Le origini di Venezia

Le origini di Venezia sono state viste spesso come la fioritura improvvisa di un fiore dalla rara bellezza  su un terreno senza terra, costituito da barene chimeriche e acque salmastre; il cui sporgersi alla luce del sole era una naturale conseguenza di un certo numero di istanze sociali, politiche, etniche e religiose di un oscuro, ma promettente, quinto secolo dell’era volgare.

Non a caso le più antiche cronache veneziane fanno risalire la fondazione della città lagunare al 25 marzo del 421. Quando il vescovo di Patavium (l’odierna Padova) consacrò il primo edificio religioso sulle isole realtine , dedicandolo a San Giacometo.

In realtà, le cose starebbero diversamente. Le cosiddette origini della Venetia dovremmo ricercarle più addietro, cosa che l’indagine storica odierna sta tentando di compiere, scavalcando le diffidenze storiografiche ancora oggi  ben ancorate.

Lo stesso Chronicon Altinate, una raccolta mitografica del IX o X secolo, che evoca il giorno dell’annunciazione per l’atto fondativo di Venezia, è il frutto di diverse elaborazioni, che ha attinto a mani libere da fonti precedenti, tra le quali l’Historia Veneticorum redatta da Giovanni Diacono nel nono secolo.

Il corpus, in linea di massima, riporta l’epopea iliaca sulle coste venete e le fondazioni compiute dagli eroi troiani, scampati alla furia degli Achei. Segue un improbabile predicazione evangelica di san Marco e le terribili invasioni delle popolazioni barbariche, in particolare ricorda le orde sanguinarie degli Unni di Attila e quelle dei Longobardi guidati dal re Alboino, che provocarono di fatto un esodo di massa dalle città rivierasche venete alle realtà insulari della laguna.

Dall’Antenorea Patavium la popolazione si riversò nelle attuali Chioggia e Sottomarina (Cluja Maior e Minor) e a Pellestrina; mentre i profughi della grande città di Altino trovarono rifugio nelle isole semisommerse di Torcello. Infine le genti di Oderzo si mossero alla volta di quella realtà che diverrà Cittanova.

Un’attenta valutazione di questa fonte solleva più di un dubbio. Di certo rimane l’intenzione di creare un destino di una Venezia “autonoma e consapevole di sé della comunità lagunare” (Stefano Gasparri). Pertanto l’immagine del periodo della fondazione appare corredata da molti fantasiosi dettagli, derivati ed adattati dalla mitologia e dalla storia classica, attraverso i quali affermare una specifica identità.

D’altro canto, le fonti letterarie vanno utilizzate con cautela.

Ad aggravare una tale situazione vi è la certezza dei cambiamenti della fisionomia della laguna e delle sue diverse caratterizzazioni fisiche ed antropiche.

L’azione plastica dei fiumi veneti hanno modellato, e tuttora modellano, ampie porzioni del bacino lagunare. Senza poi contare l’impatto fondamentale della cosiddetta subsidenza relativa, ovvero la perdita di altimetria del suolo rispetto al livello del mare dovuta alla commistione di subsidenza (abbassamento del terreno) ed eustatismo (innalzamento del mare).

Tanto che, studi recenti compiuti nei pressi del fondale di Lignano hanno dimostrato che intorno al 3840 a.C. ca. la linea di costa passava a sette miglia dall’attuale.

Le indagini di alcuni studiosi, tra i quali lo storico Wladimiro Dorigo e l’ispettore onorario della Sovrintendenza Ernesto Canal, hanno faticosamente ricostruito una realtà ben diversa; benché ancora oggi branche della storiografia accademica continuino ad arricciare il naso su quanto hanno portato alla luce nel corso delle loro ricerche di anni. Come ha ben colto la dottoressa Annalisa Lizza nella prefazione della sua tesi, ” solo pochi personaggi capirono l’importanza dello studio dei reperti lagunari e proseguirono le loro ricerche, subendo spesso delle critiche. Grazie però alla loro perseveranza e ai risultati da essi conseguiti, l’archeologia lagunare ha assunto oggi dignità di disciplina scientifica”.

L’analisi fattuale della geomorfologia lagunare nel corso dei millenni e una lettura scevra da opinioni prevenute delle fonti antiche – e perché no delle scoperte fortuite – hanno creato un diverso approccio allo studio delle più antiche presenze antropiche in laguna.

Stando alle evidenze così raggiunte si è potuto constatare che l’interesse dell’uomo per l’area che diverrà la “Laguna di Venezia” risale all’antica età del Mesolitico. Le prime attestazioni sono databili al lontano 10.000 a.C. ca. e sono attribuibili allo sfruttamento dell’ambiente circostante, quasi del tutto al di sopra del livello del mare.

I manufatti rinvenuti sono per lo più costituiti da frammenti di selce, per la maggiore degli strumenti a scheggia o dei primordiali bulini, adoperati per lo scuoio delle pelli di animali.

Tra questi siti di rinvenimento, l’isola delle Statue, piccolo lembo di terra prossimo a San Giuliano, tanto per capirci non lontano da Ponte della Libertà, rappresenta una certa importanza.

Questi reperti fanno ipotizzare un ambiente propenso alla caccia, tanto da immaginare un insediamento circostanziato e, forse, stabile.

Le evidenze archeologiche relative al neolitico sono per lo più distribuite nell’area centro settentrionale della laguna, dimostrando ancora una volta che la superficie terrestre fosse ancora sopra il livello del mare.

A sua volta, si deve considerare la reale possibilità che l’assenza dei rinvenimenti di tracce antropiche nell’area meridionale potrebbe derivare dalle intromissioni agricole o di bonifica, che hanno interessato questi territori.

I siti antropici più ragguardevoli a questo proposito risultano collocati nelle attuali isolette lagunari di San Giovanni di Zampenigo, del Lazzareto Nuovo e San Giacomo in  Paludo, non molto lontano da Torcello.

Questo panorama non sembrerebbe concludersi con il Neolitico. Anzi. Si hanno delle evidenze di insediamenti stabili a Campalto, località vicina a Venezia, e ad Altino, la prima Venezia in senso lato.

Altri rinvenimenti importanti dell’epoca sono stati portati alla luce negli scavi del palazzo Tiepolo Papadopoli e di San Marco in Ascensione, che attesterebbero ancora una volta delle presenze comunitarie dedite alle  pratiche agricole, pastorali e della caccia.

Nella fase finale del Bronzo, la “Laguna Veneta” divenne una delle cerniere più importanti dei traffici commerciali tra il Mediterraneo Orientale e l’Europa Settentrionale; peraltro narrati dai miti di origine micenea e, da un certo punto di vista giustificati, dai numerosi rinvenimenti ceramici greci, in particolare nel sito conosciuto sotto il nome di “Barena del Vigno”.

Nell’Età del Ferro, non vi sembrano essere delle discontinuità insediative, anzi l’ambiente ormai di facies culturale paleoveneta appare ben insediata e sembra proiettata in nuovi insediamenti, ma dovremo aspettare l’arrivo dei Romani, per osservare delle nuove e quanto mai innovative pianificazioni strutturali della laguna. Ma questa è un’altra storia.

Addio Mamma Orsa

Questa mattina ho letto della tua morte, assassinata dalla mano dell’uomo. Sono rimasto inorridito. Non ci ho creduto fino all’ultimo, quando ho visto il tuo corpo senza vita disteso sopra un telo. Il proiettile che ha messo fine alla tua vita è stato giustificato da una tua presunta pericolosità nei confronti dell’uomo. Secondo le leggi dell’uomo saresti stata giustiziata. Si è vero hai attaccato un essere umano, ferendolo. Certo, ti eri sentita minacciata. Nelle tue orecchie sentivi solo l’abbaiare di un cane, il fedele amico dell’uomo. Posso solo immaginare quale terrore abbia preso il tuo animo di mamma pensando ai tuoi cuccioli. Posso anche immaginare che non volessi uccidere quell’uomo, visto che è bastato poco per farti scappare impaurita, un paio di legnate o poco più. Sai quell’uomo, intervistato da molte reti televisive e dai giornali, ha evocato duelli, che mi ricordano antiche saghe tra principi e draghi. Tuttavia a vederlo non mi sembrava un cavaliere e neppure tu mi sembravi una creatura cattiva, demoniaca. Eppure sei balzata alle cronache italiane, come il nuovo mostro, che scorrazzava indisturbato tra le valle del Trentino. Quale onore. Complimenti all’intelligenza umana. In realtà, sei stata semplicemente una mamma.  Scusaci se ti abbiamo violentata portandoti dalla Slovenia in Italia, con la scusa di ripopolare le nostre montagne. Scusaci se non abbiamo capito che gli orsi in natura sono orsi. Noi siamo abituati ai cartoni animati o ai film dove gli orsi sono in cattività o nel peggior dei casi sono umanizzati. Infine, faccio fatica a trattenere il tuo più grande dolore. Non è il proiettile, che ha squarciato la tua pelle e la tua carne, a renderti un’anima in pena. Sono i tuoi cuccioli, soli, incapaci di affrontare da soli il futuro. Hai ragione e soffro con te. Addio cara mia.

Le lacrime di San Lorenzo

Anche quest’anno, molti di noi hanno raggiunto dei luoghi lontani dalle fonti di luce artificiale e hanno rivolto lo sguardo al cielo stellato, con la non velata speranza di cogliere la fugace scia luminosa di una stella cadente, proveniente dal quadrante della costellazione del Perseo.

L’occasione è stata la periodica pioggia meteorica delle Perseidi. Queste polveri cosmiche, minuscoli grani dalla massa di qualche grammo, sono state rilasciate dalla chioma e dalla scia della cometa Swift-Tuttle nei suoi passaggi al perielio.

La Swift Tuttle non è un corpo celeste di piccole dimensioni, dato che il diametro del suo nucleo raggiunge la ragguardevole misura di dieci chilometri.

Il suo ultimo passaggio al perielio è avvenuto nel dicembre del 1992, mentre il prossimo appuntamento sarà nel luglio del 2126.

Il fenomeno delle scie luminose è causato dal fortissimo attrito, che le polveri cosmiche sono sottoposte con l’atmosfera terrestre. Esse divengono incandescenti e bruciano, lasciando di sé solo striature di luce bianca nel buio della notte.

Nel mondo antico la pioggia di stelle ha dato vita ad un affascinante mondo di personaggi e figure mitologiche. La tradizione cristiana, invece, ricorda il martirio di San Lorenzo, sepolto nella Patriarcale Basilica di San Lorenzo Fuori le Mura al Verano di Roma.

In questo caso le stelle cadenti evocano le lacrime del martire ascese al cielo, che ritornano sulla terra in occasione della ricorrenza del suo martirio.

Il ricordo del martirio di San Lorenzo venne accolto anche dalla tradizione popolare, elaborandolo diversamente. Nei racconti regionali le stelle cadenti divennero i fuochi di San Lorenzo, associandole alle scintille della graticola infuocata, sulla quale venne ucciso il martire.

Le notizia sulla sua vita sono scarne. Si sa che era originario della Spagna, più precisamente di Osca in Aragona. Poco più che adolescente, completò gli studi a Saragozza, dove conobbe il futuro papa Sisto II, dal quale ebbe modo di avere un vero e profondo attingimento spirituale.

Anni dopo, il 30 agosto del 257, Sisto II divenne il ventiquattresimo vescovo di Roma. Tra i suoi primi atti vi fu quello di affidare a Lorenzo, in qualità di diacono, l’organizzazione delle attività caritative per la popolazione dell’Urbe, compresa quella di fede pagana.

Un anno dopo, l’imperatore Valeriano emanò l’editto che imponeva l’immediata messa a morte del vescovo, dei presbiteri e dei diaconi; nonché dei senatori e cavalieri di fede cristiana e la spoliazione dei loro averi.

Sisto II – come quattro dei suoi diaconi – venne ucciso il 6 agosto, mentre a Lorenzo fu promessa salva la vita, se avesse consegnato i beni della chiesa. Giorni dopo, Lorenzo, accompagnato da uno stuolo di poveri, si rifece vivo. “Ecco questi sono i nostri tesori, sono tesori eterni. Non vengono mai meno, al contrario aumentano”.

Il suo “Battesimo nel Sangue” avvenne il 10 agosto. Aveva 33 anni.

Le modalità del suo supplizio non sono certe. Alcune fonti riportano la decapitazione, altre la sua uccisione mediante una graticola messa sul fuoco.

Sant’Ambrogio, nel suo De Officiis Ministrorum, ricorda la graticola, quale strumento di morte, e riporta le coraggiose parole di Lorenzo: “Assum est, … versa et manduca“, il corpo da questa parte è cotto, … rigira e mangia.

Un’antica cronaca, forse di origine altomedioevale, racconta di un soldato romano, che raccolse con un panno le gocce di sangue e di grasso del santo. Oggi, la reliquia è custodita nella chiesa di Santa Maria ad Amaseno in provincia di Frosinone. Come il più famoso sangue di San Gennaro, in occasione della festività del 10 agosto il sangue di San Lorenzo si scioglie per fornire nuove speranze alle richieste dei fedeli.