casa e nelle sempre più rare trattorie tipiche si cucina la “castradina”, una succulenta zuppa a base di montone castrato con le verze sofegae.

La solennità, tra le più sentite nella città lagunare, è la ricorrenza del voto compiuto dalla città alla Vergine, affinché il terribile morbo della peste nera divenisse solo un orrido ricordo. Quei terribili momenti ci sono pervenuti in tutta la loro crudezza grazie ad una testimonianza di un medico, che tentò di affrontare razionalmente l’epidemia. Il testimone della tragedia era Alvise Zen.

Eccellentissimo monsieur D’Audreville, vi racconterò quei terribili giorni solo perché sono convinto che senza memoria non c’è storia e che, per quanto amara, la verità è patrimonio comune. E poiché, dopo l’orrore, quella vicenda si trasformò in una festa, anzi in una delle feste più amate dai veneziani, mi è meno gravoso ricordarla. Ma veniamo ai fatti.

Per secoli non ci fu calamità più spaventosa della peste. Il morbo veniva dall’oriente e dunque tutte le strade del commercio, che era per Venezia la principale fonte di ricchezza, si trasformarono in vie di contagio. Era il 1630. Assieme alle spezie e alle stoffe preziose, le navi della Serenissima trasportarono anche la morte nera.

Ah! Mio caro amico, nemmeno le guerra e le carestie offrivano uno spettacolo così desolato. La Repubblica approntò subito una serie di provvedimenti per arginare l’epidemia: furono nominati delegati per controllare la pulizia delle case, vietare la vendita di alimenti pericolosi, chiudere i luoghi pubblici, perfino le chiese… potevamo circolare liberamente solo noi medici… indossavamo una lunga veste chiusa, guanti, stivaloni e ci coprivamo il volto con una maschera dal naso lungo e adunco e occhialoni che ci conferivano un aspetto spaventevole…uomini e donne malati venivano portati nell’isola del Lazzaretto vecchio; le persone che erano state in contatto con gli appestati erano invece trasferite in quella del Lazzaretto Nuovo…Su una nave era stata issata una forca per giustiziare i trasgressori delle ordinanze igieniche e alimentari. La peste straziava i corpi che erano ricoperti da “fignoli, pustole, smanie” e mandavano un odore fetido. I ricchi morivano come i poveri.

Non c’era più chi seppelliva i cadaveri. Per i canali transitavano barche da cui partiva il grido “chi gà morti in casa li buta zoso in barca”…guaritori e ciarlatani inventavano inutili antidoti; preti e frati indicavano nell’ira divina la vera causa di tutto quell’orrore calata in Venezia…”.

In realtà, altre cronache coeve riferiscono che l’epidemia fu causata da una falla del cordone sanitario, messo in piedi dallo stato veneziano, dopo le ultime ondate pandemiche.

Dilagata in tutto il nord Italia – come non ricordare il brano del Manzoni nei suoi “Promessi Sposi” – la peste nera arrivò a Venezia l’otto giugno 1630 con l’ambasciatore del duca Carlo I Gonzaga Nevers, proveniente da Mantova. Il marchese dè Strigis e i suoi cinque servitori furono posti in quarantena sull’isola del Lazzaretto Vecchio e poi furono trasferiti nell’isola di San Clemente, dato l’alto lignaggio dell’emissario mantovano. In questa circostanza un falegname, incaricato di rendere più dignitosi i locali, venne in contatto con i pazienti. Dopo il suo ritorno in città, si ammalò e, a partire dal Campo di San Lio, l’epidemia dilagò in tutta la sua virulenza tra le isole veneziane e nel suo retroterra. In poco tempo si contarono quasi 50.000 morti su una popolazione cittadina di circa 140.000 persone.

Come nel passato, il doge e il senato fecero il voto di erigere un nuovo tempio. La scelta cadde su un determinato luogo, all’imbocco del Canal Grande, in prossimità della Punta da Mar, occupato da un complesso religioso vecchio di secoli, ormai mezzo diroccato. Esso era stato il monastero del famoso Ordine dei Cavalieri Teutonici ed era intitolato alla Santissima Trinità. Era stato eretto in segno di gratitudine per l’attività svolta dai cavalieri nella guerra di San Saba contro Genova. Addirittura divenne la sede del Gran Maestro nel 1298, dopo la caduta di Acri; e così rimase fino a quando il Gran Maestro Siegfried von Feuchtwangen trasferì nel 1309 la sede dell’Ordine Teutonico a Marienburg (oggi Malbork in Polonia).

Abbandonato dai cavalieri, il complesso passò di mano in mano a diversi ordini religiosi, fino a diventare un seminario, ma ormai le crepe del tempo si erano insinuate in tutte le mura. Molti locali avevano già avuto dei cedimenti strutturali e bastava una semplice occhiata per presagire il crollo dell’intera struttura.

Dopo un concorso, l’incarico venne affidato all’architetto Baldassarre Longhena, che definì il suo progetto “una rotonda macchina che mai s’è veduta né mai inventata”.

Longhena non poté assistere alla conclusione della sua opera. Morì nel 1682 e i lavori furono portati a termine da Antonio Gasperi, un suo stretto collaboratore. La cerimonia della posa della prima pietra si svolse il 25 marzo 1631 e non a caso. Cadeva l’anniversario della fondazione di Venezia, oltre della Creazione, dell’Annunciazione, nonché della Crocifissione.

In quel giorno venne disteso un ponte di barche, che fu percorso da una solenne processione, preceduta dalle immagini della Madonna Nicopeia (Vittoriosa). Sotto la prima pietra furono interrate una medaglia d’oro, dieci d’argento e dieci di rame.

La chiesa venne consacrata il 9 novembre 1687 e si stabilì il 21 novembre, quale giorno ufficiale della fine dell’epidemia.

Il corpo centrale della chiesa possiede una pianta ottagonale ed è sormontato da una cupola, che poggia su otto pilastri e si conclude con la lanterna, attorniata da una balaustra e otto obelischi con globo. Sopra ancora la Madonna Immacolata, che sostiene il bastone di “Capitana da Mar”. Anche la lanterna della cupola minore, che sovrasta il presbiterio, è attorniata da otto elementi simbolici. Sul lato meridionale della chiesa si ergono i due campanili squadrati, alti 46,40 metri.

La facciata principale, di ispirazione palladiana, evidenzia delle mezze colonne corinzie su piedistalli, mentre la gradinata si sviluppa anche sui prospetti adiacenti. Ai lati dell’ingresso, tra le nicchie inquadrate dalle colonne, quattro sculture raffigurano gli Evangelisti; mentre sopra il portale prende corpo un florilegio scultoreo di angeli e della Vergine da togliere il fiato, in massima parte attribuibili allo scultore Tommaso Rues.

Fino al 1797, sull’arco dell’ingresso si mostrava un leone marciano, ma fu distrutto dai soldati francesi, dopo la caduta della Repubblica.

Anche gli ingressi secondari sono dotati di una importante presenza plastica, tra cui due splendide sculture raffiguranti San Giovanni Battista e Sant’Andrea Apostolo. La crestomazia scultorea della facciata principale trova una sua linea narrativa nei timpani delle sei facciate laterali, ciascuno dei quali esibiscono ai lati due angeli e una figura mariana dell’Antico Testamento. Le stesse facciate non sono esenti dal contesto plastico generale.

Sul timpano della prima facciata di sinistra spiccano Eva, anche se si tratta di una copia dell’originale franato a terra, dopo la tempesta del 4 novembre del 1966; e i due angeli. Il prospetto, invece, presenta San Michele Arcangelo in lotta con Lucifero, affiancato da due virtù, Fortezza e Prudenza. La successiva facciata di sinistra è sormontata da Ruth e dai due soliti angeli; infine la terza. Essa è caratterizzata da Giaele e da un solo angelo. Percorrendo il lato destro, la prima facciata evidenzia sulla parete San Teodoro, l’antico patrono di Venezia, e tre angeli; sopra, sul timpano, la statua di Giuditta e due angeli. Sulla seconda e terza facciata si esibiscono rispettivamente le sculture di Rebecca ed Ester, anch’esse inquadrate da due angeli.

Altro complesso plastico di notevole impatto è collocato sui modiglioni. Si tratta di 14 statue, alte 2,75 metri, che raffigurano i profeti dell’Antico Testamento.

La decorazione interna rappresenta un’esperienza visiva emozionale come poche e la sua descrizione risulta improba trascriverla in poche righe, per cui solo una reale visita potrà appagare ogni curiosità e, soprattutto, assaporare il bello, nonché ascoltare e respirare i loro profondi messaggi.

Sotto la cupola maggiore, la pavimentazione è contraddistinta da un enorme rosario, costituito da 32 cerchi di varia misura e da una fascia di 32 rose, che rappresentano i Misteri del Rosario.

L’altare maggiore, disegnato dallo stesso Longhena, è collocato al centro di quattro colonne enormi, fatte venire dal teatro romano di Pola. Esso è incoronato da statue, per lo più attribuite allo scultore fiammingo Le Court (Ypres 1627 – Venezia 1679). Tra queste, splendida “La Vergine con il putto in gloria innanzi a cui Venezia inginocchiata chiede protezione contro la peste”.

L’altare, inoltre, contiene il cuore pulsante della chiesa, l’immagine della Vergine Nicopeia. Portata a Venezia da Francesco Morosini nel 1672, l’icona di scuola greco bizantina era stata custodita per secoli nella chiesa candiota di San Tito. Secondo la tradizione, la sacra immagine sarebbe stata dipinta addirittura da san Luca e consegnata dallo stesso evangelista ai fedeli, affinché la venerassero come una vera e propria reliquia mariana. Oltre all’appellativo di Nicopeia, è conosciuta sotto il nome di Mesopanditissa, ovvero Mediatrice di Pace, volendo così ricordare il suo ruolo di “testimone” della pace tra i veneziani e i candiotti nel 1264, dopo la lunga guerra durata ben sessanta anni.

San Martino, il santo del mantello

Sul calare della sera dell’undici novembre, le vie ciottolate delle più antiche città tedesche sono percorse da variopinte processioni, le laternenumzug, durante le quali i bambini appendono sui rami degli alberi delle lanterne di carta colorata e recitano delle gioiose filastrocche. In altri paesi del nord Europa, adulti e bambini si ritrovano riuniti attorno a tavolate chiassose, assaporando pietanze di antica tradizione a base d’oca. Anche in Italia è un giorno di festa. I borghi si profumano di caldarroste e si stappano le bottiglie di vino novello. Ancora oggi, come un tempo, a Venezia è difficile se non impossibile non accorgersi dei tanti gruppetti di bambini che scorrazzano tra le calli e campielli, chiedendo dei soldi ai passanti, sbattendo un mestolo su un coperchio di una pentola.

I soldini raccolti servono per i san martini che fanno bella mostra di sé dietro le vetrine dei pasticceri.

I san martini sono dei dolcetti di pasta frolla, ricoperti di glassa, cioccolata e caramelle varie, a forma di cavaliere con tanto di cavallo e spada brandita.

L’occasione è la ricorrenza della sepoltura di un uomo, che la memoria collettiva ricorda quasi unicamente per un episodio della sua vita, la “carità di Amiens”, il mantello diviso con il mendicante.

Però, quanti di noi conoscono realmente il vescovo di Tours, san Martino? Purtroppo il suo ricordo sta sbiadendo. Solo nell’ambito storico ed ecclesiastico la sua luce appare risplendere, benché molti si siano messi d’impegno per sminuirlo o, addirittura, ridicolizzare i suoi miracoli.

Martino ebbe i natali nel 316/317 d.C. a Sabaria, l’odierna Szombathely in Ungheria. Ancora piccolo, seguì il padre a Pavia, che aveva ottenuto l’incarico di tribuno nella sua città d’origine. Qui, il piccolo Martino visse parte della sua infanzia. Sempre a Pavia conobbe la comunità cristiana e, a quanto pare, in lui si fece vivo il desiderio di convertirsi al cristianesimo, tanto da voler essere accolto tra i catecumeni e di voler cercare Dio nel deserto, come gli asceti orientali.

Qualche anno dopo, aveva 15 anni, Martino seguì le orme del padre, arruolandosi nell’esercito romano. All’età di 18 anni, nel corso di una ronda effettuata di notte, si trovò davanti un mendicante seminudo che tremava come una foglia per il freddo.

Martino non esitò un attimo. Tagliò in due il mantello foderato di pelliccia e ne dette una parte al povero, affinché si coprisse.

Dio, compiaciuto dal gesto, fece sbocciare un’ondata di caldo fuori stagione, l’Estate di San Martino.

Nella notte successiva, Gesù gli apparve in sogno: indossava il suo mantello e stava raccontando a tutti gli angeli del paradiso del suo gesto altruistico.

Al risveglio il suo mantello era miracolosamente integro.

Dopo varie vicissitudini, il mantello, chiamato cappella, passò nelle mani dei re merovingi, che lo custodirono nel loro oratorio privato. Con il passare del tempo il vocabolo cappella venne a designare l’oratorio reale e da qui si estese, fino a designare tutti gli oratori.

Mesi più tardi, Martino venne battezzato, ma non abbandonò la vita militare. I legami d’amicizia e il cameratismo, che lo legavano al suo tribuno, erano molti e stretti.

Nel corso dell’estate del 356, Martino, mentre si trovava ad Augusta Vangionum (l’attuale Worms), ottenne finalmente il congedo, dopo una carriera militare durata venticinque anni.

Libero di potersi esprimere, come il suo cuore desiderava, Martino si mosse alla volta di Pictavium (oggi Poitiers), mettendosi a disposizione del vescovo Ilario.

L’incontro si dimostrerà decisivo non solo per la sua vita, ma per la stessa nascita del monachesimo in occidente.

Tuttavia, la sua permanenza non doveva durare a lungo. Un sogno lo esortò a intraprendere un lungo viaggio. Raggiunse Milano, la Pannonia, i Balcani, l’Illirico e ritornò di nuovo a Milano. Nelle città toccate ebbe dibattiti accesi con i rappresentanti dell’arianesimo.

Durante il suo secondo soggiorno milanese fece la sua prima esperienza monastica. Tutto sembrava andare secondo i suoi desideri, quando l’acredine del vescovo ariano Aussenzio si fece sentire con tutto il suo peso. Scacciato dalla città, trovò rifugio nell’isola Gallinaria.

Trascorse giorni a dir poco austeri, tanto da rischiare la vita, cibandosi di una pianta velenosa, l’elleboro, ma riuscì a sopravvivere grazie alla preghiera. Il suo primo miracolo. Dopo di che ritornò a Poitiers, stabilendosi a Lugugé, dove visse come un’eremita.

Nel 371, a furor di popolo, venne eletto vescovo di Tours, contro i voleri delle alte cariche ecclesiastiche. Ma si sa, voler di popolo, voler di Dio.

Si stabilì in un eremo a circa due miglia dalla città, fondando Maius Monasterium (l’attuale Marmountier). I beni erano gestiti in comune; indossavano solamente una pelliccia di cammello; e nessuno lavorava. I più giovani ricopiavano antichi manoscritti, mentre gli anziani erano dediti esclusivamente alla preghiera.

Da questo luogo di pace la sua fama di vescovo missionario, di guaritore pieno di carità, di esorcista o per le sue opere in favore dei poveri e dei diseredati travalicò ogni confine.

Morì a Candes l’otto novembre del 397, pianto da migliaia di persone.

Il Santo del Mantello è patrono di molte città italiane, piccole e grandi, ed è legato a molte feste legate all’agricoltura. Come nelle città del nord Europa, anche la tradizione culinaria italiana imbandisce molte tavole italiane con l’oca, forse per ricordare una curiosa leggenda.

Martino si era nascosto in una fattoria, tentando di sfuggire a coloro che lo volevano vescovo di Tours, ma lo starnazzare delle oche rivelò il nascondiglio del santo. E da quel momento, le nostre amiche pennute subirono e subiscono l’annuale castigo per il troppo zelo dimostrato dalle proprie antenate.

I san martini a Venezia? Toccherà ai bambini l’ardua scelta, se iniziare a deliziare il palato con la frolla del santo, oppure con quella del cavallo; e chissà quale sorriso a fior di labbra compie ogni qual volta il nostro Martino osserva l’innocenza riempirsi gli occhi di un dolce che lo ricorda da tempo immemore.