L’ongana del focolare

Nella conca ampezzana, durante le lunghe ed innevate notti d’inverno, le ore volavano veloci intorno al larin, ascoltando i racconti degli anziani di casa, che, a loro volta, li avevano uditi dai loro nonni.

Le parole e i gesti narravano le imprese straordinarie di esseri fantastici, di streghe, di demoni, nonché di uomini e donne che non vollero arrendersi alle asprezze della montagna.

Qualche tempo fa mi trovavo a Belluno per lavoro. Un giorno ebbi modo di conoscere un signore. Tra i settant’anni e gli ottanta, vestiva l’abito tradizionale ampezzano. Il suo volto, me lo ricordo ancora, era rubicondo e il mento ricoperto di una folta barba grigio pepe. Non era molto alto e ansimava di continuo, forse per l’evidente sovrappeso o per i primi caldi di una stagione che si sarebbe rivelata torrida. Lo feci accomodare sulla poltroncina che avevo di fronte. Si parlò del più e del meno, poi all’improvviso senza un perché se ne uscì fuori dicendomi che molti, moltissimi dei veri racconti delle vere montagne erano morti con i loro bardi improvvisati. Per fortuna alcuni di essi erano sopravvissuti ai loro cantori.

Mi chiese se avevo del tempo per i ricordi di un vecchio. Dopo di che iniziò a raccontarmi un’antica storia, che mi affrettai a metterla su carta. Qualche giorno dopo volli verificarne la veridicità. In effetti nella tradizione ampezzana, quanto avevo ascoltato e trascritto, esisteva per davvero. Si segnalavano delle varianti, ma non così importanti da stravolgere l’impianto generale.

Tanto tempo fa, un contadino di Alverà scendeva a valle, dopo aver lavorato di buona lena per tutto il giorno, falciando l’erba sui prati alti. Le braccia gli dolevano, come ogni altro muscolo del corpo. Sapeva che la notte scende presto in montagna. La strada di ritorno non era semplice da farsi con la luce del sole, figuriamoci al buio. Avrebbe lavorato di rastrello il giorno dopo.

Non vedeva l’ora di riabbracciare i suoi cinque figli e la sua brava moglie.

Sopraggiunto al lago di Scin, ebbe un sussulto. I prati intorno alle rive del laghetto erano coperti dai vestiti delle ongane e da dietro delle Tofane si intravvedevano già delle nubi minacciose.

Preso dal panico di vedere il lavoro di una giornata andare in fumo, cominciò ad imprecare contro le ongane. Prese in mano il rastrello e ributtò nelle acque del lago i loro abiti. Come d’incanto, le nuvole cariche di acqua si dissolsero, lasciando che gli ultimi raggi del sole si riprendessero il cielo.

Soddisfatto di aver salvato il fieno riprese il cammino verso casa.

Quando vi giunse trovò la moglie stesa a terra dolorante e i bimbi con le lacrime che rigavano i loro volti. Giorni dopo la donna era ridotta come uno scheletro e ripeteva tremante che sarebbe morta di lì a poco. L’uomo era disperato. Non sapeva cosa fare, finché si ricordò di un vecchio pastore, che passava per essere un saggio.

Il pastore mugugnò un attimo quando gli fu detto del lago. Non c’erano dubbi erano state le ninfe a scagliare il potente maleficio sulla sua casa. Per spezzarlo avrebbe dovuto offrire in sacrificio un capretto nero nella prima notte di temporale.

All’improvviso vi fu un boato. Il cielo sopra la Val di Fanes era illuminata da lampi e tuoni, che preannunciavano una violenta tempesta di lì a poco. Il contadino si fece coraggio. Prese il capretto e risalì il sentiero, che lo avrebbe condotto al lago di Scin. Tempo dopo le vide. Raccoglievano i loro abiti infradiciati, saltellando con i loro piedi caprini. Il suo arrivo non passò inosservato.

Le ongane si fermarono all’istante e si chiesero cosa volesse quell’uomo da loro. Il contadino si avvicinò alla più vecchia di loro e gli gettò ai suoi piedi il capretto nero, implorandola di rompere la maledizione e guarire sua moglie. Tutte si misero a ridere selvaggiamente e, senza dire altro, si tuffarono in acqua.

Il contadino venne travolto da un vortice di disperazione. Le chiamò una, due, mille volte, urlando tutto il suo dolore, ma era tutto inutile. Con la morte nel cuore, ritornò sui suoi passi, non accorgendosi di una giovane ongana, che si era nascosta per poterlo osservare. Qualcosa di quell’uomo l’aveva colpito e prese la decisione di seguirlo, saltellando da un albero all’altro.

Quando l’uomo fece il suo ingresso in casa capì che qualcosa di tragico fosse accaduto tra quelle mura. I bambini, sporchi ed arruffati, piangevano a dirotto e straziati chiamavano la mamma. La moglie era morta.

Mesto, l’uomo prese in braccio il corpo senza vita della moglie e lo portò nella camera da letto, per prepararlo per il funerale. Nel frattempo, la giovane ongana era entrata in cucina, trovandovi i bambini intorno al larin. I volti erano neri di cenere e lacrime. I più piccoli, stremati, si erano appena addormentati, mentre i due più grandicelli furono presi da un tale spavento che non riuscirono ad aprire bocca.

L’ongana abbozzò loro un sorriso. Tirò fuori un pettine d’oro e cominciò a pettinarli uno dopo l’altro, dai più piccoli ai più grandi. Scaldò dell’acqua e si prese cura di loro, lavandoli come se fosse la loro mamma. Alla fine si nascose sotto il larin.

Con lo spuntare del sole, dopo che il contadino se ne era andato a lavorare sui campi, la giovane ongana usciva fuori e provvedeva a tutte le necessità dei bambini. Infine preparava il pranzo e metteva in ordine la casa. Solo una cosa chiese alla bimba più grande. Il papà non doveva sapere di lei, come non doveva sapere chi fosse la vera artefice della cura della famiglia e della casa. Il merito di tutte quelle attenzioni sarebbe ricaduto sulla stessa bambina.

Gli anni passarono velocemente, ma l’ongana non abbandonò più quella casa. Amava i bambini, come se fossero suoi, e nutriva dei sentimenti per il contadino. non aveva mai avuto il coraggio di farsi vedere dall’uomo. Si vergognava. Si vedeva brutta, ripugnante e temeva le reazioni dell’uomo.

La più grande dei bimbi si era trasformata in una bella ragazza e, presto, un giovanotto del paese la chiese in moglie. Da quel momento l’ongana non si fece più vedere. Il giovane fidanzato non avrebbe mai sposato la figliastra di uno spirito acquatico, ma il suo cuore di mamma gli impose di rimanere a vegliare sulle sue creature.

In seguito, la ragazza si convinse che l’ongana avesse lasciato la casa, ritornando nel lago dei prati alti.

Una sera, il fidanzato si presentò a casa della ragazza con cazzuola e malta. Il vecchio larin necessitava di cure energiche. Anche in quel caso l’ongana non uscì fuori. La sua bimba era troppo importante per lei. Rimase dentro, in silenzio. Si ripiegò su se stessa come un gomitolo e vide ogni spiraglio chiudersi dalla malta. Murata viva nella pietra calda, il calore la tormentava, affliggendole dolori senza fine. Alle volte la sofferenza era tale che non riusciva a trattenere le lacrime e piangeva a dirotto, ma il suo pianto si confondeva con lo sfrigolio della legna verde.

Molti anni dopo i nipoti presero la decisione di demolire l’antico larin e mettervi una moderna cucina economica. Alla base trovarono un ammasso di color verde e della polvere grigia. Con un bastoncino smossero questi resti. Venne fuori un pettine d’oro.

Una nonnina si fece avanti e raccontò una strana storia con la voce rotta dall’emozione: la storia della buona ongana del larin. I nipoti non la credettero. Presero il pettine e lo vendettero ad un rigattiere della zona. Con i soldi organizzarono una festa, che durò fino all’alba, non sapendo quanto amore avesse donato a quella famiglia  la proprietaria di quel piccolo pettine d’oro.

Torre delle Bebbe. Una torre medioevale a Chioggia

La torre delle Bebbe potrebbe rappresentare a buon titolo uno dei simboli più significativi delle genti veneziane. Essa, infatti, è una rara testimonianza di una storia lunga di secoli, che ha visto l’alternarsi di uomini e donne; e il susseguirsi di guerre sanguinolente e di trattati di pace precari.

Oggi, chi si prende la briga di posare il proprio sguardo distratto, rimarrà forse deluso non trovando altro, che un ammasso di piere vecie, non rendendosi conto di trovarsi di fronte a quella che fu forse uno dei capisaldi più avanzati nell’area meridionale del nascente dogado veneziano.

I meno distratti saranno presi dal rammarico per la distruzione di un tale monumento storico e, probabilmente, si porranno all’ascolto delle voci di vita vissuta, ormai echi lontani di un passato altrettanto lontano.

La sua visita non presenta alcuna difficoltà, sebbene la sua ubicazione sia alquanto defilata dalle attuali strade di maggiore percorrenza locale.

Si raggiunge dapprima l’abitato di Cà Pasqua, una piccola frazione del Comune di Chioggia, per proseguire in direzione di Cavarzere. Qualche chilometro ancora e la torre appare solitaria ai bordi della strada, attorniata per la maggiore da campi coltivati ad orto e a frumento.

La morfologia attuale del territorio e i pochi ruderi della torre, transennati alla meno peggio, possono ben poco aiutare l’immaginazione a contestualizzarla nello spazio e nel tempo del suo massimo fulgore. Eppure la tradizione storiografica locale, attestata a grandi linee dagli studi più recenti, narra di un articolato complesso fortificato, circondato da fiumi navigabili, da paludi e, nel contempo, posto sulle direttrici viarie che confluivano da Padova, Ferrara e Adria, tra le quali un tratto secondario dell’antica via romana Popillia.

Il fortilizio non esauriva le sue funzioni nell’esclusivo ambito di presidio militare, ma assolveva alle mansioni di barriera doganale – per intascare lauti dazi e contrastare il contrabbando – e di punto commerciale. Pertanto non dovevano mancare le relative strutture per dare conforto ai viandanti.

La lapide affissa sul rimanente tratto murario ricorda i momenti salienti della sua storia, seguendo quanto elaborato dalla storiografia locale nel corso dei secoli, non sempre giustificata dalla moderna scienza archeologica.

La sua fondazione viene attribuita al duca esarcale Deusdedit negli anni 742/745, dopo aver trasferito la capitale dell’Esarcato da Cittanova a Malamocco, in seguito al periodo di grande crisi tra l’Impero Bizantino e i Longobardi.

L’etimologia del nome della torre è incerta. Gli storici del passato si sono sbizzarriti in una ridda di teorie, molte delle quali sconfinate nel mondo della fantasia. Si crearono così due distinti filoni principali. Il primo lo faceva derivare da un vicino canale, conosciuto con l’idronimo Bebia. Il secondo, invece, ricordava un’ipotetica antica famiglia romana, la Baebia, che possedeva buona parte di quei latifondi.

Per tutto il medioevo, la torre fu coinvolta in sanguinose lotte. Il primo episodio che la vide protagonista è legato alla discesa dei Franchi, volta ad occupare le isole realtine. Dopo un breve assedio, la guarnigione dovette capitolare di fronte alla superiorità numerica dei nemici. Eguale sorte la ebbe con le terribili scorrerie degli Ungheri. Andò meglio negli anni successivi. Resistette agli assedi degli Adriesi, dei Ravennati, nonché dei Trevigiani e dei Padovani. Durante la famosa Guerra di Chioggia, dopo una strenua resistenza, dovette arrendersi all’armata genovese, dotata delle nuove micidiali bocche di fuoco, ideate dal monaco e alchimista tedesco Berthold Schwarz. Venne ripresa dai Veneziani nel 1380, in seguito alla sconfitta del distaccamento genovese, forte di almeno quaranta armati, guidati dall’ammiraglio Ambrogio Doria.

Non è facile stabilire quando la Torre delle Bebbe abbia cessato di svolgere la sua funzione; e se l’evento sia stato determinato da un graduale degrado o da altri fattori, quali un atto di guerra o un incendio. La datazione effettuata sugli oggetti rinvenuti in loco e, soprattutto, l’assenza di reperti archeologici successivi proverebbero l’abbandono della torre nel XVIII secolo.

Oggidì della torre è rimasto ben poco. Di essa è visibile l’impianto fondazionale a forma quadra irregolare, costituita da grossi massi di pietra. Tre dei lati perimetrali sono crollati, mentre del quarto rimangono due metri di tessitura muraria eterogenea, essendo costituita da ciottoli e da laterizi di epoca imperiale romana, variamente dimensionati, provenienti da qualche insediamento rurale di età romana.

I reperti archeologici rinvenuti nell’area, grazie alle recenti indagini sul sito, sono esposti nella sezione medioevale del Museo Civico di Chioggia.