La chiesa di Sant’Andrea in Monte a Polpet

Il paese di Polpet, una frazione di Ponte nelle Alpi, è lontano dalle usuali rotte turistiche, ma non è privo di fascino, ricco com’è di attrazioni naturalistiche e storiche.

Appollaiata sul monte Frusseda, a 740 metri sul livello del mare, la chiesetta di Sant’Andrea in Monte domina su tutta la valle sottostante.

Lasciata la vettura in centro, ci lasciamo guidare dai cartelli turistici, che indicano una strada d’epoca romana. Di essa sono ancora visibili dei tratti della carreggiata e rappresenta uno dei tanti miracoli del genio romano che la realizzò per superare le asperità del territorio. Forse siamo in presenza di uno dei tanti segni tangibili della Via Claudia Altinate, che conduceva verso le terre d’oltralpe con una certa agibilità.

Arrivati alla strada vecchia di secoli, abbiamo l’opportunità di scegliere due sentieri per risalire il monte Frusseda. Alla fine si tratta di una questione di tempo o, più semplicemente, d’allenamento. Comunque nulla d’impegnativo. La solita attenzione che si presta quando si sale in montagna.

Distratti dai panorami o dalla natura circostante, i minuti trascorreranno velocemente. E così, all’improvviso, ci troveremo al cospetto della chiesetta, che saprà ripagare la nostra piccola fatica.

La data della sua fondazione non ci è data a sapere, ma è possibile attribuirne una sua antichità indiscutibile.

Ponte nelle Alpi è ricca di chiese, edificate per venire incontro alle necessità di una popolazione dispersa su un territorio che non permetteva un facile spostamento delle persone; ma, in questo caso, si ha quasi la sensazione che qui si volle costruire una chiesa, al riparo dalla vita caotica di ogni giorno, dove cercare una via della preghiera più autentica, aiutata dalla pace della natura e dal silenzio. Eppure fu tirata su, mattone dopo mattone, sull’affaccio della valle, in uno dei pochi spazi sgombri dalla lussureggiante vegetazione, facendo echeggiare così le parole dell’apostolo Matteo, allorché scrisse che “una città posta sopra un monte non può essere nascosta” (Mt. 5; 14).

La Chiesa viene citata per la prima volta negli archivi parrocchiali nella seconda metà del XIV secolo. Peraltro questi atti ricordano un monastero con identica intitolazione, secondo i quali nel cenobio si attesterebbe la presenza di religiosi di ambedue i sessi, che la tradizione popolare ricorderebbe in due toponimi: “Molin de Frare” e “Val de le Moneghe”. Ad oggi il sito, che si vuole in località Castellet, non è stato identificato con evidenze certe.

La chiesetta ha subìto numerosi rimaneggiamenti nel corso dei secoli. Al coro, struttura originaria, è stata aggiunta nel XV secolo una modesta e sobria navata. Nella stessa occasione venne innalzato il piccolo campanile.

Intorno al XVII secolo, l’ingresso principale, che si apriva sulla facciata, fu murato. Delle considerazioni sconosciute definirono che l’accesso si ponesse sul lato meridionale.

Le modifiche prospettiche, assieme alla diversa ricollocazione delle finestre rispetto all’assetto preesistente, hanno provocato dei danni piuttosto importanti agli affreschi.

Oggi l’intonaco originale delle pareti appare scialbato, grazie anche alle diverse mani di calce viva posate nei secoli. Le superfici presentano parti di affresco, che raffigurano gli Apostoli, San Martino e la Sacra Famiglia.

Dopo aver auspicato la messa in sicurezza di queste testimonianze dalle mani del moderno vandalo, ritorniamo all’esterno, non senza aver dato un’occhiata ad uno stemma posto sopra l’ingresso. E’ quello della famiglia dei Cavassico, che, osservando lo stato di degrado nel quale era caduta la chiesa, commissionò l’ultimo grande restauro del XVII secolo.

Chissà poi come andarono le cose? Forse i familiari ebbero in cambio delle preghiere particolari per la loro salute spirituale e per il loro benessere. E forse le ascoltarono seduti in una panca o degli sgabelli propri dentro la chiesetta.

Comunque sia, la visita alla chiesetta rimane una bella esperienza, un’oasi di pace, capace di isolarti per un po’ di tempo dalla confusione del mondo esterno.

Un particolare ringraziamento all’autore della stupenda fotografia, Luca Mares, e all’amico Willi Fregona.

 

Il regno dei Fanes

Molti anni fa, ero ancora piccolo, degli alpinisti chioggiotti, dei grandi con la “g” maiuscola, mi fecero un grande regalo, portandomi con loro in un luogo magico delle dolomiti. Da quel momento una parte di me non ha più abbandonato quell’altopiano adombrato dai colossi delle Conturines e delle Tofane.

Oggi, molti di quei compagni non ci sono più, ma è ancora possibile vederli discendere nella neve fresca tra le cime più alte o ascoltare, nel silenzio delle montagne, le loro peripezie sul Piz Lavarella o sulla lontana Forcella Medesc.

Il momento peggiore era il ritorno.  Max, il proprietario del vicino rifugio, si avvicinava ad una piccola campana e tirava ritmicamente la corda del batocchio,  provocando dei piacevoli suoni acuti, con il fine di augurarci un buon viaggio, senza sapere che, in realtà, faceva nascere in noi un magone grande quanto una delle montagne vicine.

Un anno dopo, quando in pianura germogliavano i primi segni dell’imminente primavera, quattro o cinque autovetture partivano da Chioggia alla volta del Fanes; e così andò avanti per decenni, finché le pieghe della vita decisero per tutti noi, caricandoci di molte cicatrici.

Tra le molte escursioni, di una serbo un ricordo particolare. Eravamo di ritorno dal Col Bechei, quando incrociammo un gruppo di scialpinisti bavaresi di nostra conoscenza. Percorremmo, si e no, una cinquantina di metri, quando sentimmo echeggiare dei boati. Pensai subito al peggio. Una valanga si era staccata in qualche pendio non lontano. Invece uno dei tedeschi, che aveva combattuto la Grande Guerra su queste montagne, volse lo sguardo verso il Vallon Bianco e, con un italiano stentato, mi rispose di non preoccuparmi. Forse, i boati che sentivo erano i lamenti delle trombe d’argento, che una regina aspettava da secoli. Poi, alzò lo sguardo e scrutò il cielo. Sarebbe stata una notte fantastica, con una luna piena come poche. La regina dei Fanes e sua figlia Lujanta sarebbero uscite dal loro nascondiglio, per solcare le acque del vicino lago di Braies.

Ritornati al rifugio, lasciai sci e pelli di foca all’ingresso e cercai il tedesco, che mi aveva gonfiato l’animo con una storia che sapeva di fantastici duelli e misteriosi animali. Lo trovai mentre sorseggiava una pinta di birra, tra una pipata e l’altra.

Ricopiai su un quadernetto da scuola quanto mi raccontò, anche se le pagine bianche si colorarono di disegni, piuttosto che di frasi elementari e zeppe di errori da matita rossa.

Il destino volle che anni dopo mi trovai in un aula universitaria a disquisire proprio su questo argomento di fronte a due arcigne professoresse.

Secoli e secoli fa, una vecchia ongana, che viveva in una grotta alle pendici della Croda Rossa, si ritrovò davanti una giovane donna con in braccio una bambina. La riconobbe, era una del posto, di nome Molta, scappata per amore in terre lontane. La ragazza fece tempo solo a sedersi sopra una grossa roccia che esalò l’ultimo respiro, lasciando tra le braccia dell’ongana la sua piccola creatura.

Il corpo esanime della donna fu trasportato via dalle marmotte e nascosto alla vista del genere umano in un profondo anfratto della montagna; mentre la piccolina, cui fu dato il nome di Moltina, in onore della mamma, venne adottata dalla vecchia ongana.

Come si sa, il tempo trascorre velocemente, e la bambina crebbe, passando il proprio tempo con l’ongana e, in parte, con le marmotte. Una volta Moltina assunse addirittura le sembianze di una marmotta. Anni dopo, Moltina andò in sposa al principe dei Landrines, che vivevano in Val Popea.

Un giorno, ebbe luogo una grande festa nel castello. Tra gli invitati, vi era la regina dei Bedoyeres, la più orgogliosa tra le dame presenti. Conoscendo le umili origini di Moltina, propose sadicamente che ciascuna delle dame presenti raccontasse dei propri avi, delle loro gesta, nonché dei loro averi.

Moltina era disperata e quando toccò a lei a parlare, ebbe la sensazione che il mondo gli cadesse addosso. Non riusciva a spiaccicare una parola e il rossore del viso tradiva il suo imbarazzo.

In quel momento il ciambellano di corte entrò nella stanza del tutto infervorato. La montagna era diventata rossa come il fuoco. Le dame si precipitarono alle finestre e rimasero meravigliate dal fenomeno mai visto.

Moltina approfittò del momento di confusione per uscire dalla stanza e corse verso l’uscita del castello. Da qui prese la via dei suoi monti e, non volendo essere riconosciuta dagli uomini, si trasformò in una marmotta.

Il principe la inseguì per i boschi e i versanti scoscesi, finché la ritrovò; ed esaudì il suo desiderio di non tornare più tra le mura del castello, lontano dalle malignità e dai pettegolezzi delle dame di corte.

La vecchia ongana quando seppe della sua scelta decise che la loro montagna rimanesse rossa per sempre.

Una notte furono svegliati dal fragore di armi. Il principe si avvicinò alla fonte del rumore. Un accampamento di fanti e cavalieri era in pieno fermento, ma era facile osservare che tutti quegli uomini non fossero avvezzi all’arte della guerra.

Era il popolo di Fanes e si stava preparando alla guerra, poiché aveva avuto notizia di un imminente attacco di un popolo vicino.

Il principe acconsentì  al loro desiderio di prepararli alla guerra e li condusse nelle singole battaglie, dalle quali ritornarono sempre vincitori.

Il giovane, divenuto re dei Fanes, ordinò di costruire un castello, sulle cui mura fece dipingere l’emblema della marmotta. Il regno dei Fanes divenne presto potente.

Un centinaio di anni dopo, una giovane nipote sposò un principe di un regno vicino. dalla loro unione nacquero due gemelle, Dolasilla e Lujanta.

Il re, salendo verso una delle cime del suo regno, incontra una grande aquila, che altro non è che il re di una lontana isola abitata da uomini con un braccio solo. I due concludono un alleanza, che ha come clausola finale lo scambio dei gemelli.

Lujanta riesce a sfuggire, nascondendosi tra le marmotte, mentre Dolasilla cresce tranquilla, divenendo giorno dopo giorno sempre più forte. Per di più il regno viene allietato dalla notizia della nascita del principino con un braccio solo.

Il re, in segno di ringraziamento, fa sostituire l’emblema della marmotta con quello dell’aquila.

In quei giorni, un giovane principe dei Duranni si trovò ad affrontare un terribile stregone di nome Spina De Mul.

Lo stregone dall’aspetto di uno scheletro di un mulo mezzo putrefatto, aveva assalito la giovane Dolasilla e  un suo scudiero. Il principino non si perse d’animo e lo affrontò a colpi di pietra, sebbene fossero in piena notte. Lo stregone, ormai quasi agonizzante, gli assegnò il nome di Ey de Net (occhio della notte). Nella lotta furibonda, lo stregone perde una pietra magica, la Raietta, che viene trovata da Ey de Net, che la regala a Dolasilla.

Il re dei Fanes era bramoso di ricchezze e di gloria; e guida una spedizione verso Canazei alla ricerca di un tesoro nascosto sul fondo del lago d’argento. Ma qui non trovò nessuna ricchezza; senonché entrano in una grotta, dove rinvengono delle verghe d’argento e una scatola con lembi di pelle bianca, contenente della polvere grigia. Dei nani fanno la loro apparizione e reclamano il contenuto della scatola.  Dolasilla la restituisce ai nani, i quali gettano la polvere in fondo al lago.  Dopo di che restituiscono la scatola e la pelle perché se ne faccia una corazza impenetrabile.  Uno dei nani, inoltre, gli fa una predizione.  Diverrà una guerriera invincibile, ma non dovrà mai sposarsi.  Con le verghe si fa costruire un arco e delle trombe dal suono meraviglioso.  Di ritorno i Fanes trovano il lago coperto di canne d’argento, con le quali fabbricano le frecce per Dolasilla.

Un giorno Dolasilla regalò tredici frecce a dei Salvan, ignorando che fossero stati inviati dallo stregone Spina del Mul, bramoso di riavere la sua pietra.  Non solo; il malvagio stregone aveva riunito una coalizione di popoli contro i Fanes; e tra essi vi era un contingente di Durani guidati da Ey de Net.  La battaglia avviene nella pianura di Fiammes e alla fine i Fanes riescono a spuntarla, a costo di grandi perdite.  La stessa Dolasilla è rimasta ferita a causa di una freccia magica.

Ey de Net vuole vederla e chiede consiglio alla Tsicuta, sorella dello stregone.  Questa, gli suggerisce di far costruire dai nani del Monte Latemar uno scudo così pesante, che nessuno possa trasportarlo, tranne lui.  Ma deve anche sapere che Dolasilla farà una profezia che non potrà mantenere.  La vita della giovane ragazza era segnata dalla bramosia del padre.  Lo stratagemma diede i risultati sperati; e il principe Durano in incognito, divenne il compagno d’arme di Dolasilla.  La giovane principessa, alla testa dei suoi guerrieri, riprende le armi contro i popoli vicini.

Un giorno Ey de Net e Dolasilla dichiarano il proprio amore e il desiderio di sposarsi.  Non solo, i due amanti promettono che non scenderanno in battaglia da soli.

Il re bandisce dal regno Ey de Net e, sapendo che Dolasilla non sarebbe scesa in battaglia senza il suo amato, tradì il suo stesso regno, con l’unica condizione di essere ricompensato con il regno di Aurona, un paese tutto d’oro, poco sopra Livinallongo.

La guerra ha inizio e Dolasilla è costretta a riprendere le armi, malgrado la promessa fatta al suo amato.  Durante la battaglia la principessa viene colpita dalla tredici frecce che aveva regalato e muore.

Il re dei Fanes viene schernito da Spina de Mul e viene trasformato in pietra, sulla cima del Nuvolao.  Ancora oggi il suo volto è visibile sul Falzarego (da Falzares il falso re).

La disperata situazione dei Fanes, costringe ad ordinare un ripiegamento nel castello.  Qui le marmotte inviano in loro aiuto Lujanta.  Presa per la gemella Dolasilla, mette in fuga i nemici, ma è solo questione di tempo, di poche ore.  I Fanes hanno perso la battaglia.

Le marmotte conducono i Fanes nel loro regno sotterraneo, ma vengono inseguite dai nemici.  In loro aiuto corrono i nani, che deviano una cascata, che blocca gli inseguitori assetati di sangue.  Sette anni dopo i Fanes erano riusciti a riprendersi territori appartenenti e gli stessi popoli nemici erano stanchi di combattere e chiesero la pace.

Il principe dei Fanes non volle sentire ragioni e si arrivò ad una nuova guerra.  Fu una carneficina, la maggior parte dei Fanes morì nel campo di battaglia.  I superstiti si ritirarono con la regina e Lujanta sotto la croda del becco.

C’è chi dice che ogni anno, e chi cento anni, la Regina e la Principessa escono fuori e, a bordo di una barchetta, navigano le scure acque del lago di Braies, sperando di udire le trombe d’argento, che segnalano la rinascita del regno, come profetizzato dal Re Aquila.

Tutta la materia narrata è fiorita in un’estesa regione geografica, che comprende la Val Badia, la Conca di Cortina d’Ampezzo e tratti della Val Pusteria.  Questa è una regione particolare; una sorta di cerniera tra l’etnia ladina e quella tedesca.

Oggi i ladini sono una piccola minoranza etnica, che si ritiene discendente di un’antica popolazione, un tempo ben presente sulle Alpi.

Su queste valli e montagne, i ladini tramandarono il ricordo di un regno, abitato dai Fanes in piena sintonia con le marmotte.  In realtà, il tempo e le tragedie della storia cancellarono molti di questi ricordi.  Tanto che la saga dei Fanes rischiò seriamente di andare perduta per sempre.  Per fortuna, la curiosità di un uomo per le tradizioni popolari ladine la salvò dall’oblio.

L’uomo era Karl Felix Wolff (21.05.1879-25.11.1966).

Dopo averla raccolta, non senza difficoltà, la diede alle stampe per la prima volta nel 1932.

Wolff non ci mise molto tempo ad accorgersi che ci voleva quasi una bacchetta magica per risvegliarla dal suo letargo secolare.

I singoli episodi erano spesso confusi, se non addirittura contraddittori.  Wolff non si perse d’animo; cercò di dare una tramatura ciclica, basandosi sui filoni principali: quello badiota, l’ampezzano e il fassano.

Certo la fantasia gli giocò qualche brutto scherzo, inserendovi dei fili della tradizione tedesca; ma è anche vero che sarebbe stato difficile ordinare una versione princeps di una tradizione che, a seconda del momento e delle circostanze, il bardo modificava il racconto, stravolgendolo.

Fatto sta che oggi il ricordo del popolo dei Fanes è più vivo che mai.

E questo lo dobbiamo a Karl Felix Wolff.

Castello di Welsperg

Una delle ricchezze del Trentino Alto Adige è rappresentata dai tanti castelli, che fanno bella mostra di sé sopra le montagne più belle di questa regione. Il loro fascino ha soggiogato bambini ed adulti, nel passato come ai giorni nostri. Alcuni sono chiusi, altri sono ridotti a miseri e fascinosi ruderi, altri ancora sono visitabili in determinate occasioni o in certi periodi dell’anno.

Il castello di Welsperg è di fatto tra i più belli della Regione, nonché il più antico della Val Pusteria. Eretto poco lontano dal paese di Monguelfo, in provincia di Bolzano, il castello è uno dei migliori esempi dell’architettura militare e civile dell’epoca medioevale e rinascimentale.

La struttura è il risultato degli interventi eseguiti a partire dal XII secolo, per opera della famiglia Welsperg, che lo aveva adibito a residenza fino al 1907.

I signori di Welsperg, vassalli dei conti di Gorizia, erano stati investiti dall’avvocazia per il territorio che andava da Monguelfo a Dobbiaco.

L’avvocazia era un istituto diffuso in area tedesca, che consisteva nell’onere ed onore di tutelare gli enti e le istituzioni ecclesiastiche.

Estintasi la famiglia, il castello passò per via ereditaria ai conti Thun-Hohenstein-Welsperg.

Il mastio, il nucleo più antico, fu eretto tra il 1126 e il 1141 dai nobili fratelli Schwikher e Otto di Welsperg. Fin dall’inizio era stato concepito come una roccaforte militare a difesa del Monguelfo, come testimoniano il suo aspetto e la collocazione a strapiombo sul torrente Rio Cases.

Arrivarci è semplice. Si percorre in tutta tranquillità la strada statale E66 e si esce a Monguelfo. Si parcheggia l’auto al centro del paese e, dopo una suggestiva passeggiata di pochi minuti, si arriva all’ingresso del castello.

Si attraversa un ponte di legno, sorretto da due piloni, che lasciano intuire che una volta fosse levatoio, e ci si trova davanti ad una grande porta fortificata, affiancata da due feritoie.

Entrati, facciamo il nostro ingresso in un cortile interno di piccole dimensioni.

Purtroppo la torre con la sua classica copertura a piramide non è visitabile. Le cronache raccontano che al suo interno vi sia la segreta, dove i condannati scontavano la pena, dopo essere stati calati con una fune da una stretta apertura del pavimento sovrastante.

Niente paura, vi sono altri piccoli tesori, di cui riempirsi gli occhi.

Lungo il muro perimetrale vi è la Nuova Cappella. Consacrata il 12 novembre del 1510, il piccolo edificio si avvale della luce del sole mediante tre finestre con archi a sesto acuto. All’interno si possono osservare delle decorazioni di epoca barocca.

Da qui, si può passare alle cantine, costituite da un ambiente centrale, con soffitta a volta, e quattro vani adiacenti. Una porta ci permette di accedere alla lizza, il recinto nel quale affluivano i soldati per la guardia durante un’assedio. Ancora pochi passi e facciamo l’ingresso nella struttura principale.

Al piano terra si aprono due ambienti centrali, fiancheggiati da stanze, per lo più rivestite di legno di cirmolo e soffitto a listelli, come la Stube del Curatore.

Saliti al piano superiore, andiamo incontro alla Sala dei Cavalieri. Qui sono esposti una serie di dipinti dei nobili Welsperg. Quindi scopriamo la vecchia cappella romanica, consacrata a san Giovanni, solo in parte restaurata. Intorno al XVI secolo, l’originaria cappella venne quasi integralmente distrutta da un cedimento di un muro perimetrale.

Anche in questo piano, la sala centrale è costeggiata da quattro grandi vani, anch’essi rivestiti in legno e dai soffitti a pannelli. In una di queste stanze fa la sua bella figura una stube, abbellita da quadretti, raffiguranti gli stemmi della parentela dei signori di Welsperg. Tra queste, merita un occhio particolare la stanza denominata Stube del Conte.

La visita al castello non è la classica meta, che magari abbiamo intravvisto di sfuggita, passando per una destinazione diversa, ma promette al viaggiatore un lungo viaggio nel medioevo, nei panni di un cavaliere bianco alle prese con streghe, orchi e cavalieri dalla corazza nera, in un palcoscenico di mura e alberi secolari. Piccola nota a margine. Il vicino paese di Monguelfo merita una visita non frettolosa, dove il viaggiatore sarà coccolato dall’atmosfera del piccolo borgo senza tempo.

Contagio. Parte seconda

All’imbrunire, il cielo sopra Belluno si presentava sotto la parvenza di una tavolozza dipinta da un intenso indaco. Il vento della sera soffiava, sferzando la nebbiolina che si alzava dalla cresposa superficie del Piave.

La città stava cambiando abito, come le stesse montagne, che l’avvolgevano come una corona regale.

I versanti più alti si mostravano come abbagli evanescenti sull’orizzonte. Gli unici indizi di una realtà sottostante erano le luci tremule delle malghe in alta quota.

Il chiarore della città abbozzava lunghe parabole di luci, bianche e gialle, che guidavano nella Piazza Martiri, il salotto della città.

Stravaccato sulla poltrona, Francesco De Paradisi sorseggiava un bicchiere di whisky irlandese.

Sognava ad occhi aperti. Una grande vetrata gli concedeva un colpo d’occhio della vallata solcata dal Piave. Un vero toccasana per i suoi nervi e ne aveva bisogno.

Qualche settimana prima si trovava a Roma, nel cuore della Cristianità, dove trascorse le ore più frenetiche della sua vita.

Il destino lo aveva condotto a pochi centimetri da uno dei maggiori tesori dell’umanità: l’Arca dell’Alleanza. La sua ricerca lo aveva sfibrato nel profondo del suo animo. Aveva risalito i gradini dei gironi dell’inferno, ciascuno dei quali gli aveva sbattuto in faccia i gradi della malvagità umana. Però, il fatto di essergli stato così vicino lo aveva appagato di ogni sforzo e di tutte le sofferenze.

Nei giorni successivi dovette fare i conti con la coscienza per non aver rivelato ai propri compagni d’avventura il luogo dove si celasse la reliquia. Riuscì sempre ad azzittirla. Sapeva di aver fatto la cosa giusta. L’Arca si trovava al sicuro. Nessuno si sarebbe arrogato la sua proprietà.

L’assassinio di padre Dorsone lo aveva posto al cospetto degli spettri che lo avevano accompagnato per tutta la vita. La morte dei familiari non era stata una tragica fatalità, ma un vero e proprio assassinio, ideato a tavolino. Lo sconvolse scoprire il nome di chi armò la mano omicida. Il suo dolore si trasformò in rabbia e da qui in odio e disprezzo.

Il sangue del suo sangue si era macchiato di crimini orrendi. I terribili attentati che avevano sconvolto l’Italia nelle ultime settimane erano riconducibili alla stessa mano. Le vittime si contavano a decine e altrettante le persone ferite, molte delle quali versavano tuttora in gravissime condizioni.

L’unica nota di sollievo proveniva da Milano. Le condizioni del duomo non erano così gravi, come erano apparse in un primo momento.

Non gli rimaneva altro che riprendere in mano i cocci della sua vita. Alzarsi in piedi e pareggiare i conti. Non poteva avere scrupoli. Si trattava di belve assetate di potere, capaci di ogni efferatezza; e come ogni bestia assassina, vi era una sola cura: la soppressione.

Tutto a tempo debito.

Ritornato a Belluno, i primi giorni li trascorse vegetando tra il giardino e la casa. Solo con il passare del tempo riuscì a recuperare parte del suo equilibrio.

Nel pieno di una notte, si svegliò con le coperte tutte arrotolate. Ci volle qualche secondo prima di capire dove si trovasse. Si sdraiò nuovamente, tentando di riprendere sonno, ma fu solo tempo perso.

Tanto valeva alzarsi. Salì al piano superiore e si lasciò andare su uno dei divani. I suoi occhi spaziarono sulle librerie, soffermandosi sui dorsi dei libri. Non sapendo quale scegliere, si guardò attorno.

In un angolo della stanza giacevano degli scatoloni, che contenevano le carte del precedente proprietario della villa, l’architetto Robert Moray.

In cima al mucchio di carte, due grosse cartelle colorate di rosso oscillavano, sfidando la legge di gravità.

Le afferrò, ma fece un movimento goffo e le caddero di mano, finendo a terra in un rivolo di fogli dattiloscritti e vari appunti scritti a mano. Comparvero delle fotografie, molte delle quali ingiallite dal tempo. Non senza aver tirato giù tutti i santi del paradiso, raccolse il marasma e lo depose in un’unica pila sopra la scrivania.

Sulla prima cartella la targhetta adesiva riportava Valdenogher, la Casa dell’Alchimista. La seconda, invece, la Valle dell’Ansiei, la mitica città di Agònia.

Diede una rapida sbirciata. Storse il naso e le ripose sulla scrivania. L’idea di imbattersi nuovamente su misteri, che sapevano di società segrete o di conoscenze iniziatiche non lo stuzzicava per niente. Tanto meno era nell’animo di mettersi alla caccia di un nuovo tesoro. Al momento si sentiva di affrontare temi che avessero i piedi ben piantati a terra. Certo, il suo desiderio di avventura non era del tutto sopito. Lo avrebbe appagato con un’idea che gli frullava in testa da qualche tempo. Avventura a rischio zero. Ma era ancora in uno stato embrionale.

 

 

Raffaele Viciglione aveva trascorso l’intera notte in bianco, camminando tra un ufficio e l’altro del Comando Centrale dei Carabinieri a Roma.

La sera precedente era scattato il blitz del nucleo speciale dei Ros nei confronti di sette persone accusate a vario titolo di appartenere ad una delle tante cellule della galassia del fondamentalismo islamico.

Gli uomini dell’Arma li avevano sorvegliati per settimane, avvalendosi delle più moderne tecnologie. Le intercettazioni ambientali si erano dimostrate fondamentali per le indagini. Nel fascicolo di indagine della Procura Distrettuale l’ipotesi di reato consisteva nell’arruolamento con finalità di terrorismo e di associazione sovversiva. Quando il giudice ebbe tutto in mano ritenne di non dover perdere del tempo e diede il via all’operazione, che portò al loro arresto cautelativo.

L’irruzione nelle abitazioni degli indagati permise di sequestrare dei computer una montagna di carte in grado di chiarire i rapporti intercorsi con un predicatore islamico ricercato in tutt’Europa, per aver inneggiato alla guerra santa e arruolato volontari per la guerra civile, che stava insanguinando i paesi ex sovietici a maggioranza islamica.

Del fermo venne avvertito anche Raffaele. Lavorava per l’Aise, l’Agenzia Informazioni e Sicurezza Esterna, il servizio segreto italiano che aveva sostituito il vecchio e chiacchierato Sismi.

Raffaele aveva superato da poco i quarant’anni ed era a capo della Sezione K. Il pool contava sedici persone operative, tra uomini e donne, e provenivano dalle diverse Armi, dopo aver dimostrato di possedere attitudini e doti fuori del comune. Non bastava essere stati selezionati. Ogni recluta doveva sottoporsi ad un tour de force sulle discipline scientifiche ed economiche, al fine di saper maneggiare le più moderne tecnologie e masticare le nozioni del mondo delle grandi transizioni finanziarie, che facevano girare i motori del mondo.

Oltre agli operativi si contavano altri agenti, reclutati nelle aule universitarie; dei piccoli geni del proprio settore.

Ufficialmente la Sezione K non esisteva. Di facciata, gli agenti si occupavano di terrorismo globale. In realtà, come altre strutture similari straniere, le attività erano rivolte a contrastare la cospirazione ordita dall’Ordine Nero.

I due vocaboli identificavano l’organismo che condizionava le decisioni prese nel corso del tempo sui destini del mondo, grazie ai rapporti e all’influenza dei suoi membri nello scacchiere internazionale della politica e dell’economia.

Gli occhi di Raffaele scrutavano le singole dichiarazioni degli arrestati, cercando una relazione con le cellule sotto controllo del nord Italia, quando il cellulare prese a vibrare. Il numero che compariva sul piccolo schermo lo conosceva bene.

Una vettura lo stava aspettando in strada.

L’auto si fermò davanti alla prima cinta di guardia presidiata dagli uomini del RUD, il Raggruppamento Unità Difesa, con il compito di garantire la sicurezza delle basi dell’Intelligence italiana.

Davanti a sé la caserma Calipari di Forte Braschi.

La struttura originaria risaliva alla fine dell’Ottocento. La collocazione, defilata dagli occhi della città, e le dimensioni determinarono la sua scelta quale sede centrale dei servizi segreti.

Messi i piedi a terra, raggiunse l’ufficio dell’ammiraglio Guido Porciatti, il comandante dell’Aise.

La stanza era ammobiliata con pezzi moderni, tranne la scrivania, un pezzo del Seicento romano. Seduto in un poltrona di pelle vi era l’ammiraglio.

L’alto ufficiale si alzò e allungò il braccio per stringergli la mano.

Porciatti aveva alle spalle una carriera di tutto rispetto. Si era distinto nei comandi delle maggiori unità di superficie della Marina Militare; altrettanto bene guidò la Prima Divisione Navale. Le sue qualità e delle buone conoscenze in alto loco gli fecero avere il comando dell’Agenzia.

Mi dispiace averti fatto chiamare, ma vi sono delle novità. Due giorni fa mi è stata consegnata una nota informativa, che mi ha costretto ad aumentare le dosi contro il mal di stomaco. Da un po’ di tempo tampiniamo due biologi nord coreani. Sul conto di questi due tomi pendono numerose accuse, ma sono stati sempre abili a non lasciare tracce compromettenti sul loro lavoro. Fonti ben informate riferiscono che siano da imputare a costoro le stragi di poco tempo fa nel sud est asiatico. Sono dei mercenari in camice bianco, specializzati nelle armi di distruzione di massa. Nello specifico, le loro armi sono i virus e i batteri che modificano nei loro laboratori. Ti ricordi dell’epidemia di vaiolo che scoppiò in Centrafrica qualche anno fa? Vi furono numerosi decessi nelle popolazioni urbane. Le autorità sanitarie dell’Organizzazione Sanitaria Mondiale non esitarono a parlare di pandemia. Ebbene, il sospetto di una possibile mano dell’uomo sull’infezione prese corpo in larghi strati non solo dell’opinione pubblica, ma anche tra gli accademici. L’epidemia si mostrava troppo virulenta, fuori da ogni schema, da considerarla di origine naturale. Le autopsie e le analisi biologiche rilevarono delle anomalie sul ceppo virale. Ancora oggi non tutte le domande hanno avuto delle risposte soddisfacenti.

L’ammiraglio s’interruppe e stette in silenzio per qualche attimo. Aprì un cassetto e fece scivolare fuori un sigaro toscano. Tagliò il cappello con una piccola ghigliottina a lama singola e se lo accese. Trattenne il fumo per una manciata di secondi e lo sbuffò fuori in una nuvola bianca.

Li abbiamo tallonati fino a Milano, senonché il colpo di scena. I due galantuomini sono stati avvicinati da qualcuno che tu conosci molto bene.

Raffaele aggrottò la fronte. Cominciava a presagire la mal parata e non ci voleva una fervida immaginazione per capire di chi stesse parlando. I suoi timori divennero una certezza, allorché l’ammiraglio riprese a parlare.

Queste vecchie conoscenze, che il nostro database ha identificato come delle mezze tacche dell’Ordine Nero, li hanno presi in consegna e si sono preoccupati di trasportarli fuori città. Si sono fermati all’interno di uno stabilimento, dove li stava aspettando un elicottero.

L’ammiraglio diede una nuova boccata al sigaro e riprese.

La traccia radar del velivolo ci ha condotto all’aeroporto di Belluno. Da qui, sono ripartiti a bordo di un paio di automobili, prese a noleggio. I nostri uomini non li hanno mai persi di vista. La meta è stata individuata in una azienda di trasporti a Fonzaso. Da quel momento abbiamo intensificato la sorveglianza. I rapporti hanno dell’incredibile. Ogni mattino si mettevano in macchina e raggiungevano il vicino paese di Lamon. Ci stavano per qualche ora, gironzolando per le viuzze. Non si sono fatti mancare nulla. Hanno visitato il locale museo archeologico, come sono andati a vedere la ricostruzione di un orso preistorico nell’esposizione permanente nell’atrio del Municipio. Alle prime ore del pomeriggio facevano ritorno a Fonzaso. Il trantran si è ripetuto per giorni. Unica variante di rilievo è stata quella di San Donato, una frazione di Lamon. Per tutto il tempo si sono comportati come dei normali turisti. Roba da pazzi.

Porciatti colse il disagio di Raffaele e puntualizzò.

Lamon è un paesotto delle dolomiti bellunesi ai confini con il Trentino. Non ci sono le piste da sci o gli impianti di risalita delle vallate vicine. Possiede altre caratteristiche da renderlo unico. Le proprietà organolettiche della terra sono singolari, che permettono la coltivazione di alcuni prodotti a dir poco pregiati.

Il chiarimento dell’ammiraglio confuse ancor più Raffaele. Cosa accidenti ci facevano degli agenti dell’Ordine Nero tra i cucuzzoli delle dolomiti in compagnia di due specialisti della guerra biologica? La vicenda non aveva senso. Da un lato Lamon non poteva definirsi un bersaglio, capace di fare da cassa di risonanza; dall’altra non era neppure un paese sperduto in chissà quale valle selvaggia. La prima idea che gli balenò in testa fu quella che volevano impiantare un laboratorio. Però un’ipotesi del genere non reggeva alla logica delle cose. Una struttura di quel tipo necessitava di una logistica che non sarebbe passata inosservata. Eppure, Lamon era divenuto un obiettivo dell’Ordine Nero.

L’ammiraglio condivise le sue preoccupazioni, come le sue perplessità, tanto da firmare una nota d’allerta al distaccamento operativo più vicino a Lamon. La patata bollente passava al reparto operativo di San Donà di Piave, che si era distinto nelle ultime missioni.

Uscito dalla Calipari, Raffaele si ritrovò a pensare all’Ordine Nero. Impersonava una delle facce più terribili del potere. Molti ne avevano ipotizzato la sua esistenza, ma si erano ben guardati dal nominarla.

Bastava farne un semplice cenno, per fare una brutta fine. Nella migliore delle ipotesi, ci si circondava di ridicolo. Eccolo là, il complottista, incapace di distinguere la realtà dalla finzione. Qualcuno di questi si trovava a suo malgrado a passare le giornate in una cella imbottita, ma non era il peggio che poteva accadere. Una mattina uscivi da casa e non facevi più ritorno. Le stagioni di violenza che insanguinarono le regioni della terra non si trattavano di episodi slegati tra loro. Tutto trovava una spiegazione nell’Ordine stesso. La nascita del mostro si perdeva nelle nebbie del tempo ed aveva condizionato a suo piacimento le linee politiche ed economiche mondiali.

Il fine era la radicalizzazione dello scontro sociale nel senso più ampio del termine e l’ampliamento della visibilità dei gruppi più intransigenti e meno inclini al dialogo. Alla lunga, le classi politiche sarebbero collassate su sé stesse, il che avrebbe aperto le porte alla tirannia dell’Ordine Nero.

 

 

Che pace. Siamo in paradiso. Non ho sentito un rumore che sia uno nelle ultime ore. Solo il fruscio del vento e il canticchiare degli uccelli. Una boccata di quest’aria e ti liberi i polmoni dallo smog della città. C’è da perdere la testa. Chi l’avrebbe mai detto. Una location fuori di melone e un lavoro da sballo. Riportare alla luce gli oggetti che erano appartenuti a delle persone vissute un migliaio di anni fa è decisamente più interessante dal vederli in bella mostra in una teca di un museo. Qui, sono vivi. Mi pare persino di vederli, mentre facevano gli ultimi passi della loro vita. 

Le parole del ragazzo distolsero Giovanna Fantini dal lavoro. Lasciò cadere la piccola cazzuola e anche lei si mise ad osservare il panorama che gli si stagliava davanti.

Delle righe di sudore gli coprivano la fronte fino a raggiungere le guance abbronzate. La t-shirt rosa era madida, una seconda pelle che evidenziava le sue forme mediterranee. Indossava un cappellino kaki e degli occhiali sgargianti. Aveva compiuto da poco i trent’anni. Non superava il metro e sessanta di altezza. I capelli, lisci e neri come il carbone, erano spettinati e trattenuti da una matita che fungeva da mollettone. Il viso era abbronzato, occhi blu cobalto, labbra piene e un arcipelago di lentiggini caffelatte. Il destino gli aveva riservato più gioie che dolori. Un posto sicuro da assistente di cattedra all’università e un ragazzo in carriera.

Giovanna fece un respiro a pieni polmoni, facendo sobbalzare gli occhi del ragazzo sulle sue forme.

Sarà il tepore del sole, il venticello sul viso , insomma, un’atmosfera da mille e una notte. Per completare il tutto, ci manca solo un lettino da campo. Il relax come massimo sistema.

Andrea Boscolo si era trovato quasi per caso sopra quella altura. Frequentava l’ultimo anno all’università di Padova con risultati altalenanti. Il suo professore di Topografia Antica gli aveva caldamente suggerito di frequentare un campo archeologico. Questo gli avrebbe permesso di intascare una discreta quantità di crediti formativi; dell’ossigeno, se voleva arrivare alla laurea. All’inizio la sua scelta cadde su un sito ai bordi della laguna veneta, la cui scoperta casuale si doveva agli sbancamenti del progetto faraonico ideato per salvare Venezia dalle acque alte.

Stava per consegnare il modulo in segreteria, quando i suoi occhi caddero sulla giovane dottoressa Fantini. Ne era cotto. Anni e cuori lo separavano, ma per lui tutto ciò non contava un fico secco. La sola idea di poterle stare vicino, gomito a gomito per tutto il tempo degli scavi, lo solleticò a tal punto da cambiare di punto in bianco la scelta. E così si ritrovò a Lamon.

Al tuo palcoscenico bucolico mancano due componenti fondamentali, che, secondo me, hai omesso e non a caso. Partiamo dal pranzo. Giuro, mai visto in vita mia qualcuno mangiare come te. E poi? Dove caspiterina cacci tutta quella roba? Sei magro come un chiodo, eppure mangi come uno squalo. I giri di grappa? Avrebbero steso a terra un intero plotone dell’Armata Rossa. Sei davvero uno spasso, ma per il resto, lasciamo perdere, replicò Giovanna con delle sonore risate.

Andrea rispose con una linguaccia e ritornò alla sua postazione, borbottando qualcosa in dialetto stretto. Riprese in mano il piccolo utensile con il quale stava sfogliando la superficie del terreno, toccando strati sempre più antichi. Muovendo la mano, il dorso strisciò con del metallo. La alzò di scatto, assicurandosi di non essersi tagliato. Si era procurato una semplice graffiatura. Appoggiò ambedue le mani nella torba fino al polso, volendo trovare l’oggetto che gli aveva provocato l’abrasione. Sentì pungere la mano. Prese un bisturi e incise lo spazio intorno.

Giovanna, corri. Penso che ci sia qualcosa qua sotto.

Andrea si scostò, lasciandogli il posto. La ragazza sollevò delicatamente il cubo di terriccio e, dopo averci versato sopra dell’acqua, lo libero dai residui di torba. Venne fuori una lama di un lungo coltello, anche se la forma e le dimensioni non erano quelle consuete. Gli attaccò un cartellino e vi scrisse la data e lo strato nel quale era stato rinvenuto.

Il fiuto della giovane archeologa aveva visto giusto. Il tappeto verde e rosso bruno di muschi e sfagni forse nascondeva una tomba. Esso si trovava in un punto del pianoro, dove il profilo del monte digradava in una depressione, ricolma di tratti rocciosi, che seguiva la balza naturale di un ciglio sul vuoto.

La consistenza del terreno aveva stuzzicato il suo interesse. A differenza del resto del pianoro, qui la natura si era divertita a giocare con sé stessa. La coltre superficiale presentava un coagulo di terriccio grossolano e spugnoso, per lo più di residui vegetali solo in parte decomposti.

Individuato il perimetro dell’area torbosa, si era proceduto a suddividerla in una serie di quadrati, il che avrebbe permesso di non perdere l’ordine e il posizionamento degli eventuali reperti.

Lo scavo si era fatto largo attraverso uno strato poco degradato. Sotto la consistenza della materia organica si presentava erosa e con un colore bruno scuro, tipico di un ambiente acidulo.

Migliaia di anni addietro il tratto di pianoro doveva apparire come un avvallo percorso da un velo d’acqua. Un moto franoso fece precipitare del materiale vegetale, riempiendolo del tutto. Le basse temperature, l’assenza di batteri e di altri organismi decompositivi fecero il resto. Si trattava di un relitto del passato che aveva attraversato l’oceano del tempo.

L’area era conosciuta con il nome Piasentot e copriva parte del versante, che s’affacciava sulla valle del Senaiga.

Alla fine del XIX secolo, le voci del paese che raccontavano di monete affioranti e di cocci frammisti alla terra incuriosirono un sacerdote, che si premunì di compiere una prima ricognizione del sito. Gli bastarono poche ore per accertare che non erano delle semplici chiacchiere, ma descrivevano uno stato di fatto. Occorreva avere un po’ di fortuna e scrutare con attenzione la superficie del campo per riconoscere una moneta patinata dai secoli o dei frammenti di ceramica millenaria. In tempi recenti la Soprintendenza intraprese degli scavi. Le indagini portarono alla luce un’ottantina di sepolture e, cosa singolare, una fossa che conteneva uno scheletro di un bue. Il sondaggio stratigrafico e l’analisi degli oggetti inquadrarono la necropoli all’epoca romana.

Le giornate si erano accorciate da quando gli archeologi avevano piantato le tende, ma l’adrenalina della nuova scoperta fece passare in secondo piano ogni cosa. Si ovviò alla luce del tramonto con dei fari alogeni, che furono collocati sopra delle barre metalliche ai bordi della fossa.

Gli archeologi erano elettrizzati. Per quanto ogni ipotesi poteva dirsi prematura, tuttavia si era fatta strada la certezza che sotto di loro vi fosse qualcosa.

Ogni centimetro di torba veniva asportato con il fiato sospeso.

Un sussulto.

Una testa semi scheletrica ancora saldamente ancorata al tronco. Le emozioni per i ricercatori non erano finite. Emersero altri due corpi. Erano in parte composti, come sospesi tra la vita e la morte. La terra torbosa aveva conservato la pelle e i tessuti, conciandoli come cuoio nero bluastro.

Il primo esame visivo identificò nei primi due come giovani individui, mentre il terzo sconcertò i presenti. Le mani erano rinserrate ad artiglio e presentava delle evidenti alterazioni fisiche.

Giovanna vi stette sopra con lo sguardo pochi istanti. Seminascosta dalla testa del corpo deforme una lastra di pietra, sulla quale era possibile osservare dei segni, forse delle lettere. Di primo istinto, Giovanna si sarebbe buttata a capofitto per estrarla, ma il suo buon senso e la sua professionalità ebbero la meglio. Non si poteva rischiare di danneggiare la mummia. Peraltro i corpi dovevano essere fotografati e posizionati nella pianta del diario di scavo.

I ragazzi lavorarono per tutta la serata. Il responsabile della missione, il professore Luigi Carlini, faticò non poco per piegarli al buon senso. L’uomo era sulla sessantina, non molto alto e una fluente barba grigia; ed aveva alle spalle decine di missioni archeologiche lungo le coste del Mediterraneo. Da qualche anno il suo interesse si era concentrato sulle popolazioni preromane vissute sulle Alpi.

Intorno alle due del mattino, la necropoli ritornò ad essere il luogo privilegiato del silenzio. Le uniche luci rimasero i fari alogeni e le poche lampadine sparse nel campo.

 

 

Quando la luna scomparve dietro la linea d’orizzonte, il frusciare del vento tra fronde degli alberi nascose dei rumori quasi  impercettibili di scalpiccio tra i cespugli ai margini della boscaglia.

Avvolti dall’oscurità della notte, un gruppo di uomini si apprestava ad entrare in azione. Attendevano il segnale convenuto.

Erano giorni che tenevano sott’occhio la vita del campo e condivisero l’euforia della scoperta della nuova tomba, con l’unica eccezione che per loro non si era trattata di una sorpresa.

 

 

Alle prime luci dell’alba, gli archeologi si riunirono nella tenda più grande, dove tennero il primo briefing. I pareri furono concordi nel fermare i lavori nella necropoli e concentrarsi sulla nuova fossa.

La rimozione dei corpi e del corredo diede loro filo da torcere. Impiegarono delle ore, ma i loro sforzi furono premiati.

Le mummie furono deposte su grandi teli, ancora intorbate, e portate nella tenda adibita a magazzino. Andrea e Giovanna si sarebbero occupati della prima ricognizione.

Carlini era emozionato come se fosse un novellino alle prime armi, sebbene nel passato fosse stato l’autore di molti rinvenimenti, alcuni dei quali trovarono titoloni nelle pagine culturali delle maggiori testate italiane ed internazionali.

La sepoltura era una finestra spalancata su un passato la cui comprensione appariva per niente semplice. Poneva nuovi interrogativi e le risposte sembravano sottrarsi alla logica storiografica. Forse la soluzione era sepolta tra le pagine ammuffite di un libro. Spesso gli archeologi peccavano di superficialità, guardando con sufficienza le pubblicazioni del passato. Le critiche più ingenerose cadevano sui lavori dell’Ottocento, criticati di appartenere al folclore, dei frutti dei mille campanili italiani.

Carlini pensò che la cosa migliore da farsi fosse di scendere a valle e fiondarsi nell’archivio locale. Con un pizzico di fortuna, che non guasta mai, avrebbe trovato la traccia che cercava. Lasciò detto al suo secondo le direttive sullo scavo. Era fondamentale analizzare le evidenze stratigrafiche della tomba, come non si dovevano tralasciare dei saggi esplorativi intorno alla fossa in un raggio non superiore ai quattro metri.

I giovani ricercatori si misero al lavoro, speranzosi di trovare nuove tracce. Quando impugnarono le cazzuole, ognuno di loro sognava una nuova tomba da riportare alla luce.

Il tempo spense le loro attese. Il terriccio si presentava vergine e privo di riscontri antropici.

Andrea e Giovanna completarono la schedatura degli oggetti del corredo e ripulirono la lastra dal terriccio. Vi erano delle iscrizioni, anche se la lettura non era facile. L’ambiente acido della fossa e delle vistose ammaccature interrompevano la progressione delle lettere.

Carlini fece ritorno al campo all’ora di cena. Aveva passato l’intero giorno in una stanzetta, leggendo di tutto. Si era soffermato sui resoconti di un prete, un certo Pietro Tiziani, l’uomo a cui si doveva la scoperta della necropoli.

Nato a San Donato nel 1851, Pietro Tiziani sentì la chiamata in tarda età, ma questo non gli impedì di assumere degli incarichi importanti e, nel contempo, di continuare a coltivare la sua passione: le ricerche storiche nel feltrino. Il suo zelo e il fervore religioso lo portarono a dedicarsi agli ammalati dell’ospedale civile di Feltre.

Carlini non vi trovò nulla che non sapesse già. Si rammaricò di non aver potuto consultare le sue memorie. Il manoscritto andò perso a causa di un incendio che devastò parte della sua casa.

Lo incuriosì la coincidenza temporale tra l’assunzione del ruolo di cappellano a Feltre e la scoperta della necropoli. Al di là di questa curiosità, non fece un passo in avanti. Si persuase di aver perso solo del tempo e lasciò il silenzio dell’archivio, per raggiungere i suoi ragazzi.

Arrivò al momento giusto. Lo stavano aspettando per scolare la pasta. In quattro e quattr’otto, una pignatta traboccante di spaghetti fumanti fece la sua apparizione, profumando la tenda di ragù alla bolognese.

La platea di rigorosi studiosi si trasformò in una mensa scolastica di adolescenti. L’euforia era tale che nessuno si accorse dell’assenza dei due fortunati scopritori delle mummie, eccetto Carlini.

Chiese di loro. Nessuno li aveva visti nelle ultime ore. Di sicuro si erano attardati nella tenda. Non si sorprese. Ripensò ai suoi giorni da studente, alle prime scoperte che fece. Ricordava le emozioni di quei momenti, per cui sapeva che cosa stavano provando i due ragazzi. I suoi pensieri andarono ad Andrea. Il giovane era il prodotto dei tempi. Intelligente, preparato quanto basta, ma incapace di superare la soglia della mediocrità. Eppure, bastava poco a far rinascere nella gioventù la fiducia in sé stessa, insegnando che la vita ama i cambiamenti, anche quando si presentano in maniera caotica.

(continua)

 

 

Contagio. Parte prima

La notte era arrivata alla sua fine, quando apparve una palla di fuoco, che lasciava dietro di sé una scia di vapori e alabastro lunga centinaia e centinaia di braccia.

Un tuono.

Il bagliore del segno esplose, dando vita ad una tempesta di lampi e luci.

Il segno oltrepassò la valle e precipitò dietro una montagna.

Un boato.

Una nube di fuoco e fiamme si fece alta sul cielo e la terra tremò.

Il frastuono sembrò non finire mai e fu accompagnato da un vento caldo, carico di resina bruciata.

Il buio.

L’altopiano s’accese di pire, piccolo aiuto per il figlio di Merope a dominare il mondo delle anime perse, che imperava sui versanti di roccia, ricoperti da una coltre senza fine di boschi. Solo le guglie verticali e i picchi solitari svelavano la loro identità di nuda pietra senza vita.

Da uno dei versanti risuonò una voce. Delle parole, un paio di sillabe echeggiarono a lungo, e rimasero senza seguito, come se non le avesse pronunciate anima viva. Eppure tutt’intorno al bagliore delle lingue di fuoco si scorgevano delle sagome umane sotto forma di chimere fluttuanti.

Dei ciottoli tradirono il passo maldestro di una di queste illusioni. Risaliva a fatica un sentiero scosceso sui fianchi del monte.

Era un vecchio senza età, la cui vista incuteva paura o pietà.

Di bassa statura, due gobbe prominenti sulla schiena; anche il suo modo di camminare aveva un che di mostruoso, con le ginocchia che si piegavano sotto il suo stesso peso.

Il suo volto possedeva solo una parvenza d’umano.

La natura gli aveva concesso un solo occhio, del tutto asimmetrico ai lineamenti del volto. Dell’altro, nulla: un buio foro d’osso. Il dorso del naso era fortemente concavo e la punta all’insù, tanto da ricordare le corna degli animali che vivevano sulle cime più alte. Le labbra erano sottili ed erano bianche lattiginose, come la pelle. Le orecchie, due grumi di carne e cartilagine, erano nascoste da una lunga capigliatura, che non nascondeva delle cicatrici purulente del cranio.

Il suo nome era Arus’nas e la storia della sua famiglia si perdeva nella memoria degli uomini.

I genitori, come i più lontani avi, avevano vissuto i loro giorni in una valle lontana nei pressi del vico di Sabase.

La valle era baciata dal calore di Fetonte e vi scorrevano delle acque, che si gettavano in un laghetto dello stesso colore del cielo. Sulle sue rive era stato eretto un recinto sacro. Esso impediva la vista del sacro e le molestie delle ninfee acquatiche.

Conosciute con il nome di Lagane, le ninfee tentavano, nel corso del plenilunio di primavera, di entrare nel tempio della Icatei Trumusjate e carpire i segreti delle guarigioni miracolose.

Invano.

Grazie alla dea, i malati arrivavano numerosi e da sempre più lontano, cercando il conforto per le loro sofferenze che tormentavano i loro corpi e vi restavano fino alla guarigione.

La famiglia di Arus’nas si occupava delle necessità della dea.

Il suo primo vagito avvenne nel corso della notte che precedeva il dies natalis Solis invicti.

Il travaglio della madre iniziò al calare delle ombre e sembrò essere senza fine.

Il suo corpo era madido di sudore e ogni muscolo era allo spasmo per le continue convulsioni. Il viso si era ridotto ad una maschera di dolore.

La donna aveva avuto altre gravidanze nel passato, tutte finite bene. Era stata una sorpresa scoprire che alla sua età avrebbe messo al mondo un altro figlio. Pensò alla benevolenza della Icatei. Se era un dono della dea, il bambino sarebbe stato speciale.

La vecchia levatrice non si era allontanata un attimo dalla donna in travaglio. L’aveva sorretta nei momenti di sconforto, trattandola amorevolmente come se fosse una figlia, che il destino gli aveva negato. Di tanto, in tanto, le faceva bere un infuso di erbe dal gusto amaro, che gli attenuava il dolore delle contrazioni.

Le urla della madre avvertirono che era giunto il momento. La vecchia si alzò e raggiunse uno dei bracieri e vi depose una lama d’argento tra i tizzoni infuocati. Raccolse un vello d’agnello e lo depose a terra. Si girò su sé stessa e diede alla donna un panno da mettere tra i denti. Minuti dopo, il pianto del bambino si fece sentire per tutta la casa.

La levatrice ebbe un attimo di smarrimento, ma tentò di non darlo a vedere. Lo avvolse nel telo e con il coltello tagliò il cordone ombelicale. Deposto sopra il vello, venne offerto alla dea madre che dona alla vita ad ogni creatura ed alla quale tutto ritornava con la morte.

I familiari inorridirono a vederlo. Tutte le precauzioni contro gli spiriti della foresta si erano dimostrate insufficienti o, forse, la gravidanza non era passata inosservata alle creature della notte. Il neonato sano era stato rapito e, al suo posto, giaceva un mostro.

Solo la madre ebbe parole di pietà per la creatura.

Nello sconcerto generale, le opinioni furono molte. Alla fine si pensò di strangolare l’empietà e di seppellirla in una buca ai bordi della foresta, ma i gemiti e i pianti del neonato straziarono la madre, che non volle sentire ragioni. Nessuno avrebbe fatto del male al suo bambino.

Il marito capì che non c’era nulla da fare. Fece finta di assecondare il suo volere e aspettò che si assopisse, stremata dal parto.

Il bimbo venne avvolto in una pelliccia bianca e affidato a due cacciatori. Camminarono con il fagottino per ore e ore con la sola luce delle torce.

All’apparire delle prime luci dell’alba, la meta si apriva davanti ai loro occhi. Avevano raggiunto la valle degli spiriti. Deposero il fagotto sotto un grande albero e fecero ritorno al villaggio.

Contro ogni aspettativa, il neonato riuscì a sopravvivere, grazie alla pietà delle creature del bosco. Divenne grande e imparò la lingua dello spirito. Sapeva ascoltare e comprendere le parole degli alberi, delle piante e degli animali; e condivideva l’armonia e l’equilibrio della madre terra.

Un giorno si perse in un folto bosco. Vide qualcosa che poteva sembrare un sentiero. Si fece strada districandosi tra i rami e il sottobosco, che tentavano di sbarrargli il passo, quando colse una luminescenza proveniente da una delle cime che aveva di fronte.

Il suo primo istinto fu quello di fuggire, ma una voce gli parlò direttamente al cuore, convincendolo a salire. Non doveva dare ascolto alla paura.

Camminò per un bel tratto e attraversò parte del bosco. Da lì risalì un ripido ghiaione e s’inerpicò lungo uno stretto sentiero, una cengia che alle volte si dimostrò un tutt’uno con l’orrido sottostante. A mezzacosta venne avvolto da una nebbiolina azzurrognola. Si scoprì la pelle d’oca su tutto il corpo. Non erano tremolii di freddo, ma non si perse d’animo e continuò a camminare, benché ogni passo fosse sempre più difficile.

In prossimità della cima, vide una grotta. Entrò e fu rapito da una sensazione di serenità e gioia.

Sul tardo pomeriggio, prese la via del ritorno. Si fermò nei pressi di una vecchia casa di pietra, forse appartenuta ad un pastore.

Le fatiche e le emozioni della giornata si facevano sentire e tutti i suoi muscoli dolevano per la tensione.

Si rincantucciò in un angolo della bicocca e si addormentò.

La mattina dopo, al suo risveglio, perlustrò stanza per stanza. Rimase sconvolto da quanto trovò.

Non fece ritorno ai suoi boschi e ai suoi prati. Riparò la casa e vi rimase per lungo tempo. Anni dopo, capì che era giunto il momento di far rientro nella comunità degli uomini. Non fu facile; e dovette imparare l’asprezza della loro lingua e la durezza dei cuori.

I bambini lo deridevano, come solo loro sanno fare, mentre gli adulti lo dipingevano come un corpo maledetto, strappato alla morte da un potente maleficio di una divinità degli inferi.

Una volta rischiò la vita. Un bimbo lo aveva avvicinato con il coraggio dell’ingenuità e lo aveva tempestato di domande. La voce del bambino fece uscire i genitori da una capanna. Le urla radunarono un gruppetto di uomini armati di bastoni.

Arus’nas tentò di spiegare di non aver fatto nulla di male, ma non ci fu verso. Fu percosso violentemente. La furia cieca si fermò solo quando pensarono di averlo ucciso.

Il suo corpo fu trascinato nella foresta, dove i lupi e gli orsi avrebbero fatto il resto. Ore dopo, nel pieno della notte, la pioggia gelata lo aiutò a riprendere conoscenza. Diede fondo a tutte le sue forze per strisciare fino al tronco di un grosso abete bianco. Esausto, svenne.

Lo risvegliò un conato di sangue, che lo stava per asfissiare. Aveva il corpo in fiamme, ma lo era ancor più il suo cuore, persuaso com’era della propria condizione. Solo, abbandonato da tutti, e lo sarebbe stato per tutta la vita. Ma non gli importò. Aveva una missione da svolgere e l’avrebbe portata a compimento, a costo della sua stessa vita.

Benché dovette soffrire dell’ignoranza degli uomini, che lo resero ancor più timido e schivo, le cose cambiarono con il tempo. Gli abitanti delle valli presero a ricercarlo per la sua capacità di comunicare con gli spiriti e di guarire le malattie.

Ciò nonostante niente della sua vita era stato così doloroso, da paragonarsi alle sofferenze che ora stava vivendo. Nelle ultime giornate si era dedicato agli ammalati, passando ore al loro capezzale.

La paura era palpabile, visibile.

Una folata di vento gli scosse i capelli.

Le greggi pascolavano ancora sui pendii più alti e, durante il giorno, l’astro di fuoco faceva sentire tutto il suo calore, ma l’umidità del bosco, resa gelida dall’altezza sembrava voler anticipare i rigori dell’inverno.

Arus’nas indossava una tunica di lana grezza inzaccherata, mentre ai piedi calzava delle sottili strisce di vello, ma non dava l’idea di dolersene.

I suoi passi si trascinavano con l’aiuto di un bastone di quercia. Due ragazzi, poco più che adolescenti, lo seguivano a debita distanza, stringendo due fiaccole accese.

Il vecchio incespicò per tutto il tempo. Ogni due, tre passi alzava la testa e biascicava al cielo delle parole senza senso, rese ancor più indecifrabili dai rivoli di bava biancastra ai bordi della bocca.

Lui era l’uomo che parlava al grande spirito. Lo stesso che lo aveva protetto per tutta la vita. Gli era ignoto il suo nome. Dei suoni incomprensibili nell’aria, ma gli aveva concesso il dono di percepirlo, di intendere i suoi voleri e di vedere nell’oscurità degli animi.

La brezza del fondovalle lo fermò.  Aspirò a pieni polmoni le fragranze che aveva raccolto nella sua corsa, creandogli dei brividi su tutto il corpo.

L’attesa era finita.

Sollevò le braccia al cielo e, con un tono di voce ruvido come la roccia, ordinò alle chimere di accompagnarlo nel canto.

Un suono monotono e ritmico dei tamburi diede inizio ad una trama di voci, invocanti il perdono del grande spirito.

Arus’nas ciondolò la testa, assecondando il ritmo, fino a quando il battito si spense nell’aria. Si volse al giovane che aveva accanto. Lo prese a sé e gli sussurrò delle parole all’orecchio, scuotendolo non poco.

Il vecchio era traboccante di nuovo vigore e riprese a camminare.

Da solo.

Raggiunse uno sperone di roccia, che si protendeva sopra il vuoto.

Lasciò cadere a terra il bastone. Si fece forza sulle gambe e vi salì sopra. Il passo era incerto, come precario era il suo equilibrio. Quando le dita dei piedi sentirono venire meno la superficie della roccia, si fermò.

In bilico tra la terra e il cielo, divaricò gambe e braccia.

Un raggio di sole, che si era fatto strada tra i pendii, lo colpì inondandolo di luce.

I due ragazzi lo raggiunsero e gli consegnarono le torce.

Strinse con tutte le sue forze i manici di legno. Prestò una solenne promessa e le lasciò cadere nel vuoto, seguendole con lo sguardo per qualche istante. Chiuse le mani a pugno e le volse al cielo, in segno di speranza.

Discese dal masso e risalì il declivio. Si fermò davanti ad una fossa.

L’odore della terra fresca indicava che era stata scavata da poco. La profondità non superava le tre braccia.

Degli uomini, emaciati, trattenevano a fatica un bue, la cui disperazione metteva a dura prova la solidità delle corde di nervo.

Il collo della bestia venne premuto a forza sopra una lastra di pietra. Di fianco vi era una ciotola di terracotta grossolana.

Arus’nas  infilò le dita della mano sinistra nelle narici del bue, bagnandosi della disperazione dell’animale; gli sollevò il muso e sull’altra mano comparve una spada corta. La fece scivolare lungo il palmo sino a quando il filo della lama gli lacerò la pelle in profondità. Pronunciò delle parole oscure e squarciò con un colpo netto la carotide dell’animale, che stramazzò a terra, dopo aver emesso un muggito orrendo che si perse negli echi delle montagne.

Dalla gola del bue sgorgò un fiume di sangue zampillante, che si riversò nella coppa.

Arus’nas invocò nuovamente il grande spirito, affinché la luce rigeneratrice illuminasse con tutto il suo calore quella valle, resa maledetta dalle ombre degli inferi.

Molte lune addietro, le porte dell’Ade si erano spalancate nel villaggio, riversandovi fuori il male, che corrompeva i corpi e le anime.

L’orrore degli ultimi giorni aveva lasciato un profondo segno anche su di lui, azzannandogli non solo il corpo. Sapeva che non avrebbe visto la prima neve cadere dal cielo, ma albergava in lui una certezza che lo sorreggeva nei tanti momenti di sbandamento. A breve avrebbe conosciuto la vera luce.

Chiamò a sé tutte le sue energie e, sputando sangue di continuo, si mosse alla volta di un drappello di uomini appena arrivati. Provenivano dal laghetto, dove era caduto il pezzo più grosso del segno.

Non era stato facile portarlo in superficie. Le acque ribollivano in vortici di spuma fumanti e il suo peso era tale che dovettero impiegare un paio di buoi.

Il segno era di color nero, come il carbone. Nel tirarlo fuori si era spezzato in due tronconi e poterono vedere com’erano fatti. L’interno appariva di cenere e vi brillava un cielo di piccole stelle luccicanti.

Arus’nas ordinò di deporre delle erbe essiccate in una decina di giare. Le colmarono con l’acqua fumante del laghetto e, infine, lasciarono cadere dei pezzetti del segno, dopo averlo sgretolato con delle mazze di metallo. Dopo di che, furono sigillate.

L’infuso doveva macerare fino alle prime ombre della notte. Trascorso il tempo, sarebbe stato filtrato con un telo leggero e consegnato a tutti i superstiti del villaggio.

Era tempo di deporre i morti nel ventre della madre terra. Il grande spirito aveva donato loro l’immortalità. Un giorno, alla fine dei tempi, i corpi si sarebbero rialzati dalla polvere.

Tutti raccolsero degli attrezzi e presero a scavare delle fosse, di forma ovale. All’interno vi adagiarono i corpi maleodoranti, ancora avvolti nei loro sudari, del tutto grondanti di sangue e altri fluidi corporali. Li deposero con la schiena addossata alla parete, affinché i volti si appagassero della sempre nuova rinascita dell’astro di fuoco, nella certezza di un prossimo risveglio.

Non si depose una sola arma, ma gli oggetti di una vita trascorsa in pace, tra campi e i boschi.

I corpi delle donne, forse un estremo atto di pietà per ricordarne la bellezza deturpata dal male, furono abbelliti con i loro gioielli, compresi gli orecchini d’oro, creazioni di un maestro locale, inumato anch’esso a poca distanza.

Ora dovevano ricominciare tutto da daccapo, tentando di dimenticare tutto il male che si era abbattuto sulla comunità. Le cicatrici erano tante e le lacrime avevano scavato dei solchi impossibili a riempirsi, però, avrebbero fatto tutto ciò che era possibile, affinché quei giorni divenissero dei dolorosi ricordi.

(continua)

 

 

La Chiesa della Maddalena

Il prossimo 7 ottobre a Venezia, presso l’Ateneo Veneto, si terrà un interessante convegno, il cui oggetto verterà sulla cosiddetta “Venezia Esoterica”.

Tra gli interventi programmati, uno in particolare si incentrerà sulla chiesa della Maddalena, un piccolo tempio nel sestiere di Cannaregio, non lontano dalla chiesa di San Geremia.

Una conversazione intorno alla chiesa della Maddalena comporta la necessità di distinguere gli elementi storicamente attestati o verosimili da tutto ciò che rimane nell’ambito di mera ipotesi o, peggio, da una architettura della fantasia.

Sulla chiesa è stato scritto di tutto e di più, ponendo la costruzione in rapporto alla sua intestazione alla Maddalena, una vera icona contemporanea di un presunto “eterno e sacro femminino”; all’Ordine Templare, subendo nuovamente l’ennesimo martirio della memoria; all’immancabile universo variegato della Massoneria, che avrebbe rivisitato ideologicamente l’edificio trasformandolo in un tempio laico destinato a cerimonie esoteriche.

Di fatto non esistono allo stato attuale delle prove inoppugnabili a sostegno di un ipotesi, secondo la quale la chiesa sia stata edificata secondo dei precetti riconducibili ai cavalieri templari o a qualche società segreta, quale la misteriosa Voarchadumia, come invece si tende ad affermare.

Data questa premessa, la storia del tempietto può essere sintetizzata in sommi capi.

La data di fondazione risale alla seconda decade del XIII secolo, grazie alla magnanimità – o come ex voto – di una famiglia veneziana, Baffo o Balbo, che la fece costruire a sue spese.

Un nuovo capitolo importante viene scritto il 22 luglio del 1356.

Il doge Giovanni Gradenigo e il Senato Veneziano firmarono il trattato di pace, che concluse le ostilità con la Repubblica di Genova. Il giorno coincideva con la festa liturgica di santa Maria Maddalena, per cui le autorità veneziane stabilirono che la chiesa intestata alla santa venisse ingrandita, in segno di ringraziamento. I lavori interessarono anche una vicina torre di guardia, adibendola a campanile.

L’originaria funzione del campanile venne ricordata dal popolino con il nome di “Castel dei Baffo”.

All’inizio del XVII secolo, l’azione del tempo e la progressiva decadenza economica della  parrocchia avevano ridotto la chiesa in uno stato rovinoso. Un tale degrado rese necessario bandire nel  1758 un concorso per la sua completa ricostruzione.

Alla fine si esaminarono tre progetti, pur tra mugugni, incertezze e critiche.

La scelta cadde sul progetto presentato dall’architetto e fine erudito Tommaso Temanza, che interpretò la nuova chiesa, ispirandosi al tempietto palladiano della Villa Barbaro a Masier (Treviso), benché con delle varianti e con delle vistose regolarità neoclassiche.

La chiesa venne smantellata fino alle fondamenta e si diede uno schema planimetrico rotondo, contravvenendo ai dettami del Concilio di Trento, che prescrivevano per le chiese di nuova fondazione delle piante longitudinali e a croce latina.

L’esterno si presenta, dunque, con una pianta circolare e con l’ingresso principale, che si apre nel campo omonimo, mediante una scalinata. L’interno, invece, assume uno schema esagonale. Su quattro pareti sono collocate le cappelle con altare, adagiato al muro. Ciascuna di esse è delimitata da un arco a tutto sesto. Il presbiterio e l’ingresso, tra loro contrapposti, definiscono lo spazio rimanente.

Dodici colonne binate reggono la trabeazione della cupola emisferica con la lanterna. Le colonne, inoltre, fungono da delimitatori per degli interstizi occupati da rilievi marmorei e dalle statue, raffiguranti santa Maddalena e sant’Agnese, nonché dei profeti Isaia e Davide.

Il presbiterio e la sacristia, manomissioni più tarde, si aprono fuori del corpo di fabbrica principale.

L’elegante facciata si contraddistingue per l’apparato decorativo costituito da un timpano triangolare, sostenuto da due coppie di semicolonne ioniche con capitello e trabeazione; e dalle sculture in rilievo e da un’iscrizione, da taluni viste come esperienze iniziatiche, poste sopra l’ingresso.

Da subito la nuova edificazione della chiesa fu oggetto di critica, poiché fu vista come un pugno allo stomaco rispetto al contesto abitativo del circondario. La sua forma cilindrica e il suo rivestimento in marmo bianco apparvero non confacenti ai vicini edifici.

La storia successiva scrisse delle pagine semplici, nelle quali la chiesa conobbe alti e bassi, sopportando chiusure temporanee e limitazioni di vario genere.

Oggi la chiesa della Maddalena è alle dipendenze della parrocchia di San Marcuola e, purtroppo, non è sempre aperta al pubblico.

Come detto in precedenza, la chiesa rappresenterebbe lo Shangri – la della città lagunare, all’interno del quale si intrecciano storia e segreti iniziatici. Una sommaria consultazione dei siti che riportano la storia dell’edificio religioso lascia presagire la presenza di una verità, quasi fosse un assioma. La famiglia dei Baffo, o dei Balbo che sia, viene definita di chiara matrice templare o in qualche maniera affiliata all’Ordine.

Gli studiosi che non accettano una simile realtà storica, ovviamente rigettano queste indicazioni di massima e lo fanno con buona cognizione di causa, dal momento che i documenti testimoniali di coloro che dicono il contrario sono poco consistenti, se non addirittura inesistenti.

Quanto alla povera Maria Maddalena, considerata arbitrariamente come la santa per eccellenza dei Templari, beh…questa è un’illazione dei giorni nostri.  Nel 1982, delle chiacchiere in libertà – già blaterate nel passato – si trasformarono in un libro dal titolo The Holy Blood and the Holy Grail. Le sue pseudo rivelazioni su uno dei segreti dei Templari comportò il successo planetario del libro: Gesù era sopravvissuto alla crocifissione ed aveva sposato Maria di Magdala, dalla quale ebbe dei figli, che si rifugiarono in Francia, dove diedero vita alla dinastia dei Merovingi. Questa immagine falsata, e per certi versi irriguardosa, trovò una sorta di autenticità in un romanzo e il successivo film: il Codice da Vinci. In realtà, i Templari non osservavano una particolare venerazione verso Maria Maddalena, dal momento che la loro devozione era principalmente nella Vergine; nonché in una pletora di santi, quali santo Stefano, san Giovanni Battista, san Lorenzo, santa Caterina e i due santi militari san Giorgio e san Michele.

Gli amanti del mistero, in piena zona cesarini, si buttano a capofitto sulla pianta esagonale della chiesa. Tuttavia, l’esagono non è mai stato una prerogativa dei Templari, ma appartiene a concezioni più antiche. Basarsi come fanno taluni sulla base esagonale per legarne un fondante sui templari è un assurdo. Se dovessimo abbracciare una simile indicazione, per analogia saremmo nel giusto identificare ogni edificio di pianta esagonale come templare, tipo la chiesa di Santa Maria del Quartiere a Parma e, perché no, la cittadina siciliana di Grammichele. A ben vedere, invece, i Templari non avevano qualche predilezione nel costruire le proprie chiese, anche se si ricordano alcune a schema ottagonale, come le cappelle di Caon e di Torres del Rio o la cappella di Santa Caterina a Fonteurault. Pertanto considerare il Temanza quale neo templare del XVIII secolo appare del tutto fuori luogo. Tra l’altro, le sue frequentazioni più assidue e le opere letterarie e geografiche non danno nessun appiglio a questa eventualità.

Infine, il “massonico” occhio che vede tutto inscritto in un triangolo, attorniato da due cerchi, posto sopra la porta d’ingresso. In questo caso, siamo in presenza di una tipologia piuttosto comune nelle chiese cattoliche, tesa a creare delle immagini mistico didattiche, quasi dei trattati teologici per immagini.

Il triangolo equilatero corrisponde simbolicamente al numero tre, ovvero la perfezione, e normalmente al centro compare il nome ebraico di Dio o il suo occhio. I massoni si appropriarono del simbolo, ponendolo nella loro articolata iconografia. Il triangolo, ovviamente, esprime qualcosa di ben diverso. La base allude alla durata del tempo, mentre i due lati si riferiscono alla Luce e alle Tenebre. L’occhio venne ad identificare il Grande Architetto del mondo.

Comunque sia, i due cerchi circoscritti al triangolo, che simboleggiano le schiere angeliche e dei beati, non lasciano molte possibilità ad una interpretazione che non sia cristiana.

Per ultimo la famosa iscrizione SAPIENTIA AEDIFICAVIT SIBI DOMUM, vista da molti come una sorta di “patrocinio dell’Ordine Templare”. La frase è estrapolata dal nono capitolo dei Proverbi del Tanakh ebraico e della Bibbia cristiana, nel quale Donna Sapienza e Donna Stoltezza si contendono le strade della città. L’insegnamento è raffigurato sotto forma di banchetto, durante il quale le due donne invitano i semplici e promettono insegnamenti diversi. Il luogo dell’insegnamento sarà la casa stessa della Donna Sapienza, mentre quella della Donna Stoltezza si trova nello Sheol, il luogo delle ombre. Anche in questo caso, il senso dell’iscrizione non ha nulla di misterioso da ricondurre a chissà quale arcano sapere.

La chiesa è semplicemente il luogo, dove saziarsi dei dettami sapienzali dell’Antico e Nuovo Testamento.

Forse, senza andare troppo lontano con la fantasia, la chiesa della Maddalena custodisce per davvero dei misteri, ma sono legati alla fede e alla devozione dei fedeli, che per secoli hanno invocato l’intercessione della santa, probabilmente una delle personalità più carismatiche della primissima comunità cristiana.